Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

 

Il Tribunale riunito in camera di consiglio

All’udienza del 29 ottobre 2002 ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

Il Pm di Milano, nel corso dell’udienza del 24 settembre u.s. nel procedimento in questione (procedimento a carico di Dell’Utri Marcello, Luzi Romano e Comincioli Romano in relazione, tra l’altro, ai reati di falso in bilancio commessi fino al 1993, originariamente puniti ai sensi dell’art.2621, 2640 c.c., e successivamente tramutati in violazione dell’art. 2622 c.c.), ha eccepito:
- l’incostituzionalità dell’art.1 comma 2 del D.L.vo 11 aprile 2002 n.61 (e per quanto occorra, dell’art.11 della Legge 3 ottobre 2001 n.366) nella parte in cui prevede la procedibilità a querela per il reato nello stesso previsto, per violazione dell’art. 3 della Costituzione;
- ovvero, in subordine, l’incostituzionalità degli artt. 1 comma 2 e 5 del D.L.vo 11 aprile 2002 n.61 ( e, per quanto occorra, della L. 3 ottobre 2001 n. 366) nella parte in cui prevedono la procedibilità a querela per i reati negli stessi previsti, commessi anteriormente alla sua entrata in vigore per violazione degli artt. 11 e 117 della Costituzione.
In conseguenza di tale eccezione egli ha richiesto al Collegio procedente di ritenere tale questione rilevante e non manifestamente infondata, e di trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale per la decisione.
In via subordinata, infine, ha chiesto che il Tribunale, ove lo ritenga necessario, adisca in via incidentale la Corte di Giustizia delle Comunità Europee perché dichiari che la normativa introdotta dal decreto legislativo 61/2002 non è adeguata a sanzionare i fatti di falso in bilancio, dai quali sia derivato un danno, commessi anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto stesso.

Il discorso del PM, nel trattare e motivare l’eccezione in questione, parte da una premessa e si sviluppa su due piani paralleli ma convergenti nel richiedere la declaratoria di incostituzionalità delle norme indicate (melius: la declaratoria di non manifesta infondatezza delle questioni proposte):
- In primo luogo il PM ( e tutto ciò costituisce la premessa del suo ragionamento), ritiene di poter legittimamente affermare (sulla base di alcune sentenze di giudici di merito e di legittimità) la “continuità normativa” tra la norma preesistente punitiva dei comportamenti sussumibili sub specie “ falso in bilancio” ovvero “falsità in comunicazioni sociali”, e cioè il vecchio art. 2621 del c.c., e le norme introdotte dal decreto legislativo 11 aprile 2002 n.61, e cioè i nuovi articoli 2621 e 2622 c.c. indicati nel corpus legislativo citato come “False comunicazioni sociali” e “False comunicazioni sociali in danno di soci o creditori”.

- Partendo da tale presupposto e dal corollario interpretativo conseguente della “residualità” del nuovo art. 2621 rispetto al nuovo art. 2622 c.c. (nel senso di ritenere applicabile l’art.2621 ogni qual volta, pur essendosi causato un danno, non sia stata pronunciata querela dai soggetti legittimati ex art. 2622 c.c.), il PM eccepisce (melius: richiede di eccepire) l’incostituzionalità della nuova norma sotto due diversi profili.
- La prima censura di incostituzionalità riguarda la parte della norma di cui all’art. 2622 c.c. in cui si prevede la procedibilità a querela dei soci e dei creditori sociali di società non quotate in borsa ( società non soggette alle disposizioni della parte IV titolo III, capo II del D.L.vo 24 febbraio 1998 n.58): secondo l’ufficio procedente tale previsione consentirebbe una evidente disparità di trattamento con la ipotesi contravvenzionale di cui all’art. 2621 c.c., nella misura in cui prevederebbe una perseguibilità a querela per fatti più gravi (e cioè causativi di danno) rispetto a fatti meno gravi (e cioè senza danno); da ciò la censura di incostituzionalità in relazione all’art.3 della Carta Costituzionale.

- La seconda eccezione proposta dal PM è piuttosto articolata e si basa su una lettura congiunta degli art.11 e 117 della Carta Costituzionale in relazione all’articolo 6 della Direttiva del Consiglio dell’Unione Europea datata 9.3.1968, nr.68/151, nella parte in cui prescrive che “..gli Stati membri stabiliscano adeguate sanzioni per il caso di mancata pubblicazione del bilancio e del conto profitti e perdite”. Secondo il PM il combinato disposto degli artt. 2622 citato e 5 del decreto legislativo 61/2002 (che prevede , come disposizione transitoria, il termine di tre mesi per poter presentare la querela da parte dei soggetti legittimati ex art.2622 per i fatti commessi anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto medesimo) configurerebbe una situazione di incostituzionalità ai sensi degli articoli e della direttiva citate, in quanto apparirebbe del tutto inadeguata la sanzione così prevista per tali fattispecie, che sarebbero, ineluttabilmente, destinate alla prescrizione. Sempre secondo l’Accusa, il concetto di adeguatezza di cui al citato articolo 6 corrisponderebbe a quelli di “efficacia, effettività, dissuasività” delle norme sanzionatorie previste , concetti che mancherebbero del tutto nella fattispecie in questione .
- Continua il PM richiedendo, di conseguenza, la declaratoria di incostituzionalità delle norme citate: nella misura in cui occorra una valutazione ed una declaratoria del contrasto tra le suddette norme e la direttiva comunitaria, egli infine chiede a questo Collegio di adire la Corte di Giustizia delle Comunità Europee affinchè si pronunci, incidentalmente, sul contrasto medesimo e dichiari che la normativa introdotta dal legislatore italiano con il D.L.vo 61/2002 non è adeguata a sanzionare i fatti di falso in bilancio in ordine ai quali il procedimento fosse ancora in corso all’entrata in vigore del decreto medesimo.
Fin qui il PM.
Le altri parti presenti all’udienza si sono rimesse (Avvocatura dello Stato), ovvero hanno chiesto di respingere le eccezioni proposte (difensori degli imputati) sostenendone la manifesta infondatezza ed insistendo per la declaratoria di proscioglimento dei propri assistiti proprio alla luce della introduzione delle norme di cui al D.L.vo 61/2002.

