Studio Legale

Avv. Antonio Zecca

 

 

 

 

Giurisprudenza art. 323 C.p.:

 

 

 

Cass.Pen., sez. VI - 15 novembre 2011  n. 43302

 

                    LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

                        SEZIONE SESTA PENALE                        

RITENUTO IN FATTO

 

1.Il Pubblico Ministero presso il tribunale di Sala Consilina richiese il rinvio a giudizio di S.F. per i reati di cui agli artt. 81, 323 e 479 cod. pen. perché, in qualità di vigile urbano del Comune di Sapri, aveva elevato nei confronti di L.M. verbale di accertamento per violazione dell'art.7 C.d.S., commi 1 e 14, per aver lasciato in sosta il suo autoveicolo  “nonostante il divieto imposto con segnaletica verticale ..., mentre in realtà sulla via ove era stata parcheggiata l'auto non esisteva segnaletica di divieto di sosta, né verticale né orizzontale, abusando così del proprio ufficio, arrecando un danno ingiusto alla L. e formando un atto ideologicamente falso in quanto lo stesso faceva riferimento a un'inesistente segnaletica verticale di divieto di sosta".

2. Il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Sala Consilina, in data 17 dicembre 2010, ha dichiarato non luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato per insussistenza dell'elemento soggettivo, "costituito, quanto al reato di cui all'art. 479 c.p., dalla consapevole e volontaria rappresentazione di circostanze non corrispondenti al vero e, quanto al reato di cui all'art. 323 c.p., dal dolo intenzionale di produrre un danno ingiusto a L.M.".

Ha ritenuto il giudice che il verbale di accertamento elevato dalla S. "sia stato il frutto di un errore e non abbia dunque il carattere dell'intenzionalità".

3. Contro la sentenza ricorre per cassazione il difensore della parte civile, che deduce violazione dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e) in relazione agli artt. 429, 125 e 192 c.p.p. con riferimento agli artt. 323 e 479 c.p. e artt. 38 e 146 C.d.S., censurando sia la regola di giudizio utilizzata dal giudice sia la motivazione apodittica e "avulsa rispetto al capo d'imputazione nel quale si contesta alla S. di avere illecitamente affermato la presenza (cioè l'esistenza) di segnaletica verticale (di divieto di sosta) laddove detta segnaletica era completamente assente".

4. Il difensore della S. ha depositato una memoria volta alla declaratoria d'inammissibilità o, quanto meno, al rigetto del ricorso, assumendo, per un verso, che parte offesa nel delitto di cui all'art. 323 c.p. è soltanto la pubblica amministrazione e, per altro verso, che in ogni caso manca l'interesse ad impugnare la sentenza che, all'esito dell'udienza preliminare, dichiara non luogo a procedere perché essa, trattandosi di sentenza non dibattimentale, non preclude l'azione civile.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Disattendendo il contrario assunto difensivo dell'imputato, va innanzitutto affermata l'ammissibilità del ricorso, espressamente previsto dall'art.428 c.p.p., comma 2, che attribuisce alla persona offesa, costituita parte civile il potere di proporre ricorso per cassazione agli effetti penali avverso la sentenza di non luogo a procedere. E ciò in quanto sussiste l'interesse di tale soggetto alla repressione del fatto criminoso nella più accentuata tutela della posizione del titolare del bene leso dal reato rispetto al mero danneggiato (Cass. Sez. UU, n. 25695/2008, P.C. in proc. D'Eramo).

2. Infondato è pure il rilevo che, nel procedimento per il reato di abuso d'ufficio, la parte offesa sia costituita soltanto dalla pubblica amministrazione, essendo invece pacifico che il reato di cui all'art. 323 cod. pen., così come modificato dalla L. 16 luglio 1997, n. 234, è un reato plurioffensivo, giacché che è idoneo a ledere, oltre all'interesse pubblico al buon andamento e alla trasparenza della P.A., anche il concorrente interesse del privato a non essere turbato nei propri diritti costituzionalmente garantiti dal comportamento illegittimo e ingiusto del pubblico ufficiale.

Ne consegue che il soggetto al quale tale condotta abbia arrecato un danno riveste la qualità di persona offesa dal reato, legittimato non solo a costituirsi parte civile quando il processo abbia inizio (diritto spettante anche al solo danneggiato), ma anche a proporre sia opposizione avverso la richiesta di archiviazione del P.M. in applicazione degli artt. 409 e 410 cod. proc. pen. sia ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 428 c.p.p., comma 2.

3. Il ricorso della L. è anche fondato.

Osserva il Collegio che, nonostante le modifiche via via apportate dal legislatore e dalla Corte Costituzionale al codice di procedura penale, la natura dell'udienza preliminare resta prevalentemente processuale e non di merito e immutato rimane lo scopo cui l'udienza preliminare è preordinata: quello di evitare i dibattimenti inutili, non di accertare se l'imputato è colpevole o innocente.

Ne deriva che solo una prognosi d'inutilità del dibattimento relativa all'evoluzione, in senso favorevole all'accusa, del materiale probatorio raccolto - e non un giudizio prognostico in esito al quale il giudice pervenga a una valutazione d'innocenza dell'imputato - può condurre a una sentenza di non luogo a procedere.

Essenziale è perciò che, all'esito dell'udienza preliminare, emerga un quadro probatorio e valutativo ragionevolmente e motivatamente ritenuto immutabile. Non è possibile deliberare il non luogo a procedere in tutti quei casi nei quali esista una prevedibile possibilità che il dibattimento possa pervenire ad una diversa soluzione (Cass.n.13163/2008, Cascone; n.43483/2009, Pontessilli; n.22864/2009, Giacomin).

Nel caso in esame, il g.u.p. ha adottato una decisione tipicamente dibattimentale, esprimendo il suo convincimento, peraltro in maniera alquanto apodittica, sulla mancanza dell'elemento soggettivo del reato dovuto a soggettivo errore consistito nel ritenere esistente un divieto che invece era del tutto insussistente.

Come questa Corte ha già affermato, il giudice dell'udienza preliminare non è legittimato a valorizzare nell'ambito della pur necessaria indagine sull'elemento psicologico del reato, ipotetiche e incerte alternative concernenti l'effettiva direzione della volontà, né a operare scelte fra le molteplici soluzioni aperte, che sono riservate in via esclusiva al libero convincimento del giudice del dibattimento, in esito all'effettivo contraddittorio delle parti sulla prova (Cass. n. 2875/1997, P.G. in Mocera).

4. In accoglimento del ricorso, la sentenza impugnata, con rinvio per nuova deliberazione al tribunale di Sala Consilina.

P.Q.M.

La Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuova deliberazione al Tribunale di Sala Consilina.

Così deciso in Roma, il 15 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 23 novembre 2011

 

 

ORDINANZA N. 251

ANNO 2006

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 323 del codice penale, promosso con ordinanza del 5 gennaio 2005 dal Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Ragusa, nel procedimento penale a carico di Salvatore Migliorisi ed altro, iscritta al n. 204 del registro ordinanze 2005 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 16, prima serie speciale, dell’anno 2005.

            Visti l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

            udito nella camera di consiglio del 17 maggio 2006 il Giudice relatore Luigi Mazzella.

Ritenuto che con ordinanza emessa il 5 gennaio 2005, il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Ragusa ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 323 del codice penale, nella parte in cui tale norma viene interpretata dal diritto vivente nel senso di escludere, per mancanza del dolo, la punibilità della condotta diretta a procurare un danno ingiusto o un ingiusto vantaggio patrimoniale ogni qual volta l’agente abbia perseguito contestualmente l’interesse pubblico affidatogli;

che la questione veniva in rilievo nel corso di un processo a carico di un ispettore e di un agente della polizia municipale di Ragusa, i quali, dopo aver riscontrato la realizzazione da parte di una minore della contravvenzione di cui agli artt. 171 e l92 del codice della strada (di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285), avevano disposto il fermo amministrativo del ciclomotore da lei condotto, affidando tale mezzo in custodia ad una ditta anziché alla stessa minore, in violazione dell'art. 396, comma 3, del d.P.R. 16 dicembre 1992, n. 495 (Regolamento di esecuzione e di attuazione del nuovo codice della strada); in tal modo, secondo l’accusa, essi avrebbero procurato al padre della stessa minore, proprietario del ciclomotore, l’ingiusto danno consistente nelle spese di custodia;

che, nel corso dell’udienza preliminare, la difesa aveva chiesto il proscioglimento degli imputati perché il fatto non sussiste per difetto di dolo, giustificando la decisione dei vigili di attribuire la custodia a un terzo con la finalità di prevenire la probabile violazione da parte della minore dell'art. 214, comma 8, del codice della strada (d.lgs. n. 285 del 1992);

che, in punto di rilevanza, il rimettente reputa che per la valutazione dell'assunto difensivo degli imputati, fondato sull’affermazione di avere nominato custode il terzo allo scopo di tutelare l’efficacia del fermo contro l’asserito pericolo che la minore potesse violarlo, non possa prescindersi dall’indagine sull'elemento soggettivo del delitto, alla luce della regola di giudizio contenuta nell'art. 425, comma 3, del codice di procedura penale, che impone il proscioglimento per insufficienza, contraddittorietà o inidoneità delle risultanze accusatorie;

che, in punto di non manifesta infondatezza, il rimettente deduce che secondo l'attuale giurisprudenza, soprattutto di legittimità, l'elemento soggettivo – nella forma del dolo intenzionale – della fattispecie dell'art. 323 del cod. pen. ricorre se la condotta abusiva sia diretta in via immediata e esclusiva a procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero ad arrecare ad altri un ingiusto danno, e purché non risulti il contestuale perseguimento – accanto al fine illecito privato – di un concorrente e legittimo interesse pubblicistico;

 che, secondo il GUP di Ragusa, la predetta esegesi dell’art. 323 cod. pen., sulla coincidenza fra intenzionalità ed esclusività della finalità tipica, costituirebbe diritto vivente non tanto per il numero limitato delle pronunce, quanto per il loro svolgimento logico e temporale in relazione ai vari interventi di riforma legislativa del reato avvicendatisi negli ultimi anni;

che, ad avviso del rimettente, la descritta interpretazione di diritto vivente non sarebbe persuasiva, poiché il dato letterale sul quale essa si fonda, consistente nella utilizzazione da parte del legislatore dell’avverbio «intenzionalmente», sarebbe equivoco e non terrebbe conto delle altre molteplici fattispecie normative in cui l'unicità dello scopo è espressa con formule più limpide, come «al solo scopo di»;

che, inoltre, detto elemento non sarebbe decisivo, posto che dalla lettura dei lavori preparatori della legge 16 luglio 1997, n. 234 (Modifica dell’articolo 323 del codice penale, in materia di abuso di ufficio, e degli articoli 289, 416 e 555 del codice di procedura penale) emergerebbe che il legislatore avrebbe inserito l'avverbio «intenzionalmente» senza la consapevolezza dei futuri risultati applicativi;

che, infine, sul piano teorico e logico, secondo il giudice ragusano, l’affermazione di un qualsiasi interesse pubblicistico non dovrebbe poter neutralizzare la valenza penale della condotta, perché una simile esegesi frustrerebbe la scelta legislativa di presidiare penalmente l'art. 97, comma primo, della Costituzione, in omaggio ad una concezione efficientistica del rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino, che sarebbe in contrasto con il principio della centralità della persona umana e apporrebbe alla fattispecie dell'art. 323 cod. pen. limiti così gravi da rischiare di vanificarla, incidendo sul bene giuridico che si vuole tutelare;

che, così interpretata, la disposizione impugnata  sarebbe in contrasto altresì con l'art. 3, comma primo, della Costituzione, dato che vi sarebbe disparità di trattamento con riguardo alla persona offesa del reato, la cui posizione sarebbe identica e quindi meritevole di tutela sia che l'agente abbia perseguito soltanto il fine privato, sia che abbia mirato anche ad un fine pubblico.

