Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

 

 

Cass. Pen. – Sezione quinta penale  Sent. 21 ottobre - 2 dicembre 2003, n. 46226
 


Osserva quanto segue



 

B. F. e C. S. M (direttore responsabile, quest'ultimo, del giornale "La Sicilia") sono imputati rispettivamente di diffamazione a mezzo stampa e del reato colposo di omesso controllo ex articolo 57 Cp, con riferimento ad una lettera, apparentemente a firma di G. S., pubblicata sul predetto quotidiano in data 27 agosto 1996. Nella missiva (poi disconosciuta dall'apparente mittente) si affermava che in Giardini Naxos era attivo un vero e proprio comitato di affari, composto da imprenditori edili, dal sindaco Falanga Salvatore e da altri soggetti. Tutti costoro, secondo l'autore della missiva, avrebbero "pilotato" l'appalto per la realizzazione di un parcheggio, macchinandosi di interesse privato in atti di ufficio e di altri reati.

B e C S furono condannati dal Tribunale di Catania alle pene ritenute giustizia, oltre che al risarcimento dei danni nei confronti delle costituite PpCc.

La Corte di appello di Catania, con la sentenza impugnata, ha confermato la pronunzia di primo grado, condannando gli imputati alla rifusione delle spese sostenute dalle PpCc costituite.
Ricorrono per cassazione, tramite i difensori, entrambi gli imputati.

C S deduce violazione degli articoli 129, 336 Cpp e 57 Cp, sostenendo che, erroneamente, la Corte catanese ha ritenuto non fondata la eccezione di improcedibilità a suo tempo formulata. Invero il reato colposo ex articolo 57 Cp costituisce fattispecie autonoma rispetto a quello di diffamazione a mezzo stampa; ne consegue che la istanza punitiva contenuta nella querela a carico dell'autore dell'articolo non si estende, in assenza di una specifica indicazione, al direttore responsabile del giornale. Non basta dunque che la richiesta di punizione sia estesa soggettivamente, essendo necessario che essa sia estesa anche per l'oggetto.

Viene poi dedotta anche illogicità di motivazione, dal momento che la Corte, enunziando i criteri da seguire per ritenere operativa la scriminante del diritto di cronaca, si rifà a quello della verità, che tuttavia intende applicare con riferimento al contenuto della denunzia e non alla notizia della esistenza di una denunzia. Dalla pretesa violazione di tale requisito, la Corte fa discendere la responsabilità commissiva del giornalista e, quindi, quella omissiva del direttore. In realtà il fatto oggetto della comunicazione mediatica è costituito dalla circostanza che una determinata denunzia (contenente accuse, tra l'altro, a carico di pubblici amministratori) era stata presentata, non incombendo al giornalista, in quel momento, una volta apprezzata la genuinità della comunicazione, l'obbligo di accertarne la fondatezza. Ebbene la comunicazione (anche se poi si rivelò aprocrifa) apparve certamente non anonima; per di più fu acquisita notizia del suo inoltro (da parte di terzi) anche alla Pg ed alla Ag.
B deduce manifesta illogicità di motivazione in ordine al mancato riconoscimento della esimente ex articolo 51 e a quella ex articolo 616 Cp. Con i motivi di appello, era stato rappresentato che al Bottari, opinionista del giornale "La Sicilia", ma evidentemente, ritenuto, per errore, il corrispondente il loco del giornale, era giunta una lettera-esposto, che il predetto, adempiendo il dovere giuridico ex articolo 616 Cp, aveva inoltrato al vero destinatario. Sul punto, la Corte di merito rende una motivazione oscura e contraddittoria, scrivendo che «la corrispondenza era stata filtrata con l'invio all'imputato e non già direttamente ai soggetti in indirizzo", per aggiungere successivamente che "manca poi, in punto di fatto, ogni adempimento verso la Procura della repubblica competente ed i Carabinieri». Orbene, se si ammette che B non era il destinatario della missiva, era ovvio che egli dovesse inoltrarla a chi di dovere, cosa che la stessa Corte territoriale ammette quando gli rimprovera di non averne informato la Ag e la Pg.

Il predetto deduce ancora violazione degli articoli 595 e 51 Cp, oltre che dell'articolo 21 Costituzione, per erronea, mancata applicazione del diritto di cronaca, atteso che la notizia pubblicata era costituita da una denunzia di reato. La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che, in tal caso, il rispetto dei principi di verità e continenza si verifica a condizione che il giornalista non faccia apparire come vera o verosimile la notizia criminis pubblicata, attraverso arbitrarie aggiunte o commenti. Nella fattispecie ciò certamente non si è verificato, in quanto la lettera è stata pubblicata senza commento e con un titolo dubitativo.

