Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

Cass. pen. Quarta Sez. Sent. 14 gennaio-1 aprile 2004, n. 15461

 

La Corte rileva


 


1. Il 1° maggio 1994 nell’autodromo “Enzo e Dino Ferrari” di Imola, nel corso del 14° gran premio automobilistico di San Marino giunto al secondo giro dopo la cd. partenza lanciata e il rientro della safety car, l’autovettura Williams FW 16 guidata dal pilota Ayrton Senna (che in quel momento si trovava in testa alla corsa) usciva di pista all’altezza della curva del Tamburello abbandonando appunto la traiettoria curvilinea e, superata la linea bianca delimitante il bordo esterno della stessa pista, si schiantava contro il muretto di protezione in cemento armato, posto sul confine fra l’area del circuito e l’alveo del fiume Santerno. Il pilota, rimasto nell’abitacolo della vettura gravemente danneggiata, riportava lesioni e, trasportato in elicottero all’ospedale Maggiore di Bologna, ivi decedeva.
Il Procuratore della Repubblica presso la Pretura circondariale di Bologna avviava indagini dirette a verificare se fossero ravvisabili ipotesi di responsabilità penali in relazione alla morte del pilota Senna e del suo collega Roland Ratzenberger (deceduto a sua volta durante le prove di qualificazione per la stessa gara svoltesi il giorno precedente, a seguito di un incidente che aveva visto l’autovettura dell’interessato uscire di pista ed urtare violentemente contro il muro nel tratto immediatamente successivo alla riferita curva cd. del Tamburello).
Concluse le indagini (con l’effettuazione fra l’altro di accertamenti tecnici relativamente alla pavimentazione della pista, alle misure di sicurezza a protezione dei piloti e allo stato di alcuni componenti dell’autovettura guidata da Senna), il Pm, dopo aver chiesto e ottenuto l’archiviazione del procedimento nei confronti delle persone indagate di omicidio colposo per la morte del pilota Ratzenberger, citava a giudizio, dinanzi al pretore di Bologna - sezione distaccata di Imola perché rispondessero del reato di omicidio colposo per la morte di Ayrton Senna, O.W., P.H., A. N., F. B., G. P. e R. B..
A W, H e N, rispettivamente direttore generale direttore tecnico e capo progettista della casa costruttrice “Williams Grand Prix Engincering LTD”, era imputato di aver modificato nella vettura in questione, agendo con negligenza e imprudenza, il piantone dello sterzo (la cui rottura aveva determinato l’incidente fatale) mediante il taglio di una parte dello stesso piantone (costituito originariamente da un unico pezzo sostituita da un tubo di diametro inferiore, modifica progettata ed eseguita:
a) senza valutare adeguatamente lo sforzo cui il piantone sarebbe stato sottoposto per effetto delle sollecitazioni da torsione e da flessione originate dalla guida del pilota;
b) senza predisporre un adeguato raggio di raccordo fra i pezzi di differente diametro;
c)utilizzando per il pezzo di diametro ridotto un materiale di qualità diversa ed inferiore rispetto a quella del pezzo originario;
d) lasciando sul pezzo così modificato segni di utensile, che ne avevano diminuito la resistenza allo sforzo;
e) predisponendo la riduzione del diametro del piantone in corrispondenza del punto dove si sarebbero verificate le maggiori sollecitazioni.
A B (amministratore delegato della società avente la gestione dell’autodromo), P (direttore dello stesso autodromo) e B (ispettore della Federazione internazionale automobilistica) era invece contestato di aver consentito lo svolgimento della corsa in un circuito, che non rispondeva a tutti i requisiti di sicurezza richiesti per lo svolgimento di gare automobilistiche.
All’esito del giudizio il pretore, con decisione del 16 dicembre 1997, assolveva gli imputati W H e N per non aver commesso il fatto e B, P e B perché il fatto non sussiste. Il pretore, dopo aver individuato nel cedimento del piantone dello sterzo (dovuto al sottodimensionamento del pezzo) la causa dell’incidente, osservava che il direttore generale W si occupava essenzialmente dei rapporti commerciali della società e non aveva avuto alcun ruolo nella realizzazione della colonna dello sterzo montata sulla vettura di Senna e più in generale in ordine alle decisioni di carattere tecnico-ingegneristico.

Quanto poi a H e N, sempre secondo il giudice di primo grado, le emergenze processuali non consentivano di assegnare loro con certezza il ruolo di progettista del piantone. D’altra parte l’operazione sul piantone era certamente avvenuta all’interno degli stabilimenti aziendali a cura dell’ufficio specializzato in questo tipo di interventi, sulle cui capacità tecniche, per quanto emerso, non erano in passato sorti dubbi o perplessità.
Con riferimento agli altri tre imputati il pretore perveniva alla sua decisione sulla base del mancato accertamento tra la condotta contestata (mancata realizzazione della cd. complanarità tra la pista e la banchina) e l’evento mortale, giacché, anche nella ipotesi di perfetta complanarità, i dati di conoscenza acquisiti non consentivano di ritenere che, con alta probabilità, l’evento lesivo non si sarebbe verificato.
Proponevano appello gli imputati W e H, chiedendo il proscioglimento con formula migliore, nonché il Procuratore della Repubblica e il Pg della Repubblica nel confronti dello stesso H e di N, prospettando l’attribuibilità, a causa del loro ruolo di preminenza nella scuderia, della responsabilità diretta per la ideazione e progettazione della contestata modifica meccanica.
Con la sentenza in epigrafie la Corte di appello di Bologna ha assolto gli imputati W, H e N, al sensi dell’articolo 530 comma 2 Cpp, perché il fatto non sussiste.

La Corte territoriale ha innanzitutto affermato la parità di rango, nella fattispecie di tutti i possibili elementi di accusa, senza che ad alcuno possa essere assegnato un valore primario. In tal modo è stata quindi disattesa la valutazione del pretore, che aveva escluso alcuni profili di responsabilità, ravvisando una ipotesi di colpa nella condotta commissiva della scuderia W, quale soggetto d’impresa, pur senza una individuazione a carico di uno degli imputati. E a riprova di quanto affermato la stessa Corte dà ampio spazio a numerosi stralci della istruttoria dibattimentale, dai quali ricava la sussistenza di carenze istruttorie e l’ipotizzabilità di eventuali concause, tali da far dubitare dell’assorbente efficacia deterministica della rottura del piantone sull’evento lesivo. E ciò in quanto i dati tecnici emersi in giudizio non hanno appunto consentito una inconfutabile ricostruzione causate del sinistro. Tutto ciò per concludere che nel caso in esame vi sarebbe stata la prospettazione di un unico presupposto, senza esaminare altri angoli visuali, con l’accertamento di un fatto colposo, al quale peraltro gli imputati sono stati ritenuti estranei. Pertanto l’approfondimènto tecnico della rottura del piantone, con la contemporanea sottovalutazione delle questioni emergenti, si sarebbe risolto in un inutiliter gestum. Anche perché, sempre secondo la Corte distrettuale, non compete al giudice individuare, in un contesto dall’accentuato tasso tecnico, le cause specifiche che hanno determinato l’evento, spettando tale compito alla parte, che può avvalersi, nella dialettica processuale, di collaboratori con funzioni di supporto scientifico. Né sarebbe potuta intervenire una nuova perizia, stante da un lato l’elaborata indagine già effettuata e dall’altro la difettosità di elementi suscettibili dall’inizio di indagini effettuabili.


3. Propone ricorso per cassazione il Pg della Repubblica presso la Corte di appello di Bologna deducendo due mezzi di annullamento.
 

3.1. Con il primo motivo si denuncia inosservanza delle norme processuali, giacché la Corte bolognese, nonostante la puntuale eccezione, non ha dichiarato inammissibili gli appelli di W e H ai sensi dell’att. 593 comma 2 Cpp, che prevede l’inappellabilità, da parte dell’imputato, anche della sentenza assolutoria, come nella fattispecie, per non aver commesso il fatto.
La censura è fondata. Infatti, posto che nessun interesse tutelabile ha l’imputato ad appellarsi contro sentenze di proscioglimento che affermano la sua completa innocenza, la Corte distrettuale, per l’inequivocità della riferita disposizione, avrebbe dovuto dichiarare inammissibile l’appello di Williams. La questione invece non rileva per Head, la cui posizione è stata investita dall’appello del Pm.
Conseguentemente l’impugnata sentenza va annullata sul punto senza rinvio e con declaratoria d’inammissibilità dell’appello del W.
3.2. Con il secondo motivo si deduce mancanza o manifesta illogicità della motivazione. La Corte del merito, prescindendo sostanzialmente dai fatti oggetto dell’imputazione, in ordine solo ai quali il Pm aveva esercitato l’azione penale, avrebbe sottolineato supposte carenze istruttorie esaminando ipotesi alternative, rispetto a quella contestata agli imputati e concludendo apoditticamente nel senso della ritenuta equivalenza delle opposte tesi dell’accusa e della difesa e della impossibilità di assegnare preponderanza a un solo elemento deterministico. Con tale conclusione, peraltro, sarebbe stato commesso anche un errore logico, laddove è stato ritenuto il venir meno della rilevanza giuridica del nesso causale tra la condotta contestata e l’evento per il solo fatto del possibile emergere di altre concause.
Anche tale doglianza è fondata. Osserva preliminarmente il collegio che, ai sensi dell’articolo 597 comma 1 Cpp, l’appello attribuisce al giudice di secondo grado la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali si riferiscono i proposti motivi. Oggetto del giudizio di appello non è quindi il motivo, ma il punto della decisione cui il motivo fa riferimento. Peraltro il concetto di punto pacificamente non coincide con quello di questione, poiché ogni punto, riguardando uno specifico tema enucleabile dalla decisione, può involgere molteplici questioni. Da ciò consegue che, avendo l’appello natura di gravame, il giudice di secondo grado, chiamato ad accertare la correttezza dell’operato del primo giudice con riferimento al punto impugnato, non è tenuto a (imitarsi a quanto prospettato dall’appellante, ma, rispettando il principio di divieto di reformatio in peius in caso di appello del solo imputato, ha cognizione e poteri non dissimili da quelli del primo giudice. E poiché nella fattispecie i motivi di appello riguardanti gli imputati Head e Newey, per essere incentrati sull’attribuibilità dell’evento a causa della rottura del piantone dello sterzo, riguardavano il punto della causazione dello stesso evento, non può essere censurato il fatto in sé che la Corte emiliana si sia occupata delle possibili concause.