Considerato che il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Ragusa dubita, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 323 del codice penale, nella parte in cui tale norma viene interpretata dal diritto vivente nel senso di escludere, per mancanza del dolo, la punibilità della condotta diretta a procurare un danno ingiusto o un ingiusto vantaggio patrimoniale ogni qual volta l’agente abbia perseguito contestualmente l’interesse pubblico affidatogli;

che il rimettente chiede a questa Corte la dichiarazione di incostituzionalità di una norma penale nella parte in cui essa esclude, in determinate fattispecie, la rilevanza penale della condotta, in tal modo inammissibilmente invocando l’estensione della portata incriminatrice di una norma penale sostanziale, in contrasto con il principio di legalità, fissato dall’art. 25, secondo comma, della Costituzione;

che, invero, come è stato affermato più volte da questa Corte anche con specifico riguardo al reato di cui all’art. 323 cod. pen. (sentenza n. 437 del 1998), in forza di tale principio solo il legislatore può, nel rispetto dei principi della Costituzione, individuare i beni da tutelare mediante la sanzione penale e le condotte, lesive di tali beni, da assoggettare a pena, nonché stabilire qualità e quantità delle relative pene edittali, secondo il principio nullum crimen, nulla poena sine lege, cui si riconducono sia la riserva di legge vigente in materia penale, sia il principio di determinatezza delle fattispecie penali, sia il divieto di applicazione analogica delle norme incriminatrici; e che, al di fuori dei confini delle fattispecie di reato, come definiti dalla legge, riprende vigore il generale divieto di incriminazione;

che la questione è inammissibile anche per difetto di motivazione sulla rilevanza, poiché il rimettente non offre alcun elemento per valutare se nel giudizio sottoposto al suo esame ricorrano le condizioni di fatto tali da giustificare l’applicazione del diritto vivente;

che egli, invero, si limita a riferire la tesi sostenuta dal pubblico ministero (il quale fonda la sua richiesta di rinvio a giudizio sulla deduzione del fine esclusivo degli imputati di provocare un ingiusto danno ai proprietari del veicolo) e la tesi sostenuta dalla difesa degli imputati (i quali hanno dedotto di aver agito esclusivamente per impedire la reiterazione dell’infrazione e, dunque, neppure affermano di aver perseguito contestualmente il fine abusivo e quello pubblico), senza dar conto di quali fossero le risultanze delle indagini preliminari e dell’eventuale istruttoria camerale e senza esprimere alcuna propria valutazione sulla possibile fondatezza dell’una o dell’altra tesi, né dedurre perché egli ritenga invece plausibile il concorso di finalità eterogenee; con la conseguenza che la pronuncia invocata interverrebbe su una questione di diritto di dubbia rilevanza, finanche alla luce della peculiare regola di giudizio di cui all’art. 425 del codice di procedura penale;

che, in ogni caso, la questione deve essere dichiarata manifestamente inammissibile per erroneità della ricostruzione del diritto vivente in materia di dolo nel reato di abuso di ufficio effettuata dal rimettente;

che, invero, nelle pronunce di legittimità citate dal giudice ragusano e in altre successive non è stato affermato che la mera compresenza di una finalità pubblicistica basti ad escludere la sussistenza del dolo (intenzionale) previsto dalla norma; né si è mai affermato, come invece sostiene il rimettente, che “intenzionalmente” significhi “al solo scopo di”;

che in base ai principi affermati nella giurisprudenza di legittimità non è sufficiente che l’imputato abbia perseguito il fine pubblico accanto a quello privato affinché la sua condotta, ancorché illecita dal punto di vista amministrativo, non sia soggetta a sanzione penale, ma è necessario che egli abbia perseguito tale fine pubblico come proprio obiettivo principale; con conseguente degradazione del dolo di danno o di vantaggio da dolo di tipo intenzionale a mero dolo diretto (semplice previsione dell’evento) od eventuale (mera accettazione del rischio della verificazione dell’evento);

che, pertanto, la questione di costituzionalità deve essere dichiarata manifestamente inammissibile anche perché, essendo erroneo il presupposto interpretativo da cui muove il giudice rimettente, non sussiste, nei termini prospettati, il diritto vivente di cui si denuncia l’incostituzionalità.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

Per questi motivi

la corte costituzionale

dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 323 del codice penale sollevata, in riferimento agli artt. 97 e 3 della Costituzione, dal Giudice per l’udienza preliminare presso il Tribunale di Ragusa, con l’ordinanza in epigrafe;

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 giugno 2006.

Annibale MARINI, Presidente

Luigi MAZZELLA, Redattore

 

Depositata in Cancelleria il 28 giugno 2006

 

 

 

Cass. Pen . 6^ Sez. Penale, Sentenza n. 36592  6 luglio - 10 ottobre 2005
 

 Xxx, Ispettore di polizia, addetto al servizio ispettivo della Polizia di Stato presso il Commissariato “Centro” dl Torino, prossimo alla pensione e abilitato all’esercizio della professione di avvocato, aveva avviato numerosi cittadini, con i quali aveva rapporti per ragioni del suo ufficio, presso lo studio dell’avvocato yyy (talvolta prendendo direttamente appuntamenti per telefono con il professionista; una volta facendo revocare il mandato affidato ad altro professionista dall’interessato) per essere da questi difesi di fiducia, studio presso il quale lo stesso imputato prestava collaborazione, aveva una scrivania a sua disposizione e la scritta del suo nominativo sulla porta di ingresso. In tal modo procurando al predetto professionista un ingiusto vantaggio patrimoniale.

La Corte d’appello assolveva xxx perché, pur riconoscendo che il suo comportamento era posto in essere in violazione dell’art. 25 delle disposizioni di attuazione del codice processuale, dell’art. 50 d.p.r. n. 336/1982 e 24 d.p.r. n. 792/1985, che vietano agli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria dl dare consigli sulla scelta del difensore di fiducia, il profitto che procurava all’avv. Yyy non aveva il carattere della ingiustizia, non essendo emerso che i consigli dati sulla nomina a difensore di fiducia dell’avv. Yyy fossero in qualche modo da quest’ultimo economicamente ricompensati. Ricordava la Corte del distretto la giurisprudenza di questa Corte di cassazione, che riconosce la necessità della c.d. “doppia ingiustizia” tipica del reato di cui all’art. 323 c.p., nel senso che per la sua configurazione è necessario non solo che il comportamento sia ingiusto perché posto in essere in violazione di norme di legge o di regolamento, ma che sia ingiusto in sé anche il profitto, ciò che non si era verificato nella specie, perché l’avvocato Yyy aveva normalmente eseguito le sue prestazioni professionali e il suo accrescimento patrimoniale non poteva essere considerato “contra ius”.

Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Torino, il quale deduce l’erronea applicazione dell’art. 323 C.p., perché la decisione non aveva affrontato affatto (non fornendo alcuna motivazione) il problema che l’art. 19 del “Codice deontologico” approvato dal Consiglio Nazionale Forense il 17 aprile 1997 considera “contra ius” l’accaparramento di clientela, ipotesi che ricorreva nella specie: non poteva, pertanto, evitarsi di ritenere che gli accrescimenti patrimoniali conseguiti dall’avv. Yyy avessero esattamente il requisito della ingiustizia del profitto, ancorché conseguito a seguito di normali prestazioni correttamente eseguite e fatturate.

L’imputato deposita memoria, per mezzo del difensore, con la quale deduce l’infondatezza del ricorso sia per l’assorbente considerazione che la violazione da parte sua dell’art. 25 disp. att. c.p.p. non si porrebbe in diretto rapporto di causalità con l’attività professionale svolta dall’avvocato, sia perché l’art. 19 del Codice deontologico non prevedrebbe tra le ipotesi di accaparramento della clientela quella di cui al presente giudizio -  norma che nella parte che rileva vieta l’offerta dl omaggi o di prestazioni a terzi ovvero la corresponsione o la promessa di vantaggi per ottenere difese o incarichi - sia perché mancherebbe la prova di accordi tra Xxx e Yyy, tanto meno di natura economica, in relazione all’invio di clientela al professionista.

Il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica è fondato.

L’art. 19 del Codice deontologico forense stabilisce al primo comma che: “E’ vietata l’offerta di prestazioni professionali a terzi e in genere ogni attività diretta alla acquisizione di rapporti di clientela, a mezzo di agenzia o procacciatori o altri mezzi illeciti”. Solo al terzo comma prevede (riferendosi evidentemente a tutt’altra fattispecie) che: “Costituisce infrazione disciplinare l’offerta di omaggi o di prestazioni a terzi ovvero la corresponsione o la promessa di vantaggi per ottenere difese o incarichi.

Ora, se è vero che la giurisprudenza dl questa Corte di cassazione è orientata, in via prevalente, a ritenere che per la consumazione del reato debba sussistere il requisito della cd. “doppia ingiustizia” nel senso che deve essere contra ius non solo l’azione tipica (che deve posta in essere in violazione dileggi o regolamenti), ma anche il profitto (o il danno), e se è anche vero che non sarebbe concepibile — per definizione normativa — un’azione tipica che non sia posta in essere in violazione di una legge o di un regolamento, è pur certo che l’ingiustizia del profitto (o del danno) possono benissimo derivare non da una violazione di legge o di regolamento ma da qualsiasi violazione di doveri giuridici quale ne sia la fonte, come nel caso di specie, in cui la genesi del dovere è contenuta in una norma di deontologia imposta a una categoria professionale.

Anche perché sulla natura delle norme del Codice deontologico forense si sono pronunciate le sezioni unite civili dl questa Corte di Cassazione (Cass. Civ., Sez. Un., 6 giugno 2002, n. 8225), che non hanno esitato a definirle vere e proprie norme giuridiche, le quali trovano fondamento nei principi dettati dalla legge professionale forense di cui al

r.d.i. 27 novembre 1933, n. 1578, e, in particolare dell’art.12, c.1°, che impone agli avvocati di “adempiere al loro ministero con dignità e con decoro, come si conviene alla altezza della funzione che sono chiamati ad esercitare nell’amministrazione della giustizia, e nell’art. 38 c.1°, ai sensi del quale sono sottoposti a procedimento disciplinare gli avvocati “che si rendano colpevoli di abusi o mancanze nell’esercizio della loro professione o comunque difatti non conformi alla dignità e al decoro professionale” .

