Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Cass.Pen. – Sezione sesta  – Sent. 4 febbraio - 6 aprile 2005, n. 12836

Fatto

Con sentenza in data 7 marzo 2001, il tribunale di Roma all’esito di giudizio abbreviato, condannava Q., con le attenuanti generiche, alla pena di mesi dieci di reclusione, in quanto responsabile del delitto di cui agli articoli 81 cpv, 314 cpv Cp, in quanto, quale Presidente del tribunale militare di Roma, ripetutamente utilizzava l’auto di servizio ed il relativo autista, anche in ore serali, per esigenze di natura privata, facendone un uso momentaneo, allo scopo di farsi accompagnare, in periodi concomitanti la ristrutturazione dell’appartamento di proprietà in Via ..... , presso il suddetto appartamento, ovvero in diversi esercizi commerciali per l’acquisto di materiale necessario alla detta ristrutturazione (maioliche, marmi, porte blindate, infissi in alluminio).

In particolare, verso la metà del dicembre 1997, si faceva accompagnare dall’aviere autista MS, a tarda ora, dalla sua abitazione di via...in un negozio di marmi in Via...;
in data 28 gennaio 1998, si faceva accompagnare dall’autista G A in Via..., presso negozi di marmo, in Via..., presso un negozio di materiali edili, e, a due riprese, presso la nuova casa in ristrutturazione di Via...;

in data 2 febbraio 1998, verso le ore 21, si faceva prelevare a casa dall’autista A, che lo accompagnava in via...., per motivi estranei a ragioni di ufficio, e quindi lo riportava a casa verso le ore 22,00;

in data 4 febbraio 1998, durante un periodo di congedo per malattia,si faceva accompagnare in via.... presso negozi di marmi, poi presso la stazione, e a due riprese nella casa in ristrutturazione di Via....

A seguito di impugnazione dell’imputato, la Corte d’appello di Roma, con la sentenza in epigrafe, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, riconosceva l’attenuante di cui all’articolo 62 n. 4 Cp, e riduceva la pena (sia per effetto della detta attenuante sia commisurando la pena base al minimo edittale) a mesi due e giorni venti di reclusione, sostituiti con €.3.098,00 di multa.

La Corte di merito riteneva provata la responsabilità penale dell’imputato sulla base delle dichiarazioni degli autisti S e A, dei fogli di marcia relativi alle due autovetture di servizio, da cui risultava il reiterato uso improprio dell’autovettura di servizio, in relazione a, visite effettuate presso rivendite di materiali edili finalizzate alla ristrutturazione del nuovo appartamento dell’imputato.

Ricorre per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, che con un unico motivo deduce la violazione dell’articolo 420 ter Cpp e il vizio di motivazione sul punto relativo alla violazione del diritto di difesa conseguente al mancato rinvio richiesto alla udienza del 7 marzo 2001 davanti al Tribunale in relazione al legittimo impedimento a comparire dell’imputato, affetto da sciatalgia acuta che determinava una sua /incapacità a deambulare per giorni tre, come documentato dal certificato medico in data 6 marzo 2001.

Il Tribunale aveva incongruamente ritenuto che l’imputato avrebbe potuto ovviare alla infermità “con altri mezzi di locomozione”; e la Corte di appello ha confermato tale erronea valutazione, rilevando che non risultava certificata la prescrizione di rimanere a letto, che invece era evidentemente compresa nella attestazione circa l’incapacità di deambulare e assumendo che l’imputato avrebbe potuto ovviare all’impedimento locomotorio ricorrendo a non meglio precisati “comuni mezzi offerti dalla tecnica”.

Trattandosi di invalidità di ordine generale a regime intermedio tempestivamente eccepita con l’atto di appello, da essa discendeva la nullità dell’ordinanza reiettiva e quella consequenziale del giudizio di primo e di secondo grado.

 

Diritto

 

Il ricorso appare fondato.

