Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Cass. Pen. SS.UU Sentenza n. 23909 del 27 maggio 2010 - depositata il 22 giugno 2010

 

 

La persona offesa del procedimento per diffamazione nei confronti di X, Y, Z, ricorre tramite difensore contro decreto di archiviazione in data 25.9.08 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ferrara.

Il G.I.P. ha accolto la richiesta di archiviazione, ripetuta dal Pubblico Ministero dopo lo svolgimento d’indagini suppletive, indicategli nell'ordinanza consecutiva all'udienza ca­merale seguita ad una prima opposizione della stessa persona offesa che, ricevuto l'avviso della nuova richiesta, l'ha riproposta. Stavolta ha ritenuto irrilevanti, perché già svolte, le indagini indicate con la nuova opposizione ed infondata la notizia di reato perché, come sostenuto dal P.M., si è in presenza di esercizio del diritto di critica politica.

Il ricorso deduce:

a) violazione del principio del contraddittorio, perché l'oggetto delle investigazioni suppletive di cui all'art. 410/1° co. CPP può riguardare anche un'inte­grazione, nella specie richiesta;

b) perché il G.I.P., riportandosi alle argomentazioni del P.M., ha omesso di considerare che la notizia, pubblicata nel periodico "un Po nel Delta", è smentita dalle stesse indagini suppletive;

c) il Giudice, reiterata la richiesta di archiviazio­ne, presentata all'esito delle indagini suppletive e di nuova opposizione della persona offe­sa, avrebbe dovuto fissare l'udienza in camera di consiglio ai sensi dell'art. 409/2° co. CPP, per valutare in contraddittorio i risultati di tali indagini.

 

La successiva memoria richiama in particolare le sentenze secondo le quali  il giudice, prima di provvedere sulla seconda richiesta di archiviazione, ha l'obbligo di instaurare il contraddittorio in udienza camerale.

La Sezione V, preso atto del ricorso e delle conclusioni d’inammissibilità del Procura­tore Generale, in ordinanza del 29.1. 2010, ha rilevato che l'ultimo motivo pone questione preliminare, perché sentenze della Sez. I, n. 1203/96, Maimone - Sez. II, n. 842/95, Ric­cio; n. 43913/03. P.O. in proc. Fortunato, rv. 227333; - Sez. V n. 23899/02, Quate/a ed a.; Sez. VI, n. 2174/98, Cardella, rv. 211791; n. 2318/00, P.O. in proc. Negro, rv. 220551; n. 40691/06, P.O. proc. Tollari, rv. 235551 e n. 21988/06, P.O. in proc. Ballarani, hanno nel caso affermato la necessità di fissazione di nuova camera di consiglio.

Rilevato contrasto di giurisprudenza, ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite.

- ritenuto -

1 - E' questione “se, dopo l'espletamento delle indagini disposte in esito al non ac­coglimento, su opposizione della persona offesa, di una prima richiesta di archiviazione, il giudice per le indagini preliminari, riproposta dal pubblico ministero la richiesta di archivia­zione, sia tenuto a fissare l'udienza camerale o possa provvedere con decreto”.

 

1.1 - Le sentenze citate nell'ordinanza di rimessione formano un indirizzo che af­ferma, per ragioni confluenti ma non concordi, l'obbligo del giudice per le indagini di fissa­re nuova camera di consiglio, dopo che il pubblico ministero ha compiuto le indagini dispo­ste in prosecuzione nel termine fissato con ordinanza ai sensi dell'art. 409/4° co. CPP.

2

La citata Sez. I Maimone ha sottolineato il diritto della persona offesa, riportandosi a sentenze della Corte Costituzionale, n. 413/94 (che estendeva la facoltà di opposizione al rito pretorile) e n. 88/91 (v. oltre). Ed ha affermato che, già instaurato il contraddittorio, non è necessario che la persona offesa rinnovi l'opposizione (nello stesso senso le citate Sez. VI Sallarani e Tollare da ultimo Pian, n. 40113/09 - rv. 244560).