Il B deduce infine difetto di motivazione in ordine alle statuizioni civili, atteso che era già stato rilevato con i motivi di appello che il Tribunale non avrebbe potuto pronunziarsi sulle questioni civili, in considerazione del fatto che era intervenuta revoca della costituzione di Pc, a seguito della omessa determinazione delle conclusioni in sede di discussione finale. Veniva poi dedotto che ancora erroneamente il tribunale aveva condannato l'imputato a risarcire i danni ed a rifondere le spese nei confronti di alcune pp. Oo., che non si erano costituite nei suoi confronti, ma solo nei confronti del direttore C S Ebbene la Corte di appello non ha affatto affrontato le questioni, ma si è limitata a confermare in toto la pronunzia di primo grado.

Il ricorso di C S è infondato e deve essere rigettato.
Va innanzitutto rilevato che alcune tra le pp oo, e precisamente S S, S A, F S, P A e G G hanno presentato querele, per cd. "polivalenti", nel senso che essi hanno chiesto la punizione del direttore del giornale per il delitto di diffamazione e per qualsiasi altro illecito penale fosse stato riscontrato nella sua condotta. E' dunque evidente che le predette istanze punitive devono ritenersi efficaci anche con riferimento alla ipotesi criminosa poi effettivamente contesta al C S (articolo 57 Cp).
E' certamente esatto, quel che osserva il ricorrente circa la autonomia del reato di omesso controllo rispetto a quello di diffamazione a mezzo stampa ed è dunque esatta la conclusione che ne trae (ed infatti la giurisprudenza di questa Corte - cfr. tra le tante Asn 200134543-Rv 219748 - lo ha da tempo precisato), vale a dire che deve escludersi la punibilità del direttore, imputato ex articolo 57 Cp, allorché il querelante si sia limitato ad indicare tanto l'autore dello scritto quanto il direttore responsabile come correi nel reato di diffamazione in suo danno. Questo perché occorre, in realtà, che nella querela sia esplicitamente espressa la volontà che il direttore responsabile venga perseguito a titolo di colpa per omesso controllo ovvero che si proceda per qualsiasi ipotesi di reato riscontrabile a suo carico.
Sono però errate le premesse dalle quali l'impugnante muove, perché, in base a quanto si è appena scritto, in conseguenza della presentazione di querela "polivalente" da parte dei predetti soggetti, non si è verificata la causa di improcedibilità evidenziata dal ricorrente.

Non è poi condivisibile neanche la seconda censura formulata nell'interesse del direttore del giornale. Invero, posto che la pubblicazione della lettera in questione ha certamente avuto un effetto di denigrazione nei confronti dei soggetti indicati quali appartenenti al "comitato di affari", va innanzitutto accertato se sia stato realizzato il reato di diffamazione a mezzo stampa, che del delitto colposo ex articolo 57 Cp rappresenta l'evento. La risposta non può che essere positiva, atteso che certamente non può essere invocato il diritto di cronaca, non essendo stato rispettato, in primis, l'obbligo di verità. Non può infatti sostenersi, come fa il ricorrente, che, nel caso in cui al giornale sia pervenuta una lettera, contenente accuse nei confronti di alcuni soggetti (lettera scritta -apparentemente- da un comune cittadino), la notizia, oggetto del diritto di cronaca, sia la stessa esistenza della lettera. Tale principio infatti non è applicabile neanche all'intervista, in quanto sul giornalista stesso incombe, pur sempre, il dovere di controllare veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite. Ed infatti, come è noto, solo quando il fatto in sé dell'intervista, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia in discussione e al più generale contesto in cui le dichiarazioni sono rese, presenti tali profili di interesse pubblico all'informazione da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare l'esercizio del diritto di cronaca, il giornalista, anche se riporta espressioni offensive usate dall'intervistato, rimane nell'ambito del penalmente lecito (Su 37140/91, Galiero, RV 219651).
Tali ipotesi tuttavia è nettamente distinta (e chiaramente distinguibile
ex ante) da quella in cui un quivis de populo invii una lettera (contenente gravi accuse nei confronti di terzi) ad un giornale; in tal caso, infatti, sul giornalista grava l'obbligo di verificare, non solo la fondatezza delle affermazioni contenute nella missiva, ma anche,e prima di tutto, di accertare la esistenza del mittente e la riferibilità allo stesso dello scritto fatto pervenire al periodico (con riferimento a situazione, per molti versi simile, vedasi Asn 199002785-Rv 183523; Asn 198505258-Rv 169460). Va da sé che tale obbligo non sussiste quando nella rubrica delle "Lettere al direttore" (o equivalente) venga pubblicato il testo di missive, anche critiche nei confronti di terzi, ma non contenenti offese, accuse penalmente rilevanti, espressioni di disprezzo o di dileggio.

