Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Cass. Pen. – 2^ Sez. Sent. 21 novembre -18 dicembre 2002, n. 42851

Osserva

 

Con ordinanza del 7 febbraio 2002, il Tribunale di Reggio Calabria ha respinto l’istanza di riesame proposta da B P avverso l’ordinanza applicativa della misura della custodia cautelare in carcere disposta dal locale G.i.p. il 17 gennaio 2002. Il tribunale del riesame, dopo aver rammentato che l’ordinanza custodiale era stata emessa per i reati di tentata estorsione aggravata a norma dell’articolo 7 del decreto legge 152/91 a seguito ed essenzialmente in rapporto alle dichiarazioni rese dalla parte offesa P G, imprenditore reggino nel settore florovivaistico, vittima di richieste estorsive di esponenti della criminalità organizzata, ha sottolineato gli elementi atti a corroborare l’esistenza di un congruo corredo indiziario, alla luce della delibata attendibilità delle dichiarazioni accusatorie, vuoi in considerazione della credibilità intrinseca della fonte di prova – già appartenente, per discendenza e storia familiare, al medesimo ambiente criminale che peraltro aveva inteso ripudiare, pagandone il conseguente “prezzo” – vuoi alla stregua dei riscontri emersi dalle indagini. Quanto alla posizione dell’indagato, il tribunale sottolinea che il medesimo è chiamato a rispondere di un tentativo di estorsione ai danni del P in relazione alla fornitura e messa a dimore di piante e verde urbano nel Comune di Villa San Giovanni. In ordine alle doglianze svolte dalla difesa, l’organo del riesame contesta la validità della tesi secondo la quale le dichiarazioni del P sarebbero inutilizzabili per assenza del “verbale riassuntivo” di cui alla legge 45/2001, trattandosi di disciplina riferibile ai collaboratori di giustizia e non ai testimoni, mentre si reputa del pari infondata – al fine di dedurre la inattendibilità della fonte – la circostanza che i lavori sarebbero stati interrotti per motivi tecnici (e non a causa delle richieste estorsive), giacché sarebbe possibile una interpretazione della vicenda compatibile con la versione offerta dal P. Si indicano, poi, gli elementi sulla cui base sarebbero stati conseguiti alle dichiarazioni della parte offesa (ricognizione fotografica e individuazione della officina e del bar descritti dal P come teatro degli incontri).
Avverso tale ordinanza propongono ricorso per cassazione i difensori dell’indagato, deducendo vari motivi di gravame. Si lamenta, anzitutto, violazione di legge e vizio di motivazione in rapporto alla circostanza che il tribunale avrebbe omesso di valutare l’attendibilità del P nella doppia veste di parte offesa e testimone di giustizia; situazione, questa, che renderebbe la sua posizione non lontana dai soggetti contemplati dall’articolo 192, comma 3 del codice di rito. Si prospetta, inoltre, violazione di legge, in riferimento all’articolo 16quater del decreto legge 8/1991, come introdotto dalla legge 45/2001, osservandosi che – contrariamente all’assunto del tribunale – il verbale illustrativo della collaborazione, di cui alla citata disposizione, non riguarda soltanto il collaboratore ma anche il testimone di giustizia, con la conseguenza che, in mancanza di esso, non è possibile controllare il rispetto del termine di 180 giorni, la cui violazione comporta l’inutilizzabilità delle dichiarazioni. In altro atto di ricorso si lamenta, poi, manifesta illogicità della motivazione, in quanto nell’impugnata ordinanza si sarebbero svilite le contraddizioni e le incongruenze evidenziate dalla difesa, basandosi su una lettura di mera compatibilità delle emergenze rispetto alla ricostruzione offerta dall’accusa. Si lamenta, infine, illogicità della motivazione nella parte in cui il giudice del riesame non avrebbe tenuto conto delle prospettazioni difensive in ordine alla insussistenza delle esigenze cautelari.


Il ricorso è infondato.