Nella certificazione medica in data 6 marzo 2001, esibita alla udienza del giorno successivo, si attesta che l’imputato era “affetto da sciatalgia acuta con rigor muscolare lombosacrale e incapacità a deambulare”, con prognosi di “tre giorni s.c.”
Il Tribunale rigettava la richiesta di rinvio formulata dal difensore, limitandosi a rilevare che “la patologia indicata nel certificato medico non costituisce impedimento assoluto a comparire, potendosi ovviare con altri mezzi di locomozione”.
Nell’esaminare la censura di nullità del dibattimento di primo grado, per violazione del diritto di difesa, la Corte di appello, confermava la valutazione del Tribunale, osservando che l’impedimento denunciato era “agevolmente vincibile coi comuni mezzi offerti dalla tecnica per sopperire alle esigenze di locomozione di quanti versano, temporaneamente o definitivamente, nell’impossibilità di “deambulare”; e ciò in quanto, pur essendo stata attestata “una temporanea inidoneità alla deambulazione di origine muscolare e di tipo per così dire meccanico”, non risultava certificata “né eventuale prescrizione di restare a letto ‑ men che mai immobile (…) - né eventuale inibizione di natura sanitaria a uscir di casa”.
Evidentemente i giudici di merito, dato per accertato che l’imputato non potesse deambulare, ritengono fosse suo onere procurarsi mezzi di trasporto (quali, a quanto è dato intuire, lettiga e ambulanza) idonei a che egli fosse prelevato sin dall’interno del suo appartamento, trasportato fino all’aula di udienza e, al termine di questa, ricondotto nell’abitazione.

Va sul punto osservato che l’assoluta impossibilità a comparire derivante da infermità fisica, come causa ostativa del giudizio contumaciale, non va intesa in senso esclusivamente meccanicistico, come impedimento materiale dell’imputato a fare ingresso nell’aula di udienza che sia superiore ci qualsiasi sforzo umano e che prescinda dalle condizioni psico - fisiche in cui versa il soggetto.
Se si intendesse per impossibilità a comparire la sola materiale impossibilità per l’imputato ad essere presente nel luogo ove si svolge il processo, difficilmente potrebbero ipotizzarsi situazioni nelle quali, facendosi ricorso ai “comuni mezzi offerti dalla tecnica” (per usare l’espressione contenuta nella sentenza impugnata), la sua persona non possa essere prelevata e trasportata in un’aula di giustizia.
Invece posto che la facoltà di comparire è estrinsecazione dell’esercizio del diritto di difesa, deve affermarsi che la garanzia sottesa a questo diritto comporta che l’imputato sia in grado di presenziare al processo a suo carico come parte attiva della vicenda che lo coinvolge.

Sicché, nel caso in cui sussista uno stato morboso che incida seriamente sulla salute, potrà solo esigersi che l’interessato spinga il proprio sforzo diretto a partecipare al processo sino a dove non esista una condizione psico‑fisica incompatibile con tale impegno.
Ora, la sciatalgia acuta di cui era affetto l’imputato, oltre ad aver prodotto, come attestato dalla certificazione medica, una incapacità assoluta di deambulare, è per sua natura una infermità che, secondo lo stesso portato lessicale, inevitabilmente provoca al paziente forti dolori a ogni movimento corporeo. Richiedere all’imputato che versi in tali condizioni, e che  voglia comparire all’udienza, dì impegnarsi mentalmente e materialmente per assi curarsi il tempestivo ausilio di mezzi di trasporto che sopperiscano integralmente alla sua incapacità locomotoria, e pretendere per di più che egli assista, in simili condizioni di sofferenza, allo svolgimento della udienza, va al di là di ciò che può legittimamente richiedersi a chi voglia esercitare effettivamente, con la necessaria tranquillità d’animo e capacità intellettiva, il suo diritto di difesa.

In una fattispecie quale quella qui considerata, lo sforzo che il Q. avrebbe dovuto esercitare incontrava dunque due ostacoli, che discendono da altrettanti principi fondamentali del nostro ordinamento: quello del diritto alla salute, che implica la inesigibilità di imporre al malato stress psico-fisici tali da poter aggravare le condizioni di salute o provocare sofferenze apprezzabili; quello del diritto di difesa, esplicabile solo in condizioni di lucidità mentale che non siano compromesse da patologie rilevanti.

A tale ultimo riguardo va richiamato l’insegnamento giurisprudenziale secondo cui la nozione di “intervento dell’imputato” (evocata dall’articolo 178 comma 1 lett. c) Cpp) non può essere restrittivamente intesa nel senso di mera presenza fisica nel procedimento, ma come partecipazione attiva e cosciente alla vicenda processuale dell’imputato, al quale deve garantirsi l’effettivo esercizio dei diritti e delle facoltà di cui lo stesso è titolare (Cassazione, Sezione prima, sentenza 4242/97).
In termini non dissimili, la Corte costituzionale ha avuto occasione di precisare che “la garanzia costituzionale del diritto di difesa comporta la necessità che l’imputato sia in grado non solo di essere fisicamente presente, se lo ritiene, al processo, ma anche di partecipare in modo consapevole e attivo alla vicenda processuale interloquendo con gli altri soggetti del processo medesimo, allo scopo di esercitare l’autodifesa, e di comunicare con il proprio difensore” (sentenza 39/2004; che richiama anche la sentenza 341/99).