Il problema è che con la decisione di secondo grado per un verso non sono state fornite puntuali e sostanziali risposte ai motivi dedotti con l’appello e per l’altro non sono mancate enunciazioni di fatto fra loro non coincidenti e (implicite) affermazioni giuridiche non condivisibili. Nella sentenza impugnata innanzitutto vi sono passaggi contraddittori circa la rottura del piantone, a proposito della quale dapprima (pag. 139) si dichiara l’indubbia valenza causale (con un giudizio sembra di capire non sotto un mero profilo ipotetico, ma formale e concreto) senza ulteriori specificazioni e successivamente si afferma (pag. 278) la permanenza “in radice” del dubbio circa la stessa valenza. Nella stessa decisione viene poi presa in rassegna una serie di possibili concause anche con riferimento alle relative fonti di prova, senza peraltro un puntuale giudizio su ciascuna di esse e sul reciproco interferire fra di loro e anche con la causa indicata nel capo d’imputazione. Si fa così riferimento, sottolineando anche carenze istruttorie, alla efficienza della vettura avuto riguardo alle modifiche apportate alle sospensioni, allo stato manutentivo del fondo, alla irregolare sostituzione delle gomme, alla collisione pneumatico-muretto per giungere alla conclusione, come già riferito, di una parità di rango di ciascun elemento di accusa senza che ad alcuno di essi possa essere assegnato un valore primario ed essenziale nel determinismo dell’evento letale.

In tal modo la Corte bolognese non ha fornito un giudizio effettivo sui temi, che il capo di accusa e la conseguente problematica dibattimentale ponevano con riferimento ai motivi di appello e che possono essere indicati nel modo che segue:

1) il piantone dello sterzo era stato (e da chi) erroneamente e/o inadeguatamente modificato, come riportato in imputazione?;

2) tale imperita modifica ha determinato la rottura del piantone o quest’ultima è stata causata da altro?;

3) la rottura del piantone ha determinato la perdita di controllo dell’autovettura o è stata conseguenza di quest’ultima e del successivo impatto (o di altro)?;

4) ove ricorresse la prima ipotesi, eventuali altre cause si posero come cause concorrenti o da sole sufficienti a determinare l’evento?

S’impone pertanto l’annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna perché su tali temi vi sia una compiuta pronuncia di merito alla luce dei principi consolidati in tema di causalità e desumibili dalla lettura costituzionalmente orientata degli articoli 40 e 41 Cp:

1 equivalenza delle cause, nel senso che costituisce causa penalmente rilevante ogni condotta che si ponga come condizione senza la quale l’evento, da cui dipende l’esistenza del reato non si sarebbe verificato;

2 verifica della causalità mediante utilizzazione del cd. giudizio controfattuale, diretto ad accertare se, in assenza della condotta in questione, l’evento si sarebbe ugualmente realizzato;

3 ancoraggio del giudizio controfattuale ad una generalizzata regola di esperienza o ad una legge avente validità scientifica ( Cass. Pen. SU, 10 luglio 2002, Franzese).


PQM


 

La Corte dichiara inammissibile l’appello proposto da W F e O G avverso la sentenza in data 16 dicembre 1997 del pretore di Bologna - sezione distaccata di Imola e per l’effetto annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti dello stesso W; annulla altresì la sentenza impugnata nei confronti di H Pe N A con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Bologna.

 

 

Cass. Pen. – Sezione quarta – Sent. 6 novembre 2003 - 4 marzo 2004, n. 10430

 

Fatto e diritto


 

1. Il Tribunale di Como, in composizione monocratica, con sentenza del 13 novembre 2000 dichiarava il prof. A. G. colpevole del reato di omicidio colposo e lo condannava alla pena di anni uno di reclusione, con i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione.
2. Il dott. G. era stato chiamato a rispondere del reato in questione in qualità di direttore della casa di cura “Le Betulle”e di medico curante di P. C., affetta da sindrome depressiva psicotica, ricoverata dal 30 giugno 1997 presso la suindicata Casa di Cura e deceduta in data 10 luglio 1997 per suicidio attuato mediante defenestrazione in luogo esterno alla casa di Cura. A carico del dott. G. erano stati formulati i seguenti addebiti: a) aver consentito che la paziente fosse affidata alla custodia di M. M. accompagnatrice volontaria, priva di specializzazione e di conoscenza medico - infermieristica; b) aver omesso di fornire all’accompagnatrice medesima qualsivoglia informazione sullo stato mentale della paziente e financo sui pregressi tentativi di suicidio della stessa attuati mediante defenestrazione; c) aver consentito che la paziente fosse condotta fuori dalla clinica dalla accompagnatrice e pertanto in situazione di diminuita custodia prima del superamento della fase di latenza del trattamento psicofarmacologico antidepressivo, con conseguente aumento del rischio suicidario, cosicché la P., condotta dalla M. nella propria abitazione e recatasi da sola nel locale adibito a servizio igienico, si gettava dalla finestra in tal modo procurandosi un grave politraumatismo da cui derivava nell’immediatezza il decesso.
3. La Corte di appello di Milano, con la sentenza in data 4 febbraio 2002, confermava la sentenza in primo grado e condannava l’appellante alle ulteriori spese del giudizio.

La Corte di appello territoriale, nel confermare la penale responsabilità del G., richiamava i contenuti motivazionali della sentenza di primo grado sulla prevedibilità ed evitabilità dell’evento nonché sulla esigibilità di una condotta atta a prevenire l’evento.
In ordine alle censure di merito dedotte dall’appellante, sotto il primo profilo (prevedibilità dell’evento), la Corte evidenziava, ad integrazione delle argomentazioni già esposte dal primo giudice che: la P. era soggetto ad alto rischio suicidario in considerazione della natura della malattia diagnosticata e dei tre pregressi tentativi messi in atto in Toscana in epoca immediatamente precedente e che tale pericolo concreto, e non astratto, si presentava elevatissimo; i tentativi di suicidio messi in atto dalla P. , soprattutto in base alla ricostruzione effettuata a posteriori ed anche in dibattimento, avevano evidenziato la sicura serietà delle intenzioni, consentendo di escludere H mero intento dimostrativo; tale conclusione non poteva essere validamente contrastata dalle dichiarazioni rese dai testi psichiatri Morelli e Vanini sulla situazione psichiatrica della paziente, che sarebbero state assunte in spregio del disposto dell’articolo 499, comma 1, Cpp né dal parere tecnico del consulente della difesa, secondo il quale se avesse voluto realmente suicidarsi ( con riferimento ai tentativi) la P. sarebbe riuscita nell’intento.
Sotto il secondo profilo ( evitabilità dell’evento e sussistenza del nesso causale tra la colpa contestata e l’evento), i giudici di appello, nel confermare la correttezza della decisione assunta dal giudice di primo grado, sottolineavano che l’uscita dalla casa di cura della P., che per la sua anamnesi recente, presentava un rischio suicidario specifico ( tutti i tentativi di suicidio erano avvenuti con le stesse modalità, defenestrazione dal quarto piano) avrebbe determinato un aumento del rischio che la paziente ponesse in essere un ennesimo gesto di autosoppressione.

Sotto il terzo profilo (esigibilità di una condotta atta a prevenire l’evento), i giudici di appello, nel passare in rassegna i singoli addebiti colposi evidenziati dalla sentenza di primo grado a carico del G., rimarcavano che la decisione del primo giudice prescindeva del tutto dalle problematiche della legge 180/78, intrattenendosi invece su connotati della condotta ( mera esternazione di dissenso alla manifestazione della volontà della P. di uscire dalla casa di cura, l’apprestamento di un’assistenza più informata o più qualificata) che nulla avevano a che fare con il sistema di assistenza sanitaria introdotto da quella legge, fondato sulla volontarietà delle cure mediche e sulla proibizione della custodia del malato di mente, al di fuori del trattamento sanitario obbligatorio.

4. Avverso la predetta decisione propone ricorso per cassazione A. G. a mezzo di due difensori.

5. Il difensore articola quattro motivi.

Con il primo lamenta l’erronea applicazione della legge penale con riferimento all’articolo 40 cpv ed alle leggi 180/78 e 833/78: i giudici di appello sarebbero incorsi in un grave errore di interpretazione delle leggi suindicate laddove hanno ritenuto del tutto inconferente il richiamo della difesa ai principi da esse sanciti, così confermando la motivazione del giudice di primo grado, che aveva escluso ogni attinenza alla vicenda della normativa in questione, sulla base della considerazione che all’imputato non era stata contestata la mancata adozione di strumenti di coazione, ma la violazione dell’obbligo di protezione nei riguardi di una paziente a rischio e quindi affidata alla custodia del sanitario; tale erronea interpretazione, secondo l’assunto difensivo, non avrebbe colto che il nuovo assetto legislativo in tema di malattia mentale prevede, al di fuori delle ipotesi del trattamento sanitario obbligatorio, che gli interventi terapeutici sono volontari e non sono consentite limitazioni alla libertà personale del paziente.

Con il secondo motivo lamenta la mancanza della motivazione risultante dal testo della sentenza impugnata in relazione al secondo motivo di impugnazione dedotto in appello con i motivi nuovi, secondo il quale il comportamento del professor G. era in perfetta aderenza all’interpretazione delle leggi 180/78 e 833/78 adottata fino al momento del fatto dalla Sc: conseguentemente, se pure i giudici di appello avessero ritenuto erronea l’interpretazione del ricorrente, avrebbero dovuto proscioglierlo per errore scusabile sul divieto.

Con il terzo motivo lamenta la violazione dell’articolo 40 Cp e la conseguente contraddittorietà ed illogicità della motivazione della sentenza impugnata in ordine alla pretesa sussistenza del rapporto causale: i giudici di merito, sotto il profilo causale, avevano individuato quale condotta penalmente rilevante attribuita al prof. G. il permesso dallo stesso concesso alla P. di uscire dalla casa di cura per mangiare un gelato insieme con l’accompagnatrice ( tale ultimo aspetto relativo all’omesso apprestamento di una assistenza qualificata e di una completa informazione dell’accompagnatrice, rileva il ricorrente, è stato dai giudici affrontato nella parte della sentenza che motiva sul grado della colpa): in tal modo la sentenza si sarebbe posta in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale espresso dalla Sc (v. Cassazione Su: 10 luglio-11 settembre 2002, imp. Franzese), secondo il quale potrà pervenirsi al giudizio di responsabilità del sanitario solo quando, all’esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e “processualmente certa” la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale”o “probabilità logica”( sul punto specifica il ricorrente che neanche seguendo il criterio probabilistico/statistico,. precedente all’interpretazione sopra enunciata, l’ipotesi accusatoria della esistenza del nesso causale avrebbe potuto trovare conferma).