A proposito delle doglianze che prospettano l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e che mirano a contestare la idoneità e la coerenza del tessuto motivazionale sul quale si base l’ordinanza impugnata, occorre, infatti, preliminarmente ribadire che, in tema di difetto di motivazione – ampiamente evocato, in termini peraltro generici e con nutrite digressioni in fatto, negli atti di ricorso – il sindacato di legittimità sulla motivazione del provvedimento impugnato deve essere limitato alla verifica di un logico apparato argomentativi, sicché il vizio logico della motivazione, anche sotto il profilo del travisamento del fatto, deve essere riscontrato tra le diverse proposizioni contenute nel testo della motivazione stessa, senza alcuna possibilità di ricorrere al controllo delle risultanze processuali. Non è infatti consentito al giudice della legittimità compiere una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata in via esclusiva al giudice di merito, per sovrapporre a quest’ultima la propria valutazione in ordine alla affidabilità delle fonti di prova e la propria interpretazione delle risultanze processuali (cfr., fra le tante e da ultimo, pertanto, è quello di stabilire se il giudice del merito abbia esaminato tutti gli elementi a sua disposizione, se abbia fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbia esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (Cassazione, sezione sesta, 6 giugno 2002, Ragusa). Alla luce di tali principi, ne deriva l’inconsistenza delle censure proposte, giacché i giudici del merito, con apparto argomentativi congruo sul piano dell’approfondimento delle tematiche coinvolte dell’oggetto del riesame, e al tempo stesso privo di significativi arresti circa la coerenza dello sviluppo logico-deduttivo, hanno puntualmente scandagliato l’attendibilità del dichiarante e la adeguatezza del corredo indiziario raccolto a carico del ricorrente, evocando, per ciascuno dei profili posti a fondamento della decisione, i singoli e convergenti spunti di verifica ed il parimenti convergente quadro d’assieme nel quale gli episodi specifici si sono venuti ad iscrivere. Il tribunale del riesame ha infatti analiticamente passato in rassegna le diverse circostanze ascritte in via di accusa all’indagato, direttamente coinvolto nelle vicende dalle dichiarazioni rese dalla parte offesa, dando atto dei plurimi e significativi elementi di verifica che quelle dichiarazioni avevano sortito all’esito delle pertinenti indagini. Elementi tra i quali l’ordinanza impugnata in particolare rammenta il riconoscimento fotografico operato dal P, i concordanti riferimenti di altra persona che, nel medesimo periodo aveva subito una estorsione ad opera di soggetti vicini all’area di appartenenza dell’indagato, i riscontrati riferimenti a persone e luoghi contenuti nel racconto del P, il generale clima – riguardante anche il coinvolgimento di altre posizioni – nel quale i fatti sono venuti a maturare e si sono sviluppati. In tale contesto, si presenta del tutto appagante la ricostruzione logica – insistentemente contestata in uno degli atti di ricorso – secondo la quale l’interruzione “per motivi squisitamente tecnici” dei lavori effettuati per il Comune di Villa San Giovanni, si presentasse come del tutto compatibile con le dichiarazioni rese dal P trattandosi di piani – l’uno burocratico amministrativo, e l’altro, necessariamente occulto e sottostante – fra loro del tutto indipendenti e, dunque, privi di effettiva alternativa. A fronte di tale adeguata struttura motivazionale, le censure del ricorrente si limitano dunque, a ben guardare, a contrastare esclusivamente sul terreno del merito la decisione impugnata, deducendo circostanze di fatto prive di risalto nella presente sede e per di più in sé inidonee ad incrinare la coerenza intrinseca dell’iter logico seguito dai giudici del riesame e posto, poi, a rigoroso fondamento della ordinanza impugnata:
Neppure fondato è l’ulteriore rilievo secondo il quale, rivestendo il P la duplice veste di persona offesa e di testimone di giustizia, e dovendo in tale ultima qualità assegnarsi alle relative dichiarazioni lo specifico carattere di “attendibilità” postulato dall’articolo 16bis del decreto legge 8/1991, come introdotto ad opera della legge 45/2001, ne deriverebbe una sorta di rafforzamento delle esigenze di controllo esterno di quelle stesse dichiarazioni, al punto che – sottolinea il ricorrente – una siffatta delibazione verrebbe a collocarsi “a ridosso delle mura” dei rigorosi parametri di valutazione delineati dall’articolo 192, comma 3, Cpp. Donde la censura di violazione di legge e di vizio di motivazione, non essendosi i giudici del riesame attenuti a tale canone di apprezzamento. L’assunto è pero fallace. Il “carattere di attendibilità” postulato dalla richiamata disposizione, attiene, infatti, non ad una qualità soggettiva del dichiarante, né, comunque, ad un giudizio processualmente significativo, ma unicamente ad un sindacato di natura tipicamente amministrativa, destinato a verificare la sussistenza dei presupposti per l’applicazione delle speciali misure di protezione in favore della neonata figura dei “testimoni di giustizia”, alla quale è dedicato lo specifico capo IIbis, del decreto legge 8/1991, introdotto dalla già citata legge 45/2001. ove così non fosse, d’altra parte, allora sì che verrebbe a realizzarsi quella eterogenesi dei fini che il ricorrente fa mostra di denunciare, giacché l’identica fonte di prova verrebbe assoggettata a criteri di valutazione differenziati, a seconda del fattore – davvero eccentrico ai fini che qui interessano – rappresentato dalla maggiore o minore “pericolosità”, per quella stessa fonte, delle dichiarazioni che il soggetto ha l’obbligo (quale testimone) di rendere.
Ugualmente infondata è anche l’ultima censura, secondo la quale la mancanza del verbale illustrativo di cui all’articolo 16quater del decreto legge 8/1991, escluderebbe la possibilità di controllare il rispetto del termine di 180 giorni per la raccolta delle dichiarazioni; termine, questo, la cui violazione, a norma del comma 9 dello stesso articolo, comporterebbe la radicale inutilizzabilità delle dichiarazioni del testimone di giustizia. Sottolinea al riguardo il ricorrente, come, contrariamente all’assunto del tribunale del riesame, il verbale in questione debba ritenersi obbligatorio anche per i testimoni di giustizia, stante l’univoco tenore del comma 2 del richiamato articolo: tale disposizione, infatti, nell’escludere che le informazioni relative alla individuazione del denaro, dei beni e delle altre utilità di cui al comma 1 debbano essere richieste ai testimoni di giustizia, evidentemente presuppone – facendo riferimento, anche per tale categoria di soggetti, alla “volontà di collaborare” – che pure per costoro sia prevista la raccolta delle relative dichiarazioni nello specifico verbale prescritto dalla norma. L’assunto è fallace, perché isola un dato letterale dal complessivo contesto della norma, senza farsi carico di perscrutare l’assetto sistematico delle nuove previsioni e l’intima ratio che le sostiene, in contrasto, dunque, con uno dei più tradizionali principi dell’ermeneutica giuridica (incivile est, nisi tota lege perspecta, una aliqua particula eius proposita iudicare vel rispondere: d. 1, 3, 24). Le disposizioni dettate dalla legge 45/2001, infatti, sono univoche nel distinguere nettamente fra loro le figure del “collaboratore di giustizia” da quella del “testimone di giustizia”: e ciò, non solo sul piano nominalistico (il che, a ben guardare, ha pure un suo etereo significato ai fini della individuazione della voluntas legis) ma, anche e soprattutto, a proposito del regime positivo che specificamente le riguarda. Già sul piano sistematico, infatti, traspare evidente la scelta di dedicare ai collaboratori un capo, per così dire, generale (il capo II del decreto legge 8/1991), distinto dalle “Norme per la protezione dei testimoni di giustizia”, inserite nel capo IIbis; prevedendosi, poi, per costoro la specifica denominazione di testimoni di giustizia, “ai fini del presente decreto” (articolo 16bis, comma 1), ne deriva che le disposizioni dettate per i collaboratori devono ritenersi in linea di principio estensibili