Prima di affrontare in modo dettagliato le eccezioni proposte dal PM, questo Collegio ritiene preliminare, ex art. 23 L. 11 marzo 1953, la valutazione della cd. “rilevanza” della questione proposta, sia in funzione di una eventuale immediata trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale, una volta risolta anche la non manifesta infondatezza della medesima, sia anche in relazione ad un preliminare invio degli atti alla Corte di Giustizia ex art.234 ( già 177) Trattato CEE, affinchè si pronunci sulla interpretazione della direttiva citata e quindi risolva, in modo obbligatorio per il Tribunale procedente, il problema della fondatezza della questione proposta.
E’ infatti evidente, perlomeno nella valutazione di chi scrive, che l’eventuale trasmissione degli atti alla Corte di Giustizia porti alla sospensione del procedimento e non consenta di procedere nella ulteriore valutazione di fondatezza della questione senza che, su tale argomento, si sia pronunciata la Corte adita proprio a tal fine interpretativo.
In ogni caso la valutazione di rilevanza della eccezione proposta precede, logicamente e temporalmente, l’ulteriore approfondimento della vicenda: è evidente che nel momento in cui questo Collegio dovesse ritenerla irrilevante ai fini della soluzione dei fatti di causa, apparirebbe del tutto privo di ragionevolezza percorrere l’iter procedurale di cui si è parlato, essendo poi preclusa al Collegio medesimo la richiesta di declaratoria di incostituzionalità.
La questione della “rilevanza” di una eccezione di incostituzionalità che preveda un intervento “in malam partem” della Corte Costituzionale (cosa che avverrebbe senza dubbio nel caso in esame attesa la richiesta di declaratoria di illegittimità di una norma che prevede un trattamento più favorevole per il soggetto imputato, anche soltanto abolendo una condizione di procedibilità quale la querela ) è, senza dubbio, un argomento fortemente dibattuto in dottrina ed in giurisprudenza, toccando in maniera inequivoca l’interpretazione dell’art. 2 del codice penale e quindi uno dei massimi pilastri che sorreggono la costruzione del sistema processualpenalistico.
La Corte, anche recentemente, ha più volte affermato, pronunciandosi sull’argomento, che le questioni riguardanti gli interventi additivi “in malam partem” “sono manifestamente inammissibili, in quanto il fondamentale principio di stretta legalità dei reati e delle pene preclude pronunzie che configurino nuove ipotesi di reato o aggravamenti di pena” (Ord. N.432 del 1996), ovvero “sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale in riferimento agli artt 3, 9, 10, 11, 25, 32, 41, 117, 101 e 102 Cost. della legge 17 maggio 1995 n.172,… omissis…..Le questioni sollevate tendono inammissibilmente ad introdurre, o a reintrodurre, figure di reato o aggravamenti di pena , chiedendo una pronuncia che esula dai poteri della Corte Cost., giacchè il potere di creare fattispecie penali o di aggravare le pene è esclusivamente riservato al legislatore, in forza del principio di stretta legalità dei reati e delle pene, sancito dall’art.25 secondo comma Cost…” (sentenza n.330 del 1996).
Va tuttavia rilevato che le questioni cd. “additive in malam partem” non costituiscono l’unica possibile modalità di intervento abrogativo dei giudici costituzionali, e che, anzi, è stata proprio la stessa Corte che, nella sentenza n.148 del 1983, ha affrontato e risolto , una volta per tutte, proprio l’argomento che si sta ora affrontando:
“…Una, infatti, è la garanzia che i principi del diritto penale/costituzionale possono offrire agli imputati, circoscrivendo l’efficacia spettante a dichiarazioni di illegittimità delle norme penali di favore; altro è il sindacato cui le norme stesse devono pur sempre sottostare, a pena di istituire zone franche del tutto impreviste dalla Costituzione all’interno delle quali la legislazione stessa diverrebbe incontrollabile…….In secondo luogo le norme penali di favore fanno anch’esse parte del sistema, al pari di qualunque altra norma costitutiva dell’ordinamento: lo stabilire in quali modi il sistema potrebbe reagire all’annullamento di norme del genere, non è quesito cui la Corte possa rispondere in astratto, salve le implicazioni ricavabili dal principio di irretroattività dei reati e delle pene; sicchè, per questa parte, va confermato che si tratta di un problema (ovvero di una somma di problemi), inerente all’interpretazione di norme diverse da quelle annullate, che i singoli giudici dovranno comunque affrontare, caso per caso, nell’ambito delle rispettive competenze. In terzo luogo la tesi che le questioni di illegittimità costituzionale concernenti norme penali di favore non siano mai pregiudiziali ai fini del giudizio a quo, muove da una visione troppo semplificante delle pronunce che questa Corte potrebbe adottare, una volta affrontato il merito di tali impugnative…In altre parole non può escludersi a priori che il giudizio della Corte su una norma penale di favore si concluda con una sentenza interpretativa di rigetto o con una pronuncia comunque correttiva delle premesse esegetiche su cui si fosse comunque pronunciata l’ordinanza di rimessione: donde una serie di decisioni certamente suscettibili di influire sugli esiti del giudizio penale pendente”.
In breve, per cercare di riassumere quanto autorevolmente riportato, la prospettazione alla Corte Costituzionale dell’eventuale illegittimità di norme penali “di favore”, appare attività del tutto legittima (ed anzi, obbligatoria ove ne sussistano i presupposti), e nient'affatto inammissibile, considerati i limiti dell’intervento della stessa Corte in relazione alle norme costituzionali esistenti, a fronte di una possibilità di intervento dei giudici supremi che possa certamente influire sugli esiti del giudizio a quo: “le norme penali di favore, quindi, ben possono essere sospettate di incostituzionalità, in quanto la sentenza della Corte Costituzionale dichiarativa di incostituzionalità, anche se non può produrre retroattivamente conseguenze sfavorevoli al reo e far venir meno (retroattivamente) cause di giustificazione, può sempre incidere sul dispositivo e sulla “ratio decidendi”, spettando al giudice de quo stabilire in qual modo il sistema giuridico debba reagire, in caso di annullamento di norme di favore” ( Corte Cost. sentenza citata n.148).
Va, tra l’altro, rammentato che l’eventuale declaratoria di illegittimità costituzionale delle norme eccepite con ogni probabilità non verrebbe a colpire la sanzionabilità e la punibilità di attività commesse prima dell’approvazione e promulgazione della norma in questione, in virtù della possibile reviviscenza delle norme pregresse e della loro esistenza al momento dei fatti commessi.
In breve, e concludendo sul punto, le questioni proposte nella eccezione del PM appaiono sicuramente rilevanti nel procedimento in corso e la loro eventuale declaratoria di illegittimità non escluderebbe “a priori” la punibilità degli autori per i fatti commessi anteriormente alla loro promulgazione (si ricordi che i reati attualmente sottoposti al giudizio di questo Tribunale riguardano fattispecie commesse entro il 1993).