In sostanza, la Corte di appello nell’affrontare il problema del nesso causale, non ha affrontato, così violando il canone della coerenza logica, la questione, pure sollevata dalla testimonianza resa dall’esperto psichiatra dell’accusa, sulla sussistenza della stessa probabilità che la paziente si suicidasse all’interno della causa di cura o durante il tragitto in macchina, ancora prima rispetto alla data in cui il suicidio si è effettivamente verificato.
Con il quarto motivo assume l’inosservanza della legge penale con riferimento all’articolo 43 Cp e la conseguente illogicità della motivazione in relazione alla prevedibilità del suicidio: avrebbero errato i giudici di merito nel formulare il giudizio di prevedibilità dell’evento alla luce anche di dati ed elementi conosciuti e conoscibili solo
ex post, quale il test di Rorscach e lo scritto della paziente rinvenuto post mortem; avrebbero altresì errato nel considerare rese al di fuori della legge in violazione dell’articolo 499,comma 1, Cpp, le dichiarazioni dei testi psichiatri Morelli e Vanini sulla situazione psichiatrica della paziente, soprattutto sotto il profilo della prevedibilità dell’evento, da entrambi escluso.

Con un motivo nuovo, ritualmente depositato, ad integrazione di quanto già esposto, in merito all’accertamento del rapporto causale assume: i giudici di merito hanno ritenuto, a dimostrazione del nesso eziologico, che l’uscita dalla casa di cura avrebbe aumentato il rischio suicidario, così contravvenendo alla interpretazione formulata dalle Su con la nota sentenza del luglio 2002 secondo la quale il criterio di imputazione costituito dall’aumento o mancata diminuzione delle chances di salvezza del medesimo bene (vita, incolumità fisica, salute, ambiente) è ripudiato dal vigente sistema penale perché finirebbe con il comportare una abnorme estensione delle responsabilità in violazione del principio di legalità e tassatività della fattispecie e della garanzia di responsabilità per fatto proprio. Con il citato motivo insiste, inoltre, sul rilievo che la sentenza impugnata non ha dimostrato che l’azione doverosa omessa avrebbe scongiurato il verificarsi dell’evento lesivo e che in ogni caso il nesso di causalità e la colpevolezza dell’imputato non sono stato provati dall’accusa al di là di ogni ragionevole dubbio: da ciò avrebbe dovuto conseguire l’esito assolutorio di cui all’articolo 530, comma 2, Cpp..

6. Il secondo difensore, ha dedotto due motivi di impugnazione ed ha depositato, ad integrazione, una memoria illustrativa.

Con il primo ha denunciato l’erronea applicazione della norma contenuta nel primo comma, terza ipotesi, dell’articolo 43 Cp per avere la sentenza impugnata ritenuto colposo il comportamento del G. nonché la mancanza di motivazione in ordine alla reiezione degli argomenti difensivi addotti dalla difesa a dimostrazione della non configurabilità come colposo del suddetto comportamento : o i giudici di merito non avevano affrontato, prima di qualificare come colposo il comportamento del G., la questione se questi potesse ipotizzare, nel momento in cui concedeva l’autorizzazione alle due donne di fare un giretto e di consumare un gelato, che i fatti si svolgessero secondo le ormai note modalità ed in tale caso la motivazione sarebbe mancante perché non aveva fornito alcuna giustificazione della reiezione di quanto dedotto dalla difesa per contestare la prevedibilità dell’evento; o i giudici di merito avevano risolto implicitamente in senso positivo la suindicata questione ed in tal caso la motivazione sarebbe illogica, non potendo esigersi anche dall’uomo giudizioso della medesima professione dell’imputato una simile previsione.

Con il secondo motivo ha denunziato la inosservanza della norma contenuta nel secondo comma dell’articolo 41 Cp - causa sopravvenuta sufficiente da sola a determinare l’evento - e la mancanza di motivazione in ordine alla suddetta inosservanza: la Corte di appello avrebbe omesso di valutare se le condotte poste in essere dalle due donne, cioè l’essersi recate in automobile, lontano dalla clinica e, quindi, nell’appartamento al quarto piano della M., anziché fare soltanto quanto autorizzato, non concretassero condizioni sopravvenute escludenti il rapporto di causalità tra il comportamento del sanitario e l’evento, e da sole sufficienti a determinare l’evento.
Più precisamente la Corte avrebbe apoditticamente sottolineato sul punto che «che il rapporto causa effetto, va valutato alla stregua delle più elevate probabilità che all’esterno della casa di cura la P. aveva di potersi recare ovunque e, quindi, anche in una zona alta e da qui precipitare a terra». Sostiene il ricorrente che tale motivazione contravverrebbe all’insegnamento della Sc (v. Cassazione Su 27/2002) secondo il quale «l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza sul nesso di condizionamento tra condotta umana e singolo evento potrà essere riconosciuta fondata soltanto con una quantità di precisazioni e purché sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso ed alternativo decorso causale».

7. I motivi di impugnazione consentono una trattazione unitaria vertendo, a ben vedere, tutti sulla ritenuta erroneità dell’affermato giudizio di responsabilità.
Pur dovendosene apprezzare la ricchezza espositiva non possono, però, trovare accoglimento, in quanto la sentenza impugnata appare caratterizzata da un convincente apparato argomentativo sulle questioni di interesse ai fini del giudizio di responsabilità e non presenta, peraltro, neppure errori di diritto, con precipuo riguardo ai principi applicabili in tema di colpa, di nesso di causalità e di eventuale interruzione di questo per la sopravvenienza di causa sopravvenuta eccezionale ed imprevedibile.

In proposito, non è inutile ricordare i rigorosi limiti del controllo di legittimità sulla sentenza di merito.

In questa sede, non è possibile una rinnovata valutazione dei fatti e degli elementi di prova.

È principio non controverso, infatti, che nel momento del controllo della motivazione, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, né deve condividerne la giustificazione, ma devo limitarsi a verificare se questa giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una “plausibile opinabilità di apprezzamento”. Ciò in quanto l’articolo 606, comma 1, lettera e), del Cpp non consente alla Corte di cassazione una diversa lettura dei dati processuali o una diversa interpretazione delle prove, perché è estraneo al giudizio di legittimità il controllo sulla correttezza della motivazione in rapporto ai dati processuali (Cassazione, Sezione quinta, 13 maggio 2003, Pagano ed altri). In altri termini, il giudice di legittimità, che è giudice della motivazione e dell’osservanza della legge, non può divenire giudice del contenuto della prova, in particolare non competendogli un controllo sul significato concreto di ciascun elemento di riscontro probatorio (Cassazione, Sezione sesta, 6 marzo 2003, Di Folco).

Ciò premesso in termini generali, deve ritenersi che, proprio con riguardo all’apparato argomentativo a supporto del ritenuto addebito di colpa, la sentenza di merito appare congruamente motivata in relazione a tutti i profili di interesse, con corretta applicazione dei principi in tema di nesso di causalità, con particolare attenzione alla prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso verificatosi (suicidio) nonché alla esigibilità in concreto da parte del prevenuto (sanitario cui era affidata la paziente) di una condotta atta a prevenirlo.

Sotto il primo profilo, è stato correttamente evidenziato, anche attraverso una serrata e convincente critica delle deposizioni dei testi Morelli e Vanini (indipendentemente dal problema della legittimità dell’assunzione di tali deposizioni), che la P. era soggetto ad alto rischio suicidario in considerazione della natura della malattia diagnosticata e dei tre pregressi tentativi messi in atto in Toscana in epoca immediatamente precedente e che tale pericolo concreto, e non astratto, si presentava elevatissimo; i tentativi di suicidio messi in atto dalla P., costituivano, del resto, circostanza fattuale obiettiva assolutamente inequivoca. In una tale prospettiva, sotto l’altro profilo, è stato anche sottolineato che l’uscita dalla casa di cura della P., costituiva circostanza fattuale tale da determinare un aumento del rischio che la paziente ponesse in essere un ennesimo gesto di autosoppressione, qualora non fosse stata accompagnata dal contestuale apprestamento di un’assistenza più informata o più qualificata da parte dell’assistente volontaria cui la medesima era stata affidata dal prevenuto, tale da evitare il verificarsi della evidenziata situazione di rischio di recidiva. Rischio di recidiva che non vi sarebbe stato laddove il prevenuto avesse adeguatamente informato, come avrebbe potuto e dovuto, l’assistente volontaria delle condizioni della paziente.

L’apprezzamento di tali situazioni fattuali, peraltro neppure contestate, non potrebbero (né possono) essere sindacate in questa sede, visto l’ambito del giudizio di legittimità come sopra ricostruito, non palesandosi del resto come ricostruite in termini illogici o facendo richiamo a massime di esperienze incongrue o manifestamente inesatte.

Non può sostenersi in senso in senso contrario, per farne discendere l’incongruenza e l’inesattezza della decisione, che la Corte di merito abbia basato la decisione su una ricostruzione dei rapporti tra medico e paziente non autorizzata dalla legge 180/78.

È vero il contrario, giacché la scelta del sanitario di accedere all’uscita dalla struttura della paziente è stata dal giudicante valutata positivamente.
E non poteva essere altrimenti giacché la coercizione del malato avrebbe potuto ammettersi solo in presenza delle condizioni per il trattamento sanitario obbligatorio, qui all’evidenza insussistenti.

L’addebito, piuttosto, è stato rinvenuto, nelle modalità di affidamento della paziente all’assistente volontaria, nelle quali si è ritenuto, in modo argomentativamente convincente, di apprezzare una superficialità comportamentale qualificata dalla mancata considerazione e dei pregressi comportamenti della paziente (con rischio di recidiva) e della inesperienza della volontaria (cui comunque non venivano rappresentate la reale condizione della paziente e le cautele che dovevano caratterizzare l’uscita per evitare rischi di recidiva).
Da questa premesse, logicamente sostenibile, e quindi qui non sindacabile, è il conseguente giudizio di sussistenza del nesso causale posto alla base della decisione di condanna, avendo il giudicante fornito una motivazione immune da censure, siccome del resto basata su una considerazione fattuale incontrovertibile: l’autorizzazione all’uscita con l’affidamento alla volontaria aveva rappresentato la premessa imprescindibile per la realizzazione delle condizioni che avevano reso possibile il gesto suicidario.
Trattasi di un giudizio positivo sulla sussistenza della condotta colposa del prevenuto che non si appalesa affatto illogico.