ai testimoni soltanto in virtù di un espresso richiamo. Quanto, poi, alle rispettive discipline, basterà poco per avvedersi delle forti divergenze che le caratterizzano. A norma dell’articolo 9 del decreto legge 8/1991, infatti, ai fini della applicabilità delle speciali misure di protezione, è necessario, anzitutto, che “le condotte di collaborazione” riguardino “delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale ovvero ricompresi fra quelli di ci all’articolo 51, comma 3bis, del Cpp”; una limitazione, questa, particolarmente significativa, perché destinata a rimarcare la ragione del “pericolo” (vedi, anche, il comma 6) e lo speciale risalto “pubblico” del contributo collaborativi, che, al contrario, non è tipico dei testimoni di giustizia, posto che per questi ultimi le dichiarazioni possono riferirsi anche a delitti diversi da quelli innanzi indicati (vedi articolo 16bis, comma 2). Inoltre, per i collaboratori è previsto che le relative dichiarazioni devono presentare, non soltanto “carattere di intrinseca attendibilità”, ma “devono altresì avere carattere di novità o di completezza o per altri elementi devono apparire di notevole importanza per lo sviluppo delle indagini o ai fini del giudizio ovvero per le attività di investigazione sulle connotazioni strutturali, le dotazioni di armi, esplosivi o beni, le articolazioni e i collegamenti interni o internazionali delle organizzazioni criminali di tipo mafioso o terroristico-eversivo o sugli obiettivi, le finalità e le modalità operative di dette organizzazioni”. Un caleidoscopio, dunque di contributi informativi ad altra denotazione qualitativa, che evidentemente rende la posizione del collaboratore del tutto peculiare nella economia delle scelte legislative, e, dunque, per un verso da preservare, ma anche – e sotto l’opposto versante – da “responsabilizzare” adeguatamente, attraverso un “pacchetto” di misure a connotazioni “sanzionatorie”. Non è un caso, quindi, che la disciplina del verbale, evocate dal ricorrente, sia iscritta nell’articolo 16quater, a sua volta inserito nel capo IIter, significativamente dedicato, appunto alle “Nuove norme per il trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia”. Nulla di tutto ciò è invece previsto per i testimoni di giustizia, posto che, a norma dell’articolo 16bis, le relative dichiarazioni devono presentare esclusivamente il “carattere di attendibilità” (e non, si badi, di carattere di “intrinseca” attendibilità richiesto per i collaboratori), ma non anche gli altri requisiti che, nei termini rigorosi di cui si è detto, qualificano, invece, le dichiarazioni dei collaboratori. Ma se così è, ne deriva, allora, che non avrebbe alcun senso imporre la redazione di un apposito “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione”, entro un termine la cui inosservanza renderebbe inutilizzabili le dichiarazioni, ove tali dichiarazioni riguardassero (come per il testimone di giustizia) reati “comuni”, e fossero del tutto prive dei caratteri della “novità”, “completezza”, “importanza”, per le indagini il giudizio o le investigazioni relative ai gravi “fatti” enunciati nell’articolo 9, comma 3, con la conseguenza che il verbale di che trattasi non può che ritenersi riferito ai soli soggetti cui esso testualmente si rivolge: appunto, ai “collaboratori”. D’altra parte, la circostanza che il comma 9 del più volte citato articolo 16quater stabilisca che le dichiarazioni rese oltre il termine dei 180 giorni non possono essere valutate ai fini della prova dei fatti in esse affermati “contro le persone diverse dal dichiarante”, sta evidentemente a significare che una simile sanzione processuale (e le correlative prescrizioni che essa presuppone) non possano che riferirsi a soggetti diversi dal testimone di giustizia, giacché per costoro non può certo residua una utilizzabilità contra se delle relative dichiarazioni.
Alla stregua dei riferiti rilievi il ricorso deve pertanto essere respinto, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.


PQM


Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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