Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

         

Cass. Pen. – Sezione sesta  Sent. 27 maggio - 26 settembre 2003, n. 37019
 

Fatto e diritto

 

La Corte d’Appello di Catania, con sentenza 8 gennaio 2002, confermava quella in data 25 gennaio 2001 del Tribunale di Siracusa, che aveva dichiarato G C colpevole del delitto di maltrattamenti in danno della moglie D C della figlia P, commesso fino al febbraio 1998, e, in concorso delle circostanze attenuanti generiche, lo aveva condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di mesi otto di reclusione.

Ha proposto ricorso per cassazione, tramite il proprio difensore, l’imputato e ha dedotto:

 1) inosservanza della legge processuale per difetto di notifica del decreto di citazione in primo grado, non essendo stato rispettato il termine di comparizione di giorni 60 previsto dall’articolo 552/3° Cpp, e per mancata notifica dell’avviso di cui all’articolo 415bis Cpp;

 2) inosservanza della legge penale e vizio di motivazione, quanto al mento della vicenda, non inquadrabile nello schema del delitto di maltrattamenti, di cui difettavano gli elementi costitutivi.

Il ricorso è fondato in relazione al secondo motivo. Non hanno pregio le censure in rito.

Pur a volere ritenere che la notifica del decreto di citazione in primo grado, in particolare quella eseguita ex articolo 161/4° Cpp, non abbia rispettato il termine di comparizione (notifica eseguita il 28 marzo 2000 per l’udienza del 18 maggio 2000), va rilevato che la dedotta nullità si è sanata, ex articolo 184/1° Cpp, con la successiva comparizione in dibattimento, all’udienza del 18 ottobre 2000 (fino a tale data, nessuna concreta attività processuale era stata espletata), dell’imputato, che, con tale comportamento concludente, rinunciò a fare valere la nullità; a nulla rileva che il difensore in precedenza (udienza del 18 maggio 2000), in assenza dell’imputato, eccepì la nullità, giacché in caso di discrepanza tra comportamento processuale dell’interessato, che con la comparizione e senza nulla eccepire abbia sanato la nullità verificatasi, e comportamento processuale del difensore, che invece abbia sollevato l’eccezione, prevale la volontà della parte privata rispetto a quella del difensore.

L’omessa notifica dell’avviso di cui all’articolo 415bis Cpp integra una nullità di ordine generale a regime intermedio e non può essere dedotta, per la prima volta, in questa sede (non risulta essere stata eccepita né nel corso del giudizio dì primo grado, né in quello d’appello).

Quanto al merito della vicenda, la sentenza impugnata perviene. alla conclusione di condanna sulla base di argomenti meramente assertivi, senza offrire la dimostrazione della configurabilità, nella condotta addebitata all’imputato, degli estremi del reato contestatogli.

Fa cenno a “reiterati atti di prepotenza, di arroganza, impositivi e autoritari” posti in essere dal prevenuto “nei confronti sia della moglie che delle figlie”, ma omette, per difetto evidentemente di adeguati elementi probatori, di apprezzare la portata concreta di tali atti e di dare il giusto rilievo alle ragioni di fondo che avevano determinato il comportamento dello stesso imputato.
Richiama genericamente le testimonianze della moglie e delle due figlie (P e V) dell’imputato, nonché quella de relato di tale V M, per dimostrare il clima di tensione spesso presente in famiglia a causa, in particolare, dei litigi tra il C e la figlia P, tanto che costei sola aveva assunto l’iniziativa della denunzia.
Precisa che tali litigi avevano avuto “carattere episodico nel tempo” e che comunque il C non aveva mai fatto mancare il sostegno economico e la dovuta attenzione alle esigenze di tutti i membri della famiglia.

È evidente la palese contraddizione insita nel percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale, che ha ricondotto semplicisticamente nel concetto di maltrattamenti gli atteggiamenti offensivi, minacciosi e, a volte, anche violenti del C verso la figlia P, con inevitabili ed intuibili riverberi negativi sulla tranquillità dell’intero nucleo familiare, senza porsi il problema dei motivi contingenti, pur emergenti per relationem dal testo della sentenza, che stavano alla base di tale comportamento essenzialmente reattivo.
Il Giudice a quo, infatti, non si è fatto carico di stabilire se i detti atteggiamenti erano stati tra loro uniti tanto da un legame di abitualità quanto da un’unica intenzione criminosa, quella cioè di sottoporre i soggetti passivi ad una serie di sofferenze fisiche e morali, sì da rendere intollerabile il sistema di vita familiare in cui i medesimi erano inseriti.