In senso contrario, piuttosto, potrebbe valere l’eventuale rilievo riconosciuto ad una causa eccezionale, sopravvenuta, tale da interrompere il nesso tra la rilevata condotta colposa e l’evento dannoso. Causa che, in via di ipotesi, potrebbe rinvenirsi nella condotta della volontaria che è risultata non aver rispettato il programma di uscita sottoposto all’attenzione del dott. G. (andare a prendere il gelato), con la deviazione verso la propria abitazione. Trattasi di profilo correttamente evidenziato anche nei motivi di ricorso che, peraltro, non può trovare qui accoglimento.

Infatti, il giudicante di merito, sia pure con motivazione implicita ma chiaramente desumibile dal complessivo apprezzamento della parte esplicativa della decisione, ha escluso che potesse integrare tale causa eccezionale la decisione della volontaria pur se “derogativa”rispetto al programma originario rappresentato al sanitario per ottenerne l’autorizzazione all’uscita.
Ciò perché, a ben vedere, alla base della medesima vi è stata pur sempre la condotta colposa del G., il quale, non rappresentando adeguatamente il caso della paziente e le cautele che dovevano essere garantite ed, oltretutto, aderendo ad un programma piuttosto generico ( l’uscita doveva essere “per fare un giretto”, “per prendere un gelato”, v. pag. 4 sentenza impugnata), ha posto egli stesso le condizioni per la verificazione della condotta che ha reso possibile l’evento.

In tal modo, i giudici di merito, nel fondare il giudizio di responsabilità dell’imputato, pur in presenza di un comportamento della volontaria sviluppatosi in violazione del “mandato”concessole, hanno fatto corretta applicazione, nella subiecta materia, del principio dell’equivalenza delle cause (v. Cassazione, Sezione quinta, 14 luglio 2000, Falvo), accolto dal nostro ordinamento penale (articolo 41 del Cp), secondo il quale il nesso causale può escludersi solo se si verifichi una causa autonoma e successiva, rispetto alla quale la precedente sia da considerare tamquam non esset e trovi nella condotta precedente solo l’occasione per svilupparsi; cioè quando tale causa si inserisca nel processo causale in modo eccezionale, atipico ed imprevedibile (articolo 41, comma 2, del Cp); mentre il nesso non può essere escluso quando la causa successiva abbia solo accelerato la produzione dell’evento, destinato comunque a compiersi. In una tale prospettiva, all’evidenza, negando alla condotta violativa della volontaria il rilievo richiesto dal sistema normativo per recidere il nesso causale tra l’evento lesivo e la ritenuta condotta colposa dell’imputato.

Né, per escludere la responsabilità del prevenuto a fronte di un evento dannoso ragionevolmente ritenuto prevedibile (per il rischio di recidiva obiettivamente riscontrabile) ed evitabile (laddove la volontaria fosse stata adeguatamente preavvisata di tale rischio) potrebbe valere il “principio dell’affidamento” ossia il principio secondo il quale ogni consociato può confidare che ciascuno si comporti adottando le regole precauzionali normalmente riferibili al modello di agente proprio della attività che di volta in volta viene in questione. Tale principio, infatti, pacificamente, non è invocabile allorché l’altrui condotta imprudente, ossia il non rispetto da parte di altri delle regole precauzionali normalmente riferibili al modello di agente che viene in questione, si innesti sull’inosservanza di una regola precauzionale da parte di chi invoca il principio: ossia allorché l’altrui condotta imprudente abbia la sua causa proprio nel non rispetto delle norme di prudenza, o specifiche o comuni, da parte di chi vorrebbe che quel principio operasse (Cassazione, Sezione quarta, 29 aprile 2003, Pg Torino ed altri in proc. Morra). Ciò che nella specie è indubitabile a fronte della rilevata mancanza di adeguato preavvertimento della volontaria, cui la paziente era affidata, circa le condizioni di questa, di cui pure il prevenuto era “garante”.
Va ancora soggiunto, per completezza, che la difesa ha invocata la diretta applicabilità dei principi espressi dalla sentenza delle Su 10 luglio 2002, imputato Franzese.

Tale giurisprudenza, peraltro, riguarda specificamente la responsabilità omissiva del sanitario chiamato nei confronti del paziente a formulare la diagnosi di una possibile patologia e ad apprestare i relativi rimedi.
Non è quindi direttamente invocabile nel caso di specie, dove, a tacer d’altro, il profilo della colpa che interessa presenta anche e prevalentemente i caratteri della colpa commissiva (per avere l’imputato consentito l’uscita dalla casa di cura della paziente).

Piuttosto, può e deve essere qui utilmente richiamabile l’assunto finale su cui poggia detta decisione: quello secondo cui al giudizio di responsabilità può e deve pervenirsi solo quando, all’esito del ragionamento probatorio, che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e “processualmente certa” la conclusione che la condotta incriminata è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale”o “probabilità logica”.

Or bene, diversamente da quanto prospettato in ricorso, deve ritenersi che la sentenza gravata abbia fatto sostanziale applicazione di questi principi.
Infatti dalla motivazione emerge un giudizio affermativo di responsabilità in termini di certezza processuale che riconduce questa, in modo convincente, al mancato avvertimento sulle condizioni della paziente addebitabile all’imputato, escludendo, per le ragioni suddette, l’intervento di fattori alternativi (qui, per quanto interessa, la condotta della volontaria) che possano avere eliso in modo processualmente significativo la rilevanza causale di tale condotta colposa.

In definitiva, rileva il Collegio che la sentenza impugnata ha adeguatamente affrontato, sia in fatto, sia in diritto, il problema dell’esistenza del nesso di causalità, risolvendolo in senso positivo.

I giudici di merito, infatti, diversamente da quanto prospettato dalla difesa, hanno convincentemente e motivatamente individuato nel comportamento del dott. G., che affidò la paziente alla volontaria senza una preventiva ed accurata informazione delle reali condizioni della stessa, la condizione necessaria dell’evento lesivo, pervenendo a quel giudizio, in termini di “certezza processuale”, in modo argomentato ed esente da censure. In particolare, escludendo che la condotta della volontaria possa avere operato in modo da recidere il nesso causale.

In conclusione, le statuizioni dei giudici di merito risultano esenti da censure in diritto e convenientemente motivate, imponendosi il rigetto del ricorso.

 

PQM

 


Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


 

 

 

Cass. Pen. SS.UU.  Sent.10 luglio -11 settembre 2002, n. 30328
Reato omissivo improprio – nesso causale

                                                       Ritenuto in fatto

1. Il pretore di Napoli con sentenza del 28 aprile 1999 dichiarava il dottor …………….. colpevole del reato di omicidio colposo (per avere, in qualità di responsabile della XVI divisione di chirurgia dell’ospedale Cardarelli – dove era stato ricoverato dal 9 al 17 aprile 1993 il sig. //////////////, dopo avere subito il 5 aprile un intervento chirurgico d’urgenza per perforazione ileale -, determinato l’insorgere di una sepsi addominale da «clostridium septicum» che cagionava il 22 aprile la morte del paziente) e, con le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di mesi otto di reclusione, oltre il risarcimento del danno a favore della parte civile da liquidarsi in separato giudizio, alla quale assegnava a titolo di provvisionale la somma di lire 70.000.000.
     Il giudice di primo grado, all’esito di un’attenta ricostruzione della storia clinica del paziente, riteneva fondata l’ipotesi accusatoria, secondo cui l’imputato non aveva compiuto durante il periodo di ricovero del paziente una corretta diagnosi né praticato appropriate cure, omettendo per negligenza e imperizia di valutare i risultati degli esami ematologici che avevano evidenziato una marcata neutropenia ed un grave stato di immunodeficienza, e di curare l’allarmante granulocitopenia con terapie mirate alla copertura degli anaerobi a livello intestinale, autorizzando anzi l’ingiustificata dimissione del paziente giudicato «in via di guarigione chirurgica». Diagnosi e cura che, se doverosamente realizzate, sarebbero invece state, secondo i consulenti medico-legali e gli autorevoli pareri della letteratura scientifica in materia, idonee ad evitare la progressiva evoluzione della patologia infettiva letale «con alto grado di probabilità logica o credibilità razionale».
La Corte di appello di Napoli con sentenza del 14 giugno 2000 confermava quella di primo grado, ribadendo che il dottor ……………, in base ai dati scientifici acquisiti, si era reso responsabile di omissioni che «sicuramente contribuirono a portare a morte il ////////////», sottolineando che «se si fosse indagato sulle cause della neutropenia e provveduto a prescrivere adeguata terapia per far risalire i valori dei neutrofili, le probabilità di sopravvivenza del //////////// sarebbero certamente aumentate» ed aggiungendo che era comunque addebitabile allo stesso la decisione di dimettere un paziente che «per le sue condizioni versava invece in quel momento in una situazione di notevole pericolo».
2. Avverso tale decisione hanno proposto ricorso per Cassazione i difensori dell’imputato deducendo:
- violazione di legge, in relazione agli articoli 135, 137, 138 e 142 Cpp, per asserita nullità di alcuni verbali stenotipici di udienza privi di sottoscrizione del pubblico ufficiale che li aveva redatti;
- violazione di legge, in relazione agli articoli 192, 546, 530 Cpp e 40, 41, 589 Cp, e manifesta illogicità della motivazione quanto all’affermazione di responsabilità, poiché non erano state dimostrate la direzione del reparto ospedaliero e la posizione di garante in capo all’imputato, né, in particolare, l’effettiva causalità delle addebitate omissioni di diagnosi e cura e della disposta dimissione del paziente rispetto alla morte di quest’ultimo, in difetto di reali complicanze del decorso post-operatorio e in assenza di dati precisi sulla patologia di base della perforazione dell’ileo e sull’insorgere della sindrome infettiva da «clostridium septicum», rilevandosi altresì che, per il mancato esperimento dell’esame autoptico, non era certo né altamente probabile, alla stregua di criteri scientifici o statistici, che gli ipotetici interventi medici, asseritamene omessi, sarebbero stati idonei ad impedire lo sviluppo dell’infezione letale e ad assicurare la sopravvivenza del ////////////,
- violazione degli articoli 546 e 603 Cpp e mancanza di motivazione in ordine alla richiesta difensiva di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale mediante perizia medico-legale sul nesso di causalità;
- violazione degli articoli 546 Cpp e 133 Cp per omesso esame del motivo di appello relativo alla richiesta riduzione della pena.
Con successiva memoria difensiva il ricorrente ha dedotto altresì la sopravvenuta estinzione del reato per prescrizione.
3. La quarta sezione della Corte di cassazione, con ordinanza del 7 febbraio-16 aprile 2002, premesso che, nonostante l’intervenuta estinzione del reato per prescrizione, permaneva l’attualità della decisione sul ricorso, agli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza di condanna concernenti gli interessi civili, rimetteva il ricorso alle sezioni unite sul rilievo dell’esistenza di un orami radicale contrasto interpretativo, formatosi all’interno della stessa sezione, in ordine alla ricostruzione del nesso causale tra condotta omissiva ed evento, con particolare riguardo alla materia della responsabilità professionale del medico-chirurgo.
Al più recente orientamento, secondo il quale è richiesta la prova che un diverso comportamento dell’agente avrebbe impedito l’evento con un elevato grado di probabilità «prossimo alla certezza», e cioè in una percentuale di casi «quali prossima a cento», si contrappone l’indirizzo maggioritario, che ritiene sufficienti «serie ed apprezzabili probabilità di successo» per l’impedimento dell’evento.
Il primo presidente con decreto del 26 aprile 2002 ha assegnato il ricorso alle sezioni unite fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.
 