E la dottrina è concorde nel ritenere che proprio l’accaparramento di clientela si pone tra le violazioni di quei doveri che impongono dignità e decoro nell’esercizio della professione, avendo l’accaparramento il fine di acquisizione della clientela in modo non consentito id est attraverso mezzi (comunque) illeciti, come recita la disposizione onnicomprensiva di chiusura contenuta nel primo comma dell’art. 19, e comunque idonei a escludere o quanto meno compromettere la libera scelta nella nomina del difensore di fiducia.

Le deduzioni svolte da Xxx  nella memoria di cui si è detto sono infondate.

E invero, mentre non si vede come il comportamento dell’imputato -  consistente nell’indirizzare clienti all’avv.Yyy - non possa essere considerato in rapporto di stretta causalità con il vantaggio - consistente nella acquisizione di clientela - conseguito dal professionista, v’è da osservare che la norma violata del Codice deontologico forense non è quella del comma terzo dell’art.19, bensì quella del comma primo.

Infine, nessun accordo (o collusione) tra Xxx e Yyy doveva essere provata: non si tratta, invero di dover decidere sulla responsabilità per concorso del privato con il pubblico ufficiale titolare della qualità per la consumazione del reato proprio (nei confronti del predetto patrono è stato emesso decreto di archiviazione) ma della responsabilità del pubblico ufficiale, per la quale, come è noto “in tema di elemento soggettivo del reato di abuso di ufficio, non è richiesta la prova della collusione del pubblico ufficiale con i beneficiari dell’abuso, essendo sufficiente la verifica del favoritismo posto in essere con l’abuso dell’atto di ufficio” [Cass. Pen. Sez. 6^, Sent. N.910  del 27/01/2000 (ud. 18/11/1999), Giansante, RV. 215430; più recentemente, Cass. Pen. Sez. 6, Sent. 21085 del 05/05/2004 (ud.28/O1 /2004), Sodano, RV. 229806].

Per tutte le ragioni esposte la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Torino che dovrà uniformarsi ai principi di diritto esposti nella presente decisione.

P.Q.M.

 

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio in altra sezione della Corte d’appello di Torino.

Roma, 6 luglio 2005.

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent. n. 21110  del 05/05/2004  ud.12/03/2004       

 La  violazione di norme igienico-sanitarie da parte di ditta aggiudicataria  della gara di appalto per la refezione nelle scuole comunali non realizza  uno  dei presupposti necessari per la configurabilità del reato di abuso di  ufficio in capo al Sindaco del Comune firmatario dell'appalto, trattandosi  di norme non riferite alla condotta del pubblico ufficiale nell'esercizio delle  sue  funzioni,  bensì a quella dell'esercente un'attività che impone determinate  prescrizioni  sanitarie e potendo rilevare la circostanza che il Sindaco  avesse  avallato  illecitamente  l'aggiudicazione alla ditta solo ai fini di un suo eventuale concorso morale nella predetta violazione.          

 

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  21091  del 05/05/2004  ud.24/02/2004

    Ai  fini  della sussistenza dell'elemento soggettivo nel delitto di abuso di  ufficio  di cui all'art. 323 c.p., non é sufficiente né il dolo eventuale  -  e cioè l'accettazione del rischio del verificarsi dell'evento - né  quello  diretto - e cioè la rappresentazione dell'evento come realizzabile  con elevato grado di probabilità o addirittura con certezza, senza essere  un obiettivo perseguito -, ma é richiesto il dolo intenzionale, e cioè  la  rappresentazione e la volizione dell'evento di danno altrui o di vantaggio  patrimoniale,  proprio o altrui, come conseguenza diretta e immediata della  condotta  dell'agente  e  obiettivo  primario da costui perseguito. Ne consegue  che  se  l'evento  tipico  é  una  semplice conseguenza accessoria dell'operato  dell'agente, diretto a perseguire, in via primaria, l'obiettivo di  un interesse pubblico di preminente rilievo, riconosciuto dall'ordinamento  e  idoneo ad oscurare il concomitante favoritismo o danno per il privato, non  é  configurabile il dolo intenzionale e pertanto il reato non sussiste.(Nella  specie,  la Corte ha escluso la configurabilità del reato nella condotta  di alcuni componenti di una giunta municipale che avevano approvato una  delibera  di sospensione di erogazioni in danaro a una fondazione gestita dal  Comune  dopo  l'intervenuto pignoramento della relativa somma ad istanza dell'unico  dipendente  di  essa per crediti di lavoro, al fine di evitare un appesantimento  della  posizione  debitoria della fondazione e così un danno ulteriore alla posizione del creditore pignorante).                         

                              

 

Cass. Pen Sez.5, Sent. 27778  del 21/06/2004  ud.19/05/2004

     Atteso   il  carattere  sussidiario  e  residuale  del  reato  di  abuso d'ufficio,    quale    desumibile    dalla   esplicita   riserva,   contenuta nell'art.   323   cod.  pen.,  che  "il  fatto  non  costituisca  più  grave reato",   deve   ritenersi  che  qualora  la  condotta  addebitata  si  esaurisca  nella  commissione  di  un  fatto  qualificabile come falso ideologico in   atto   pubblico,  solo  di  tale  reato  l'agente  debba  rispondere,  e non   anche   dell'abuso  d'ufficio,  da  considerare  assorbito  nell'altro, nulla  rilevando in contrario la diversità dei beni giuridici protetti dalle due norme incriminatrici.                                                   

 

Cass. Pen Sez. 6  Sent. 6486  del 17/02/2004  Cc.13/11/2003              

    L'imputato  assolto con la formula "perché il fatto non é più previsto dalla  legge come reato" non ha interesse ad impugnare allo scopo di ottenere assoluzione  con  la  formula  "perché  il  fatto non sussiste", non potendo trarre dalla sua applicazione alcun vantaggio. Né un eventuale interesse può essere rappresentato dal diritto dell'imputato a rimuovere il limite posto dal quinto comma dell'art. 314 cod. proc. pen. per l'esercizio dell'azione  di  riparazione  per ingiusta detenzione, allorché la sentenza di non luogo  a  procedere sia stata pronunciata con tale formula, in quanto il giudice  nell'ambito di tale procedimento ha piena ed ampia libertà di valutare il  materiale  acquisito nel processo penale allo scopo di controllare la ricorrenza  o meno dei limiti alla liquidazione della riparazione, sia in senso positivo  che  negativo,  compresa  l'eventuale  sussistenza  di una causa di esclusione  del  diritto alla riparazione (in applicazione di tale principio, la  Corte  ha  ritenuto corretta la decisione di inammissibilità per carenza di  interesse  dell'appello  proposto  dall'imputato  avverso  la sentenza di proscioglimento  dal  delitto  di abuso di ufficio con la formula "perché il fatto non é più previsto dalla legge come reato" a seguito dell'intervenuta modifica della fattispecie incriminatrice).                                 

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.732  del 15/01/2004  Cc.10/12/2003

    É  legittimo  il sequestro preventivo di un immobile la cui edificazione é  stata  consentita  con  illegittima autorizzazione edilizia integrante il reato  di  abuso  di ufficio, ancorché l'opera si presenti già ultimata, in quanto  sia  nel caso in cui la costruzione sia avvenuta in assenza di titolo sia  nel  caso  in cui il titolo si presenti viziato a causa della collusione tra  il  privato ed il pubblico ufficiale, l'esistenza di una costruzione non conforme  alla legge o agli strumenti urbanistici é suscettibile di produrre anche  nel  futuro  un danno ambientale e, pertanto, é idonea a protrarre le conseguenze del reato.                                                      

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.729  del 15/01/2004  CC.01/12/2003     

    In tema di reato di abuso d'ufficio, l'attuale configurazione del delitto di  abuso  d'ufficio  (art.  323  c.p.) come reato di danno richiede che venga  procurato  a  sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecato  un  danno  ingiusto, ancorché non patrimoniale. Ne consegue che è configurabile  il  suddetto  reato nel diniego opposto dal Rettore di un’Università  di far visionare ad un candidato per la nomina di Direttore generale  dell'Azienda  Policlinico  la documentazione della selezione, anche se la realizzazione  dell'evento  di  danno, consistito nella mancata consultazione della  documentazione  necessaria per l'esperimento di eventuali iniziative a tutela  dei  propri  interessi,  risulti  preordinata a procurare ad altri un vantaggio non patrimoniale.                                                 

 

Cass. Pen Sez. 2       Sent.  04296  del 04/02/2004  (ud.02/12/2003)       

    La  disciplina  relativa alla successione delle leggi penali (art. 2 c.p.) si applica qualora la disposizione richiamata da una "norma penale in bianco"  sia  modificata o abrogata, ovvero nell'ipotesi in cui venga modificata  una norma "definitoria" - ossia una disposizione attraverso la quale il legislatore  chiarisce il significato di termini usati in una o più disposizioni  incriminatrici,  concorrendo  a  individuare il contenuto del precetto penale  - oppure, infine, nel caso in cui una disposizione legislativa commini  una  sanzione penale per la violazione di un precetto contenuto in un'altra  disposizione  legislativa, che venga abrogata in tutto o in parte. (Fattispecie  in  cui la Corte ha confermato l'affermazione di penale responsabilità  di  un  sindaco  in ordine al delitto di cui all'art. 323 e ha escluso l'applicabilità  dell'art. 2 c.p. alla luce dell'abrogazione, ad opera dell'art.  136  del d.P.R. n. 380 del 2001, dell'art. 7 della legge n. 47 del 1985  e  della previsione, contenuta nell'art. 31 del citato d.P.R. 380/2001, secondo  la quale il soggetto titolare del potere-dovere di provvedere in merito  alle  ingiunzioni  di demolizione, rimozione, ripristino non é il sindaco,  ma il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale).