Passando ora a trattare l’argomento che il PM ha posto come premessa del suo ragionamento, e cioè la continuità normativa tra il “vecchio” art. 2621 c.c. ed i nuovi artt. 2621 e 2622 c.c., deve osservarsi che tale questione può ormai ritenersi acclarata, sulla base di numerose pronunce dei giudici di merito ( tra cui quelle della II sezione del Tribunale di Milano citate dal PM ), e dei giudici di legittimità: oltre, infatti alla pronuncia della V sezione della S.C. del 21 maggio 2002 n.6921, che l’accusa ha allegato alla sua eccezione e che appariva già definitoria dell’argomento, può citarsi anche la sentenza della V sezione della Corte di Cassazione dell’8 maggio/3 giugno 2002 n.21532, che così recita “La nuova disciplina del falso in bilancio di cui agli artt. 2621 e 2622 del codice civile, così come modificata dal D.L.vo 11 aprile 2002 n.61, realizza un fenomeno di succesione di norme nell’ambito del quale la vigente disciplina si pone in rapporto di specialità rispetto a quella precedente ( art. 2621 del c.c. nel testo previgente): la fattispecie astratta originariamente delineata dal legislatore risulta ricompresa in quelle ora incriminate con l’aggiunta di alcuni elementi specializzanti; in tal modo, mentre i fatti attualmente punibili già lo erano in precedenza, non tutti quelli rilevanti penalmente in passato lo sono ancora. In particolare i novellati articoli 2621 e 2622 che hanno appunto un ambito di applicabilità più ristretto, richiedono, sul piano oggettivo, l’idoneità delle false esposizioni e delle comunicazioni omesse ad indurre in errore i destinatari delle medesime e la violazione configura una contravvenzione, salvo che il fatto abbia cagionato un danno patrimoniale ai soci o ai creditori, nel qual caso, ferma restando l’ipotesi delittuosa, la procedibilità è subordinata alla querela, a meno che si tratti di società quotate”.
Quanto poi alla citata “residualità” del nuovo art. 2621 rispetto al 2622, la stessa, come giustamente indicato dal PM, deriva da ragioni letterali, procedurali e sistematiche: la sostanziale sovrapponibilità tra le due fattispecie (che differiscono solo per quel che concerne la procedibilità a querela e la causazione del danno per la seconda rispetto alla prima), la necessità sistematica di “coprire” la “plurioffensività” dell’originaria fattispecie, la maggiore ampiezza della prima fattispecie rispetto alla seconda (da cui deriva, evidentemente, la ricaduta dei comportamenti criminosi dal secondo reato al primo nel momento in cui, mancando la querela, non appare possibile procedere nell’accertamento del reato di cui all’art. 2622 c.c.).
Tale residualità appare vieppiù significativa nella vicenda in questione nel momento in cui, come si è detto, il meccanismo sanzionatorio costruito dal legislatore in relazione ai reati di falso in bilancio appare complessivamente strutturato in modo tale da coprire sia le falsificazioni senza danno patrimoniale (perseguibili d’ufficio), sia quelle in cui il danno sia la conseguenza della condotta (perseguibili, per le società non quotate, solo a querela): ed infatti tale costruzione apparirebbe monca o comunque instabile se si dovesse ritenere che le due fattispecie non siano figlie del medesimo grembo e quindi ricollegate in termini procedurali e sostanziali nel modo che si è fin qui evidenziato.
In breve il legislatore, con il D.L.vo 61/2002, in ossequio alla delega contenuta nella L. 3 ottobre 2001 n.366, ha inteso perseguire una scelta di politica criminale ben precisa “che tende a specificare e distinguere in varie ipotesi il contenuto del reato, ritenendo in alcuni casi rilevante penalmente la semplice pericolosità delle false comunicazioni sociali, ed in altri, richiedendo l’esistenza di un danno effettivamente cagionato a soci e creditori, ed escludendo nelle ipotesi di minor rilievo la punibilità. La scelta attiene, in parte, ad un dato sociologico, che riguarda l’evoluzione delle strutture societarie verso nuove forme di aggregazione anche a carattere sovranazionale, tali da rendere più efficiente il controllo effettuato dal mercato rispetto a quello penale. A ciò deve aggiungersi la scelta effettuata dal legislatore di affievolire il controllo penale della correttezza degli amministratori delle società, attenuando le sanzioni ed escludendo la responsabilità nei casi di minore gravità” (Cass. V sezione penale sentenza 21 maggio 2002 n. 6921).