Considerato in diritto


1.      Il problema centrale del processo, sollevato sia dal ricorrente che dalla sezione remittente, ha per oggetto l’esistenza del rapporto causale fra la condotta (prevalentemente omissiva) addebitata all’imputato e l’evento morte del paziente e, di conseguenza, la correttezza logico-giuridica della soluzione ad esso data dai giudici di merito.
È stata sottoposta all’esame delle SS. UU. la controversa questione se «in tema di reato colposo omissivo improprio, la sussistenza del nesso di causalità fra condotta omissiva ed evento, con particolare riguardo alla materia della responsabilità professionale del medico-chirurgo, debba essere ricondotta all’accertamento che con il comportamento dovuto ed omesso l’evento sarebbe stato impedito con elevato grado di probabilità «vicino alla certezza», e cioè in una percentuale di casi «quasi prossima a cento», ovvero siano sufficienti, a tal fine, soltanto «serie ed apprezzabili probabilità di successo della condotta che avrebbe potuto impedire l’evento».
Sul tema si sono delineati due indirizzi interpretativi all’interno della quarta sezione della Corte di cassazione: al primo orientamento, tradizionale e maggioritario (ex plurimis, sezione quarta, 7 gennaio 1983, Melis, rv. 158947; 2 aprile 1987, Ziliotto, rv. 176402; 7 marzo 1989, Prinzivalli, rv. 181334; 23 gennaio 1990, Pisolini, rv. 184561; 13 giugno 1990, D’Erme, rv. 185106; 18 ottobre 1990, Oria, rv. 185858; 12 luglio 1991, Silvestri, rv. 188921; 23 marzo 1993, De Donato, rv. 195169; 30 aprile 1993, De Giovanni, rv. 195482; 11 novembre 1994, Presta, rv. 201554), che ritiene sufficienti «serie ed apprezzabili probabilità di successo» per l’azione impeditiva dell’evento, anche se limitata e con ridotti coefficienti di probabilità, talora indicati in misura addirittura inferiore al 50%, si contrappone l’altro, più recente, per il quale è richiesta la prova che il comportamento alternativo dell’agente avrebbe impedito l’evento lesivo con un elevato grado di probabilità «prossimo alla certezza», e cioè in una percentuale di casi «quasi prossima a cento» (sezione quarta, 28 settembre 2000, Baltrocchi, rv. 218777; 29 settembre 2000, Musto; 25 settembre 2001, Covili, rv. 220953; 25 settembre 2001, Sgarbi, rv. 220982; 28 novembre 2000, Di Cintio, rv. 218727).

Ritiene il collegio che, per pervenire ad una soluzione equilibrata del quesito, sia necessario procedere, in via prioritaria, ad una ricognizione dello stato della causalità penalmente rilevante, con particolare riguardo alla categoria dei reati omissivi impropri ed allo specifico settore dell’attività medico-chirurugica.

2.      Nell’ambito della scienza giuridica penalistica può dirsi assolutamente dominante l’interpretazione che, nella lettura degli artt.40 e 41 Cp sul rapporto di causalità e sul concorso di cause, fa leva sulla «teoria condizionalistica» o della «equivalenza delle cause» (temperata, ma in realtà ribadita mediante il riferimento, speculare e in negativo, alla «causalità umana» quanto alle serie causali sopravvenute, autonome e indipendenti, da sole sufficienti a determinare l’evento: articolo 41 comma 2).
È dunque causa penalmente rilevante (ma il principio stabilito dal Cp si applica anche nel distinto settore della responsabilità civile, a differenza di quanto avviene per il diritto anglosassone e nordamericano) la condotta umana, attiva o omissiva, che si pone come condizione «necessaria» - conditio sine qua non – nella catena degli antecedenti che hanno concorso a produrre il risultato, senza la quale l’evento da cui dipende l’esistenza del reato non si sarebbe verificato.
La verifica della causalità postula il ricorso al «giudizio controfattuale», articolato sul condizionale congiuntivo «se allora» (nella forma di un periodo ipotetico dell’irrealtà, in cui il fatto enunciato nella protasi è contrario ad un fatto conosciuto come vero) e costruito secondo la tradizionale «doppia formula», nel senso che: a) la condotta umana «è» condizione necessaria dell’evento se, eliminata mentalmente dal novero dei fatti realmente accaduti, l’evento non si sarebbe verificato; b) la condotta umana «non è» condizione necessaria dell’evento se eliminata mentalmente mediante il medesimo procedimento, l’evento si sarebbe egualmente verificato.
Ma, ferma restando la struttura ipotetica della spiegazione causale, secondo il paradigma condizionalistico e lo strumento logico dell’astrazione contro il fatto, sia in dottrina che nelle più lucide e argomentate sentenze della giurisprudenza di legittimità, pronunciate in riferimento a fattispecie di notevole complessità per la pluralità e l’incertezza delle ipotesi esplicative dell’evento lesivo (sezione quarta, 24 giugno 1986, Ponte, rv. 174511-512; 6 dicembre 1990, Sonetti, rv. 191788; 31 ottobre 1991, Rezza, rv. 191810; 27 maggio 1993, Rech, rc. 196425; 26 gennaio 1998, Pg in proc. Viviani, rv. 211847), si è osservato che, in tanto può affermarsi che, operata l’eliminazione mentale dell’antecedente costituito dalla condotta umana, il risultato non si sarebbe o si sarebbe comunque prodotto, in quanto si sappia, «già da prima», che da una determinata condotta scaturisca, o non, un determinato evento.
E la spiegazione causale dell’evento verificatosi hic et nunc, nella sua unicità ed irripetibilità, può essere dettata dall’esperienza tratta da attendibili risultati di generalizzazione del senso comune, ovvero facendo ricorso (non alla ricerca caso per caso, alimentata da opinabili certezze o da arbitrarie intuizioni individuali, bensì) al modello generalizzante della sussunzione del singolo evento, opportunamente ri-descritto nelle sue modalità tipiche e ripetibili, sotto «leggi scientifiche» esplicative dei fenomeni. Di talché, un antecedente può essere configurato come condizione necessaria solo se esso rientri nel novero di quelli che, sulla base di una successione regolare conforme ad una generalizzata regola di esperienza o ad una legge dotata di validità scientifica - «legge di copertura» -, frutto della migliore scienza ed esperienza del momento storico, conducano ad eventi «del tipo» di quello verificatosi in concerto.
Il sapere scientifico accessibile al giudice è costituito, a sua volta, sia da leggi universali (invero assai rare), che asseriscono nella successione di determinati eventi invariabili regolarità senza eccezioni, sia da leggi statistiche che si limitano ad affermare che il verificarsi di un evento è accompagnato dal verificarsi di un altro evento in una certa percentuale di casi e con una frequenza relativa, con la conseguenza che quest’ultime (ampiamente diffuse nei settori delle scienze naturali, quali la biologia, la medicina e la chimica) sono tanto più dotate di alto grado di credibilità razionale o probabilità logica, quanto più trovano applicazione in un numero sufficientemente elevato di casi e ricevono conferma mediante il ricorso a metodi di prova razionali ed empiricamente controllabili.
Si avverte infine che, per accertare l’esistenza della condizione necessaria secondo il modello della sussunzione sotto leggi scientifiche, il giudice, dopo avere ri-descritto il singolo evento nelle modalità tipiche e ripetibili dell’accadimento lesivo, deve necessariamente ricorrere ad una serie di assunzioni tacite e presuppone come presenti determinate condizioni iniziali, non conosciute o soltanto congetturate, sulla base delle quali creteris paribus, mantiene validità l’impiego della legge stessa.
3. La definizione di causa penalmente rilevante ha trovato coerenti conferme anche nelle più recenti acquisizioni giurisprudenziali (sezione fer. 1 settembre 1998, Casaccio, rv. 211526; sezione quarta, 28 settembre 2000, Baltrocchi, citata; 29 settembre 2000, Musto, citata; 25 settembre 2001, Covili, citata; 25 settembre 2001, Sgarbi, citata; 20 novembre 2001, Turco; 28 novembre 2000, Di Cintio, citata; 8 gennaio 2002, Trunfio; 23 gennaio 2002, Orlando), le quali, nel recepire l’enunciata struttura logica della spiegazione causale, ne hanno efficacemente valorizzato la natura di elemento costitutivo della fattispecie di reato e la funzione di criterio di imputazione dell’evento lesivo. Dello schema condizionalistico integrato dal criterio di sussunzione sotto leggi scientifiche sono state sottolineate, da un lato, la portata tipizzante, in ossequio alle garanzie costituzionali di legalità e tassatività delle fonti di responsabilità penale e di personalità della stessa (Costituzione, articoli 25, comma 2 e 27, comma 1), e dell’altro, nell’ambito delle fattispecie casualmente orientate, la funzione selettiva delle condotte rilevanti e per ciò delimitativa dell’area dell’illecito penale.
In questo senso, nonostante i limiti epistemologici dello statuto della causalità nel rapporto fra eventi svelati dalla fisicità contemporanea e le critiche di avversa dottrina, la persistente fedeltà della prevalente scienza giuridica penalistica al classico paradigma condizionalistico (vedi lo schema Magliaro del 1992 di delega per un nuovo codice penale, sub articolo 10, ma soprattutto l’articolata elaborazione del Progetto Grosso del 2001 di riforma della parte generale del Cp, sub articoli 13 e 14) non solo appare coerente con l’assetto normativo dell’ordinamento positivo, ma rappresenta altresì un momento irrinunciabile di garanzia per l’individuazione della responsabilità nelle fattispecie orientate verso la produzione di un evento lesivo.
Il ricorso a generalizzazione scientificamente valide consente infatti di ancorare il giudizio controfattuale, altrimenti insidiato da ampi margini di discrezionalità e di indeterminatezza, a parametri oggettivi in grado i esprimere effettive potenzialità esplicative della condizione necessaria, anche per i più complessivi sviluppi causali dei fenomeni naturali, fisici, chimici o biologici.
E non è privo di significato che dalla quasi generalità dei sistemi giuridici penali europei (conditio sine qua non) e dei paesi anglosassoni (causa but for) siano condivise le ragioni di determinatezza e legalità delle fattispecie di reato che il modello condizionalistico della spiegazione dell’evento garantisce, in considerazione della funzione ascrittivi dell’imputazione causale.
4. Nel prendere atto che nel caso in esame si verte in una fattispecie di causalità (prevalentemente) omissiva attenete all’attività medico-chirurgica, è da porre in evidenza innanzi tutto l’essenza normativa del concetto di omissione, che postula una relazione con un modello alternativo di comportamento attivo, specifico e imposto dall’ordinamento.
    Il «reato omissivo improprio» o «commissivo mediante omissione», che è realizzato da chi viola gli speciali doveri collegati alla posizione di garanzia non impedendo il verificarsi dell’evento, presenta una spiccata autonomia dogmatica, scaturendo esso dell’innesto della clausola generale di equivalenza causale stabilita dall’art. 40, comma 2, Cp sulle disposizioni di parte speciale che prevedono le ipotesi-base di reato commissivo orientate verso la produzione di un evento lesivo, suscettive così di essere convertite in corrispondenti ipotesi omissive: autonomie che, per l’effetto estensivo dell’area della punibilità, pone indubbi problemi di legalità e determinatezza della fattispecie criminosa.