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent.4945  del 06/02/2004  ud.15/01/2004   

   In  tema  di  abuso di ufficio, realizza l'evento del danno ingiusto ogni comportamento  che  determini un'aggressione ingiusta alla sfera della personalità,  per  come tutelata dai principi costituzionali.( Fattispecie in cui il  pubblico  ufficiale  aveva  emesso un ordine di servizio con cui revocava ogni  incarico ad una dipendente, in modo indebito e come ritorsione per aver testimoniato  contro  di lui, determinandole oltre che un danno economico derivante  dalla  perdita  dell'incremento  dello  straordinario, derivante dai turni  di  disponibilità,  anche  una perdita di prestigio e decoro nei confronti dei colleghi di lavoro).                                             

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent. 708  del 15/01/2004  ud.8/10/2003

    Nel  reato di abuso di ufficio l'uso dell'avverbio "intenzionalmente" per qualificare  il  dolo  implica  che sussiste il reato solo quando l'agente si rappresenta  e  vuole  l'evento  di  danno altrui o di vantaggio patrimoniale proprio  o  altrui come conseguenza diretta ed immediata della sua condotta e come  obiettivo  primario perseguito, e non invece quando egli intende perseguire  l'interesse pubblico come obiettivo primario. (Fattispecie relativa ad un  sindaco  che  aveva  rilasciato  un'autorizzazione edilizia in violazione della  normativa  urbanistica  sul risanamento del centro storico, allo scopo esclusivo  di  favorire  il  recupero di abitanti nella zona del borgo antico che  si stava progressivamente spopolando con rischio di un definitivo abbandono).                                                                      

 

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  2844  del 27/01/2004  ud.1/12/2003       

    Nel  reato di abuso di ufficio, la partecipazione dell'extraneus può essere  configurata quando sia provato l'accordo criminoso, che non può essere desunto  solo  dalla presentazione di un'istanza volta ad ottenere l'atto illegittimo, essendo invece necessaria la prova che la presentazione della domanda  sia stata preceduta, accompagnata o seguita da un'intesa o da pressioni  dirette a sollecitare o persuadere il pubblico funzionario. ( Fattispecie in  cui  il privato aveva presentato una domanda volta ad ottenere l'indennità  di accompagnamento per infermità ed aveva avuto contatti telefonici con uno  dei componenti della commissione medica, che gli aveva spiegato quali erano  le condizioni per ottenere l'indennità; era stato poi detto componente a  tentare  di far ottenere all'istante l'indennità pur mancandone le condizioni, senza un effettivo e concreto contributo causale del privato). 

 

                                              

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  49536  del 31/12/2003  ud.1/10/2003   

    Atteso il carattere residuale del reato di abuso di ufficio previsto dall'art. 323 c.p., anche dopo la novella della L. 16 luglio 1997, n.234, deve escludersi, in applicazione della regola della specialità sancita dall'art.  15 c.p., il concorso formale di tale reato con quelli, più gravi,  di  violenza  privata e lesioni, aggravati entrambi ex art. 61 n. 9 c.p..

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  48535  del 18/12/2003  ud.19/11/2003           

In  tema  di abuso di ufficio, é attuata in violazione di legge anche la condotta  che  presenti difformità dalle prescrizioni di un atto amministrativo,  quando  questo sia stato espressamente adottato per adeguare il procedimento  alle  direttive di un atto avente forza di legge. (Fattispecie relativa  alle  violazioni  di un capitolato speciale di appalto, che in premessa si  richiamava  all'art.  15 della legge 30 marzo 1981, n. 113 - poi abrogata dall'art.  20  del  d. Lgs. 24 luglio 1992, n. 358 - recante norme per l'adeguamento  delle  procedure  di  aggiudicazione delle pubbliche forniture alle direttive  C.E.E.  La  Corte  ha ritenuto che, per quanto l'imputazione fosse riferita  alla mancata osservanza di specifiche norme del capitolato, potesse considerarsi  contestata  e realizzata una violazione della legge regolatrice della materia).                                                             

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  38951  del 14/10/2003  CC.19/09/2003       

    In  tema  di sequestro preventivo, la revoca parziale di un provvedimento di  sequestro  non  é preclusa dalla circostanza che l'attività della quale si  intende impedire la prosecuzione sia oggetto in un provvedimento di autorizzazione  o  concessione  amministrativa,  anche se quest'ultimo atto é il prodotto  di  una condotta penalmente rilevante. (Nell'occasione, la Corte ha osservato  che in tal caso non si pone un problema di interferenza dell'A. g. o.  nell'attività  propria dell'autorità amministrativa, non venendo in rilievo  gli  effetti tipici dell'atto ma la valenza criminosa dello stesso, e, pertanto  ne  risulta perfettamente consentita, anzi doverosa, la eliminazione  del  vincolo cautelare, a prescindere da ogni altra iniziativa dell'autorità  amministrativa,  per  le  cose rispetto alle quali non c'é rischio di protrazione delle conseguenze del reato).                                   

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent.  42450  del 06/11/2003  ud.28/10/2003

L'autorizzazione ex art. 7 della Legge 29 giugno 1939 n. 1497 é necessaria  qualora vi siano comportamenti che rechino pregiudizio all'aspetto esteriore  dei  beni oggetto di protezione. Ne consegue che non é ravvisabile la violazione  del  vincolo  paesaggistico  nella concessione a privati da parte dell'amministrazione  comunale di lotti di terreno, facenti parte del cimitero  comunale, sottoposto a tutela, in vista della costruzione di loculi fuori terra,  non intervenendo tale provvedimento direttamente sullo ius aedificandi  dell'area protetta. (Fattispecie nella quale la Corte ha escluso, per difetto dell'elemento costitutivo della violazione di Legge, la configurabilità del reato di cui all'art. 323 c.p.).                                

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent.44759  del 20/11/2003  ud.29/10/2003

   Commette  il delitto di abuso d'ufficio il pubblico ufficiale che procuri illegittimamente  assunzioni ad un pubblico impiego, essendo configurabile il profitto  o  il  vantaggio ingiusto di natura patrimoniale nella attribuzione della posizione impiegatizia e nell'acquisizione del relativo status.       

                           

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  49554  del 31/12/2003  ud.22/10/2003

    In  tema  di  abuso  di ufficio, l'elemento soggettivo del reato consiste nella  consapevolezza dell'ingiustizia del vantaggio patrimoniale e nella volontà  di  agire per procurarlo e può essere desunta dalla macroscopica illiceità  dell'atto  e  dai tempi di emanazione. (Fattispecie relativa al rilascio  di  una  concessione edilizia illegittima perché in violazione della legge  urbanistica,  emessa prima ancora dell'avvenuta presentazione del progetto  da  parte del privato e in presenza di un negativo parere dell'Ufficio tecnico comunale).                                                          

                                                    

 

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  49554  del 31/12/2003  ud.22/10/2003   

    In  tema  di  abuso di ufficio, il vantaggio patrimoniale considerato tra gli  elementi  essenziali  della  fattispecie  di cui all'art. 323 c. p.,  va  riferito  al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale  e  quindi non solo quando l'abuso sia volto a procurare beni materiali o  altro, ma anche quando sia volto a creare un accrescimento della situazione  giuridica  soggettiva.  ( Fattispecie relativa al rilascio di una concessione  edilizia  a  costruire  un  manufatto industriale in zona agricola con realizzazione  di  un  vantaggio  patrimoniale  a  prescindere dall'effettiva costruzione del bene).                                                      

 

Cass. Pen Sez. 6  Sent.39087  del 16/10/2003  ud.09/04/2003         

    Non é configurabile a carico del Sindaco il reato di abuso d'ufficio, in relazione  al mancato intervento previsto dall'art. 4 della legge 28 febbraio 1985,  n.  47  nel  caso  di realizzazione di un'opera abusiva, in quanto sia l'art.  51,  lett.  f  bis  della legge 8 giugno 1990 n. 142 e succ. mod. che l'art.  107, comma terzo lett. g del D.L. 18 agosto 2000 n. 267, attribuiscono  espressamente  ai dirigenti "tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori,  abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri  di  vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti  dalla  vigente  legislazione statale e regionale in materia di prevenzione  e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico -ambientale".

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  43020  del 11/11/2003  ud.14/10/2003        

    Nel reato di abuso di ufficio, la sussistenza del concorso del privato non  può  essere dedotta dalla mera coincidenza tra la richiesta ed il provvedimento emesso dal pubblico ufficiale, essendo necessario, invece, che il contesto fattuale dimostri che la presentazione della domanda sia stata preceduta, accompagnata o seguita  da un'intesa col pubblico funzionario o da sollecitazioni. (Fattispecie in cui il privato ha accompagnato la richiesta con documentazione  giustificativa non idonea e tale da dimostrare la consapevolezza di non aver maturato alcun diritto al rilascio della concessione edilizia, palesemente contrastante con un precedente parere degli uffici tecnici e inseritasi in una procedura amministrativa illegittima).          

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.  39751  del 21/10/2003  CC.23/09/2003

    In tema di abuso d'ufficio, un soggetto privato non assume la qualità di persona  offesa  dal  reato,  allorché  sia realizzato un ingiusto vantaggio patrimoniale,  giacché  l'unica parte offesa é la pubblica amministrazione.

Ne  consegue  che, in tal caso, non é ammessa l'opposizione del privato alla richiesta  di archiviazione. (Fattispecie relativa al caso in cui i membri di una  commissione  di esame erano stati denunciati per irregolarità nella valutazione dei titoli concorsuali allo scopo di avvantaggiare un candidato).

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  41918  del 04/11/2003  ud.22/09/2003       

    Commette  il reato di abuso d'ufficio il preside di una scuola che nomina a  funzioni  vicarie  un  insegnante, in violazione della disposizione per la quale  l'attribuzione di tale incarico é elettiva, ed appartiene al collegio dei  docenti,  in  tal modo realizzando un ingiusto vantaggio patrimoniale in favore del nominato cui é corrisposta l'indennità di funzione.            

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.  39090  del 16/10/2003  (ud.27/05/2003)       

    Il  comportamento  del pubblico ufficiale che usa minacce per costringere un  collega del suo ufficio a mostrargli determinati documenti, configura solo  il  delitto di minaccia, in quanto la pretesa di prendere visione dei documenti  non é un'attività rientrante nei compiti del pubblico ufficiale ed il  diverbio  ha ad oggetto un dissenso sulle modalità di gestione di determinate  pratiche  e costituisce solo l'occasione per l'azione minacciosa, non finalizzata a costringere ad omettere un atto dell'ufficio.                 

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.  34049  del 08/08/2003  ud.20/02/2003

    Il  reato  di  abuso  di  ufficio  connotato  da  violazione  di norme di legge  o  di  regolamento  non  é configurabile allorché la condotta tenuta dall'agente  sia  in  contrasto  con  norme  interne relative al procedimento che non abbiano i caratteri formali ed il regime giuridico della legge o del regolamento  (in  applicazione  di tale principio la Corte ha annullato senza rinvio  la  sentenza impugnata con la quale era stato ravvisato il delitto di cui all'art. 323 c.p. nei confronti di funzionari di un Ufficio IVA per aver  violato,  nella  evasione di pratiche per il rimborso di crediti di imposta, norme interne al procedimento).

