Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale

 

Cass. Pen. – Sezione quinta penale  – Sent. 28 marzo - 5 maggio 2003, n. 20082
 

 Ritenuto in fatto e in diritto
 

S L è stato rinviato a giudizio davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per rispondere, quale amministratore della società B….. srl, dichiarata fallita, dei reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e del reato di estorsione. Quest’ultimo reato gli era stato addebitato perché, «al fine di procurasi un ingiusto profitto, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, minacciandole di licenziarle, costringeva reiteratamente le sue dipendenti S S; D S F, D P F, A A, M AM e C C a firmare le ricevute delle buste paga mensili, per lire 1.000.000 circa, mentre in effetti erogava loro lire 500.000 circa».

Il Tribunale con sentenza del 3 novembre 1998 ha riconosciuto L. colpevole del reato di bancarotta fraudolenta e lo ha assolto dall’imputazione di estorsione per insussistenza del fatto. Per quanto concerne l’estorsione il tribunale ha rilevato che «le quattro testimoni, in dibattimento, hanno tutte negato d’aver ricevuto (anche solo per implicito) una minaccia di licenziamento da parte dell’imputato, affermando invece d’aver accettato di ricevere una retribuzione inferiore al minimo sindacale (cui invece corrispondeva l’importo indicato nelle buste paga) e di sottoscrivere uno statino maggiorato solo perché nella zona non v’erano altre attività lavorative».
In seguito all’impugnazione dell’imputato e del Pm la Corte di Appello di Napoli con sentenza del 5 giugno 2001, riformando la decisione di primo grado, ha ritenuto L. responsabile anche del reato di estorsione. La Corte ha ritenuto che le dipendenti al momento dell’assunzione fossero d’accordo sul trattamento economico inferiore al minimo sindacale ma non sulla sottoscrizione di quietanze maggiorate e ha affermato che anche se era mancata una espressa minaccia era «evidente che le dipendenti si trovarono di fronte all’alternativa di firmare i prospetti paga ovvero perdere il posto di lavoro».

L. ha proposto ricorso per cassazione enunciando vari motivi.

Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato la «nullità della sentenza per nullità della notifica del decreto di fissazione dell’udienza preliminare, essendo la stessa avvenuta a mani del L. ma non presso il domicilio eletto e per essere la stessa stata eseguita per mezzo del messo di conciliazione senza attestazione dell’impedimento dell’ufficiale giudiziario e senza delega specifica».

Il motivo è manifestamente infondato perché come ha chiarito diffusamente la sentenza impugnata, ricordando la giurisprudenza di questa Corte, la notificazione eseguita dal messo di conciliazione è valida anche in mancanza del decreto previsto dall’articolo 34 Dpr 1229/59, che ha uno scopo meramente organizzativo dell’ufficio (Sezioni unite, 9 ottobre 1996, Nastasi, in Cassazione penale, 1997, p. 686), così come è valida la notificazione avvenuta mediante consegna all’imputato personalmente, anziché al domicilio eletto (Cassazione, 8 ottobre 1992, Lettiga, in Cassazione penale, 1994,, p. 2181).

Con il secondo motivo il ricorrente ha denunciato la «nullità della sentenza impugnata nonché della sentenza di primo grado per nullità del decreto che dispone il giudizio per genericità della contestazione». In particolare il ricorrente lamenta che nel capo a) dell’imputazione sono stati compresi tutti i fatti di bancarotta (patrimoniale, anche postfallimentare, e documentale) enunciati in termini generici.

Anche questo motivo è manifestamente infondato perché con ragione la Corte di Appello ha osservato che «è questione assolutamente formale e di mero stile il formulare una pluralità di addebiti in un unico capo o in distinti capi di imputazione» e poi ha messo a confronto i fatti di bancarotta contestati con quelli che hanno formato oggetto del giudizio e della condanna per concludere che le enunciazioni nell’imputazione erano state effettuate correttamente, rilevando inoltre che anche «i singoli elementi di prova a carico, specie per quanto attiene alle contestate condotte distrattive, furono contestati al L.».

Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando «violazione di legge e mancanza assoluta di motivazione», ha contestato che fosse ravvisabile nei suoi confronti la responsabilità per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, sia con riferimento al ritenuto svolgimento delle funzioni di amministratore nel periodo in cui era stato nominato amministratore delegato P T, sia con riferimento all’esistenza dei fatti di distrazione ravvisati dalla sentenza impugnata, sia con riferimento alla sottrazione delle scritture contabili. Con un altro motivo, inammissibile per l’assoluta genericità, il ricorrente ha sostenuto che «prendendo lo spunto dagli argomenti della impugnata sentenza, la condotta doveva essere sussunta nella meno grave ipotesi di bancarotta semplice».

Il motivo volto a contestare la responsabilità per i fatti di bancarotta fraudolenta ravvisati dei giudici di merito, benché particolarmente sviluppato e variamente argomentato, è privo di fondamento.
L. era il presidente del consiglio di amministrazione e le due sentenze di merito hanno ricordato le numerose e inequivoche prove della sua attività di gestione per il periodo in cui T. era stato amministratore delegato. Periodo non lungo perché «ben presto – come rileva la sentenza impugnata ‑ il T., nel verificare la contabilità della B srl, si rese conto della esistenza di gravi ammanchi di cassa e, dopo qualche mese, abbandonò di fatto le sue funzioni nel timore di restare coinvolto in un crac». Del resto l’effettivo svolgimento dell’attività di amministrazione da parte dell’imputato risulta da varie, inequivoche dichiarazioni dello stesso e in particolare da quelle verbalizzate nella seduta del consiglio di amministrazione del 15 ottobre 1990.
Rispetto ai fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallimentare l’imputato nel ricorso ha ancora una volta sostenuto che il reato non era ravvisabile perché esisteva una «preponderanza dell’attivo sulla massa passiva». L’imputato non ha contestato l’insolvenza ma ha sostenuto che «l’esame della situazione rilevante dal punto di vista sostanziale ai fini di presunte attività distrattive è quello della comparazione tra patrimonio societario e posizione passiva» e ha aggiunto che «solo qualora il primo ... risulti inesistente ovvero di gran lunga inferiore rispetto al secondo si potrà avere la prova indiziaria della distrazione».
La sentenza impugnata ha negato che possa ritenersi accertata la preponderanza dell’attivo sul passivo ma la questione comunque non è rilevante perché i fatti di distrazione possono essere avvenuti ed essere accertati indipendentemente dall’esistenza e dall’entità del passivo, cosa che si è appunto verificata nel caso in esame.

Due sono i fatti di bancarotta patrimoniale prefallimentare di cui il ricorrente è stato ritenuto responsabile: l’affitto da parte della B srl del ramo di azienda “centro lavanderia” alla B S srl, altra società di cui il ricorrente era amministratore, e la riscossione nel dicembre 1990 di un credito di 430 milioni vantato nei confronti del Ministero della difesa. L’accertamento di questi fatti è sorretto nella sentenza impugnata da una motivazione diffusa e ineccepibile; né è vero che l’affitto del ramo di azienda non ha comportato alcuna perdita di utilità economica per la società fallita, come sostiene il ricorrente. È vero invece che secondo la sentenza impugnata non risultano corrisposti i canoni di affitto e che la «duplicazione della società ... è stata evidentemente preordinata a distrarre dalla B. le plusvalenze riferibili alla fase di produzione del lavaggio dei capi, plusvalenze che all’interno della società poi fallita sarebbero rimaste assorbite dal debiti, mentre all’interno della B. Service erano liberamente disponibili».
Il fatto di bancarotta postfallimentare è costituito dalla riscossione di una somma dovuta dalla spa Manifattura Abruzzese alla società fallita. Secondo quanto è stato accertato dai giudici di merito L. «in data 5 agosto 1991, come è pacifico, riscosse la somma di lire 58.000.000 dalla spa Manifattura Abruzzese a titolo di acconto sul prezzo di una fornitura; in data 5 settembre 1991, emise o fece emettere in favore della predetta società una fattura per lire 111.412.000; successivamente riscosse, a saldo della fornitura, ulteriori lire 28.000.000 riconoscendo alla debitrice un abbuono per la mancata o ritardata consegna di parte della merce e rilasciando quietanza liberatoria».