Ma la presenza nei reati omissivi impropri, accanto all’equivalente normativo della causalità, di un ulteriore, forte, nucleo normativo, relativo sia alla posizione di garanzia che agli specifici doveri di diligenza, la cui inosservanza fonda la colpa dell’agente, tende ad agevolare una prevaricazione di questi elementi rispetto all’ordinaria sequenza che deve muovere dalla spiegazione del nesso eziologico.
Di talché, con particolare riferimento ai settori delle attività medico-chirurgiche, delle malattie professionali, delle alterazioni ambientali e del danno da prodotto, dall’erosione del paradigma causale nell’omissione, asseritamene motivata con l’incertezza costitutiva e con i profili altamente ipotetici della condizionalità, a fronte della pluralità e inconoscibilità dei fattori interagenti, trae alimento la teoria della «impugnazione oggettiva dell’evento». Questa è caratterizzata dal riferimento alla sufficiente efficacia esplicativa del fenomeno offerta dalla mera «possibilità» o anche da inadeguati coefficienti di probabilità salvifica del comportamento doveroso, espressa in termini di aumento – o mancata diminuzione – del rischio di lesione del bene protetto o di diminuzione delle chances di salvezza del medesimo bene (vita, incolumità fisica, salute, ambiente), di cui si esalta lo spessore primario e rilevante. Pure in assenza, cioè, dell’accertamento rigoroso che, qualora si fosse tenuta da parte dell’agente la condotta doverosa e diligente (ad esempio, in materia di responsabilità medica: diagnosi corretta, terapia adeguata e intervento tempestivo), il singolo evento di danno non si sarebbe verificato o si sarebbe comunque verificato,ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.
Orbene, la più recente e citata giurisprudenza di legittimità ha reagito a questa riduttiva lettura della causalità omissiva ed ha segnato una netta evoluzione interpretativa – che le sezioni unite condividono -,soprattutto nel settore dell’attività medico-chirurgica (sezione fer. Casaccio, sezione quarta, Baltrocchi, Musto, Di Cintio, Turco, Tronfio, Orlando), delle malattie professionali (sezione quarta, Covili) e degli infortuni sul lavoro (sezione quarta, Sgarbi), convenendo che anche per i reti omissivi impropri resta valido il descritto paradigma unitario di imputazione dell’evento.
Pur dandosi atto della peculiarità concettuale dell’omissione (è tuttora controversa la natura reale o meramente normativa dell’efficienza condizionante di un fattore statico negli sviluppi della catena causale), si osserva che lo statuto logico del rapporto di causalità rimane sempre quello del condizionale controfattuale, la cui formula dovrà rispondere al quesito se, mentalmente eliminato il mancato compimento dell’azione doverosa e sostituito alla componente statica un ipotetico processo dinamico corrispondente al comportamento doveroso, supposto come realizzato, il singolo evento lesivo, hic et nunc verificatosi, sarebbe, o non, venuto meno, mediante un enunciato esplicativo coperto dal sapere scientifico del tempo.
Considerato che anche la spiegazione della causalità attiva ricorre a controfattuali ipotetici, il citato indirizzo interpretativo ha dunque ridimensionato la tesi per la quale la verifica giudiziale della condizionalità necessaria dell’omissione pretenderebbe un grado di certezza meno rigoroso rispetto ai comuni canoni richiesti per la condotta propria dei reati commissivi, osservando anzi che l’affievolimento della nozione di causa penalmente rilevante finisce per accentuare nei reati omissivi impropri, pur positivamente costruiti in riferimento a ipotesi-base di reati di danno, il disvalore della condotta, rispetto alla quale l’evento degrada a mera condizione obiettiva di punibilità e il reato di danno a reato di pericolo. Con grave violazione dei principi di legalità, tassatività e tipicità della fattispecie criminosa e della garanzia di responsabilità personale (Costituzione, articolo 25, comma 2 e 27, comma 1), per essere attribuito all’agente come fatto proprio un evento forse, non certamente, cagionato dal suo comportamento.
5. Superato quell’orientamento che si sostanzia in pratica nella volatilizzazione del nesso eziologico, il contrasto giurisprudenziale segnalato dalla sezione remittente verte, a ben vedere, sui criteri di determinazione e di apprezzamento del valore probabilistico della spiegazione causale, domandandosi, con particolare riferimento ai delitti omissivi impropri nell’esercizio dell’attività medico-chirurgica, quale sia il grado di probabilità richiesto quanto all’efficacia impeditivi e salvifica del comportamento alternativo, omesso ma supposto come realizzato, rispetto al singolo evento lesivo.
Non è messo dunque in crisi lo statuto condizionalistico e nomologico della causalità bensì la sua concreta verificabilità processuale: ciò in quanto i confini della «elevata o alta credibilità razionale» del condizionamento necessario, postulata dal modello di sussunzione sotto leggi scientifiche, non sono affatto definiti dalla medesima legge di copertura.
Dalle prassi giurisprudenziali nel settore indicato emerge che il giudice impiega largamente, spesso tacitamente, generalizzazioni del senso comune, massime d’esperienza, enunciati di leggi biologiche, chimiche o neurologiche di natura statistica ed anche la più accreditata letteratura scientifica del momento storico.
Di talché, secondo un primo indirizzo interpretativo, le accentuate difficoltà probatorie, il valore meramente probabilistico della spiegazione e il paventato deficit di efficacia esplicativa del classico paradigma, quando si tratti di verificare profili omissivi e strettamente ipotetici del decorso causale, legittimerebbero un affievolimento dell’obbligo del giudice di pervenire ad un accertamento rigoroso della causalità. In considerazione del valore primario del bene giuridico protetto in materia di trattamenti terapeutici e chirurgici, dovrebbe pertanto riconoscersi appagante valenza persuasiva a serie ed apprezzabili probabilità di successo (anche se limitate e con ridotti coefficienti, talora indicati in misura addirittura inferiore al 50%) dell’ipotetico comportamento doveroso, omesso ma supposto mentalmente come realizzato, sull’assunto che «quanto è in gioco la vita umana anche poche probabilità di sopravvivenza rendono necessario l’intervento del medico».
Le sezioni unite non condividono questa soluzione, pure rappresentativa del tradizionale, orami ventennale e prevalente orientamento della sezione quarta (cfr. ex plurimis, almeno a partire da sezione quarta, 7 gennaio 1983, Melis, le citate sentenze Ziliotto, Prinzivalli, Pisolini, D’Erme, Oria, Silvestri, De Donato, De Giovanni, Presta) poiché, com’è stato sottolineato dall’opposto, più recente e menzionato indirizzo giurisprudenziale (sezione fer, Casaccio; sezione quarta, Baltrocchi, Musto, Di Cintio, Covili, Sgarbi, Turco, Tronfio, Orlando), con la tralaticia formula delle «serie ed apprezzabili probabilità di successo» dell’ipotetico intervento salvifico del medico si finisce per esprimere coefficienti di probabilità indeterminati, mutevoli, manipolabili dall’interprete, talora attestati su standard davvero esigui: così sovrapponendosi aspetti deontologici e di colpa professionale per violazione del principio di precauzione a scelte politico-legislative dettate in funzione degli scopi della repressione penale ed al problema, strutturalmente distinti, dell’accertamento degli elementi costitutivi della fattispecie criminosa tipica.
Né va sottaciuto che dall’esame della giurisprudenza di settore emerge che in non pochi casi, sebbene qualificati in termini di causalità omissiva per mancato impedimento dell’evento, non si è tuttavia in presenza di effettive, radicali, omissioni da parte del medico. Infatti, talora si verte in tema di condotte commissive colpose, connotate da gravi errori di diagnosi e terapia, produttive di per sé dell’evento lesivo, che è per ciò sicuramente attribuibile al soggetto come fatto proprio; altre volte trattasi di condotte eterogenee e interagenti, in parte attive e in parte omissive per la mancata attivazione di condizioni negative o impeditive. Ipotesi queste per le quali, nella ricostruzione del fatto lesivo e nell’indagine controfattuale sull’evitabilità dell’evento, la giurisprudenza spesso confonde la componente omissiva dell’inosservanza delle regole cautelari, attinente ai profili di colpa del garante, rispetto all’ambito – invero prioritario – della spiegazione e dell’imputazione causale.
6. È stato acutamente osservato in dottrina che il processo tende con le sue regole ad esercitare un potenziale dominio sulle categorie del diritto sostantivo e che la laboriosità del procedimento di ricostruzione probatoria della tipicità dell’elemento oggettivo del reato coinvolge la tenuta sostanziale dell’istituto, oggetto della prova, scardinandone le caratteristiche dogmatiche e insidiando la tipicità della fattispecie criminosa.
Ma pretese difficoltà di prova, ad avviso delle sezioni unite, non possono mai legittimare un’attenuazione del rigore nell’accertamento del nesso di condizionamento necessario e, con essa, una nozione debole della causalità che, collocandosi ancora sul terreno della teoria, ripudiata dal vigente sistema penale, dell’aumento del rischio, finirebbe per comportare un’abnorme espansione della responsabilità per omesso impedimento dell’evento, in violazione dei principi di legalità e tassatività della fattispecie e della garanzia di responsabilità per fatto proprio.
Deve tuttavia riconoscersi che la definizione del concetto di causa penalmente rilevante si rivela significativamente debitrice nei confronti del momento di accertamento processuale, il quale resta decisivo per la decodificazione, nei termini effettuali, dei decorsi causali rispetto al singolo evento, soprattutto in presenza dei complessi fenomeni di causazione multipla legati al moderno sviluppo delle attività.
Il processo penale, passaggio cruciale ed obbligato della conoscenza giudiziale del fatto di reato, appare invero sorretto da ragionamenti probatori di tipo prevalentemente inferenziale-induttivo che partono dal fatto storico copiosamente caratterizzato nel suo concreto verificarsi (e dalla formulazione della più probabile ipotesi ricostruttiva di esso secondo lo schema argomentativi dell’abduzione), rispetto ai quali i dati formativi e giustificativi della conclusione non sono contenuti per intero nelle premesse, dipendendo essi, a differenza dell’argomento deduttivo, da ulteriori elementi conoscitivi estranei alle premesse stesse.