Dalla sentenza di primo grado, richiamata da quella impugnata, anzi, emerge che la conflittualità tra il prevenuto e la figlia P aveva trovato probabilmente la sua genesi nella condotta non proprio esemplare della ragazza, insensibile al rispetto di qualunque regola di vita indicatale dal padre, arrogantemente determinata a difendere una qualsiasi propria scelta, anche se discutibile, e insofferente a qualsiasi richiamo del genitore, il che aveva indotto quest’ultimo, in più occasioni e ciclicamente, ad avere reazioni non sempre ben controllate e, forse, poco “autorevoli”.

Di fronte a questa realtà di fatto, compiutamente accertata in sede di merito e non suscettibile, data la puntuale istruttoria espletata, di maggiore approfondimento processuale, è agevole rilevare:

a) nessuna prova risulta acquisita in ordine ai presunti maltrattamenti subiti dalla moglie, semplicemente coinvolta nelle esplosioni conflittuali tra il marito e la figlia P;

b) i maltrattamenti in danno della figlia V, al di là anche in questo caso ‑ della assoluta mancanza di prova, non sono neppure oggetto di contestazione;
c) quanto alla figlia P, è innegabile, invece, che la stessa, a causa dell’insofferenza verso un certo rigore comportamentale preteso dal padre (in particolare, evitare rientri in casa a notte inoltrata), era stata destinataria delle rabbiose reazioni di costui, concretizzatesi in insulti, minacce e, a volte, atti di violenza fisica.

L’attenzione, quindi, va focalizzata su quest’ultimo punto, unico ad assumere ‑ in tesi una qualche valenza.

Oggetto giuridico della tutela penale apprestata dall’articolo 572 c.p. non è o non è solo l’interesse dello Stato a salvaguardare la famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma va individuato anche nella difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari. Non va sottaciuto, però, che il bene protetto non può ritenersi tout court compromesso ogniqualvolta si verifichino fatti che ledono o pongono in pericolo l’incolumità personale, la libertà, l’onore di una persona della famiglia, richiedendosi, altresì, per la configurabilità del reato, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, proiettata ad imporre al soggetto passivo un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile.

Il concetto di maltrattamenti, pur non definito dalla legge, presuppone una condotta abituale, che si estrinseca in più atti lesivi, realizzati in tempi successivi, dell’integrità, della libertà, dell’onore del decoro del soggetto passivo o più semplicemente in atti di disprezzo, di umiliazione, di asservimento che offendono la dignità della vittima. Il legislatore, con la previsione in esame, ha attribuito particolare disvalore soltanto alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana.

Fatti episodici, pur lesivi dei diritti fondamentali della persona, ma non riconducibili nell’ambito della descritta cornice unitaria, perché traggono origine da situazioni contingenti e particolari che sempre possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, non integrano il delitto di maltrattamenti, ma conservano eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la propria autonomia come delitti contro la persona (ingiurie, percosse, lesioni), già di per sé sanzionati dall’ordinamento giuridico. In questo caso, colui che si rende responsabile di tali fatti non esprime una condotta abituale finalizzata ad alterare l’equilibrio della normale tollerabilità della convivenza, ma dà semplicemente sfogo, in modo errato, alla sua potenzialità reattiva di fronte a situazioni o eventi che percepisce come ingiusti o non corretti e che provocano inevitabilmente in lui uno stato dì forte tensione, con l’effetto che la sua azione e le relative conseguenze vanno apprezzate e valutate in quel particolare contesto in cui sono maturate e non come componenti di un insieme comportamentale più ampio, da considerarsi unitariamente.