Il fatto è pacifico ma il ricorrente sostiene che non integra un’ipotesi di distrazione perché la società debitrice Manifattura Abruzzese avendo pagato a persona che non era legittimata a ricevere il pagamento non era stata liberata dal debito e aveva dovuto successivamente effettuare un nuovo pagamento al fallimento. Secondo il ricorrente perciò il fatto dovrebbe integrare una truffa in danno della Manifattura Abruzzese e non un’ipotesi di bancarotta postfallimentare.
La tesi del ricorrente è priva di fondamento. Questi infatti si è appropriato di una somma destinata alla società fallita e per la società ne ha rilasciato quietanza; si è appropriato quindi di una somma che sarebbe dovuta entrare nella cassa sociale, sicché l’appropriazione ha costituito un fatto di distrazione che, come ha esattamente rilevato la sentenza impugnata, non può essere escluso per vicende successive che hanno consentito al fallimento di recuperare il dovuto.
Anche rispetto alla bancarotta documentale il ricorrente ha denunciato vizi di motivazione e ha censurato la sentenza impugnata sostenendo che la Corte di Appello non aveva considerato adeguatamente che la contabilità era tenuta in forma informatica e che era stato rubato il computer. La censura è del tutto priva di fondamento perché la sentenza ha tenuto conto della giustificazione dell’imputato e ha indicato le ragioni pelle quali, indipendentemente dal furto, ha concluso che risultava la scomparsa di tutta la documentazione contabile cartacea, «chiaramente funzionale allo scopo di rendere difficile, se non impossibile, per gli organi fallimentari, la ricostruzione della contabilità e l’individuazione delle somme sottratte alla società fallita». Tra l’altro la sentenza impugnata ha ricordato che «il collegio sindacale della B. si dimise in conseguenza della mancata predisposizione delle scritture per il controllo periodico della consistenza di cassa».

Con il quarto motivo il ricorrente ha denunciato «violazione di legge e difetto di motivazione in relazione all’articolo 629 Cp».

Il motivo è fondato.

Come si è detto l’estorsione sarebbe consistita nell’aver costretto le dipendenti a firmare quietanze per somme superiori a quelle ricevute a titolo di retribuzione e la Corte di Appello ha ravvisato il reato in questione considerando che le dipendenti al momento dell’assunzione erano d’accordo sul trattamento economico inferiore al minimo sindacale ma non anche sulla sottoscrizione di quietanze maggiorate. Secondo la Corte di Appello anche se era mancata un’espressa minaccia era «evidente che le dipendenti si trovarono di fronte all’alternativa di firmare i prospetti paga ovvero perdere il posto di lavoro».

Come risulta dalle testimonianze delle dipendenti, riportate integralmente nella sentenza impugnata, se è vero che l’accordo intervenuto all’atto dell’assunzione riguardava l’importo della retribuzione inferiore alle tariffe sindacali e che non si era parlato delle quietanze da sottoscrivere è anche vero che la sottoscrizione delle quietanze per gli importi sindacalmente dovuti, anziché per quelli minori corrisposti, è risultata un fatto consequenziale e non il frutto di una costrizione con minaccia.

Alla domanda circa il perché avesse accettato quella situazione, la teste Angela Applauso ha risposto: «perché ci stava bene così ... purtroppo non c’è tanto lavoro, poi dalle nostre parti»; ... L. «diceva che lui più di tanto non ci poteva dare in quel momento perché era un brutto momento». La teste ha dichiarato di non aver dato importanza alla diversità tra la somma percepita e quella risultante dalla quietanza.