Il fatto poi che la lettera sia stata indirizzata alle competenti autorità (giudiziaria e di polizia) neanche può valere a scriminare il giornalista per la integrale pubblicazione di uno scritto contenente addebiti infamanti ed espressioni denigratorie. In tal caso, indubbiamente, la notizia è costituita dal fatto che una denunzia contro pubblici amministratori ed altri soggetti è stata presentata, ma nulla autorizza il giornalista a riprodurre acriticamente il testo offensivo della lettera-denunzia, in aperta violazione del principio della continenza, atteso che, in tal caso, la stampa non perseguirebbe la finalità costituzionale della corretta e veritiera informazione, ma finirebbe per essere piegata ad un uso strumentale (cfr. Asn 200131688-Rv 219318). né potrebbe infine andare esente d censura il giornalista per avere egli, attraverso la pubblicazione della lettera in questione, dato conto della esistenza di una particolare realtà sociale e culturale oe delle sue modalità espressive (come pure è stato ritenuto - Asn 200143451-Rv 220255- con riferimento alla pubblicazione di un libro antologico contenente scritti di bambini delle elementari). Ed infetti l'intento sociologico-documentaristico dovrebbe essere riconducibile alla natura scientifica del periodico ed intelligibile per i lettori, cui dovrebbero essere indirizzate note critiche ed esplicative.
Posto dunque che la pubblicazione della lettera ad apparente firma di Giannino integra gli estremi del delitto di diffamazione, corretta appare la motivazione del giudice di merito che ha addebitato al Ciancio Sanfilippo (evidentemente non individuato, nella ipotesi di accusa, come il colui il quale esaminò la lettera e ne dispose la pubblicazione integrale) la responsabilità per la condotta omissiva ex articolo 57 Cp.
Diverso discorso va fatto per il Bottari, il cui ricorso appare fondato, non essendo a lui attribuibile, alla luce di quanto si legge nelle decisioni di merito, un comportamento che integri la condotta del reato contestato, Nei suoi confronti, conseguentemente, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio per non avere egli commesso il fatto, con inevitabile caducazione di tutte le statuizioni civili pronunziate in danno di tale imputato.
E' pacifico in punto di fatto che questo ricorrente, ricevuta la lettera, si limitò a "girarla" al giornale, per altro seguendo le indicazioni che telefonicamente gli erano state fornite dalla redazione, con la quale egli aveva preso contatto. Ritenere, come fanno i giudici del merito, che egli deve ritenersi colpevole del delitto ex articolo 595 Cp, perché: a) la missiva era stata da lui "filtrata" e perché b) egli la aveva accompagnata con una sua nota con la quale ne raccomandava la pubblicazione, è erroneo. Infatti, la espressione sub a) non ha, nel caso di specie, un precis9o significato, giuridicamente rilevante. Se "filtrare" sta a significare che a Bottari la lettera fu indirizzata perché egli fu ritenuto (da altri) il naturale destinatario della stessa, è evidente che non trattasi di condotta addebitabile all'imputato, il quale la trasmise a quello che appariva (ed era) il destinatario finale, Se, viceversa, sta a significare che il Bottari esercitò uni sorta di delibazione del contenuto della missiva, trattasi di condotta penalmente irrilevante, atteso che la decisione di pubblicarla certamente non competeva a lui (che, come scrive la Corte territoriale, era un semplice "opinionista" del giornale).
Quanto alla circostanza sub b), con essa sembra adombrarsi una sorta di responsabilità del Bottari quale istigatore di colui che compì l'azione tipica del reato di diffamazione (non certo del direttore, che, dovendo rispondere di un delitto colposo, non può essere ritenuto destinatario di una condotta di istigazione). Ma in motivazione non è affatto chiarito in qual maniera (ed in qual misura) la opinione che questo imputato espresse circa la opportunità di rendere noti i fatti a lui comunicati con la lettera in questione abbia effettivamente determinato il responsabile (rimasto ignoto, non potendo costui essere identificato nel Ciancio Sanfilippo, chiamato a rispondere di diverso reato) a consumare il delitto ex articolo 595 Cp. Neanche viene chiarito se il Bottari abbia realmente insistito per la pubblicazione integrale della lettera o perché fosse semplicemente fornita notizia della sua esistenza e del suo contenuto. In ultima analisi, la decisione di pubblicare la lettera competeva ai responsabili del periodico, mentre il ruolo di "suggeritore" del Bottari non risulta affatto delineato, nei suoi contorni essenziali, dalla sentenza impugnata.

