Avv. Antonio  Zecca

Studio Legale

 

 

Cass. Pen.  Sezione quinta Sent. 21 gennaio - 23 aprile 2004, n. 19106
 

Osserva

 

Con l’impugnata ordinanza la Corte di appello di Reggio Calabria, in qualità di giudice dell’esecuzione, ha rigettato l’istanza di C.P. diretta ad ottenere:
a) l’assorbimento della sentenza penale straniera (Tribunale di Stoccarda dell’8 dicembre 1995), riconosciuta in Italia con sentenza 5 dicembre 2002, in quella resa dalla medesima Corte calabrese il 3 febbraio 1999, entrambe di condanna, sul rilievo che quest’ultima aveva pronunziato “sullo stesso fatto”: con conseguente detrazione dalla pena inflitta con la decisione 3 febbraio 1999 del periodo di detenzione già sofferta in Germania;

b) in subordine, il riconoscimento della continuazione, con rideterminazione della pena e detrazione dalla sanzione risultante dei tre anni di reclusine scontati all’estero.

Ricorre per cassazione il difensore con scritto illustrato da successive memorie, denunciando violazione dell’articolo 12 comma 1 n. 1 Cp in relazione agli articoli 730, 738, 671 e 648 Cpp e violazione del principio del ne bis in idem in riferimento sia all’articolo 649 che all’articolo 738 Cpp.

Rileva il collegio che il profilo di doglianza attinente alla denegata continuazione non merita adesione.

Deve, invero, qui ribadirsi il principio, cui si è uniformato il giudice a quo, per il quale non è applicabile in executivis, previo riconoscimento della relativa sentenza penale straniera, la continuazione tra reato giudicato in Italia e  reato giudicato all’estero, atteso che il riconoscimento produce nell’ordinamento nazionale i soli effetti indicati nell’articolo 12 Cp tra i quali non è compreso, neanche sub specie di effetto penale della condanna contemplato dal primo comma n. 1, di tale disposizione, il regime del reato continuato che presuppone un giudizio di merito e, quindi, il riferimento a categorie di diritto sostanziale (reati e pene) che si qualificano soltanto in ragione del diritto interno.
Il principio è conforme agli approdi della giurisprudenza di questa Corte  ( Sezione prima, 4 novembre 2003, Colombani; 29 settembre 2000, Rasella; 7 marzo 1996, Avogadro) ed a quanto ritenuto dalla Corte costituzionale nell’ordinanza 72/1997,  che ha escluso l’illegittimità dell’articolo 12 Cp, così interpretato, per violazione degli articoli 2 e 24 della Carta fondamentale.

Sono fondate invece, per quanto di ragione, le censure che fanno leva sul “medesimo fatto”.
In effetti, analizzando i fatti oggetto del processo celebratosi in Italia e di quello davanti all’autorità giudiziaria straniera, la Corte calabrese rileva che in Germania C.P. è stato condannato per un episodio (importazione di cocaina da Panama  verso la Germania), compreso fra quelli per cui è stato successivamente condannato in Italia.

Cionondimeno ritiene che tale circostanza non è idonea a condurre alle conseguenze invocate dall’istante, perché nessuna norma prevede “l’assorbimento” richiesto e,  men che meno, la detrazione dalla pena espianda in Italia della parte sofferta all’estero.
Quest’ultima asserzione non è esatta.

Innanzitutto trascura il principio del ne bis in idem internazionale in forza del quale non soltanto non può (più) procedersi in Italia nei confronti di una persona che sia stata definitivamente condannata o assolta per lo stesso fatto in uno stato europeo  (v. articolo 54 della Convenzione di Schengen di cui alla legge 388/93; ma anche articolo 1 legge 350/89 che recepisce la Convenzione di Bruxelles 25 luglio 1987);  ma,  se un nuovo procedimento è ciononostante instaurato, ogni periodo di privazione della libertà già scontato in un paese deve essere detratto dalla pena che sarà inflitta successivamente (v., rispettivamente, articoli 56 e 3 delle Convenzioni sopra menzionate). Va detto che se dubbi possono avanzarsi sulla vigenza in Italia della Convenzione di Bruxelles, di sicuro così non è per l’Accordo di Schengen, in vigore nel nostro paese dal 27 ottobre 1997: cfr., sul punto, Cassazione, Sezione prima, 2 dicembre 1998, Nocera).

Ma elude anche ben precise norme di diritto interno più precisamente quelle che regolano la materia della pluralità di sentenze per il medesimo fatto, di cui all’art. 669 Cpp con riferimento al disposto dell’articolo 738 c. 1 Cpp, espressamente richiamato in ricorso, e, soprattutto, a quello dell’articolo 138 Cp, davvero risolutivo della vicenda in esame, che impone sempre (così si esprime la norma) lo scomputo della pena sofferta all’estero per lo stesso fatto, proprio al fine di attenuare le rigorose conseguenze dell’articolo 11 Cp sul rinnovamento del giudizio.

Ne consegue che nel caso concreto, una volta accertata l’identità del fatto, dove vasi procedere – senz’altro e a prescindere quindi anche da qualsiasi implicazione derivante dall’avvenuto riconoscimento della sentenza penale straniera – allo scomputo di cui si è detto. Ciò che il giudice a quo dovrà fare in sede di rinvio, attraverso la determinazione della pena inflitta in Italia al C. per quell’episodio ex articolo 73 legge stup., sopra riportato, dalla quale dovrà togliersi quella corrispondente già scontata in Germania per il medesimo episodio.

 

PQM


 

La Corte annulla il provvedimento impugnato con rinvio per nuovo esame alla Corte di appello di Reggio Calabria.


 

 

 

 

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