Come risulta anche dalle altre testimonianze, le dipendenti in qualche occasione si erano lamentate per la retribuzione non per le quietanze che venivano loro fatte firmare e soprattutto nessuna minaccia avevano subito per ottenerne la firma.

Deve quindi concludersi che, come ha riconosciuto anche la sentenza impugnata, non è stata formulata alcuna minaccia per ottenere la sottoscrizione delle quietanze e che il rischio di perdere il posto di lavoro era percepito dalle dipendenti come dato che le faceva accettare le condizioni economiche offerte e non come dato che le induceva alla sottoscrizione indebita delle quietanze, e questo rischio, a quanto si desume dalle testimonianze, veniva ricollegato alla situazione economica della società. Perciò deve escludersi che nel fatto siano ravvisabili gli estremi del delitto di estorsione e la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio nel capo concernente la condanna per estorsione, con eliminazione della relativa pena che dalla Corte di Appello è stata determinata in sei mesi di reclusione a titolo di aumento per la continuazione.

Con un ultimo motivo, denunciando violazione di legge e difetto di motivazione in relazione all’articolo 133 Cp il ricorrente ha contestato le ragioni con cui il giudice di primo grado e quello di appello hanno giustificato la determinazione della pena. Si tratta di un motivo inammissibile perché si risolve nella prospettazione di elementi di fatto che ad avviso del ricorrente avrebbero giustificato una pena minore e quindi nella richiesta di valutazioni che non possono formare oggetto del giudizio di cassazione.

 PQM

La Corte di cassazione annulla senza rinvio l’impugnata sentenza limitatamente al reato di estorsione di cui al capo b) perché il fatto non sussiste ed elimina il relativo aumento per continuazione di mesi sei di reclusione; rigetta nel resto il ricorso.

 

 

Cass. Pen. Sezione seconda  Sent. 16 gennaio-8 aprile 2003, n. 16618
 

Premesso che
 

Il Tribunale di Roma ha assolto, “perché il fatto non sussiste”, S.N. dal reato di tentata estorsione a lui ascritto per avere, con la minaccia di pignoramenti presso terzi, compiuto atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere la società Maa a pagare somme maggiori di quelle dovute in forza di una sentenza di condanna pronunciata in favore di M.M., da lui difesa in una causa civile promossa contro la predetta società.
La sentenza, appellata dal Pm, è stata riformata dalla Corte di appello di Roma che ha assolto lo S. dall’imputazione di tentata estorsione perché il fatto non costituisce reato rilevando come i numerosi pignoramenti presso terzi eseguiti dallo S., per quanto “anomali”, e, per ciò stesso, astrattamente idonei a concretare una minaccia nei confronti della società Maa, debitrice, non potessero giustificare l’accusa mancando la prova dell’intento di conseguire un illecito profitto.

S.N. ha impugnato questa sentenza con ricorso per cassazione.

Nell’odierna udienza pubblica il Pg, dottor Iacoviello,  ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.

 

Considerato che:

 

Dopo avere evidenziato il proprio interesse al ricorso, dato che una più favorevole formula di assoluzione lo porrebbe al riparo dalle conseguenze dell’azione disciplinare che, per il fatto a lui addebitato, è stata promossa nei suoi confronti, il ricorrente sostiene che la Corte di merito ha, anzitutto, errato nel considerare “anomali” i procedimenti esecutivi promossi nei confronti della società Maa, che non aveva affatto inviato degli assegni di conto corrente per il pagamento del suo debito ma solo le fotocopie di assegni e che, comunque, non aveva alcun diritto di avvalersi di un mezzo improprio di pagamento.

Aggiunge che la Corte ha anche errato nel ritenere che i pignoramenti fossero eccessivamente numerosi, atteso che, anzitutto, si è trattato solo di due pignoramenti, dei quali l’uno eseguito per la riscossione del credito della M. e l’altro per le spese processuali, distratte in favore del difensore antistatario.