Venendo ora a trattare della prima delle eccezioni di incostituzionalità sollevate dal PM, e cioè l’illegittimità del nuovo art. 2622 c.c. nella parte in cui prevede la procedibilità a querela per i reati commessi nell’ambito di società non quotate, nei confronti dell’art. 3 della Costituzione, deve osservarsi quanto segue:
- come si è già detto riportando le sentenze della S.C. sull’argomento, la nuova strutturazione dei reati che puniscono il falso in bilancio (e cioè i nuovi artt. 2621 e 2622 c.c.) appare conseguente ad una volontà di politica legislativa tendente a mantenere una fattispecie a più ampio spettro, di tipo contravvenzionale, punibile ad iniziativa d’ufficio (l’art.2621 c.c.), ed a creare un’altra fattispecie, di tipo delittuoso, punibile a querela di parte per i fatti commessi nell’ambito di società non quotate in borsa, e causativa di un danno patrimoniale per i soci o i creditori sociali (l’art. 2622 c.c.); in questo senso è ben vero quanto riferito dal PM, e cioè che per i reati meno gravi è prevista una procedibilità d’ufficio, mentre per i reati più gravi (sempre se commessi nelle società non quotate) è richiesta una querela di parte: deve tuttavia rilevarsi che, al di là di tale meccanismo procedurale, la pena prevista per i reati “più gravi” è sensibilmente più alta (e di specie diversa, trattandosi di delitto e non di contravvenzione) di quella indicata per i reati “meno gravi”, che appare invece assai esigua e collegata, come si vedrà in seguito, ad una estinzione per prescrizione significativamente più breve della prima (4 anni e mezzo rispetto a 15 anni, in toto, comprensivi, in ambedue i casi delle eventuali interruzioni ).
- Il collegare quindi, per i reati previsti dalla prima parte dell’art. 2622 c.c., la procedibilità ad una richiesta qualificata della parte interessata (e cioè ad una querela), sembra essere una esigenza dovuta più alla ricaduta patrimoniale della condotta prevista (che, come si è visto, deve aver causato un danno patrimoniale per poter attingere alla punibilità) che ad una valutazione di gravità di comportamenti; gravità che, in presenza di un danno, appare comunque tutelata dalla previsione normativa di una pena non esigua.
- In breve, e prescindendo per un attimo anche dalla costante giurisprudenza della S.C. in tema di uguaglianza, responsabilità penale e pene che è sempre stata assolutamente costante nel rigettare le eccezioni del tipo di quella che si sta trattando, deve ritenersi che l’assunto del PM posto a base della sua richiesta (che cioè i fatti più gravi verrebbero, nella norma in esame, trattati in modo meno grave rispetto ai fatti meno gravi) appare non condivisibile in quanto non rispondente alla realtà normativa in esame: il prevedere, per le società non quotate in borsa, nel cui ambito si sia creato un falso in bilancio causativo di danno una punibilità a querela di parte (soci o creditori), non appare irragionevolmente dovuto ad una valutazione di trattamento diverso rispetto a società in cui tale danno non si sia verificato, ma soltanto collegato ad una conseguenza patrimoniale dannosa non presente nella ipotesi alternativa; la presenza di una pena notevolmente più alta per il caso in questione rispetto a quella prevista per il caso alternativo consente di bilanciare in modo apprezzabile la gravità dei comportamenti dei soggetti dell’attività delittuosa.
- In ogni caso, e per fugare qualsiasi dubbio in merito alla opportunità di prospettare tale questione alla Corte Costituzionale, si vedano le sentenze o le ordinanze di tale organo, costanti nel tempo nel rigettare eccezioni relative a tali argomenti: in particolare, ordinanza n.288 del 2002 (“questa Corte ha costantemente affermato che la determinazione delle condotte punibili e delle relative sanzioni, siano esse penali o amministrative, rientra nella più ampia discrezionalità del legislatore e che lo scrutinio sul merito delle scelte sanzionatorie è ammissibile soltanto ove l’opzione normativa contrasti in modo manifesto con il canone della ragionevolezza”); ordinanza n. 33 del 2001, sentenza n.84 del 1997, ordinanza n.267 del 1999, sentenza n. 341 del 1994, sentenza n.333 del 1991.
Per tali considerazioni la prima eccezione di incostituzionalità proposta dal PM va ritenuta manifestamente infondata e quindi respinta.