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  35108  del 04/09/2003  ud.08/05/2003       

    In  tema  di abuso d'ufficio, la norma di cui al primo comma dell'art. 97 della  Costituzione,  secondo la quale i pubblici uffici sono organizzati secondo  disposizioni  di legge in modo da assicurare il buon andamento e l'imparzialità  dell'amministrazione,  non  ha carattere precettivo ed ha valore meramente  programmatico, sicché tali principi per il carattere generale che li  distingue  non sono idonei a costituire oggetto della violazione che può dar  luogo alla integrazione del reato previsto dall'art. 323 c.p. (Fattispecie  in cui la Corte ha ritenuto che non si potesse configurare il reato di  abuso  d'ufficio a carico di un amministratore per non aver ritenuto come redatti  da soggetto non abilitato alcuni progetti e per non essersi astenuto dal  procedere  oltre  nell'iter burocratico pur in difetto di un presupposto essenziale).                                                                 

                                                   

Cass. Pen Sez. 6   Sent.  33068  del 05/08/2003  ud.06/05/2003       

    In  tema  di  abuso  di  ufficio,  nella  formulazione  dell'art.323 c.p.    introdotta    dalla   legge   16   luglio   1997   ,   n.234,   l'uso dell'avverbio  "intenzionalmente"  per  qualificare  il  dolo ha voluto limitare  il  sindacato  del  giudice  penale  a  quelle  condotte  del  pubblico ufficiale    dirette,   come   conseguenza   immediatamente   perseguita,   a procurare  un  ingiusto  vantaggio  patrimoniale  o  ad  arrecare un ingiusto danno.  Ne  deriva  che, qualora nello svolgimento della funzione amministrativa  il  pubblico  ufficiale  si prefigga di realizzare un interesse pubblico   legittimamente   affidato  all'agente  dell'ordinamento,  (non  un  fine privato  per  quanto  lecito,  non  un  fine  collettivo, né un fine privato di  un  ente  pubblico  e  nemmeno  un  fine  politico),  pur  giungendo alla violazione  di  legge  e  realizzando  un  vantaggio  al privato, deve escludersi  la  sussistenza  del reato (in applicazione di tale principio la Corte ha  ravvisato  l'assenza  dell'elemento soggettivo nella condotta del sindaco di  un comune che aveva rilasciato un'autorizzazione sanitaria ad un ristoratore  non  abilitato  allo  scopo di perseguire il fine pubblico di far fronte  ad  una  situazione emergenziale in occasione di un importante evento turistico del Comune).                                                         

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  35127  del 04/09/2003  ud.26/06/2003      

    Integra il reato di cui all'art. 323 cod.pen. la condotta di un magistrato della Procura  Generale  della Repubblica presso la Corte d'appello, che incaricato  dal dirigente dell'ufficio di svolgere una indagine amministrativa diretta ad acquisire informazioni su di un'istanza di rimessione del processo,  conduca  una vera e propria indagine preliminare, senza essere legittimato,  nei confronti di magistrato dello stesso distretto di Corte d'appello, in tal modo cagionando loro intenzionalmente un danno ingiusto.         

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  33084  del 05/08/2003  ud.12/06/2003       

    L'inutilizzabilità "erga omnes" delle dichiarazioni rese da persona che, solo  apparentemente,  riveste la qualità di teste, presuppone che sin dal momento  della  relativa  audizione  sussistano nei suoi confronti indizi di reità. Pertanto, ove successivamente muti la qualificazione giuridica del  fatto  -  corruzione  in  luogo  di  concussione o di abuso di ufficio - le  dichiarazioni  originariamente rese dal soggetto considerato testimone non perdono la loro valenza probatoria.

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  14352  del 27/03/2003  ud.08/04/2002   

    In  tema  di calunnia (art. 368 c.p.), la falsa attribuzione e di un fatto  costituente  reato integra l'elemento materiale della fattispecie criminosa,  e come tale deve essere apprezzata con riferimento al momento consumativo,  non influendo in ordine alla sussistenza della fattispecie modifiche legislative  incidenti  sulla  definizione  del  reato presupposto, che nulla hanno  a  che  vedere  con il principio stabilito dall'art. 2 c.p. (Fattispecie  in cui i reati presupposto del delitto di calunnia configuravano un abuso  d'ufficio  e  un  interesse privato in atti d'ufficio,delitti entrambi modificati dalla legge 234/1997).                                           

                                                 

Cass. Pen Sez. 6  Sent.9949  del 04/03/2003  ud.22/01/2003       

    Il  medico ospedaliero che, non avendo optato per l'attività libero-professionale  intramuraria,  proceda in orario di lavoro, servendosi dei locali e  delle  risorse dell'istituto di appartenenza, ad effettuare visite sanitarie,  agisce  nella  propria  qualità di pubblico ufficiale. Ne consegue che commette  il  delitto  di abuso di ufficio il sanitario il quale, facendo uso di  beni di pertinenza pubblica (ivi compreso il suo stesso tempo di lavoro), percepisca  privatamente un compenso dal paziente visitato, così esercitando abusivamente  attività intramuraria in violazione della relativa disciplina.

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  22539  del 21/05/2003 Cc.10/03/2003

   Quando l'abolitio criminis viene dedotta in sede esecutiva, al giudice é richiesta  la valutazione in astratto della fattispecie oggetto della sentenza  rispetto  al nuovo assetto del sistema penale, ciò anche se la norma incriminatrice  non  sia stata interamente abrogata, ma sia stata riscritta con una  riduzione  del relativo ambito di operatività. In tale ipotesi, il giudice  dell'esecuzione,  qualora non ritenga sufficiente l'analisi del capo di imputazione,  può  anche scendere all'esame degli atti processuali per verificare  ed  accertare, attraverso di essi, la consistenza ed i contorni della condotta,  senza  però  valutare  di nuovo il fatto, mediante un giudizio di merito  non  consentito.  (Fattispecie  concernente  il reato di cui all'art.323  cod.pen.,  commesso  prima dell'entrata in vigore della legge n. 234 del 1997).                                                                      

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent.21443  del 15/05/2003  ud.08/04/2003

    Nel  configurare  il  reato  di  abuso d'ufficio come reato di evento, il legislatore  del 1997 ha inteso con l'avverbio “intenzionalmente” rendere necessario  che  l'evento  sia la conseguenza immediatamente conseguita dall'agente, escludendo in tal modo le condotte poste in essere sia con dolo eventuale  che  con dolo indiretto (che ricorre quando il soggetto si rappresenti la  realizzazione dell'evento come altamente probabile o anche certa, pur non essendo  la  sua volontà orientata a tal fine). Ne consegue che non é punibile  per  tale titolo il responsabile dell'Ufficio tecnico comunale al quale sia  stato  contestato  di aver espletato una istruttoria favorevole in relazione  ad opere per le quali non poteva essere rilasciato alcun provvedimento concessorio  'al  fine  di procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale agli istanti,  senza  peraltro indicare quale evento sarebbe stato conseguenza diretta ed immediata della sua condotta.                                      

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  18360  del 17/04/2003  ud.24/02/2003

    Nell'ipotesi  di  abuso  di  ufficio  realizzato mediante omissione o rifiuto  deve  trovare  applicazione  l'art.  323,  primo  comma  c.p., in quanto  reato più grave di quello previsto dall'art. 328 c.p., tutte le volte  in  cui l'abuso sia stato commesso al fine di procurare a sé o ad altri  un  vantaggio  ingiusto  patrimoniale,  o  comunque  per arrecare ad altri  un  danno ingiusto, e tali eventi si siano realizzati effettivamente.  

 

Cass. Pen. Cass. Pen Sez. 6 Sent.  27007  DEL 20/06/2003  UD.13/05/2003       

In tema di reato di abuso d'ufficio (art. 323 cod. pen.), le disposizioni contenute  nelle circolari ministeriali atte a regolamentare l'uso delle auto di  servizio  non  assumono né il carattere formale e sostanziale di cogenza autonoma  "uti universi", tipicizzante le norme di legge né quello del regolamento,  per  difetto  di  contenuto di efficacia primaria o secondaria erga omnes,  risolvendosi  in disposizioni regolamentanti il funzionamento interno dell'ufficio  e, come tali, correttamente qualificabili come normativa ad efficacia  interna  che non può essere ricompresa nella sfera di tipica violazione di legge e regolamento di cui all'art. 323 cod. pen.                   

 

Cass. Pen. Sez. 6 Sent.26998  DEL 20/06/2003  Ud..08/05/2003

   In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, l'attenuante della particolare  tenuità  prevista dall'art. 323-bis cod. pen. concerne il fatto illecito  in  tutti i suoi profili, compreso quello psicologico, e possono di conseguenza  rilevare anche i motivi sottesi alla condotta dell'agente. (Fattispecie  di peculato nella quale l'indebita appropriazione di buoni-pasto era  stata  intesa dal pubblico dipendente, in una situazione di generalizzata tolleranza,  quale  forma di compenso per rilevanti servizi prestati volontariamente nell'interesse dell'ente di appartenenza).                         

                         

                       

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  26702  del 19/06/2003  Ud.14/04/2003      

    Allorché  l'abuso  di ufficio si concreti nella violazione del dovere di astensione,  non  é  necessario  individuare alcuna violazione di legge o di regolamento  perché  possa  ritenersi  sussistente  l'elemento materiale del reato. 

(Fattispecie  relativa  a licenza commerciale in favore del locatario di  un immobile nel quale si svolgeva l'esercizio di una macelleria, nel procedimento  per  il cui rilascio un sindaco, proprietario dello stesso locale, non  si  era astenuto dalla sottoscrizione del nulla-osta sanitario, peraltro illegittimo).                                                               

 

CASS. PEN SEZ. 6       SENT.  22539  DEL 21/05/2003  (CC.10/03/2003)      

    Quando l'abolitio criminis viene dedotta in sede esecutiva, al giudice é richiesta  la valutazione in astratto della fattispecie oggetto della sentenza  rispetto  al nuovo assetto del sistema penale, ciò anche se la norma incriminatrice  non  sia stata interamente abrogata, ma sia stata riscritta con una  riduzione  del relativo ambito di operatività. In tale ipotesi, il giudice  dell'esecuzione,  qualora non ritenga sufficiente l'analisi del capo di imputazione,  può  anche scendere all'esame degli atti processuali per verificare  ed  accertare, attraverso di essi, la consistenza ed i contorni della condotta,  senza  però  valutare  di nuovo il fatto, mediante un giudizio di merito  non  consentito.  (Fattispecie  concernente  il reato di cui all'art.323  cod.pen.,  commesso  prima dell'entrata in vigore della legge n. 234 del 1997).                                                                      

 

 

Cass. Pen.– Sez. sesta penale  Sent. 6 maggio - 5 agosto 2003, n. 33068

 

Fatto e diritto

 

1. Con sentenza 1 febbraio 2000, pronunciata in esito a giudizio abbreviato, il Tribunale di Forlì condannava C. L., concesse le circostanze attenuanti generiche, alla pena di mesi tre di reclusione in ordine al reato di cui agli articoli 81 e 323 Cp, perché, quale Sindaco del Comune di Sarsina, nello svolgimento delle funzioni di autorità amministrativa e sanitaria, in violazione degli articoli 28 del Dpr 357/80 e 282 e seguenti del regolamento comunale di igiene 111/86, concernenti i requisiti minimi sostanziali (superficie della cucina, bagno ad uso promiscuo, assenza della dispensa, etc.), richiesti per il rilascio dell'autorizzazione sanitaria di cui all'articolo 2 della legge 283/62, intenzionalmente procurava a T. F., titolare e gestore dell'esercizio denominato “Le maschere” con le autorizzazioni provvisorie del 26 luglio 1995, del 1° agosto 1995 e del 22 dicembre 1995, vantaggi ingiusti. Il T, infatti, proseguiva l'attività di ristorazione non consentita nelle condizioni igienico-sanitarie concrete; con conseguenti danni ingiusti per i gestori degli altri due ristoranti di Sarsina (amministrativamente e sanitariamente in regola), privati di avventori, in favore di ristorante non abilitato.