Altre sentenze (cfr. le citate Sez. VI Cardella e Negro; Sez. V Quatela; Sez. Il Fortunato, nonché Sez. IV Ignoti, n. 3494/04, rv. 229835) hanno ritenuto invece necessaria la nuova opposizione. Ma Sez. VI Oulai, n. 2100/98 - rv. 211957 ha rimarcato che il giudice deve comunque provvedere con ordinanza.

1.2 - In senso contrario si ritiene, per ragioni di sistema, che il P.M. debba ripetere l'avviso alla persona offesa, che può riproporre opposizione per nuovo contraddittorio, che il G.I.P. può dichiarare inammissibile ed archiviare per decreto (art. 410/2° co.CPP).

Diversamente, spiega la sentenza Gismondi (Sez. V, n. 2825/01, rv. 218831), si esproprierebbe il P.M. delle sue scelte discrezionali ed il giudice del controllo di legalità.

La Nannarone (Sez. VI, n. 4229/97, rv. 210310), rifacendosi a S.U. Testa n. 2/96, esige la nuova opposizione concreta e specifica per l'ulteriore prosecuzione delle indagini, escludendo che possa replicare nel merito. E la Iaselli (Sez. IV, n. 2009/02, rv. 220790) sottolinea che i margini della dichiarazione di inammissibilità sono nel caso più ampi per- ché, già discusso il tema delle nuove indagini da svolgere, il G.I.P. può motivatamente ri- tenerne la completezza e superfluo proseguirle. Nello stesso solco si pongono Sez. II, n. 26675/03, Abbagnato (rv. 225162) e Sez. IV, n. 34405/03, Basile(rv. 225718).

2 - Per risolvere il contrasto, rileva anzitutto la diversa lettura dell'obbligo di esercizio dell'azione penale nel Codice vigente, rispetto a quello preesistente alla Costituzione.

Il rito inquisitorio prevedeva che il pubblico ministero, in alternativa alla propria istruzione sommaria, chiedesse nei casi complessi al giudice di svolgere quella formale. Formulata invece richiesta di archiviazione, secondo l'art. 74/2° co. CPP 1930, il giudice istruttore poteva disporre con ordinanza di proseguire lui le indagini. La norma era ritenuta rispondente all'art. 112 Costituzione, perché la richiesta d'archiviazione del pubblico ministero era intesa per diritto vivente forma residua di esercizio dell'azione penale.

La Corte Costituzionale, difatti, affermò l'intangibilità del principio di obbligatorietà dell'azione penale da parte del pubblico ministero, volta ad assicurare l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, in sentenza n. 84/79 che, occupandosi di norme (L. 378/1865) che attribuivano azioni penali ad organi diversi, le ritenne sussidiarie o concorrenti.

Mutato il rito, la Corte ha riaffermato il "principio d'intangibilità" in sentenza n. 88/91 (cit. in Cass. Sez. I, Maimone) che, nel ritenere legittimo il dettato dell'art. 125 DPR 271/89 (Disp. att. CPP 1988), premette che il rito accusatorio, teso ad evitare la superfluità del processo, affida al giudice per le indagini il controllo che il pubblico ministero non si sottragga all'obbligo di esercizio di azione penale per "mera inopportunità.

Qui si rileva che, esclusa la fictio che unificava le opposte iniziative del P.M. nel rito inquisitorio, la concisa lettera dell'art. 112 Cost. ha consentito al legislatore dell’anno 88 di inver­tire l'economia del processo. L'art. 50 del Codice difatti recita: "il pubblico ministero esercita l'azione penale quando non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione". E l'art. 125 cit. in attuazione dà contenuto ai "presupposti", disponendo che presenti al giu­dice la richiesta "quando ritiene l'infondatezza della notizia di reato perché gli elementi ac­quisiti nelle indagini preliminari non sono idonei a sostenere l'accusa in giudizio".

Se la richiesta risponde al parametro di inidoneità degli elementi acquisiti, il G.I.P. de­creta incensurabilmente l'archiviazione. Se la richiesta non risponde al parametro, il giudi­ce per le indagini dispone che il P.M. prosegua le indagini o eserciti l'azione penale, instau­rando in entrambi i casi il contraddittorio, che ha in ciascuno diversa funzione.