In ogni caso, continua il ricorrente, il creditore ha diritto di eseguire una pluralità di pignoramenti (soprattutto se si tratta di pignoramenti di somme di denaro dovute da terzi al proprio debitore) e nulla consente di riconoscere nell’esercizio di tale diritto gli estremi propri di una minaccia ingiusta.

Il ricorso deve essere accolto essendo fondata, nei limiti che saranno chiariti, l’ultimo assorbente motivo dedotto.

La minaccia necessaria per integrare la fattispecie della estorsione (o della tentata estorsione) non può esaurirsi nella mera prospettazione di un male ma richiede che il male prospettato sia ingiusto.

L’esercizio di un diritto, o la minaccia di esercitare un diritto, quali indubbiamente sono il concreto esercizio di una azione giudiziaria o esecutiva o anche la minaccia di una iniziativa in tal senso, pur ponendo il soggetto passivo nella condizione di subire un pregiudizio dei propri interessi, non presentano, dunque, di per se, i caratteri propri della minaccia necessaria per la astratta configurabilità del delitto di estorsione essendo esclusivamente diretta alla legittima realizzazione di un diritto proprio dell’agente nei confronti di soggetto portatore di un interesse asservito a quel diritto.

A meno che lo scopo sia quello di attingere, con altrui danno, un vantaggio ulteriore e diverso.
In tal caso, infatti, l’esercizio del diritto non è in funzione dell’interesse protetto ed il pregiudizio che, attraverso l’iniziativa giudiziaria formalmente legittima, si minaccia di infliggere al soggetto passivo non è funzionale al predetto interesse ma ad una pretesa ulteriore che, in quanto non garantita giuridicamente in quello specifico rapporto, deve considerarsi illegittimamente perseguita attraverso quel particolare strumento giudiziale utilizzato o che si minaccia di utilizzare.

Si è, così, ritenuto che anche la minaccia dalla esteriore apparenza di legalità, come quella di convenire in giudizio il soggetto passivo o quella di azione esecutiva, possa costituire illegittima intimidazione idonea ad integrare il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni quando sia fatta con l’intenzione di esercitare il diritto ulteriore e diverso o, invece, il più grave delitto di estorsione se finalizzato ad un profitto cui non si abbia diritto.
In presenza di una azione giudiziaria o esecutiva, o della minaccia di queste azioni, essenziale è, dunque, per la stessa configurabilità, dell’estremo della minaccia, che è elemento materiale necessario della fattispecie, la deviazione del fine, nel senso sopra chiarito.
In assenza cade, prima ancora dell’elemento soggettivo, - cioè il dolo ‑ un elemento materiale della fattispecie, cioè la minaccia,, senza della quale la formula assolutoria non può che essere quella che esclude in radice la sussistenza del fatto.

Nel caso in esame la Corte ha, appunto, escluso che vi fosse deviazione del fine, una prova esecutive fossero state intraprese non per soddisfacimento dei diritti di credito riconosciuti con la sentenza passata in giudicato e concretamente azionati ma anche e soprattutto per il conseguimento di fini ulteriori, quello, cioè, del pagamento di somme ulteriori o maggiori.
In tal modo la Corte ha cioè negato, alla stregua dei principi di diritto sopra enunciati, la prova della esistenza stessa della minaccia ingiusta e, perciò, di un essenziale elemento materiale, costitutivo del reato contestato all’imputato, con la prova del dolo, come erroneamente ritenuto nella sentenza impugnata.

L’assoluzione, conseguentemente, avrebbe dovuto essere pronunciata non con la formula “perché il fatto non costituisce reato” ma con quella (“perché il fatto non sussiste”), correttamente adottata dal giudice di primo grado, ed impropriamente modificata dalla Corte di merito.
L’errore conduce all’annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata.

 

PQM
 

La Corte, annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

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