D’altra parte, lo stesso modello condizionalistico orientato secondo leggi scientifiche sottintende il distacco da una spiegazione di tipo puramente deduttivo, che implicherebbe un’impossibile conoscenza di tutti gli antecedenti sinergicamente inseriti nella catena causale e di tutte le leggi pertinenti da parte del giudice, il quale ricorre invece, nella premessa minore del ragionamento, ad una serie di assunzioni tacite, presupponendo come presenti determinate condizioni iniziali e di contorno, spazialmente contigue e temporalmente continue, non conosciute o soltanto congetturate, sulla base delle quali, «ceteris paribus», mantiene validità l’impiego della legge stessa. E, poiché, il giudice non può conoscere tutte le fasi intermedie attraverso le quali la causa produce il suo effetto, né procedere ad una spiegazione fondata su una serie continua di eventi, l’ipotesi ricostruttiva formulata in partenza sul nesso di condizionamento tra condotta umana e singolo evento potrà essere riconosciuta fondata soltanto con una quantità di precisazioni e purché sia ragionevolmente da escludere l’intervento di un diverso ed alternativo decorso causale.
Di talché, ove si ripudiasse la natura preminentemente induttiva dell’accertamento in giudizio e si pretendesse comunque una spiegazione causale di tipo deterministico e nomologico-deduttivo, secondo criteri di utopistica «certezza assoluta», si finirebbe col frustrare gli scopi preventivo-repressivi del diritto e del processo penale in settori nevralgici per la tutela di beni primari.
Tutto ciò significa che il giudice, pur dovendo accertare ex post, inferendo dalle suddette generalizzazioni causali e sulla base dell’intera evidenza probatoria disponibile, che la condotta dell’agente è (non può essere) condizione necessaria del singolo evento lesivo, è impegnato nell’operazione ermeneutica alla stregua dei comuni canoni di certezza processuale, conducenti conclusivamente, all’esito del ragionamento probatorio di tipo largamente induttivo, ad un giudizio di responsabilità caratterizzato da alto grado di credibilità razionale o conferma dell’ipotesi formulata sullo specifico fatto da provare: giudizio enunciato dalla giurisprudenza anche in termini di «elevata probabilità logica» o «probabilità prossima alla - confinante con la certezza».
7. Orbene, il modello nomologico può assolvere nel processo penale allo scopo esplicativo della causalità omissiva tanto meglio quanto più è alto il grado di probabilità di cui l’explanans è portatore, ma non è sostenibile che si elevino a schemi di spiegazione del condizionamento necessario solo le leggi scientifiche universali e quelle statistiche che esprimano un coefficiente probabilistico «prossimo ad 1, cioè alla certezza», quanto all’efficacia impeditivi della prestazione doverosa e omessa rispetto al singolo evento.
Soprattutto in contesti, come quello della medicina biologica e clinica, cui non appartengono per definizione parametri di correlazione dotati di tale valore per la complessa rete degli antecedenti già in fieri, sui quali s’innesta la condotta omissiva del medico, per la dubbia decifrabilità di tutti gli anelli della catena ezio-patogenetica dei fenomeni morbosi e, di conseguenza, per le obiettive difficoltà della diagnosi differenziale, che costruisce il nodo nevralgico della criteriologia medico-legale in tema di rapporto di causalità.
È indubbio che coefficienti medio-bassi di probabilità cosiddetta frequentista per tipi di evento, rivelati dalla legge statistica (e ancor più da generalizzazioni empiriche del senso comune o da rilevazioni epidemiologiche), impongano verifiche attente e puntuali sia della fondatezza scientifica che della specifica applicabilità nella fattispecie concreta. Ma nulla esclude che anch’essi, se corroborati dal positivo riscontro probatorio, condotto secondo le cadenza tipiche della più aggiornata criteriologia medico-legale, circa la sicura non incidenza nel caso di specie di altri fattori interagenti in via alternativa, possano essere utilizzati per il riconoscimento giudiziale del necessario nesso di condizionamento.
Viceversa, livelli elevati di probabilità statistica o schemi interpretativi dedotti da leggi di carattere universale (invero assai rare nel settore in esame), pur configurando un rapporto di successione tra eventi rilevato con regolarità o in numero percentualmente alto di casi, pretendono sempre che il giudice ne accerti il valore eziologico effettivo, insieme con l’irrilevanza nel caso concreto di spiegazioni diverse, controllandone quindi l’attendibilità in riferimento al singolo evento e all’evidenza disponibile.
8. In definitiva, con il termine «alta o elevata credibilità razionale» dell’accertamento giudiziale, non s’intende fare riferimento al parametro nomologico utilizzato per la copertura della spiegazione, indicante una mera relazione quantitativa entro generi di eventi ripetibili e inerente come tale alla struttura interna del rapporto di causalità, bensì ai profili inferenziali della verifica probatoria di quel nesso rispetto all’evidenza disponibile e alle circostanze del caso concreto: non essendo consentito dedurre automaticamente – e proporzionalmente – dal coefficiente di probabilità statistica espresso dalla legge la conferma dell’ipotesi sull’esistenza del rapporto di causalità.
La moderna dottrina che ha approfondito la teoria della prova dei fatti giuridici ha infatti precisato che, mentre la probabilità statistica attiene alla verifica empirica circa la misura della frequenza relativa nella successione degli eventi (strumento utile e talora decisivo ai fini dell’indagine causale), la probabilità logica, seguendo l’incedere induttivo del ragionamento probatorio per stabilire il grado di conferma dell’ipotesi formulata in ordine allo specifico fatto da provare, contiene la verifica aggiuntiva, sulla base dell’intera evidenza disponibile, dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica per il singolo evento e della persuasiva e razionale credibilità dell’accertamento giudiziale (in tal senso, cfr. anche Cassazione, sezione quarta, 5 ottobre 1999, Hariolf, rv. 216219; 30 marzo 2000, Camposanto, rv. 219426; 15 novembre 2001, Puddu; 23 gennaio 2002, Orlando citata). Si osserva in proposito che, se nelle scienze naturali la spiegazione statistica presenta spesso un carattere quantitativo, per le scienze sociali come il diritto – ove il relatum è costituito da un comportamento umano – appare, per contro, inadeguato esprimere il grado di corroborazione dell’explanandum e il risultato della stima probabilistica mediante cristallizzati coefficienti numerici, piuttosto che enunciare gli stessi in termini qualitativi.
Partendo dunque dallo specifico punto di vista che interessa il giurista, le sezioni unite, nel condividere le argomentate riflessioni del pg requirente, ritengono, con particolare riguardo ai decorsi causali ipotetici, complessi o alternativi, che rimane compito ineludibile del diritto e della conoscenza giudiziale stabilire se la postulata connessione nomologica, che forma la base per il libero convincimento del giudice, ma non esaurisce di per se stessa la verifica esplicativa del fenomeno, sia effettivamente pertinente e debba considerarsi razionalmente credibile, sì da attingere quel risultato di certezza processuale che, all’esito del ragionamento probatorio, sia in grado di giustificare la logica conclusione che, tenendosi l’azione doverosa omessa, il singolo evento lesivo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe inevitabilmente verificato, ma (nel quando) in epoca significativamente posteriore o (per come) con minore intensità lesiva.
D’altra parte, poiché la condizione necessaria si configura come requisito oggettivo della fattispecie criminosa, non possono non valere per essa gli identici criteri di accertamento e di rigore dimostrativo che il giudizio penale riserva a tutti gli elementi costituitivi del fatto di reato.
Il procedimento logico, invero non dissimile dalla sequenza del ragionamento inferenziale dettato in tema di prova indiziaria dall’articolo 192 comma 2 Cpp (il cui nucleo essenziale è giù racchiuso, peraltro, nella regola stabilita per la valutazione della prova in generale dal primo comma della medesima disposizione, nonché in quella della doverosa ponderazione delle ipotesi antagoniste prescritta dall’articolo 546, comma 1, lettera e Cpp), deve condurre, perché sia valorizzata la funzione ascrittivi dell’imputazione causale, alla conclusione caratterizzata da un «alto grado di credibilità razionale», quindi alla certezza processuale, che, esclusa l’interferenza di decorsi alternativi, la condotta omissiva dell’imputato, alla luce della cornice nomologica e dei dati ontologici, è stata condizione necessaria dell’evento, attribuibile per ciò all’agente come fatto proprio.
Ex adverso, l’insufficienza, la contraddittorietà e l’incertezza probatoria, quindi il plausibile e ragionevole dubbio, fondato su specifici elementi che in base all’evidenza disponibile lo avvalorino nel caso concreto, in ordine ai meccanismi sinergici dei plurimi antecedenti, per ciò sulla reale efficacia condizionante della singola condotta omissiva all’interno della rete di causazione, non può non comportare la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio stabilito dall’articolo 530 comma 2 Cpp, secondo il canone di garanzia «in dubio pro reo». E non ,viceversa, la disarticolazione del concetto di causa penalmente rilevante che, per tale vita, finirebbe per regredire ad una contraddittoria nozione di necessità graduabile in coefficienti numerici.
9. In ordine al problema dell’accertamento del rapporto di causalità, con particolare riguardo alla categoria dei reati omissivi impropri ed allo specifico settore dell’attività medico-chirurgica, devono essere pertanto enunciati, ai sensi dell’articolo 173.3 n. att. Cpp, i seguenti principi di diritto.
a) Il nesso causale può essere ravvisato quando, alla stregua del giudizio controfattuale condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica – universale o statistica - , si accerti che, ipotizzandosi come realizzata dal medico la condotta doverosa impeditivi dell’evento hic et nunc, questo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.