Il rigetto del ricorso di C S comporta condanna del predetto alle spese del procedimento ed alla rifusione delle spese sostenute da coloro che contro di lui si sono costituiti PpCc. Costoro, tra i querelanti sopra indicati, sono solo S e S. Dette spese vanno liquidate in ragione di € 1200 per ciascuna Pc, delle quali € 200 per onorario del difensore.

 

PQM

 

la Corte annulla la sentenza impugnata senza rinvio nei confronti di Bottari Francesco per non aver commesso il fatto; rigetta il ricorso di C S M, che condanna al pagamento delle spese processuali, nonché a rifondere le spese sostenute dalle parti civili S e S, che liquida in milleduecento euro ciascuno, di cui mille per onorario di avvocato.

 

 

 

Cass. Pen. Prima Sezione – Sent. 8 aprile - 26 giugno 2003, n. 27778

 Osserva

 

Con sentenza in data 7/12/98, riguardante anche altri imputati, il Tribunale di Napoli ha dichiarato la giornalista D. V. M colpevole di concorso in diffamazione a mezzo stampa in danno di D.O.C., presidente della locale Assomercati, definito tra l’altro «un faccendiere e un opportunista che cerca solo intrallazzi» in una intervista rilasciatale da G. G., presidente dell’Associazione commissionari e grossisti, pubblicata il 7/3/95 sul quotidiano “Il giornale di Napoli” e, con le attenuanti generiche ritenute equivalenti rispetto alla contestata aggravante, l’ha condannata a lire un milione di multa nonché a risarcire (in solido con il coimputato Como Vittorio, poi deceduto, direttore responsabile del quotidiano) la persona offesa costituitasi parte civile.

La decisione è stata confermata dalla Corte di appello di Napoli con sentenza in data 14/3/00 che è stata nei confronti della DVM annullata dalle Sezioni unite di questa Corte, con sentenza in data 30/5/01, per vizio di motivazione in punto esclusione della esimente del diritto di cronaca.
Le Sezioni unite, puntualizzando i limiti di detta esimente in caso di intervista, hanno affermato il principio che il giornalista che abbia riportato alla lettera dichiarazioni dell’intervistato oggettivamente diffamatorie, come quelle rese dal G nei confronti dei D.O., può ritenersi scriminato a condizione che vi sia un interesse pubblico alla conoscenza di tali dichiarazioni, aspetto che i giudici del merito non avevano verificato.

Con sentenza in data 17/5/02 altra sezione della Corte di appello di Napoli, deliberando in sede di rinvio, ha confermato la decisione di primo grado.

Avverso quest’ultima pronuncia il difensore della D V ha proposto ricorso per cassazione con il quale deduce violazione dell’art. 627 comma 3 Cpp e vizio di motivazione.

La doglianza è priva di fondamento.

Il giudice di rinvio ha fatto invero corretta applicazione del principio enunciato dalle sezioni unite escludendo, con adeguata motivazione immune da vizi di logicità, che vi fosse un interesse pubblico alla conoscenza di quanto il G aveva dichiarato sul conto del DO nell’intervista, perché la concomitanza di uno sciopero indetto nell’ambito dei mercato ortofrutticolo in cui i rispettivi consorzi operavano era stata dal predetto usata come mera occasione, senza riferimenti precisi, per apprezzamenti e insinuazioni gratuite.

Rileva peraltro il collegio che il delitto per cui la DV ha riportato condanna è ormai prescritto, ai sensi degli articoli 157 comma 1 n. 4, 158 comma 1 e 160 ultima parte Cp, essendo trascorsi più di sette anni e mezzo dalla sua consumazione.

Non ravvisandosi cause di inammissibilità dell’impugnazione deve quindi farsi senz’altro luogo alla declaratoria della causa estintiva e la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio ai sensi dell’articolo 620 lettera a) Cpp, ferme restando a norma dell’articolo 578 Cp, per le considerazioni che precedono sulla infondatezza dei motivi di gravame, le statuizioni civili adottate a carico dell’imputata e con obbligo per la stessa di rifondere le ulteriori spese sostenute dalla parte civile in questo grado, che si liquidano come in dispositivo.