 

2.1 - Le alternative s'incentrano sulla sufficienza delle indagini svolte.

 

Se il G.I.P. le ritiene insufficienti, non accoglie la richiesta e, per l'art. 409/2° co., fissa con ordinanza udienza camerale a sensi dell'art. 127 CPP, cui partecipano l'indagato e la persona offesa. Consecutivamente indica al P.M., se necessarie, le ulteriori indagini da compiere in termini indispensabili (4° co.).

Se le ritiene sufficienti, il G.I.P. dispone che il P.M. formuli l'imputazione (eserciti l'a­zione penale), entro dieci giorni. Nei due giorni successivi fissa con decreto (conclusivo delle indagini) l'udienza preliminare, in cui discusso il merito tra le parti, quale G.U.P. di­spone il giudizio per decreto o decide in sentenza il "non luogo a procedere".

Nel primo caso (art. 409/2° co.), dunque, la legge prevede un "contraddittorio inci­dentale" a seguito del quale il G.I.P. indica in ordinanza al P.M. le altre indagini da svolge­re o archivia la notizia di reato per infondatezza, restituendogli gli atti.

L'ordinanza (6°c.) è "ricorribile per cassazione" se emessa senza osservare le dispo­sizioni d'instaurazione e svolgimento della camera di consiglio di cui ai commi 1, 3 e 4 dal­l'art. 127, sanzionate da nullità nel c.5°, non per la sua motivazione.

La conclusione ineludibile è che, se l'indagato non può sottrarsi alla prosecuzione d'indagini, né l'offeso contestare l'archiviazione della notizia di reato, l'ordinanza conclusiva del G.I.P., sia o non propulsiva, è destinata esclusivamente al pubblico ministero.

2.2 - Al fine propulsivo, la persona offesa può offrire contributo al G.I.P., in ragione della sua conoscenza del fatto.

L’art.408 Cpp la autorizza a proporre opposizione entro dieci giorni dalla notifica d'avviso della richiesta di archiviazione, di cui abbia già chiesto al P.M. di essere eventualmente informata. E l'art. 410/1° co. prevede che con tale opposi­zione la persona "chieda la prosecuzione delle indagini, indicando a pena di inammissibilità l'oggetto di investigazione suppletiva ed i relativi elementi di prova".

Se il G.I.P. ritiene le indicazioni dell'opponente rilevanti e pertinenti, come richiesto da S.U. n. 2/96 Testa, cioè tali da dimostrare che la richiesta di archiviazione del P.M. non vada accolta per incompiutezza delle indagini (difetto d'iniziativa del P.M, non erronea va­lutazione d'infondatezza della notizia), dispone udienza ai sensi dell'art. 409/2°c..

Ma il G.I.P può dichiarare inammissibile l'opposizione non autorizzata o tardiva e di­sporre ugualmente l'udienza camerale, per indicare al P.M. proprio le indagini già suggerite dalla persona offesa. La proposizione dell'opposizione non è dunque per sé condizione di prosieguo del contraddittorio già instaurato. E non lo è nemmeno la consecutiva ordinanza del G.I.P., secondo quanto già affermato in S. U. n. 22909/05, Minervini.

La sentenza ha riconosciuto bensì al G.I.P. il potere di controllo sull'intera notitia cri­minis con facoltà di estenderla a persone diverse, imponendo al P.M. l'iscrizione relativa dei nomi nel registro delle notizie di reato e la prosecuzione delle indagini (rv. 231162).

Ma gli ha negato il potere di fissare contestualmente nuova udienza di rinvio per l'ul­teriore corso, in quanto creerebbe un vincolo per le valutazioni conclusive del P.M. circa l'idoneità degli elementi acquisiti a sostenere l'accusa in giudizio, sicché sotto questo profi­lo II suo provvedimento ordinatorio è abnorme (rv. 231163).