Ritornando al caso specifico, osserva la Corte che le emergenze processuali, puntualmente indicate nella gravata sentenza, sono assolutamente silenti, quanto ai presunti maltrattamenti in danno della moglie e della figlia V  (per quest’ultima, non v’è neppure la contestazione), ed offrono elementi di prova insufficienti e contraddittori, quanto ai maltrattamenti in danno della figlia P. La conflittualità, di natura generazionale, tra costei e il padre e le scomposte reazioni del secondo verso la prima non si pongono come la sicura risultante di un’abituale condotta di prevaricazione e di sopraffazione del soggetto attivo, con conseguente mortificazione e vessazione di quello passivo, ma ben possono essere interpretate come espressioni di un diverso modo di concepire le regole di vita e di pretenderne il rispetto: esercizio improprio da parte del genitore dello ius corrigendi. Sta di fatto che pacificamente il C non ha mai fatto mancare il proprio sostegno morale ed economico alla sua famiglia, alla quale ha riservato sempre ogni attenzione, il che, già di per sé, appare incompatibile con l’ipotizzato reato di maltrattamenti.
Conclusivamente, il comportamento del C, per quanto probatoriamente emerso, può avere integrato ipotesi criminose minori (ingiurie, minacce, percosse, lesioni lievi), ma non certamente il contestato reato di maltrattamenti.
La sentenza impugnata va, pertanto, annullata senza rinvio, perché il fatto non sussiste.

 

PQM


 

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, perché il fatto non sussiste

 

 

 

Cass. Pen.  6^ Sez. Sentenza 8 ottobre - 28 dicembre 2002, n. 43673
 

Fatto e diritto

 

La Corte di Appello di Potenza, con sentenza 6 febbraio 2002, confermava quella in data 24 aprile 2001 del Tribunale di Lagonegro, che aveva dichiarato Celano Giuseppina colpevole del reato di cui agli articoli 81 Cpv e 572 C.p., in concorso delle circostanze attenuanti generiche, l’aveva condannata alla pena, condizionalmente sospesa, di un anno di reclusione.

Alla Celano si era addebitato di avere, nella qualità di insegnante in servizio presso la scuola elementare statale di Senise, sottoposto a maltrattamenti, durante l’anno scolastico 1994/95, gli scolari affidati alle sue cure, fatti oggetto di ripetute ingiurie, di imposizioni mortificanti e, in alcuni casi, anche di atti di violenza fisica.
Riteneva la corte territoriale provata la responsabilità della Celano sulla base del testimoniale escusso e della relazione ispettiva disposta dal Provveditorato agli studi, fonti di prova queste che avevano evidenziato, con sufficiente chiarezza, la condotta tenuta dalla insegnante nei confronti dei propri alunni, costretti a subire ogni sorta di sterile autoritarismo, di umiliazione e di vessazione.

Ha proposto ricorso per cassazione l’imputata e ha dedotto: 1) nullità della sentenza per “incompletezza” della motivazione, perché non era stata presa in considerazione la documentazione scolastica (certificato di servizio e verbali degli organi collegiali) a lei favorevole, dalla quale nulla emergeva circa l’asserito comportamento illecito contestatole, e non si era considerato che, nell’anno scolastico 1994 - 95, la sua presenza a scuola era stata molto limitata (circa 100 giorni); 2) mancanza e manifesta illogicità della motivazione circa l’apprezzamento del materiale probatorio acquisito; 3) inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, con riferimento agli articoli 571, 572, 581 C.p.; in quanto non si era dimostrata la materialità del delitto di maltrattamenti e, in particolare, l’abitualità della condotta che deve caratterizzare tale illecito; i fatti accertati, per la loro episodicità, potevano integrare il delitto di cui all’articolo 571 Cp o quello di cui all’articolo 581 C.p.; doveva, in ogni caso concedersi il beneficio della non menzione della condanna.

Il ricorso non ha pregio.

La sentenza impugnata fa buon governo della nomina di cui all’articolo 572 C.p. e riposa su un apparto argomentativi che, ancorato a precise emergenze processuali, si rivela adeguato e logico e resiste alle censure in ricorso articolate.

Il giudice di merito ha accertato che il metodo di insegnamento e di educazione della Celano era caratterizzato dall’imposizione di un regime di vita scolastica assolutamente ed inutilmente umiliante e vessatorio per i piccoli discenti, costretti a subire ogni sorta di mortificazione e a respirare un clima di vero e proprio terrore, con intuibili riflessi negativi sull’equilibrio del loro sviluppo psichico e sullo stesso profitto didattico: i bambini venivano costretti a stare in piedi per ore, a imitare gli animali, ad assistere – impotenti – alla distruzione di giochi che avevano portato da casa; venivano aggrediti verbalmente con espressioni ingiuriose e, a volte, anche fisicamente con percosse.