 

PQM

 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione, ferme restando le statuizioni civili. Condanna la ricorrente a rifondere alla parte civile D’Orazio Carmine le spese sostenute nel grado che si liquidano in complessivi euro millequattrocentotrenta, di cui milletrecento per onorari.
 

 

Cass. Pen. – Sezione quinta  – sentenza 8 maggio - 3 giugno 2003, n. 24084
 

Svolgimento del processo
 

DLA veniva tratto a giudizio innanzi il Tribunale di Roma, su querela di P.M., per rispondere del reato di diffamazione aggravata, per avere pronunciato ‑ nel corso della trasmissione televisiva “Giorno per Giorno ‑ Elezioni ‘96” in onda il 28.3.1996 ‑ la frase: «Non è vero che ci sono collegi sicuri ... io, per esempio, ho il collegio Ostiense - Eur nel quale ho come avversario un senatore uscente, della Dc, del quale non faccio il nome, che pratica il voto di scambio ... ci sono settemila voti di differenza».
Con sentenza in data 29.3.2001, il Tribunale, in composizione monocratica, assolveva l’imputato con formula perché il fatto non costituisce reato, ritenendo che egli avesse inteso unicamente replicare al contraddittore nel contesto di una discussione incentrata sulla natura elettoralistica o meno di alcune decisioni di governo dell’uscente gabinetto Dini e, quindi, del vantaggio di taluni candidati di poter contare su un collegio elettorale “sicuro” per via di un metodo clientelare e di pratica del voto di scambio; l’espressione, in definitiva, si era risolta in una dura critica politica all’avversario di collegio, peraltro mai nominato, evocativa di operazioni poco lineari e, tuttavia, in quanto intesa a denunciare un metodo e non specifica ipotesi di corruzione elettorale, non debordante dai limiti della sia pure aspra polemica o critica politica.
L’impugnazione del Pm ‑ intesa a sostenere la sicura valenza diffamatoria dell’espressione indirizzata nei confronti del Palombi nonché l’inapplicabilità della esimente del diritto di critica in presenza di attribuzione di un fatto “infamante” ed addirittura costituente reato ‑ veniva respinta dalla Corte di ‑ Appello di Roma con sentenza 15.7.2002.

Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Roma ha proposto ricorso per cassazione, denunciando violazione della legge penale nonché illogicità della la frase incriminata, infatti, sarebbe motivazione: stata illogicamente apprezzata come genericamente indirizzata a denunciare un certo malcostume politico, piuttosto che diretta a rimproverare al Palombi di praticare il voto di scambio, e, peraltro, la sentenza conterrebbe una interna contraddizione laddove i secondi giudici, pur riconosciuta la perfetta identificabilità dell’avversario politico nel Palombi, non hanno poi negato l’effetto realmente diffamatorio nel concludere che «il non essere mai stato pronunciato il nome del Palombi nel corso della trasmissione televisiva, a carattere nazionale, se non elide del tutto, di certo riduce di molto l’impatto di una tale affermazione ai fini della configurabilità dell’ipotizzato reato di diffamazione aggravata, trattandosi di un riferimento ad un candidato che solo nell’ambito del suo collegio di appartenenza può sostenere di avere visto lesa la sua immagine di uomo politico».
L’imputato ha quindi depositato, in data 14.4.2003, memoria difensiva con la quale resiste al ricorso.
Alla odierna udienza, sulle conclusioni delle parti quali trascritte in epigrafe, il procedimento è stato trattenuto in decisione.

 

Motivi della decisione


 

Il ricorso merita accoglimento.

La Corte territoriale, invero, è stata chiamata, in forza delle censure mosse dalla parte appellante, a verificare se effettivamente la frase pronunciata dall’imputato fosse significativa di un ingiustificato attacco ad personam del Palombi accusato di praticare il voto di scambio e se, in tale ipotesi, dovesse trovare applicazione l’esimente del diritto di critica (politica).

Tali risposte non risultano adeguatamente e logicamente fornite dalla sentenza impugnata.

