Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Cassazione Sezione - Prima Civile n. 362 del 14 gennaio 2003.

 
La domanda di riparazione per violazione del diritto ad una ragionevole durata del processo può essere proposta, in base all’art. 4 della legge 24 marzo 2001 n. 89, anche durante la pendenza del procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata. Non è fondata la tesi  del Ministero della Giustizia secondo cui questa disposizione di legge si porrebbe in contrasto con i principi costituzionali di precostituzione del giudice naturale (art. 25 Cost.) e di imparzialità del giudice (art. 101 Cost.). Non è infatti giuridicamente sostenibile che la proposizione della domanda di riparazione in pendenza del giudizio costituisca atto di sfiducia nei confronti del giudice della causa di cui si deduce l’eccessiva durata. Una tale concezione postula che l’azione per il conseguimento dell’equo indennizzo sia fondata sull’accertamento della responsabilità (e, quindi, della colpa) del singolo giudice nella causazione dell’ingiustificato ritardo, attraverso comportamenti di rilievo civile, penale, contabile o disciplinare. Al contrario, la disciplina in esame fa scaturire il diritto all’equo indennizzo dal mero accertamento del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’art. 6 par. 1 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, sicché la valutazione del comportamento del giudice (insieme con quello delle parti) ha la mera funzione di selezionare quali attività processuali siano attribuibili all’impulso del giudice e quali all’impulso delle parti: così da consentire la stima dei tempi che sono complessivamente attribuibili al giudice, come Apparato Giustizia (inteso come complesso organizzato di uomini, mezzi e procedure necessari all’espletamento del servizio), e far scaturire il giudizio circa la ragionevolezza o meno della loro durata. In quest’ordine di idee è assolutamente da escludersi che lo spirito della legge sia quello di attribuire al giudice dell’equo indennizzo l’indagine e la valutazione circa la legittimità (civile, penale, disciplinare o contabile) del comportamento del giudice della causa presupposta (sia essa definita o in corso); mentre è da ammettersi che l’eventuale giudizio favorevole sull’istanza contenga in sé un apprezzamento negativo circa la complessiva capacità dell’Apparato Giustizia a rendere il servizio attribuitogli in tempi ragionevoli.

 

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