Queste condizioni non possono ritenersi soddisfatte in una situazione di incapacità locomotoria accompagnata da una sintomatologia dolorosa quale quella riferibile alla patologia nella specie riscontrata, dal che deriva la nullità, per violazione del diritto di difesa, dell’ordinanza dichiarativa della contumacia e, conseguentemente, delle sentenze di primo e di secondo grado.

Gli atti devono pertanto essere rimessi ad altra sezione del Tribunale di Roma per nuovo giudizio.

PQM


 

annulla la sentenza impugnata nonché quella emessa dal tribunale di Roma in data 7 marzo 2001, e rinvia per il giudizio ad altra sezione del tribunale di Roma.

 

 

Cass. Pen. 2^ Sez.  Sent. 22 maggio - 9 ottobre 2002, n. 33909
 

Osserva

 

Il tribunale di Taranto - sezione distaccata di Ginosa - con sentenza in data 20.1.2000 condannava il L. alla pena come in atti per vari reati, riuniti sotto il vincolo della continuazione.

Su appello dell’imputato la Corte d’Appello di Lecce Sezione distaccata di Taranto dichiarava la nullità dell’ordinanza del tribunale di Taranto del 20.1.2000 e degli atti successivi, compresa la susseguente sentenza e rimetteva gli atti al giudice di primo grado per nuovo giudizio.

Ricorre per cassazione il Pg territoriale per erronea applicazione di legge (articolo 606, comma 1 lettera b, in relazione agli articoli 420 ter e quater Cpp).

La sentenza della Corte d’Appello ed il ricorso del Pg si incentrano su un’unica problematica che è bene mettere a fuoco.

Il L. era stato dichiarato contumace, nel giudizio di primo grado, con ordinanza emessa sotto il vigore della vecchia normativa; all’udienza del 20.1.2000 il tribunale rigettava la richiesta di rinvio dell’udienza avanzata dalla difesa per legittimo impedimento dell’imputato, sul presupposto della non valutabilità - ai fini della sospensione o del rinvio del dibattimento - del sopravvenuto impedimento a comparire dell’imputato, già dichiarato contumace alla luce degli allora vigenti articoli 486 – 487 Cpp.

La Corte d’Appello riteneva, invece, nulla tale ordinanza, sostenendo che "alla luce della nuova normativa trova applicazione l’articolo 420 ter Cpp, richiamato per il dibattimento dall’articolo 484, c.2 bis c.p.p., la cui applicazione risulta estesa al procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica dall’articolo 549 Cpp"; articolo 420 ter dal cui testo risulta soppressa l’espressione «prima udienza», con la conseguenza che la verifica dell’impedimento a comparire dovrebbe essere fatta anche successivamente alla prima udienza.

Estendeva la nullità a tutti gli atti successivi, sentenza compresa.

 

La tesi della corte di merito non pare fondata.

 

Come ha correttamente rilevato il PG ricorrente, l’art.484 Cpp rende applicabili, con il solo limite della compatibilità, al dibattimento le disposizioni degli articoli dal 420 bis al 420 quinquies c.p.p.. Nel caso di specie andava applicato l’articolo 420 quater c.p.p., che disciplina la contumacia dell’imputato, riproducendo, sostanzialmente, la precedente disposizione dell’articolo 487: al di là di mere distinzioni letterali, si deve affermare che il cardine del giudizio in contumacia resta il principio secondo cui «l’imputato, quando si procede in sua contumacia, è rappresentato dal suo difensore» (art.420 quater, c.2 c.p.p.).

La libera scelta dell’imputato di non presenziare al dibattimento configura tutto il processo in contumacia e non ha subito modificazioni con le novelle al Cpp; lo stesso imputato può volontariamente porre termine alla contumacia, ma fino a quando non ritenga di farlo egli non può essere considerato impedito medio tempore, essendo rappresentato dal difensore. Del resto lo stesso art.420 quater, comma 4, Cpp prevede casi di nullità dell’ordinanza dichiarativa di contumacia, non di ordinanze per eventi successivi a tale dichiarazione.

Queste considerazioni comportano l’accoglimento del ricorso del PG con annullamento della sentenza impugnata e rimessione degli atti alla Corte d’Appello di Lecce per nuovo giudizio.

 

P.Q.M.

 

annulla la sentenza impugnata e dispone che gli atti siano trasmessi alla Corte di Appello di Lecce per nuovo giudizio.

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