Passando ora a trattare il secondo profilo di incostituzionalità che il PM ha sollevato in merito al D.L.vo 61/2002, deve osservarsi quanto segue:
- Il percorso argomentativo dell’Accusa nella vicenda in questione appare molto più complesso ed articolato rispetto a quello seguito nella precedente eccezione; partendo dal condivisibile presupposto della prevalenza della norma comunitaria (nel caso in questione l’art. 6 della prima direttiva CEE 68/151) sulla norma nazionale ( il D.L.vo citato), prevalenza più volte confermata anche dalla S.C. (vedi, per es. sentenza della C.C. n.170 del 5 giugno 1984), ma ritenendo comunque che, nel caso di possibile abrogazione di norme penali operi il fondamentale principio costituzionale della riserva di legge ex art.25 Cost., e che quindi il giudice nazionale non potrebbe, ex se, disapplicare una norma penale interna in contrasto con una fattispecie di diritto comunitario, il PM ritiene necessario rivolgersi alla Corte Costituzionale affinchè la stessa, una volta che gli sia stato prospettato il contrasto tra la norma internazionale e e quella interna, valuti se quest’ultima sia ancora conforme alla Costituzione ovvero contravvenga al disposto degli artt.11 e 117 della stessa (norme che consentono, attraverso il riconoscimento del rinvio pattizio, l’ingresso delle fonti comunitarie nel diritto interno).
- A questo punto il PM (con argomentazioni che appaiono largamente condivisibili), interpretando il significato del termine “adeguata” riferibile al concetto di sanzione nell’ambito dell’art. 6 della citata direttiva, come di “efficacia in concreto e di reale capacità dissuasiva” della stessa (anche, e soprattutto, alla luce di altra sentenza della Corte di Giustizia, del 21.9.98 C68/88, la cd. sentenza del “mais greco”, nella quale si è detto che le sanzioni alle violazioni del diritto comunitario devono avere carattere di “effettività, proporzionalità, e capacità dissuasiva”), e raffrontando tali significati in concreto con la norma che punisce con una sanzione di tipo contravvenzionale il falso in bilancio non causativo di danno patrimoniale (e cioè il nuovo art. 2621 c.c.), giunge, evidentemente, al risultato di ritenere tale normativa del tutto inadeguata, a livello sanzionatorio, per contrastare efficacemente la condotta punibile suindicata. Come, infatti, è assolutamente notorio fra gli operatori del diritto nel nostro paese, ( ma come peraltro è facilmente interpretabile anche da un lettore sprovvisto di pregresse conoscenze autoctone) le violazioni di tipo contravvenzionale sono punite con pene risibili in termini quantitativi (inferiori quasi sempre a due anni di reclusione e quindi rientranti nell’ambito della sospensione condizionale della pena), con una massima previsione prescrizionale di 4 anni e mezzo, comprensiva di ogni possibile allungamento temporale dovuto alle interruzioni della prescrizione medesima; non vi è chi non veda (e questo Collegio è fra questi vedenti) che non c’è alcuna pratica possibilità (se non in casi estremi “di scuola”) di condurre a termine un processo penale per vicende di falso in bilancio correlate a sanzioni così limitate in un termine rientrante nella previsione prescrizionale suddetta: questo, sia ben chiaro, non per incapacità professionali da parte degli operatori del diritto, ma per evidente sproporzione tra la presenza di garanzie procedurali che prevedono tre gradi di giudizio per ottenere una sentenza definitivamente operativa ed un termine prescrizionale assolutamente contenuto quale quello anzidetto; in più va sottolineato che l’accertamento del reato in questione (e cioè il falso in bilancio) appare assolutamente difficile e complesso (collegandosi a violazioni documentali di tipo contabile ed economico) e quindi richiedendo all’interprete un sovrappiù di tipo temporale del tutto incoercibile nell’ambito ristretto delle indagini preliminari così come attualmente strutturate; tanto più che il termine prescrizionale decorre dalla data di commissione del fatto, che può essere (e normalmente è) ben antecedente a quella del suo accertamento.
- Va inoltre rilevato un ulteriore profilo rispetto a quelli fin qui evidenziati dal PM: a norma dell’art. 42, 4° comma c.p., “ nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa”. In materia contravvenzionale, pertanto, la regola generale è la punibilità a titolo di dolo o di colpa: a fronte, tuttavia, di una pena assai contenuta ed alla previsione di un termine prescrizionale molto breve, per l’autorità giudiziaria che procede sotto il profilo dell’accertamento dell’elemento soggettivo, è normalmente meno impegnativo ravvisare la colpa ai fini della punibilità del reato, o comunque la presenza di una previsione colposa amplia lo spettro delle condotte punibili. Si tratta, con tutta evidenza, di una scelta di politica criminale; nel caso di specie, con la modifica dell’art. 2621 c.c., viene creata una vistosa eccezione alla logica di questo sistema: si prevede una contravvenzione, ma si richiede la sussistenza di un elemento soggettivo particolarmente qualificato; non solo il dolo, ma addirittura il dolo specifico, spesso di difficile accertamento, con una evidente conseguenza di indebolimento della tutela del bene giuridico protetto.
- Sotto questo ultimo profilo va ancora ricordato che, alla luce della costante giurisprudenza formatasi sotto il previgente regime, l’impianto della tutela penale in materia societaria dovrebbe mirare a garantire la protezione di una pluralità di beni giuridici quali, da un lato, gli interessi economici o patrimoniali della società o dei soci, e, dall’altro, l’interesse pubblico alla affidabilità e trasparenza delle scritture sociali ( vedi, in tal senso, Cass. Sez.V n.14730 del 29.12.99, e Cass. Sez.V n.6889 del 20.2.01): ebbene, il nuovo impianto normativo di cui si discute sembra invece limitare l’effettiva tutela della trasparenza del mercato ( per il caso di società non quotate in borsa) alle sole violazioni più lievi, e cioè a quelle che non abbiano causato un danno patrimoniale ai soci ed ai creditori, lasciando, in tale seconda ipotesi, che l’esercizio dell’azione penale sia subordinato al consenso dell’offeso, pur in presenza di una possibile lesione del bene giuridico della fede pubblica, che dovrebbe caratterizzarsi quale diritto tipicamente indisponibile.
- Al termine di tale lungo (e, come si è detto, complessivamente condivisibile) excursus nel quale si è attentamente valutata la “inadeguatezza” del nuovo art. 2621 c.c. rispetto alla normativa sovranazionale indicata a sanzionare le violazioni di falso in bilancio senza danno, il PM chiede tuttavia di limitare il possibile sindacato della Corte Costituzionale al solo art. 2622 c.c. “nella parte in cui prevede che il falso in bilancio dal quale sia derivato danno sia punito a querela di parte anche nei processi in corso alla sua entrata in vigore”; e cioè l’art.5 del D.L.vo 61/2002 che, come norma transitoria, prevede la possibilità per gli aventi diritto di proporre querela nei tre mesi conseguenti alla entrata in vigore della legge, per i fatti antecedenti commessi.
- Come si è infine già riferito, il PM offre al Collegio procedente una duplice possibilità:
• o ritenere immediatamente operativa la disciplina introdotta dalla direttiva comunitaria in esame ( anche sulla base del precedente della Corte di Giustizia del 4 dicembre 1997 , C97/96 che, secondo l’accusa, avrebbe già deciso un caso analogo );
• ovvero ricorrere in via interpretativa ed incidentale alla Corte di Giustizia medesima affinchè dichiari che la normativa italiana sia in palese contrasto con la direttiva CEE più volte citata.
Esaminando e valutando in maniera più dettagliata le argomentazioni dell’Accusa, deve osservarsi quanto segue:
- La prima direttiva 68/151/CEE del Consiglio, del 9 marzo 1968, è stata adottata, come si legge nella parte iniziale della stessa “per coordinare, per renderle equivalenti, le garanzie che sono richieste, negli Stati membri, alle società a mente dell’art. 58, secondo comma, del Trattato per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi”, e poi continuando “considerando che il coordinamento delle disposizioni nazionali concernenti la pubblicità, la validità degli obblighi di tali società, e la nullità di queste ultime riveste una importanza particolare, soprattutto in ordine alla tutela degli interessi dei terzi; considerando che nei predetti settori devono adottarsi simultaneamente disposizioni comunitarie per tali società, poiché esse non offrono ai terzi altra garanzia che il patrimonio sociale; considerando che la pubblicità deve consentire ai terzi di conoscere gli atti essenziali della società,..(omissis)..considerando che la tutela dei terzi deve essere assicurata mediante disposizioni che limitino, per quanto possibile, le cause di invalidità delle obbligazioni assunte in nome della società; considerando che è necessario, per garantire la certezza del diritto nei rapporti tra la società ed i terzi, nonché nei rapporti fra i soci, limitare i casi di nullità..”; per tali motivi, all’art. 6 si prevede che “ Gli Stati membri stabiliscono adeguate sanzioni per i casi di – mancata pubblicità del bilancio e del conto profitti e perdite, come prescritta dall’art. 2, paragrafo 1, lettera F,- mancanza, nei documenti commerciali, delle indicazioni obbligatorie, di cui all’art. 4”.
- Come si vede si tratta di una cd. “Direttiva dettagliata” indirizzata a tutti i paesi membri della Comunità (e quindi, esplicitamente, anche all’Italia), che riguarda, in particolare, gli obblighi concernenti la pubblicità degli organi sociali e dei documenti contabili ed economici atti a garantire l’esistenza della società, il suo stato patrimoniale, i suoi obblighi giuridici ed economici nei confronti dei soci e dei terzi (e cioè il bilancio ed il conto profitti e perdite). In considerazione di ciò, l’art. 6 prevede, a garanzia di tutto questo, che gli Stati membri adottino “adeguate sanzioni” per i casi (che qui interessano) di “mancata pubblicità del bilancio”.
- Dice il PM che “non necessita di motivazione la constatazione che se sanzioni adeguate devono essere previste per la mancata pubblicazione del bilancio, a maggior ragione ne devono essere previste per il bilancio presentato, ma falso”;
- Deve invece rilevarsi che tale equiparazione interpretativa avrebbe grande necessità di una qualche motivazione ulteriore: una cosa sono le sanzioni, presumibilmente di tipo civilistico o amministrativo atteso l’impianto complessivo della normativa, che lo Stato deve garantire in mancanza di pubblicità di un bilancio, altra cosa sono (o potrebbero essere) le sanzioni penali adeguate in presenza di una constatata falsità del bilancio sociale; il passaggio di logica deduttiva che il PM compie appare sì giustificabile sulla base di una analisi di tipo analogico/ interpretativo, ma assai pericoloso ai fini di una corretta ed inequivoca impostazione della fattispecie in esame. In breve, e fatte salve le considerazioni che in seguito si svolgeranno, l’interpretazione autentica della normativa comunitaria in oggetto appare compito da affidarsi con sicurezza alla Corte di Giustizia, senza adottare scorciatoie interpretative che consentano una lettura “in malam partem” a danno dei soggetti dalla stessa obbligati.
- E’ ben vero, così come suggerito dal PM, che la stessa Corte di Giustizia, giudicando in un caso che appare analogo a quello in corso (e cioè il caso “Verband/Dahiatsu” del 4.12.1997), ha ritenuto che “l’art. 6 della prima direttiva va interpretato nel senso che esso osta alla legge di uno Stato membro che preveda solo per i soci, i creditori, nonché la commissione interna della società, il diritto di chiedere la sanzione prevista da tale normativa nazionale, nel caso di mancato rispetto da parte di una società degli obblighi in materia di pubblicità dei conti annuali”, ma è altrettanto vero che nel caso in questione si parlava di una possibilità di chiedere una sanzione da parte di soggetti che ne apparivano esclusi in via di principio (terzi non creditori), e quindi di una possibilità di tutela che invece è garantita (perlomeno formalmente) dalla normativa italiana all’art. 2621 del c.c.; va inoltre rilevato che il criterio di “adeguatezza” della sanzione appare comunque e sempre riferibile ad una mancata pubblicazione dei dati sociali e non alla loro falsificazione; che infine, sebbene il giudice tedesco remittente parli di una irrogazione di una ammenda, la Corte non sembra aver definito in modo esplicito la possibilità di intervenire sulla quantificazione della stessa e quindi sul concetto di pena in concreto irrogabile.
- In breve questo Collegio ritiene che, pur in presenza di un “precedente” del tipo di quello indicato dal PM, relativo alla interpretazione che la Corte di Giustizia ha dato in merito all’art. 6 della direttiva in parola, appaia comunque necessario che, se ritenuto pregiudiziale alla vicenda in esame, sia la Corte di Giustizia a fornire una nuova interpretazione autentica della norma di cui si tratta, non ritenendosi che la presenza di tale sentenza ( C/97/96) costituisca un esauriente supporto chiarificatorio delle possibilità di applicazione della norma.
- Continuando l’esegesi delle richieste del PM, deve a questo punto rilevarsi che, data per acquisita la proposizione della questione incidentale alla Corte di Giustizia sulla interpretazione dell’art. 6 della prima direttiva, la domanda che l’organo dell’accusa richiede sia posta da parte del Collegio procedente appare sostanzialmente irrilevante e priva di significato nella vicenda in questione: ed infatti richiedere alla Corte se la normativa introdotta con il D.L.vo 61/2002 dal legislatore italiano sia idonea ed adeguata a sanzionare i fatti di falso in bilancio in ordine ai quali il procedimento fosse in corso alla data di entrata in vigore del decreto medesimo, significa, senza possibilità di dubbio, farsi rispondere di sì, nella misura in cui la Corte verifichi che nel coacervo delle norme in esame vi sia proprio quella di cui all’art. 5 del D.L.vo in parola, e cioè la norma transitoria che consente, a chi non doveva farlo prima, di proporre querela nei confronti dei soggetti autori di falsi in bilancio che abbiano arrecato un danno patrimoniale ai terzi qualificati; in breve, non vi è dubbio che prevedere da parte del legislatore italiano una norma transitoria come quella suindicata, costituisce un esercizio dovuto di correttezza istituzionale e costituzionale nel momento in cui equipara i comportamenti commessi prima della emanazione della norma con quelli commessi posteriormente. Né altro poteva fare il legislatore, a pena di incorrere, questa volta certamente, nella violazione dell’art. 3 della Costituzione o dell’art 25 della stessa. In questo senso l’inadeguatezza della normativa di cui il PM chiede il confronto con la direttiva comunitaria non è sicuramente quella di cui al novellato art. 2622 c.c.e 5 D.L.vo 61/2002, per quel che concerne il trattamento dei reati commessi prima della emanazione del D.L.vo, ma, con ogni evidenza, quella che si ricava dal combinato disposto tra gli artt. 2621 e 2622 della citata legge, nella misura in cui, in presenza di falso in bilancio non causativo di danno ovvero causativo di danno ma non procedibile per carenza di querela, prevede una pena detentiva di un anno e sei mesi di arresto, e cioè una pena contravvenzionale di risibile portata e significato.
- In questo senso la presenza della querela rileva non per la sua necessità procedurale collegabile a reati già commessi (che, a questo riguardo, ripara la presenza del citato art. 5 D.L.vo 61/2002), ma, ex adverso, in relazione alla sua possibile mancanza e quindi alla ricaduta dei comportamenti colpevoli nell’ambito della violazione prevista dall’art. 2621 c.c.
- In estrema sintesi quella che appare “prima et secunda facie” inadeguata nella indicata normativa è la pena edittale prevista nell’art. 2621 c.c., sia che si guardi il reato “ex se”, e cioè come semplice falso in bilancio non causativo di danno patrimoniale, sia che lo si guardi (ed è il caso in esame) come reato di riserva rispetto a quello previsto dall’art.2622 c.c. nel momento in cui, pur in presenza di un danno, magari grave a livello patrimoniale, la carenza della querela comporti la ricaduta dei comportamenti colpevoli nella violazione “meno grave” di cui al citato art. 2621 c.c..
- Pertanto nel momento in cui questo Collegio ritenga possibile ed utile l’invio degli atti alla Corte di Giustizia per la risoluzione della questione citata, lo farà per sottoporre alla stessa una valutazione di adeguatezza dell’intero combinato disposto fra le norme di cui ai novellati artt. 2621 e 2622 c.c. e 5 D.L.vo 61/2002, non limitando la questione alla sola domanda posta dal PM, che deve ritenersi limitativa ed insufficiente per chiarire l’argomento in esame.