Con la stessa sentenza il T veniva assolto dal delitto di concorso in abuso di ufficio per non aver commesso il fatto; nei confronti di entrambi gli imputati veniva dichiarato non doversi procedere relativamente alla contravvenzione di cui all'articolo 2 della legge 283/62, perché estinta per prescrizione.

A seguito di impugnazione del C., la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della decisione di primo grado, riconosciuta all'imputato l'attenuante di cui all'articolo 323bis Cp, rideterminava la pena in mesi due di reclusione, sostituita con la multa di euro 2.280.

Osservava la Corte territoriale che, come accertato dall'Usl competente, la somministrazione dei primi e dei secondi piatti nell'esercizio “Le Maschere” avveniva in assenza delle prescritte condizioni igienico-sanitarie; donde la palese illegittimità, per violazione di legge, delle autorizzazioni provvisorie. Senza che, dunque, potesse rilevare la conoscenza da parte di altre autorità della situazione in cui versava l'esercizio né l'entità delle carenze accertate. La chiusura del locale, disposta dal C., rappresenterebbe un post factum del tutto privo di valenza giuridica, non in grado di sanare le illegittime autorizzazione adottate.

In più, le ragioni di pubblico interesse additate dal C. risulterebbero ininfluenti, considerando il vantaggio arrecato al titolare dell'esercizio; un vantaggio da ritenere ingiusto in quanto conseguito in violazione della normativa igienico-sanitaria. Peraltro, aggiunge la Corte, l'eventuale coincidenza del pubblico interesse con il vantaggio ingiusto non vale ad escludere l'evento del reato, così come del tutto ininfluente si profilerebbe l'assenza di danno per gli altri esercenti di Sarsina.

Ancora, non rileverebbe l'avvenuta assoluzione del T perché quello previsto dall'articolo 323 Cp non è un reato a concorso necessario.

La sussistenza dell'elemento soggettivo sarebbe comprovata da una molteplice serie di elementi: la macroscopica illegittimità delle autorizzazioni provvisorie; il palese loro contrasto con gli accertamenti effettuati dall'Usl, competente; la sintomatica reiterazione di tali autorizzazioni, pur in assenza di un operoso comportamento del titolare dell'esercizio al fine di eliminare le carenze denunciate; i rapporti personali di amicizia e di colleganza politica esistenti tra il C. ed il T..

2. Ha proposto ricorso per cassazione il C. articolando due serie di motivi.

Con il primo si deduce violazione della legge penale ed omesso esame del motivo di appello concernente la legittimità del contegno del ricorrente considerato che le autorizzazioni provvisorie furono emesse a norma degli articoli 13, 14 e 38 della legge 873/78 (recte, n. 833).

In sostanza, il Sindaco tentò di risolvere un problema che prima di lui nessuno aveva neppure affrontato; operando in modo tale da non determinare effetti devastanti nel periodo delle celebrazioni plautine, effetti che si sarebbero verificati indebolendo il servizio di ristorazione col disporre la chiusura di uno dei tre soli esercizi operanti a Sarsina. Legittimamente adottò, dunque, un provvedimento contingibile ed urgente in modo da consentire al ristoratore di adeguare le strutture a quanto previsto dalla normativa.

La sentenza impugnata sarebbe, inoltre, illogica nella parte in cui ha ritenuto l'intenzionalità della condotta; un dato smentito, oltre tutto, dall'assoluzione del T, a riprova che i provvedimenti, pure se illegittimi, erano stati posti in essere, non con l'intenzione di favorire il suo conoscente ed amico, ma al solo fine di realizzare il contingibile ed urgente interesse pubblico.

3. Il ricorso è fondato.

Pure a prescindere dalla prima censura - palesemente inammissibile, non rilevando, nel caso di specie, la natura di ordinanza contingibile e urgente emessa dal sindaco, perché la stessa non è stata adottata certo per ragioni di sanità, ma, al contrario, risulta assente l'elemento soggettivo del reato previsto dall'articolo 323 Cp..

Se, infatti - come è dato ricavare dalla sentenza impugnata è pacifica la coincidenza del fine realizzato (anche) con interesse pubblico, non sembra che sia ipotizzabile il dolo di abuso di ufficio; l'eventuale vantaggio verrebbe, infatti a profilarsi come effetto “indiretto” derivante dal perseguimento del pubblico interesse; per di più facendo assumere all'assoluzione del T una significazione esponenziale nella individuazione della finalità perseguita dal C., a nulla rilevando la circostanza, valorizzata dal giudice a quo, che il delitto di cui all'articolo 323 Cp non rientri nel novero dei reati a concorso necessario.

4. Sul punto relativo alla configurabilità nel caso di specie del delitto di cui all'articolo 323 Cp, occorre, anzi tutto, rammentare gli interventi normativi che hanno coinvolto, radicalmente modificandolo, il precetto ora ricordato.

Il delitto denominato “abuso generico di ufficio”, assolveva, nell'originario assetto codicistico, una funzione residuale, costituendo una sorta di contenitore nel quale era ricompresa ogni forma di abuso del pubblico ufficiale, che non fosse previsto come reato da una particolare disposizione di legge. In un quadro entro il quale lo statuto penale della Pubblica amministrazione, con la previsione del peculato per distrazione, della malversazione in danno di privati, dell'interesse privato in atti di ufficio, etc., era contrassegnato da un reticolo di fattispecie in grado di relegare al margine il delitto di cui all'articolo 323 Cp, fra l'altro, caratterizzato - in rapporto ai valori allora rilevanti - dall'estrema tenuità della sanzione.

L'articolo 13 della legge 86/1990, che ha completamente ridisegnato l'articolo 323 Cp, contemplava una ipotesi di reato diretta a reprimere soprattutto l'uso distorto della discrezionalità amministrativa, profilandosi in termini di sintomaticità dell'abuso il vizio di eccesso di potere dell'atto o del provvedimento; vale a dire, il compimento (o l'omissione) dell'atto come esercizio del potere per scopi diversi da quelli imposti dalla funzione predeterminata dalla legge; in tal modo, per un verso, da far assumere all'agire della Pubblica amministrazione uno scopo estraneo rispetto a quello finalizzato dalla norma e, per un altro verso, da realizzare un vero e proprio eccesso del mezzo rispetto al fine da essa presupposto (cfr. sezione sesta, 25 ottobre 1991, Giunta).

Il nucleo della fattispecie veniva peraltro collocato nel momento soggettivo, nel dolo specifico, in quanto esorbitante la stessa realizzazione di un evento antigiuridico e finalizzato ad arrecare ad altri un vantaggio ingiusto (nell'ipotesi aggravata di cui all'articolo 323, comma 2, di carattere patrimoniale) ovvero un danno ingiusto. La centralità del momento soggettivo veniva correttamente enucleata dalla giurisprudenza di questa Corte suprema nel senso sia della finalizzazione dell'abuso verso un vantaggio o un danno ingiusto sia della effettiva ingiustizia del risultato avuto di mira dall'atto. Una regola puntualmente canonizzata nell'affermazione che deve essere contra legem non solo la condotta, ma anche il fine perseguito dall'agente; cosicché il reato in esame non sussiste quando, pur essendo illegittimo il mezzo impiegato, il fine di danno o di vantaggio non sia di per sé ingiusto. Ciò non soltanto perché l'articolo 323 Cp menziona separatamente l'abusività della condotta e l'ingiustizia del fine, ma anche perché la ratio della norma tende a sottrarre alla sanzione penale quelle ipotesi in cui, pure se attraverso un'attività amministrativa formalmente illegittima, si persegua un fine di per sé legittimo (Cass. Pen. sezione sesta, 19 dicembre 1994, Medea). Principi ulteriormente ribaditi dalla regula iuris in base alla quale, per integrare la fattispecie di cui all'articolo 323 Cp, oltre all'abuso che caratterizza l'elemento oggettivo del reato, occorre il dolo specifico, finalizzato all'ingiusto vantaggio; con la conseguenza che non è sufficiente la coscienza e volontà dell'agente di porre in essere una condotta antidoverosa e l'illegittimità, pur macroscopica, dell'atto di ufficio, ma è necessario che l'abuso sia stato indirizzato a determinare una situazione di vantaggio contraria al diritto (Cass. Pen. sezione sesta, 20 aprile 1995, Pasetti; 7 marzo 1995, Bussolati; 5 aprile 1994, Presutto).

Il tutto secondo i tracciati interpretativi seguiti da questa Corte, costante nel ritenere che in tema di abuso di ufficio assumono rilievo sia l'atto (o il comportamento) singolarmente valutato (qualora esso esprima ex se il perseguimento di un fine diverso rispetto al fine tipico) sia quegli elementi sintomatici che, apparentemente estranei all'atto (o al comportamento), consentono una verifica di più ampio contesto; così da dar rilievo ai presupposti di fatto in cui si esprime l'abuso, attraverso il coinvolgimento di singoli comportamenti o di singole serie comportamentali antecedenti, concomitanti ovvero anche successivi all'atto (o al comportamento) che designa l'abuso stesso ( ex plurimis, Cass. Pen. sezione sesta, 30 giugno 1993, Bisogno).

Dal criterio della “doppia ingiustizia”, emergente anche in chiave semantica dall'articolo 323, comma 1, Cp, quale risultante dalla “novella” del 1990, deriva che l'ingiustizia del fine non può considerarsi insita nell'ingiustizia del mezzo, nel senso che la seconda deve comunque manifestarsi all'esterno attraverso la violazione dei principi di imparzialità e buon andamento della Pubblica amministrazione. Ne discende che il vantaggio ingiusto, coincidendo con il fine perseguito dall'agente, diviene parte integrante dell'elemento soggettivo. Dunque, anche quest'ultimo resta designato da una duplice qualificazione: come dolo generico, connotante l'abuso; come dolo specifico, esorbitante rispetto a questo, ma interdipendente dal momento soggettivo della condotta abusiva, tanto da rappresentare un continuum nei confronti del momento soggettivo generico e da risultare, nella sua qualificazione finalistica, astrattamente inscindibile rispetto a questo.

Ora, poiché il fine deve essere quello di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio (o di cagionare ad altri un danno), il contenuto teleologico viene a scorporarsi dal momento oggettivo, tanto da consentire l'ulteriore accertamento della sua presenza a prescindere dalla finalità generica e dalla finalità specifica.

E questo dato oggettivo andrebbe individuato nella soluzione di un conflitto di interessi (l'uno e l'altro direttamente o anche soltanto indirettamente rilevanti sul piano pubblicistico) secondo regole che, anziché informate al principio di imparzialità, mirino a comporre tale conflitto tutelando posizioni giuridiche non meritevoli di protezione proprio in forza del preminente interesse del soggetto agente o di altri soggetti destinatari del provvedimento (ovvero anche del comportamento), interesse assunto come dato esponenziale dell'atto, del provvedimento (ovvero del comportamento) stesso (v. sezione sesta, 14 dicembre 1995, Marini).