E' evidente che, compiute ulteriori indagini, il P.M. è ripristinato nella facoltà di richie­dere l'archiviazione, dandone avviso alla persona offesa, che ha conservato il diritto di es­serne informata a sensi dell'art. 408. E la nuova opposizione non obbliga il G.I.P. ad emet­tere ordinanza per la fissazione di camera di consiglio, se la riconosce inammissibile ed ac­coglie la ripetuta richiesta di archiviazione del P.M., salvo un parametro diverso dall'unico già riconosciuto nel diritto vivente.

3 - In sintesi, il processo dev’essere non solo necessario, come premesso, ma anche di durata ragionevole, come rammenta la sopravvenuta novella dell'art. 111.

Il rispetto combinato dei due principi è connaturato al sistema, che ha invertito l'eco­nomia del rito, confinando anzitutto la fase delle indagini in termini rigorosi, seppur proro­gabili (art.405 ss. Cpp) e correlando il contributo dell'offeso all'esigenza di proseguire le indagini in precisa direzione. La garanzia del contraddittorio incidentale assume dunque ri­lievo solo se funzionale alla prospettiva di esercizio dell'azione penale, in ipotesi di valuta­zione del G.I.P. discorde da quella del P.M. sulla sufficienza delle acquisizioni per decidere se archiviare, come richiestogli o che il P.M. eserciti l'azione penale.

L'opposizione ha il fine di offrire al G.I.P. contributo conoscitivo.

Ed il contraddittorio incidentale gli consente di riceverlo, eventualmente sulla premessa dell'opposizione am­missibile, anche dall'indagato (posto che il P.M. deve accertare del pari quanto è a suo fa­vore, giusto l'art. 358 CPP) in posizione di terzietà, quando il G.I.P. ritiene di dover dispor­re il prosieguo delle indagini. Non ha altra funzione, se infine si osserva che l'art. 414 CPP prevede che, disposta l'archiviazione, il G.I.P. possa riaprire le indagini con decreto moti­vato, su richiesta del P.M. motivata con l'esigenza di nuove investigazioni.

Pertanto alla questione si risponde che "II giudice può provvedere con decreto se non vi sia nuova opposizione o se questa sia inammissibile".

4 - Infondato il motivo preliminare del ricorso, gli altri due, volti a sostenere la ripe­tuta opposizione, sono invece inammissibili, perché in contrasto con il diritto vivente.

In via di principio è ovvio che la nuova opposizione debba, non solo possa, avere ad oggetto supplementi integrativi d'indagine, purché rispondenti ai parametri dell'art. 410/1° co.. S.U. Testa (cit.) li ha sottolineati, per impedire che il giudice nel decreto di cui all'art. 410/2° co., documentalmente unico, ritenga in via apodittica l'inammissibilità dell'opposi- zione o la confonda con la valutazione di infondatezza della notizia di reato.

Ma il rispetto dei parametri integra il presupposto di diniego del contraddittorio. Per- ciò il ricorso contro il decreto è previsto per inosservanza di rito, non per vizio di motivazione (art. 606/1 lett. e) sulla rilevanza o pertinenza delle indicazioni o nell'affermare in- fondata la notizia, salvo trasferire al giudice di legittimità il controllo riservato al G.I.P..

Nella specie, si è premesso che il decreto fa proprio il tenore della richiesta del P.M., che dà conto delle indagini svolte (vertenza politica, opinioni di ciascun indagato per i quali è notizia di reato, acquisizioni documentali, etc.). E significa che la compiutezza delle indagini dimostra che la ripetuta opposizione non indichi nulla di rilevante da acquisire ancora.

Il primo motivo dunque travisa che il decreto d'inammissibilit  dell'opposizione si rifà        proprio al parametro richiesto, sicché risulta ictu oculi riconoscibile quale presupposto di esclusione del contraddittorio in vista di ulteriore prosecuzione delle indagini.

L'equivoco è di assoluta evidenza nel secondo motivo, che sostiene il "difetto di motivazione circa l'infondatezza della notizia di reato e i risultati d'indagine".

p . q. m.

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese processuali.

 

 

Roma, 27.5.2010.

 

 

 

 

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