A questo punto, e conseguentemente a quanto affermato nel corso della presente trattazione, va affrontata e risolta la questione fondamentale che la eccezione del PM ha posto nel caso in esame (sebbene, a parere di questo Collegio, non cogliendo in maniera precisa l’oggetto principale del problema), e cioè:
- la possibilità e l’opportunità di rivolgersi alla Corte di Giustizia della CE, ai sensi dell’art. 234 ( già 177) del Trattato istitutivo della comunità, ai fini di richiedere, in via incidentale, una sentenza interpretativa dell’art. 6 della direttiva 68/151, consentendo alla stessa Corte un intervento sulla legislazione penale di uno stato membro;
- nella misura in cui si dia una risposta positiva alla prima questione: quali domande porre alla Corte stessa in modo tale da chiarire, in via obbligatoria per le parti in causa, l’oggetto della controversia, e cioè il rapporto tra il contenuto del suddetto articolo 6 e le norme del D.L.vo in esame.
In via di principio sia la dottrina più attenta ai rapporti tra diritto comunitario e diritto penale, sia la costante (sebbene non numerosa) giurisprudenza della Corte di Giustizia sull’argomento (di cui in seguito) hanno ritenuto e ritengono che una “competenza penale comunitaria” abbia assoluto diritto di cittadinanza sia nel nostro che negli altri paesi che aderiscono alla CE.
Ed infatti, partendo dal condiviso presupposto della preminenza del diritto comunitario su quello nazionale (vedi sentenze Corte Costituzionale n.170 del 1984, n.113 del 1985, n.168 del 1991 con la quale è stata riconosciuta l’efficacia diretta delle direttive comunitarie nell’ambito dell’ordinamento nazionale), la Corte di Giustizia ha più volte riconosciuto la propria competenza ad occuparsi di materie che riguardino un ambito legislativo di tipo processualpenalistico.
Si vedano, in tal senso, la sentenza del 21 marzo 1972, 82/71 caso S.A.I.L. (secondo la Corte “l’efficacia del diritto comunitario non può variare a seconda dei diversi settori del diritto nazionale nei quali esso può spiegare effetti”), la sentenza 21 settembre 1989 , 68/88 nella causa detta del” mais greco” ( nella quale la Corte ha chiaramente riconosciuto , sulla base dell’art. 5 T.CE, l’obbligo per gli Stati, ivi compresi i relativi organi, di perseguire con concreta adeguatezza sotto il profilo sostanziale e procedurale, le violazioni del diritto comunitario “in termini analoghi a quelli previsti per le violazioni del diritto interno simili per natura ed importanza” e comunque in termini tali “ da conferire alla sanzione un carattere di effettività, di proporzionalità, e di capacità dissuasiva”), la sentenza 13 luglio 1990 ,2/88 nell’affare Zwartveld (nella quale la Corte ha ribadito che l’art. 5 T.C.E. obbliga “gli Stati membri ad adottare tutte le misure atte a garantire, se necessario anche penalmente, la portata e l’efficacia del diritto comunitario”) la sentenza 10 aprile 1984 ,14/83 caso Von Colson/Land (dalla quale si desume che il diritto comunitario preclude la previsione e la irrogazione di pene sproporzionate per difetto, tanto che la Corte ha obbligato i giudici nazionali a trovare nel proprio ordinamento sanzioni “non simboliche” per le violazioni attinenti all’ambito comunitario), la sentenza del 10 luglio 1990, 326/88, nel caso Hansen & Son (nella quale la Corte è intervenuta nella valutazione di proporzionalità di un’ammenda comminata in una causa relativa ad infortunio sul lavoro) ed infine la sentenza del 4.12.97 n.97/96, nel caso Dahiatsu che ha già formato oggetto di analisi nel corso della presente trattazione.
Sulla base di quanto fin qui esposto può quindi dirsi con ragionevole certezza che esiste un nesso di dipendenza del diritto penale nazionale dal diritto penale comunitario, seguendo il filo indicato dal principio di cui al citato art. 5 del T.C.E.: la Corte di Giustizia ( come si è cercato di dimostrare) ha evidenziato più di una volta di poter esercitare un esplicito sindacato sia sull’attribuzione (o non attribuzione) da parte dello Stato membro del carattere penale ad una certa fattispecie, sia sulla tecnica di incriminazione, sia sui livelli di pena.
In questo senso non può, a parere di questo Collegio, dubitarsi che lo Stato membro della CE non sia più del tutto “libero” nella scelta dei mezzi sanzionatori che esso ritiene adeguati nel prevenire o colpire una certa fattispecie penale, dovendo la sua libertà fare i conti con delle esigenze sovranazionali trasfuse negli atti degli organi a ciò preposti.
Pertanto, una volta che lo Stato nazionale abbia emanato una norma che assicuri una tutela al bene o al diritto comunitario in questione, non vi è dubbio che l’adeguatezza di tale tutela debba poter essere sindacabile da parte degli organi di giustizia preposti a tale valutazione, e cioè, nel caso, da parte della Corte di Giustizia, ovvero anche da parte dei singoli giudici nazionali chiamati ad operare, ex art. 5 del Trattato, come organi obbligati alla solidarietà comunitaria.
Per questi motivi non sembra dubitabile che la norma penale non possa sfuggire al dominio comunitario, non solo per la parte precettiva, ma anche per quella più prettamente sanzionatoria: per cui la risposta che questo Collegio deve darsi alla prima questione proposta (se cioè sia possibile rivolgersi alla Corte di Giustizia per chiedere di interpretare una norma che rientri in un ambito penalistico) è certamente positiva.
In questo senso va rammentato che rivolgersi, da parte del giudice procedente, alla Corte di Giustizia ex art.234 (già 177) Trattato CE, affinchè risolva, in via incidentale, una questione di interpretazione di un qualsiasi atto compiuto da una delle istituzioni della Comunità, è attività non obbligatoria nel momento in cui, come nel caso in esame, non si tratti di un giudice di ultima istanza; ma, come insegna la copiosa giurisprudenza della Corte, in casi di difficile o ambigua interpretazione di diritto comunitario (che cioè non abbiano costituito un oggetto di interpretazione univoca e costante da parte dei giudici comunitari- sentenza 6 ottobre 1982, caso CILFIT) il ricorso ex art.234 ( già 177) Trattato CE diventa certamente opportuno e consigliabile ai fini di ottenere una interpretazione autoritativa che risolva senza margini di dubbio il caso sottoposto alla valutazione del giudice procedente.
Il caso in esame, sia per la complessità della questione esaminata, sia per le sue eventuali ricadute in termini di illegittimità costituzionale di norme penali incriminatrici, sia per la mancanza di precedenti univocamente interpretativi della norma in questione, appare senza dubbio un caso da sottoporre alla valutazione della Corte.
Sembra, in definitiva, necessario al Collegio procedente, prima di continuare l’iter procedurale nella vicenda in questione, chiedere alla Corte di Giustizia la corretta interpretazione dell’art. 6 della Direttiva 68/151 CEE e, in particolare, se tale interpretazione confligga con le norme di cui al D.L.vo 61 /2002, anche e soprattutto alla luce degli obblighi previsti dall’art. 5 del Trattato CEE incombenti nei confronti degli Stati membri e dei propri organi di giustizia.
Pertanto, tirando le somme di tutte le argomentazioni fin qui spese, questo Collegio ritiene necessario rivolgersi ex art.234 ( già 177) Trattato CEE alla Corte di Giustizia della Comunità Europee, affinchè risponda in via incidentale ai seguenti quesiti interpretativi:
- Se l’art. 6 della direttiva 68/151 (prima direttiva) CEE possa essere inteso nel senso di obbligare gli Stati membri a stabilire adeguate sanzioni non solo per la mancata pubblicità del bilancio e del conto profitti e perdite delle società commerciali, ma anche per la falsificazione dello stesso, delle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, o di qualsiasi informazione sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria che la società abbia obbligo di fornire sulla società stessa o sul gruppo alla quale essa appartiene.
- Se, anche ai sensi dell’art. 5 del Trattato CEE, il concetto di “adeguatezza” della sanzione debba essere inteso in modo concretamente valutabile nell’ambito normativo (sia penale che procedurale) del paese membro, e cioè come sanzione “efficace, effettiva, realmente dissuasiva”.
- Se, infine, tali caratteristiche siano riscontrabili nel combinato disposto dei novellati artt. 2621 c.c., 2622 c.c. così modificati dal D.L.vo emanato dallo Stato Italiano l’11 aprile 2002 n.61: in particolare se possa definirsi “efficacemente dissuasiva” e “concretamente adeguata” la norma che prevede (all’art. 2621 c.c. citato) per i reati di falso in bilancio non causativi di danno patrimoniale ovvero causativi di danno ma ritenuti improcedibili ex art. 2622 c.c. per carenza di querela, una pena contravvenzionale di anni 1 e mesi 6 di arresto; se, infine, risulti adeguato prevedere, per i reati previsti dal primo comma dell’art. 2622 c.c. (e cioè commessi nell’ambito di società commerciali non quotate in Borsa) una procedibilità a querela di parte (e cioè a querela di soci e di creditori) anche in relazione alla concreta tutela del bene collettivo della “trasparenza” del mercato societario sotto il profilo della possibile estensione comunitaria dello stesso.
Questo Collegio sa che la Corte, chiamata a rispondere ex art.234 (già 177) Trattato CEE, non è formalmente competente ad interpretare il diritto nazionale né a pronunciarsi sulla validità dello stesso, ma sa anche che, sempre sulla base di costante giurisprudenza della Corte medesima ( si veda, per es. sentenza 26 gennaio 1990, 286/88, Caso Falciola/ Comune di Pavia), la stessa può fornire al giudice interno elementi interpretativi del diritto comunitario che consentano al giudice di pronunciarsi (o di chiedere che la Corte Costituzionale si pronunci) in merito alla compatibilità di leggi nazionali con il diritto comunitario interpretato.
In questo senso, e per queste ragioni, si ritiene opportuno che la Corte possa e debba avere una piena conoscenza della vicenda in esame, e pertanto si dispone la trasmissione alla stessa degli atti processuali in questione.