Rigorosamente circoscritto entro i confini dell'elemento soggettivo era, pertanto, il danno o il vantaggio ingiusto, a nulla rilevando che il soggetto non fosse riuscito a realizzare lo scopo, così da profilarsi la fattispecie in parola come reato a consumazione anticipata. Pur dovendosi considerare come, nel concreto, l'emanazione dell'atto o del provvedimento (e la sua conseguente esecutorietà) diveniva, di regola, l'unico segnale dal quale era ricavabile l'abuso dell'ufficio (o del servizio).

Nonostante gli indirizzi giurisprudenziali sopra richiamati avessero delimitato, soprattutto sotto il profilo funzionale (ma con inevitabili riverberi anche sullo schema strutturale della fattispecie), la norma dell'articolo 323 Cp - la cui centralità nel sistema dei reati contro la Pubblica amministrazione risultava, oltre che dalla corrispondente soppressione dei reati di interesse privato in atti di ufficio e di peculato “per distrazione”,. dalla significativa elevazione della sanzione prevista dall'editto - era conformata in modo così generico (sintomatica è la permanenza nel testo dell'articolo 323 “novellato” dell'espressione “abuso”, ancora una volta designante la condotta tipica) da apparire dotata di una tale potenzialità espansiva ai fini della perseguibilità dell'illecito amministrativo, da indurre il legislatore a riformulare il precetto allo scopo, per un verso, di limitarne la versatilità così da delineare uno schema solo in parte corrispondente ai risultati cui era approdato il “diritto vivente” scaturente dalla giurisprudenza prima richiamata e, per un altro verso, di ridurre la misura della pena edittale, secondo un modello chiaramente rivolto a precludere che il fumus delicti potesse comportare limitazioni, in via cautelare, della libertà, dell'indagato o imputato di abuso di ufficio, oltre che compressioni della sua privacy ai sensi dell'articolo 266 e segg. Cpp. Il prezzo pagato ad una tale opera di revisione è stato indubbiamente assai caro, tanto da rimuovere i sottili equilibri che sorreggono l'intero statuto dei reati contro la Pubblica amministrazione, soprattutto con riferimento al sistema sanzionatorio del delitto di cui all'articolo 323 Cp, così poco efficace da risultare irragionevole rispetto ad altri fatti reato relativamente ai quali l'esigenza punitiva non ha subito variazioni di sorta.

6. L'articolo 1 della legge 234/97, che ha sostituito l'articolo 323 Cp, ha, in primo luogo, ancorato la configurabilità della condotta materiale alla violazione di leggi o di regolamenti, così da circoscrivere univocamente in ambiti definiti gli estremi ed i presupposti del comportamento punibile; per di più, realizzabile solo in quanto le dette condotte vengano poste in essere, per il pubblico ufficiale nello svolgimento della funzione e per l'incaricato di un pubblico servizio nello svolgimento del servizio.

Quel che peraltro diviene decisivo ai fini di una corretta comprensione dello ius novum è una sorta di emarginazione (bilanciata, però, dall'inscindibile collegamento con l'evento) dell'elemento soggettivo. A differenza dell'articolo 323 previgente che configurava l'abuso di ufficio come reato a consumazione anticipata, fondamentalmente incentrato sul dolo specifico, sulla finalità di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio (se patrimoniale, con elevazione della pena da un minimo di due a un massimo di cinque anni di reclusione) o di arrecare ad altri un danno ingiusto (senza che rilevasse ai fini sanzionatori la natura patrimoniale del danno), il legislatore del 1997 ha configurato l'abuso di ufficio come reato di danno (nel senso dell'emersione di una diversa offensività), richiedendo che venga procurato a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecato un danno ingiusto, così da spostare in avanti la realizzazione della fattispecie. La tipicità del fatto, quindi, con la “novella”, non viene più affidata al contenuto di un dolo specifico; la conformità al modello legale dell'incriminazione si ricava, infatti, attraverso una più precisa modulazione del lessico rilevante sul piano prescrittivo, in funzione di esigenze teleologiche puntualmente ricavabili dai lavori preparatori della legge 234/97. Delineando forme vincolate di condotta ed arricchendo la fattispecie di un elemento ulteriore costituito dalla effettiva realizzazione di un vantaggio patrimoniale per il pubblico ufficiale ovvero per altri o di danno altrui; vantaggio o danno contra ius (cfr. sezione sesta, 17 ottobre 1997, Vitarelli; 17 dicembre 1997, Testa).

Nella nuova formulazione, l'abuso è punito a titolo di dolo generico, per di più caratterizzato dal requisito della intenzionalità, restringendosi, in tal modo, l'operatività del momento soggettivo al dolo di evento, con esclusione della rilevanza del cosìddetto “dolo eventuale” (sezione sesta, 2 ottobre 1997, Angelo; 17 dicembre 1997, Testa; 14 gennaio 1998, Branciforte). Il che condurrebbe a ritenere che, penetrando l'ingiustizia del danno o del vantaggio nella struttura dell'evento, la stessa qualifica di dolo diretto che contrassegna l'elemento soggettivo del reato in parola comporta che anche il dato di qualificazione debba essere preveduto e voluto.

7. Muovendo dagli approdi interpretativi cui è pervenuta la giurisprudenza di questa Corte suprema, costanti nel senso che, in tema di abuso di ufficio, nella formulazione dell'articolo 323 Cp introdotta dalla legge 234/97, l'uso dell'avverbio l'intenzionalmente, per qualificare il dolo ha voluto limitare il sindacato del giudice penale a quelle condotte del pubblico ufficiale dirette, come conseguenza immediatamente perseguita, a procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale o ad arrecare un ingiusto danno, appare evidente che, qualora nello svolgimento della funzione amministrativa il pubblico ufficiale si prefigga di realizzare un interesse

pubblico legittimamente affidato all'agente dall'ordinamento (non un fine privato per quanto lecito,

collettivo, né un fine privato di un ente pubblico e nemmeno un fine politico), pur giungendo alla violazione di legge e realizzando un vantaggio al privato, deve escludersi la sussistenza del reato. E, proprio in una fattispecie relativa alla condotta del sindaco di un Comune sito in zona turistica che aveva rilasciato un certificato di abitabilità e di agibilità di un complesso turistico in violazione delle norme in materia urbanistica e sanitaria che imponevano il previo rilascio di una concessione edilizia in sanatoria, subordinata a nulla osta ambientale, allo scopo di perseguire il fine pubblico di assicurare la stagione turistica del Comune che fonda la sua economia esclusivamente sul turismo, questa Corte ha ritenuto insussistente l'elemento soggettivo del reato (sezione sesta, 22 novembre 2002, Casuscelli di Tocco).

Una vicenda analoga a quella che risulta essersi verificata nel caso di specie, considerata la finalità perseguita dall'imputato – e riconosciuta, sia pure in parte, dalla sentenza impugnata – il cui intento di favorire il titolare de “Le Maschere”, non rappresentò certo lo scopo primario dei provvedimenti adottati, occorrendo far fronte ad una situazione emergenziale per la vita turistica di Sarsina nel corso delle celebrazioni plautine.

7. L'emergere l'assenza dell'elemento soggettivo dalla stessa motivazione della sentenza impugnata esime questa Corte dall'annullare con rinvio la predetta decisione, potendo essa stessa provvedere, previa applicazione dell'articolo 620, lettera l) Cpp, a dichiarare l'insussistenza del fatto reato per cui è intervenuta condanna.

PQM

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.

 

 

 

Cass. Pen. – Sezione quinta  – Sent. 5 giugno - 22 luglio 2003, n. 30835
 
Svolgimento del processo

 

Con sentenza in data 20 ottobre 1998, il Tribunale di Lecce dichiarava M.M. colpevole dei delitti di abuso d’ufficio e falso ideologico in atto pubblico, condannandolo, concesse le attenuanti generiche e ritenuta la continuazione, alla pena di un anno uno e dieci mesi di reclusione, con l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena e il beneficio della sospensione condizionale. All’imputato veniva addebitato, quale capo dipartimento dell’Anas, di avere sottoscritto, unitamente all’ing. S, direttore del Centro di Lecce e all’ing. capo M, una relazione nella quale venivano illustrate le ragioni che inducevano a ritenere sussistenti le condizioni per l’affidamento a trattativa privata dei lavori concernenti la variante esterna dell’abitato di Lecce, ad alcune società facenti tutte capo all’imprenditore M P. che aveva chiesto l’aggiudicazione dei lavori a trattativa privata, attestandosi, in particolare, la sussistenza di quelle interferenze di tipo tecnico e di cantiere che poi giustificarono il ricorso alla trattativa privata.
A seguito di appello dell’imputato, la Corte d’Appello di Lecce, con sentenza in data 12 ottobre 2001, in parziale riforma dell’impugnata decisione, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato in ordine al reato di abuso d’ufficio perché estinto per prescrizione, riducendo la pena ad un anno di reclusione.

Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il M., il quale deduce:

1) inosservanza ed erronea applicazione di legge in relazione al reato di cui all’articolo 479 Cp e mancanza di motivazione in relazione alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato;

 2) inosservanza ed erronea applicazione di legge e mancanza di motivazione in relazione alla sussistenza del reato di cui all’articolo 323 Cp.

 

Motivi della decisione

Il ricorrente reitera la tesi difensiva, già sostenuta in primo grado e ripetuta in appello, secondo cui la relazione incriminata fu in realtà redatta esclusivamente dal S, legato al P. da un confessato rapporto corruttivo, e fu da lui sottoscritta senza essere consapevole della falsità dell’accertamento in essa contenuto. A questo proposito occorre rilevare che il giudice di appello è pervenuto alla conclusione, attraverso un iter argomentativi completi ed esaurienti ed esenti da vizi logici e di diritto, che l’assunzione della paternità del contenuto dell’atto, mediante la sua sottoscrizione, non fu meramente formale. Il M, infatti, nell’esercizio delle sue rilevanti funzioni, sottoscrisse la relazione recependone e facendone proprio il relativo contenuto. Tale convincimento del giudice di merito è supportato da pregnanti argomentazioni, rilevandosi: che quando il M. ricevette poco tempo dopo la nuova richiesta di affidamento dei lavori a trattativa privata da parte del gruppo P., personalmente ed esclusivamente, con inequivoco tempismo, sottoscrisse, inviandolo alla Direzione Generale di Roma, un altro provvedimento con cui attestava che anche con riferimento ai lavori stralciati sussistevano per la trattativa privata le stesse motivazioni addotte nella relazione oggetto del presente processo; che pur se la redazione dei progetti e degli elaborati grafici riguardanti i lavori da appaltare rientravano per legge, nelle attribuzioni del S, ciò nondimeno la posizione apicale rivestita dal M. all’interno dell’ organizzazione, in qualità di capo compartimento, gli imponeva non solo compiti di coordinamento, ma anche e soprattutto l’obbligo di esaminare le predette pratiche, prima di sottoscriverle e inviarle alla Direzione Generale dell’ente, per cui non poteva limitarsi a prendere atto di una qualunque relazione predisposta dal S, avendo l’obbligo di verificare il contenuto di ciò che firmava, tanto più che poteva contestarne il contenuto, accertare l’effettivo stato dei luoghi e, comunque, non sottoscrivere quanto era stato attestato; che dalle dichiarazioni dello stesso imputato, puntualmente richiamate a pagina 41 e 42 dell’ impugnata sentenza, emerge che egli si determinò a sottoscrivere la relazione con la piena consapevolezza di attestare il falso. L’impugnata sentenza ha, pertanto, adeguatamente dimostrato la sussistenza della consapevolezza dell’imputato di sottoscrivere una relazione attestante cose non corrispondenti al vero, e quindi la sussistenza del dolo del contestato reato di falso, per cui, i motivi di ricorso proposti a tale proposito sono destituiti di fondamento.

