Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 Cass. Pen. – Sezione quinta  – Sent. 5 giugno - 22 luglio 2003, n. 30835
 

Svolgimento del processo

 

Con sentenza in data 20 ottobre 1998, il Tribunale di Lecce dichiarava M.M. colpevole dei delitti di abuso d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico, condannandolo, concesse le attenuanti generiche e ritenuta la continuazione, alla pena di un anno uno e dieci mesi di reclusione, con l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena e il beneficio della sospensione condizionale. All’imputato veniva addebitato, quale capo dipartimento dell’Anas, di avere sottoscritto, unitamente all’ing. S, direttore del Centro di Lecce e all’ing. capo M, una relazione nella quale venivano illustrate le ragioni che inducevano a ritenere sussistenti le condizioni per l’affidamento a trattativa privata dei lavori concernenti la variante esterna dell’abitato di Lecce, ad alcune società facenti tutte capo all’imprenditore M P. che aveva chiesto l’aggiudicazione dei lavori a trattativa privata, attestandosi, in particolare, la sussistenza di quelle interferenze di tipo tecnico e di cantiere che poi giustificarono il ricorso alla trattativa privata.
A seguito di appello dell’imputato, la Corte d’Appello di Lecce, con sentenza in data 12 ottobre 2001, in parziale riforma dell’impugnata decisione, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine al reato di abuso d’ufficio perché estinto per prescrizione, riducendo la pena ad un anno di reclusione.

Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il M., il quale deduce:

1) inosservanza ed erronea applicazione di legge in relazione al reato di cui all’articolo 479 Cp e mancanza di motivazione in relazione alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato;

 2) inosservanza ed erronea applicazione di legge e mancanza di motivazione in relazione alla sussistenza del reato di cui all’articolo 323 Cp.



 

Motivi della decisione


Il ricorrente reitera la tesi difensiva, già sostenuta in primo grado e ripetuta in appello, secondo
cui la relazione incriminata fu in realtà redatta esclusivamente dal S, legato al P. da un confessato rapporto corruttivo, e fu da lui sottoscritta senza essere consapevole della falsità dell’accertamento in essa contenuto. A questo proposito occorre rilevare che il giudice di appello è pervenuto alla conclusione, attraverso un iter argomentativi completi ed esaurienti ed esenti da vizi logici e di diritto, che l’assunzione della paternità del contenuto dell’atto, mediante la sua sottoscrizione, non fu meramente formale. Il M, infatti, nell’esercizio delle sue rilevanti funzioni, sottoscrisse la relazione recependone e facendone proprio il relativo contenuto. Tale convincimento del giudice di merito è supportato da pregnanti argomentazioni, rilevandosi: che quando il M. ricevette poco tempo dopo la nuova richiesta di affidamento dei lavori a trattativa privata da parte del gruppo P., personalmente ed esclusivamente, con inequivoco tempismo, sottoscrisse, inviandolo alla Direzione Generale di Roma, un altro provvedimento con cui attestava che anche con riferimento ai lavori stralciati sussistevano per la trattativa privata le stesse motivazioni addotte nella relazione oggetto del presente processo; che pur se la redazione dei progetti e degli elaborati grafici riguardanti i lavori da appaltare rientravano per legge, nelle attribuzioni del S, ciò nondimeno la posizione apicale rivestita dal M. all’interno dell’ organizzazione, in qualità di capo compartimento, gli imponeva non solo compiti di coordinamento, ma anche e soprattutto l’obbligo di esaminare le predette pratiche, prima di sottoscriverle e inviarle alla Direzione Generale dell’ente, per cui non poteva limitarsi a prendere atto di una qualunque relazione predisposta dal S, avendo l’obbligo di verificare il contenuto di ciò che firmava, tanto più che poteva contestarne il contenuto, accertare l’effettivo stato dei luoghi e, comunque, non sottoscrivere quanto era stato attestato; che dalle dichiarazioni dello stesso imputato, puntualmente richiamate a pagina 41 e 42 dell’ impugnata sentenza, emerge che egli si determinò a sottoscrivere la relazione con la piena consapevolezza di attestare il falso. L’impugnata sentenza ha, pertanto, adeguatamente dimostrato la sussistenza della consapevolezza dell’imputato di sottoscrivere una relazione attestante cose non corrispondenti al vero, e quindi la sussistenza del dolo del contestato reato di falso, per cui, i motivi di ricorso proposti a tale proposito sono destituiti di fondamento.

Altrettanto dicasi per i motivi di ricorso concernenti il reato di abuso d’ufficio, con cui si ripropone la tesi secondo cui i giudici di merito, con riferimento all’articolo 9 decreto legge 406/91, avrebbero confuso la “violazione di norma di legge” richiesta dall’articolo 323 Cp con la “violazione di legge” quale vizio dell’atto amministrativo. Argomento questo, ampiamente trattato con richiami a giurisprudenza e pareri del 5 Consiglio di Stato e quindi respinto dalla Corte di merito con motivazione adeguata ed immune da vizi logici e di diritto, di talché in assenza di prova evidente che il fatto addebitato all’imputato non sussista, il suo proscioglimento per intervenuta prescrizione dal reato di abuso d’ufficio non è suscettibile di censure. Né può accedersi alla richiesta formulata dal Pg di dichiarare il reato di abuso d’ufficio assorbito nel reato di cui all’articolo 479 Cp, perché fra i due reati non è ravvisabile un rapporto di sussidiarietà. Il delitto di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico e quello di abuso d’ufficio offendono, infatti, beni giuridici distinti; il primo mira a garantire la genuinità degli atti pubblici, il secondo tutela l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione. Pertanto, mentre tra gli stessi ben può sussistere nesso teleologico (in quanto il falso può essere consumato per il delitto di cui all’articolo 323 Cp), la condotta dell’abuso d’ufficio certamente non si esaurisce in quella del delitto di falso in atto pubblico né coincide con essa (cfr. Cassazione, sezione quinta, 1 febbraio 2000, Palmegiani ed altri, riv 215587; nello stesso senso cfr. Cassazione, sezione quinta, 5 maggio 1999, Graci, riv 213777).

Ciò premesso, il ricorso, in quando infondato, deve essere rigettato.

 

PQM
 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

 

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