Tale ricostruzione fattuale, confortata da precisi e convergenti elementi di prova, analiticamente apprezzati e valutati in sede di merito, conclama la configurabilità, nella condotta tenuta dalla prevenuta, dal contestato reato di maltrattamenti: si coglie, invero, l’abituale sofferenza imposta a bimbi che si erano appena avviati dall’esperienza scolastica e che, dovendosi rapportare ad un ambiente nuovo e diverso rispetto a quello più ristretto e protettivo della famiglia, avrebbero avuto bisogno di massimo affetto e di grande comprensione, per superare il trauma naturalmente connesso alla scolarizzazione (si consideri che trattasi di scolari della prima e seconda classe elementare). Il metodo della maestra Celano, invece, connotato – come accertato dalla Corte territoriale – da atteggiamenti lesivi del patrimonio morale e dell’integrità fisica dalle piccole vittime, rese abitualmente dolorosa e sofferta la relazione di queste con la loro insegnante.

Le doglianze esposte col ricorso sono inidonee a scalfire la valenza dall’intelaiatura argomentativa dalla sentenza impugnata.

Il mancato esame della documentazione asseritamene favorevole all’imputata (1° motivo), infatti, non riveste carattere di decisività, considerato che l’assenza di iniziative disciplinari a carico della Celano o comunque di interventi da parte degli organi collegialmente scolastici nei confronti della medesima non escluda la veridicità di quanto accertato a suo carico.

Né i lunghi periodi di assenza da scuola della Celano, nel corso dell’anno scolastico 1994-95, devono indurre ad escludere il reato e a ritenere episodici i singoli fatti verificatisi.
Ad integrare l’abitualità della condotta, invero, è sufficiente la ripetizione degli atti vessatori, unificati dalla medesima intenzione criminosa, anche se succedutisi per un limitato o per limitati periodi di tempo e anche se gli atti lesivi si siano alternati con periodi di normalità, determinati – per altro – dall’assenza dell’agente. Avuto riguardo, infatti, ai metodi educativi praticati dalla Celano, non può considerarsi ogni singolo episodio vessatorio in modo parcellizzato ed avulso dal generale contesto probatorio, ma la condotta della predetta va valutata nel suo insieme, proprio perché espressione del suo rapportarsi, come insegnante, agli alunni, con l’effetto che i periodi di assenza dalla scuola della prevenuta vanno apprezzati come mera “parentesi”, le quali non determinarono alcuna soluzione di continuità della censurabile scelta educativa della predetta.

Il secondo motivo di ricorso è, per una pare, manifestamente infondato e, per altra parte, si risolve in non consentite censure in fatto all’iter motivazionale della gravata decisione.
Non corrisponde, infatti, al vero che la corte lucana non avrebbe preso in esame il contenuto delle deposizioni testimoniali a discarico di Roseti Federica, Pioggia Antonella e De Palma Isa. Tali testimonianze risultano essere state puntualmente valutate unitamente al complesso ed articolato quadro probatorio e la conclusione finale raggiunta è la risultante di un giudizio fattuale d’insieme che, in quanto immune da vizi logici, non può essere censurato sotto il profilo della legittimità.
Priva di fondamento è, infine, la doglianza circa la qualificazione giuridica del fatto.

Non può questo ricondursi nello schema dell’abuso dei mezzi di correzione (articolo 571 Cp). Tale illecito presuppone un uso consentito e legittimo dei mezzi correttivi e non è configurabile, per mancanza dell’elemento materiale, se viene utilizzato il potere di correzione o di disciplina fuori dei casi consentiti o, come è avvenuto nella specie, con mezzi di per sé illeciti o contrari allo scopo educativo, quali devono ritenersi gli atti di violenza fisica o quelli lesivi dell’equilibrio psicologico del soggetto passivo.

Né riduttivamente può ravvisarsi, nella condotta dell’agente, il solo reato di percosse (articolo 581 Cp); avuto riguardo al connotato di abitualità che ha contraddistinto la medesima condotta.

Il diniego del beneficio della non menzione è frutto di una valutazione di merito.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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