Quanto al primo profilo, infatti, la Corte territoriale, pur chiarito il contesto nel quale la frase venne pronunciata, ha tuttavia concluso che l’imputato «altro non ha voluto intendere, e lungi dal doversene inferire un intento addirittura calunniatorio come invece sostenuto dal Pm appellante, se non che era difficile superare un antagonista aduso a quello stesso clientelismo elettorale di cui era stata accusata in passato l’intera (o quasi Dc come pratica per la ricerca del consenso degli elettori, ma senza addebitare lo specifico fatto-reato previsto all’articolo 96 del Dpr 361/57 e consistente nella ben più grave corruzione elettorale», sicché avrebbe inteso stigmatizzare una riprovevole pratica di raccolta di consenso elettorale.

Orbene, tale conclusione non è coerente alla argomentazione di supporto, ricavandosi dal testo letterale che i secondi giudici hanno tuttavia riconosciuto che “l’intenzione” di censurare certo malcostume politico è stata resa qualificando l’antagonista “aduso” al sistema di clientelismo elettorale e, dunque, coinvolgendolo personalmente in fatti oggettivamente idonei ad incidere sulla considerazione dei consociati circa la personalità morale e professionale di chi ne sia l’autore.

Improprio, del resto, ai fini dell’espresso giudizio di incapacità offensiva della frase, risulta l’operato raffronto della medesima con altra che non è stata pronunciata, e cioè con quella che “avrebbe potuto” attribuire lo specifico reato di corruzione elettorale, poiché, in realtà, l’apprezzamento doveva essere condotto unicamente sul contenuto della dichiarazione quale effettivamente resa, e l’esclusione di un significato addirittura calunniatorio della espressione non esimeva il giudice di appello dal valutare se la stessa non fosse dotata in ogni ‘caso di una carica offensiva meno rilevante e tuttavia apprezzabile; e, peraltro, non risulta minimamente sviluppato, per applicarlo alla fattispecie, il concetto di desensibilizzazione pure inizialmente evocato.

Sotto il secondo profilo, poi, la motivazione è parimenti, ed anzi maggiormente viziata, poiché la Corte territoriale, riconosciuta la perfetta identificabilità nel Palombi dell’antagonista politico pure non espressamente menzionato, il rilievo di un ridotto impatto lesivo dell’espressione, quale effetto di una percezione ricompresa soltanto nell’ambito del collegio di appartenenza del soggetto passivo, non assicura certamente della inidoneità diffamatoria della frase, dovendo la stessa valutarsi in relazione proprio al contesto sociale e di vita di relazione del soggetto destinatario; con inevitabile ricaduta sul tema dell’ esimente che, anche riferita al diritto di critica, deve rispettare il limite della continenza espositiva e non deve trascendere in attacchi personali diretti a colpire il soggetto sul piano individuale.

La sentenza, pertanto, deve essere annullata, con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Roma per nuovo esame che terrà conto dei rilievi sopra enunciati.

Rimessa all’esito la statuizione sulle spese sostenute dalla parte civile.

 

PQM

 


La Corte, annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Roma per nuovo esame.

 

 

 