b) Non è consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell’ipotesi accusatoria sull’esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificare la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell’evidenza disponibile, così che, all’esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l’interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell’evento lesivo con «alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica».
c) L’insufficiente, la contraddittorietà e l’incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale, quindi il ragionevole dubbio, in base all’evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell’evento lesivo, comportano la neutralizzazione dell’ipotesi prospettata dall’accusa e l’esito assolutorio del giudizio.
Va infine ribadito che alla Corte di cassazione, quale giudice di legittimità, è assegnato il compito di controllare retrospettivamente la razionalità delle argomentazioni giustificative – la cosiddetta giustificazione esterna – della decisione, inerenti ai dati empirici assunti dal giudice di merito come elementi di prova, alle inferenze formulate in base ad essi ed ai criteri che sostengono le conclusioni: non la decisione, dunque, bensì il contesto giustificativo di essa, come esplicitato dal giudice di merito nel ragionamento probatorio che fonda il giudizio di conferma dell’ipotesi sullo specifico fatto da provare.
10. Alla luce dei principi di diritto sopra affermati, occorre ora passare all’esame della fattispecie concreta sottoposta all’attenzione di questa corte e valutare la correttezza logico-giuridica dell’apparato argomentativi dei giudici di merito a sostengo dell’affermazione di responsabilità dell’imputato.
Premesso che la motivazione della sentenza impugnata s’integra con quella di condanna di primo grado, siccome espressamente richiamata, rileva il collegio che questa ha adeguatamente affrontato, sia in fatto che in diritto, il problema dell’esistenza del nesso di condizionamento risolvendolo in senso affermativo.
Il dottor Salvatore ................ era stato chiamato a rispondere del reato di omicidio colposo, in qualità di responsabile della XVI divisione di chirurgia dell’ospedale Cardarelli – dove era stato ricoverato da 9 al 17 aprile 1993 Pasquale ////////////, dopo avere subito il 5 aprile un intervento chirurgico d’urgenza per perforazione ileale -, per avere determinato l’insorgere di una sepsi addominale da «clostridium septicum» che aveva cagionato il 22 aprile la morte del paziente. Si addebitava all’imputato di non avere compiuto durante il periodo di ricovero una corretta diagnosi e quindi consentito un’appropriata terapia, omettendo per negligenza e imperizia di valutare i risultati degli esami ematologici che evidenziavano una persistente neutropenia e di sollecitare la consulenza internistica dopo l’intervento chirurgico per accertare l’eziologica della perfezione dell’ileo, anzi autorizzando, senza alcuna prescrizione, la dimissione del paziente, giudicato in via di guarigione chirurgica.
La storia clinica del //////////// risulta esaurientemente e analiticamente ricostruita nei seguenti termini.
Il ////////////, ricoverato il 4 aprile 1993 presso il reparto di chirurgia d’urgenza dell’ospedale Cardarelli per forti dolori addominali, venne operato il giorno successivo e l’intervento indicò un’infezione in atto da perforazione dell’ileo lenticolare, suturata mediante corretta enterrorafia. Restando incerta la causa della non comune patologia e preoccupanti i risultati degli esami emocromocitometrici effettuati il 4 e il 6 aprile (i quali evidenziavano nella formula leucocitaria una marcata neutropenia e con essa una condizione di immunodepressione del paziente) furono disposti esame di Widal Wright (eseguito con esito negativo per l’indicazione tifoidea), consulenza internistica (mai eseguita) e terapia antibiotica a largo spettro. Trasferito il 9 aprile nella XVI divisione chirurgica diretta dal dottor ................, il //////////// continuò la terapia antibiotica e iniziò a sfebbrare il 12 aprile, senza esser sottoposto ad ulteriori esami di alcun tipo.
Il dottor ................, rilevato che il paziente era apiretico, il 14 aprile sospese la terapia antibiotica e dispose un nuovo emocromo, che evidenziò il giorno successivo il persistere di una gravissima neutropenia, ma, ciò nonostante, il 17 aprile dimise il //////////// giudicandolo in via di guarigione chirurgica senza alcuna prescrizione. Il 19 aprile il //////////// accusò forti dolori addominali e, ricoverato il 20 aprile, venne nuovamente operato il giorno successivo mediante laparotomia e drenaggio di microascessi multipli; il referto microbiologico indicò esito positivo per «anaerobi e sviluppo di clostridium septicum». All’esito di un terzo intervento chirurgico eseguito il 22 aprile il //////////// morì a causa di sepsi addominale da «clostridium septicum», un batterio anaerobico non particolarmente aggressivo, che si sviluppa e si propaga però, determinando anemia acuta ed emolisi, allorché l’organismo dell’uomo è debilitato e immunodepresso per gravi forme di granulocitopenia.
Il pretore, con l’ausilio della prova testimoniale e medico-legale (richiamando altresì autorevoli e concordi pareri della letteratura scientifica internazionale nel campo della medicina interna), identificava nella neutropenia l’immediato antecedente causale dell’aggressione del «clostridium septicum» e del processo settico letale; escludeva, indipendentemente dall’origine della perforazione ileale, ogni correlazione fra l’intervento chirurgico e i fattori patogenetici dell’evento infausto; sottolineava come il paziente, dopo la chiusura dell’ulcera ileale, fosse stato sottoposto solo a terapia antibiotica a largo spettro, senza essere indagato sul piano internistico ed ematologico, benché la consulenze internistica fosse stata sollecitata e gli accertamenti ematologici avessero evidenziato l’insorgenza di una marcata neutropenia, con conseguente minorata difesa immunitaria. Rilevava pertanto che, se le cause della neutropenia e del conseguente, grave, stato energico da immunodepressione fossero stati correttamente diagnosticati (unitamente alle indagini necessarie a chiarire l’eziologia della non comune perforazione ileale) e se l’allarmante granulocitopenia fosse stata curta con terapie mirate alla copertura degli anaerobi a livello intestinale, fino a far risalire i valori dei neutrofili al di sopra della soglia minima delle difese immunitarie, si sarebbe evitata la progressiva evoluzione della patologia infettiva letale da «clostridium septicum» e si sarebbe pervenuti ad un esito favorevole «con alto grado di probabilità logica o credibilità razionale».
Così ricostruito il nesso causale secondo il modello condizionalistico integrato dalla sussunzione sotto leggi scientifiche, il pretore, definita altresì puntualmente la posizione apicale del dottor Francese nell’ambito della divisione chirurgica ove il paziente era stato ricoverato nella fase post-operatoria e individuate precise note di negligenza e di imperizia nei menzionati comportamenti omissivi e nell’improvvida dimissione dello stesso, concludeva affermando la responsabilità dell’imputato per la morte del ////////////.
La Corte di appello di Napoli, pur argomentando impropriamente e contraddittoriamente in termini che sembrano più coerenti con il lessico della disattesa teoria dell’aumento del rischio («se si fosse indagato sulle cause della neutropenia e provveduto a prescrivere adeguata terapia per far risalire i valori dei neutrofili, le probabilità di sopravvivenza del //////////// sarebbero certamente aumentate»), confermava la prima decisione, richiamandone i contenuti motivazionali e ribadendo che, in base ai dati scientifici acquisiti, all’imputato erano addebitabili, oltre l’ingiustificata dimissione del paziente, gravi omissioni sia di tipo diagnostico che terapeutico, le quali «sicuramente contribuirono a portare a morte il ////////////».
Pertanto, poiché le statuizioni dei giudici di merito risultano sostanzialmente rispondenti alle linee interpretative sopra enunciate in tema di rapporto di causalità e trovano adeguata base giustificativa in una motivazione, in fatto, immune da vizi di logici, il giudizio critico e valutativo circa il positivo accertamento, «con alto grado di probabilità logica o credibilità razionale», dell’esistenza del nesso di condizionamento necessario fra la condotta (prevalentemente omissiva) del medico e la morte del paziente resta incensurabile nel giudizio di legittimità e i rilievi del ricorrente si palesano privi di fondamento.
11. L’ordinanza della sezione remittente dà atto che il delitto di omicidio colposo per il quale si procede è estinto per prescrizione, in quanto il decesso del //////////// risale al 22 aprile 1993 ed è quindi ampiamente trascorso il termine di sette anni e sei mesi.
Da un lato, l’accertamento della causa estintiva del reato si palesa prioritario e immediatamente operativo rispetto alla questione in rito della nullità relativa dei verbali stenotipici di udienza (sezioni unite, 28 novembre 2001, Cremonese, rv. 220511; 27 febbraio 2002, Conti, rv. 221403), nonché rispetto alle invero generiche e subvalenti censure del ricorrente circa pretesi vizi motivazionali dell’imputata sentenza, in punto di direzione della divisione ospedaliera e titolarità della posizione di garanzia, di colpa professionale e di dosimetria della pena.
D’altra parte, la compiuta valutazione critica, con esito negativo, del più serio e argomentato motivo di gravame, riguardante l’affermazione di responsabilità dell’imputato quanto alla prova dell’effettivo nesso di causalità fra le condotte – prevalentemente omissive – addebitategli e l’evento morte del paziente, consente a questa corte, nell’annullare senza rinvio la sentenza impugnata in conseguenza dell’avvenuta estinzione del reato per prescrizione, di confermare (ai sensi dell’articolo 578 Cpp e secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità) le statuizioni relative ai capi concernenti gli interessi civili: e cioè, la condanna generica dell’imputato al risarcimento del danno, nonché al pagamento di una somma liquidata a titolo di provvisionale e delle spese di costituzione e difesa a favore della parte civile.


PQM


La Corte Suprema di cassazione, a Sezioni Unite, annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato estinto per prescrizione; conferma le statuizioni concernenti gli interessi civili.

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