P.Q.M.

Visto l’art.234 ( già art.177) del Trattato istitutivo della Comunità Europea, questo Collegio procedente, ritenendo necessaria, ai fini della decisione nella vicenda sottoposta al suo giudizio, una pronuncia pregiudiziale della Corte di Giustizia delle Comunità Europee in merito alla interpretazione dell’art.6 della Prima Direttiva n.68/151 del Consiglio del 9.3.1968 e dell’art.5 del Trattato CEE in relazione agli artt. 2621 c.c. e 2622 c.c. così come introdotti nella normativa italiana dal D.L.vo 11 aprile 2002 n.61,

rimette

alla Corte di Giustizia delle C.E. le questioni relative alla interpretazione delle norme e dei principi di diritto comunitario sopracitati, chiedendo di rispondere alle seguenti domande:
- Se l’art.6 della direttiva 68/151 ( prima direttiva) CEE possa essere inteso nel senso di obbligare gli Stati membri a stabilire adeguate sanzioni non solo per la mancata pubblicità del bilancio e del conto profitti e perdite delle società commerciali, ma anche per la falsificazione dello stesso , delle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico , o di qualsiasi informazione sulla situazione economica , patrimoniale o finanziaria che la società abbia obbligo di fornire sulla società stessa o sul gruppo alla quale essa appartiene.
- Se , anche ai sensi dell’art.5 del Trattato CEE, il concetto di “adeguatezza” della sanzione debba essere inteso in modo concretamente valutabile nell’ambito normativo ( sia penale che procedurale) del paese membro, e cioè come sanzione “efficace, effettiva, realmente dissuasiva”.
- Se, infine, tali caratteristiche siano riscontrabili nel combinato disposto dei novellati artt.2621 c.c., 2622 c.c. così modificati dal D.L.emanato dallo Stato Italiano l’ 11 aprile 2002 n.61 : in particolare se possa definirsi “efficacemente dissuasiva “ e “concretamente adeguata” la norma che prevede ( all’art.2621 c.c. citato) per i reati di falso in bilancio non causativi di danno patrimoniale ovvero causativi di danno ma ritenuti improcedibili ex art.2622 c.c. per carenza di querela, una pena contravvenzionale di anni 1 e mesi 6 di arresto ; se, infine, risulti adeguato prevedere , per i reati previsti dal primo comma dell’art.2622 c.c. ( e cioè commessi nell’ambito di società commerciali non quotate in Borsa) una procedibilità a querela di parte ( e cioè a querela di soci e di creditori) anche in relazione alla concreta tutela del bene collettivo della “trasparenza” del mercato societario sotto il profilo della possibile estensione comunitaria dello stesso.
Sospende, conseguentemente, il presente procedimento (limitatamente alle imputazioni di cui all’art.2622 c.c. così come separate con ordinanza in pari data di cui al verbale dell’odierna udienza) e manda alla Cancelleria di questa IV sezione del Tribunale di Milano di trasmettere la presente ordinanza e gli atti allegati alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee.

Milano 29 ottobre 2002

Il Presidente

I giudici

Allegati:
- copia eccezione di legittimità costituzionale del PM di Milano del 24.9.02 ed atti alla stessa allegati;
- copia verbali udienze 24 settembre e 29 ottobre 2002 dinanzi a questa sezione del Tribunale di Milano;
- copia decreto che dispone il giudizio del GIP di Milano ;
- copia capi di imputazione modificati dal PM nell’udienza del 14 maggio 2002;
- copia D.L.vo 11 aprile 2002 n.61.

 

 INDIETRO