Cassazione Penale   Sez. 5^

 sentenza 8 aprile - 4 dicembre 2002, n. 40717

Fatto e diritto
 


L’adita Corte di Appello ha confermato la sentenza del tribunale di Roma, in data 21 giugno 1999, di condanna di M C e M E alle rispettive pene di giustizia (con ulteriori statuizioni in favore della parte civile) per l’addebito di diffamazione (contestato al Mauro ai sensi dell’articolo 57 Cp) consumata in danno di V B con la pubblicazione dell’articolo intitolato “Anatomia del vispo Vespa” sul “Venerdì di La Repubblica” del 17 gennaio 1997, rilevante ad integrare l’«aggressione della sfera morale e professionale del querelante» predetto. Gli appellanti in particolare, avevano addotto l’inesigibilità penale del fatto, correlata ad esercizio legittimato del diritto di critica e giustificata dalla sussistenza dei presupposti di interesse pubblico e sociale (e ciò perché l’apprezzabile intento giornalistico era stato di manifestare intensa riprovazione per le peculiari modalità dell’attività professionali del V, caratterizzata da rilevanti connotazioni negative, quali l’ambiguità; la disinvolta versatilità politica, l’accondiscendenza a compiacente verso il potere, il presenzialismo esasperato, l’abuso personalistico del mezzo televisivo pubblico; mentre il linguaggio utilizzato – seppure severo, ironico e sarcastico – non aveva comportato risultati illeciti di contumelia e di attacco personale); ed avevano aggiunto la contestazione di illegittimità della provvisionale assegnata alla parte civile.
L’impugnazione è risultata disattesa in considerazione della emersa falsità dei riferimenti, contenuti nell’articolo, sugli accordi preventivi delle modalità dell’intervista televisiva rilasciata dall’onorevole Craxi al V e sulle amicizie di “tangentari” attribuite alla moglie di quest’ultimo (giudice Augusta Jannini), in ciò escludendosi, da un lato, la sussistenza dei presupposti di applicabilità della invocata esimente ed evidenziandosi, dall’altro, la portata palesemente denigratoria dell’articolo (laddove, in particolare, la falsità del riferimento familiare – relativo alle amicizie ed alle frequentazioni della Jannini – denota anche l’assoluta estraneità al postulato intento giornalistico di stigmatizzare le modalità dell’attività professionale del V, concretamente così investito da indebita interferenza, nella sfera morale personale: per modo che si è evidenziata l’effettiva violazione dei limiti di continenza espositiva e di verità dei fatti riportati, il cui rispetto rende legittimo l’esercizio del diritto di critica nei più ampi profili espositivi connessi che possono giustificare un linguaggio ed un tono più aggressivi e sarcastici, perché pertinenti).
Con unico atto i ricorrenti espongono comuni ed identiche censure che denunziano, in particolare che:
a) la sentenza impugnata è inficiata da violazione della disciplina in materia di esercizio legittimo del diritto di critica, i cui presupposti sicuramente ricorrono nella fattispecie concreta di manifestazione di opinioni giornalistiche che naturalmente sono vincolate dai limiti della rigorosa obiettività. E ciò perché, secondo i ricorrenti, l’articolo dedicato al V (nella cui notorietà resta individuato il rilevante interesse pubblico alla critica esposta) ne intende evidenziare le peculiari modalità negative del servizio di informazione reso attraverso il mezzo televisivo pubblico, articolato in riscontri di ambiguità politica, di compromissione della necessaria imparzialità oggettiva (come emergente nei modi delle interviste “Craxi” e “Necci”, assunte appunto attraverso “i microfoni di Stato”) e di sfruttamento pubblicitario dello stesso mezzo a sostegno della edizione dei libri personali: si voleva, cioè, sostenere che il Vespa era potente ed onnipresente in virtù delle personali pubbliche relazioni col “potere”. Né era rimasto violato, secondo gli stessi ricorrenti, l’obbligo della necessaria continenza espositiva, non essendosi fatto luogo a gratuiti attacchi personali ed essendosi criticato il V quale “giornalista del servizio pubblico”, non quale privato cittadino o quale professionista, tanto più considerandosi che l’articolo (incluso nella rubrica “Contromano” e così già qualificato da una tendenziale aggressività critica) è stato redatto da noto opinionista critico di “spiccata personalità” in “sostanziale corrispondenza al vero degli spunti” valorizzati.

L’articolata censura risulta, però, destituita di fondamento. Ben vero che, come ha sostenuto anche il Pg concludente, l’esercizio della critica giornalistica dilata i limiti della verità dei fatti e della continenza espressiva, sempre che sussista l’interesse pubblico – innegabile nella fattispecie – alla sua manifestazione. Per modo che possono risultare legittimati i toni sarcastici, valutazioni critiche particolarmente esasperate di fatti reali, espressioni aggressive e forti, quali emergenti nello sviluppo argomentativi dell’articolo in questione, che lascia trasparire un convincimento di accentrata strumentalizzazione del servizio pubblico dell’informazione da parte del V in funzione di una personale propensione di centralità onnipresente (e ciò può comportare, nei riferimenti a fatti considerati, la legittimità della complessiva opinione critica negativa del personaggio). Ma l’articolo include indicazioni di fatti rimasti incontrollati (e, quindi, inesistenti nella oro effettività reali), quali quelli relativi alle modalità preordinate delle interviste “Craxi” e “Necci”; ovvero richiami a situazioni assolutamente eccentriche rispetto al delineato filo conduttore critico (quando si dice che i tangentari difesi dal V sono “amici della moglie per caso”).
Laddove, cioè, la critica finisce per ipotizzare anche in giudizio negativo della personalità giornalistica della persona offesa, ovvero per accreditare riprovevoli frequentazioni di amicizia da parte di componenti della famiglia. E sono circostanze che escludono a ogni apprezzabile giustificazione dell’esercizio della critica verso il giornalista “pubblico” “Vespa”, riguardanti invece la sua normale reputazione personale e le modalità delle relazioni di amicizia di una persona della famiglia e così non collegate – o funzionali – a sostenere l’opinione critica complessiva ed a costituirne il fondamento ulteriore.

Risulta, perciò, corretta la valutazione dei giudici di merito (oltre che incensurabile in questa sede di legittimità, per la coerente disamina delle correlative risultanze processuali in punto di fatto), che ha escluso la sussistenza dell’invocata scriminante per l’articolo (che, pur connotato dal chiaro intento di opinione critica e, perciò, giustificato nell’uso di toni esasperati, aggressivi e sarcastici, travalica l’ambito della continenza espositiva con riferimenti a modalità “scorrette” dell’attività professionale della persona criticata ed a vicende di componenti della sua famiglia, certamente disomogenei rispetto alle stessa finalità critica ed idonei ad escludere la legittimità del correlativo perseguimento, rappresentando gli estremi di concreti attacchi illeciti alla reputazione ed al patrimonio di personalità deontologica e di riservatezza familiare dell’interessato). Né rileva, in contrario, che si tratti di riferimenti marginali nel diffuso contesto argomentativi dell’articolo, in quanto il loro carattere di gratuita insinuazione si pone in oggettivo ed autonomo rilievo a qualificare il difetto della persistenza critica e della conseguente continenza espositiva complessiva.
b) Sono, comunque, apprezzabili le carenze motivazionali del provvedimento di attribuzione e di determinazione di somma a titolo di provvisionale in favore della parte civile.

La censura è parimenti infondata, essendone noto il principio giurisprudenziale che esclude la ricorribilità della statuizione in questione.

Va, pertanto, disposto il rigetto del ricorso.

Conseguentemente i ricorrenti restano condannati, col vincolo solidale di legge, al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione, in favore della parte civile (presente anche in questa sede), delle spese sostenute che vengono liquidate come in dispositivo.

 

 P Q M
 

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese processuali; condanna inoltre i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese di parte civile, liquidata in complessivi euro 1.220,00, di cui euro 1.200,00 per onorari.

 

 

 

Cassazione Penale, Sez. I -  31/08/2001, n.34544

In tema di diffamazione a mezzo stampa, attesa l'avvenuta sensibilizzazione dell'opinione pubblica, resasi ormai avvezza a valutare il differente grado di coinvolgimento dell'indagato in un procedimento a seconda che egli sia soltanto iscritto nel registro delle notizie di reato o sia anche destinatario di una informazione di garanzia, deve ritenersi la configurabilità del reato di diffamazione a mezzo stampa nel caso in cui, sussistendo unicamente la prima di dette ipotesi, un organo di stampa diffonda la falsa notizia che sussiste anche la seconda.

 


Cass. pen., Sez.V, 22/06/2001, n.31957

In tema di diffamazione a mezzo stampa, l'erronea convinzione circa la rispondenza al vero del fatto riferito non può mai comportare l'applicazione della scriminante del diritto di cronaca (sotto il profilo putativo) quando l'autore dello scritto diffamante non abbia proceduto a verifica, compulsando la fonte originaria; ne consegue che, nella ipotesi in cui una simile verifica sia impossibile (anche nel caso in cui la notizia possa esser ritenuta "verosimile" in relazione alle qualità personali dell'informatore), il giornalista che intenda comunque pubblicarla accetta il rischio che essa non corrisponda a verità.

 

 

Cass. pen., Sez.I, 06/06/2001, n.32447

In tema di diffamazione con il mezzo della stampa, perché sia integrato il dolo in capo a chi ha concesso un'intervista non è necessario un consenso specifico alla pubblicazione della notizia diffamatoria in quanto la stessa concessione dell'intervista presuppone, salvo prova del contrario, il consenso alla diffusione delle notizie fornite all'intervistatore nel corso dell'incontro.

 

 

Cass. pen., Sez.V, 04/06/2001, n.36348

In tema di diffamazione con il mezzo della stampa, non sussiste l'esimente del diritto di satira nella rappresentazione caricaturare e ridicolizzante di alcuni magistrati posta in essere allo scopo di denigrare l'attività professionale da questi svolta, attraverso l'allusione a condotte lesive del dovere funzionale dell'imparzialità che, in ragione della previsione costituzionale che ne impone la soggezione solo alla legge, ha come destinatari anche i magistrati del p.m. (Fattispecie relativa a un "pezzo giornalistico" di costume, con "taglio" satirico ove, accanto a rappresentazioni caricaturari dei tratti fisionomici dei magistrati interessati, si faceva trapelare lo svolgimento di attività istituzionali svolte per finalità persecutorie in danno di appartenenti ad una formazione politica).

 

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