Altrettanto dicasi per i motivi di ricorso concernenti il reato di abuso d’ufficio, con cui si ripropone la tesi secondo cui i giudici di merito, con riferimento all’articolo 9 decreto legge 406/91, avrebbero confuso la “violazione di norma di legge” richiesta dall’articolo 323 Cp con la “violazione di legge” quale vizio dell’atto amministrativo. Argomento questo, ampiamente trattato con richiami a giurisprudenza e pareri del 5 Consiglio di Stato e quindi respinto dalla Corte di merito con motivazione adeguata ed immune da vizi logici e di diritto, di talché in assenza di prova evidente che il fatto addebitato all’imputato non sussista, il suo proscioglimento per intervenuta prescrizione dal reato di abuso d’ufficio non è suscettibile di censure. Né può accedersi alla richiesta formulata dal Pg di dichiarare il reato di abuso d’ufficio assorbito nel reato di cui all’articolo 479 Cp, perché fra i due reati non è ravvisabile un rapporto di sussidiarietà. Il delitto di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico e quello di abuso d’ufficio offendono, infatti, beni giuridici distinti; il primo mira a garantire la genuinità degli atti pubblici, il secondo tutela l’imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione. Pertanto, mentre tra gli stessi ben può sussistere nesso teleologico (in quanto il falso può essere consumato per il delitto di cui all’articolo 323 Cp), la condotta dell’abuso d’ufficio certamente non si esaurisce in quella del delitto di falso in atto pubblico né coincide con essa (cfr. Cassazione, sezione quinta, 1 febbraio 2000, Palmegiani ed altri, riv 215587; nello stesso senso cfr. Cassazione, sezione quinta, 5 maggio 1999, Graci, riv 213777).

Ciò premesso, il ricorso, in quando infondato, deve essere rigettato.

 

PQM
 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

 

 

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  27007  del 20/06/2003  ud.13/05/2003

    In tema di reato di abuso d'ufficio (art. 323 c.p.), le disposizioni contenute  nelle circolari ministeriali atte a regolamentare l'uso delle auto di  servizio  non  assumono né il carattere formale e sostanziale di cogenza autonoma  "uti universi", tipicizzante le norme di legge né quello del regolamento,  per  difetto  di  contenuto di efficacia primaria o secondaria erga omnes,  risolvendosi  in disposizioni regolamentanti il funzionamento interno dell'ufficio  e, come tali, correttamente qualificabili come normativa ad efficacia  interna  che non può essere ricompresa nella sfera di tipica violazione di legge e regolamento di cui all'art. 323 c.p..

 

Cass. Pen Sez. 6    Sent.  26998  del 20/06/2003  ud.08/05/2003

    In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, l'attenuante della particolare  tenuità  prevista dall'art. 323-bis c.p. concerne il fatto illecito  in  tutti i suoi profili, compreso quello psicologico, e possono di conseguenza  rilevare anche i motivi sottesi alla condotta dell'agente. (Fattispecie  di peculato nella quale l'indebita appropriazione di buoni-pasto era  stata  intesa dal pubblico dipendente, in una situazione di generalizzata tolleranza,  quale  forma di compenso per rilevanti servizi prestati volontariamente nell'interesse dell'ente di appartenenza).      

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  26702  del 19/06/2003  ud.14/04/2003

    Allorché  l'abuso  di ufficio si concreti nella violazione del dovere di astensione, non é  necessario  individuare alcuna violazione di legge o di regolamento perché possa ritenersi  sussistente  l'elemento materiale del reato.  (Fattispecie  relativa a licenza commerciale in favore del locatario di  un immobile nel quale si svolgeva l'esercizio di una macelleria, nel procedimento  per  il cui rilascio un sindaco, proprietario dello stesso locale, non si era astenuto dalla sottoscrizione del nulla-osta sanitario, peraltro illegittimo).                                                                

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  21432  del 15/05/2003  (ud.26/03/2003)  

Integra  il reato di abuso di ufficio ai sensi dell'art. 323 c.p. la condotta  del  pubblico  amministratore che rilasci una autorizzazione all'esercizio  di  commercio  in  un immobile non conforme alla legislazione urbanistica, in quanto realizza un vizio di violazione di legge previsto dalla disciplina del procedimento amministrativo per il rilascio della licenza de qua.                                                                        

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  20688  del 09/05/2003  (CC.11/02/2003

    In  tema di abuso di ufficio nella formulazione introdotta dalla legge 14 luglio  1997  n. 234, l'elemento soggettivo del reato consiste nella consapevolezza  dell'ingiustizia del vantaggio patrimoniale e nella volontà di agire per procurarlo, e l'elemento oggettivo consiste nella illegittimità del comportamento  dovuta a violazione di norme e non può essere ravvisata quando  vi  sia ottemperanza a disposizioni ministeriali, provvisoriamente esecutive  in  attesa  di nuovi decreti ( Fattispecie relativa all'assegnazione ad istituti  professionali di insegnanti, la cui materia sia stata soppressa, in attesa di attuare la loro riconversione professionale) .                    

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  03381  del 23/01/2003  (ud.22/10/2002)

    L'art.  323  cod.  pen. delinea un reato di evento e non dà rilievo alla mera  esposizione a pericolo dell'interesse garantito, sicché deve escludersi la configurazione del reato allorché non vi sia la prova che sia stato raggiunto  un risultato "contra ius" anche se ricorra una condotta "non iure" dell'agente.  (Fattispecie in tema di abuso d'ufficio da parte di un p.u. che aveva  avocato a sé la trattazione di una pratica, senza avvertire il dovere di  astenersi  pur  avendo intrattenuto rapporti economici con le parti interessate,  in  assenza,  tuttavia, di dati probatori certi tali da collegarli, attraverso  un idoneo nesso di causalità, con l'evento indicato rappresentato dall'ingiusto vantaggio patrimoniale).                                   

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  15116  del 31/03/2003  ud.25/02/2003     

  In  tema  di abuso di ufficio, per configurare il concorso dell'extraneus nel  reato,  deve essere provata l'intesa intercorsa col pubblico funzionario o la sussistenza di pressioni o sollecitazioni dirette ad influenzarlo, non potendo  dedursi  tale  collusione dalla semplice presentazione dell'istanza, ancorché oggettivamente infondata, e dal suo accoglimento. (Fattispecie relativa  alla  semplice  domanda  rivolta dal sindaco alla Giunta di vedersi riconosciuta  l'indennità  di carica in misura doppia, pur mancando ogni accertamento  su  una  pregressa attività lavorativa, con conforme delibera di giunta alla quale il sindaco non aveva partecipato).                        

 

Cass. Pen Sez. 6  Sent.  17628  del 14/04/2003  ud.12/02/2003

    Perché  si  configuri il delitto di abuso di ufficio di cui all'art. 323 c.p.  non é sufficiente che il pubblico ufficiale abbia emesso un atto violando  il  proprio dovere di astensione, é necessario che tale atto abbia arrecato un indebito vantaggio patrimoniale; invece se l'atto é conforme al trattamento  riservato a tutte le altre istanze di identico contenuto presentate  dagli  altri  cittadini  non  é idoneo a configurare l'illecito ( Fattispecie  relativa al Sindaco che in violazione al dovere di astensione riconosceva  all'istanza di sospensione di pagamento presentata dalla moglie l'esenzione  dall'imposta  di  bollo conformemente a tutte le altre istanze presentate da altri cittadini ).                                                

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.  14380  del 27/03/2003  (CC.11/12/2002)   

Atteso il carattere  sussidiario del reato di abuso di ufficio previsto dall'art.323 c. pen., deve escludersi il concorso con il reato più grave di  turbata  libertà  di  incanti, soprattutto quando vi é assorbimento del primo nel secondo a causa della coincidenza delle condotte                  

 

Cass. Pen Sez. 4       Sent.  05927  del 07/02/2003  (CC.11/12/2002)       

    É configurabile il diritto ad un'equa riparazione per la custodia cautelare  subita  in relazione al delitto di cui all'art. 323 c.p., commesso antecedentemente  all'entrata  in  vigore  della legge 16 luglio 1997 n. 234, qualora,  per  effetto della coesistenza dei due distinti istituti della successione  delle  leggi penali e dell'abolitio criminis, il fatto contenga gli elementi  costitutivi  del  reato sia secondo la vecchia che secondo la nuova formulazione  e,  in  ragione della continuità e dell'omogeneità tra le due norme, sia sottoposto all'applicazione della norma penale più favorevole.  

                     

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  11415  del 11/03/2003  ud.21/02/2003            

Ai  fini  dell'integrazione del reato di abuso di ufficio, anche nel caso di  violazione dell'obbligo di astensione, é necessario che a tale omissione si  aggiunga  l'ingiustizia del vantaggio patrimoniale deliberato, con conseguente  duplice  distinta  valutazione  da parte del giudice che non può far discendere  l'ingiustizia  del  vantaggio dalla illegittimità del mezzo utilizzato.(  Fattispecie  relativa  alla violazione del dovere di astensione da parte  di  un  assessore comunale che aveva partecipato alla delibera con cui veniva  liquidato il compenso al fratello per prestazioni professionali, compenso comunque corrispondente al dovuto.)                                   

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  11413  del 11/03/2003  (ud.17/02/2003)       

    Per  la  configurazione  del reato di abuso di ufficio nella formulazione dell'art.  323  c.p. introdotta dalla L. 16 luglio 1997 n. 234, nel caso in  cui  il  risultato dell'azione delittuosa consista nel cagionare un danno ingiusto,  é  indispensabile che tale danno sia conseguenza diretta ed immediata  del  comportamento dell'agente e quindi che sia da costui voluto quale obiettivo  del  suo operato, come si evince dall'avverbio intenzionalmente utilizzato  dal legislatore. (Fattispecie in cui é stata esclusa l'ipotesi di reato  per  la dilazione della decisione di concedere l'autorizzazione per un passo  carrabile  giustificata dalla necessità di prevenire controversie con altre  parti  interessate  e  realizzata per acquisire ulteriori informazioni tecniche).                                                                   

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  03380  del 23/01/2003  (ud.12/07/2002)       

         É configurabile il delitto di abuso d'ufficio nel comportamento del sindaco  che, allo scopo di favorire un proprio parente, pur avendo ricevuto dai Vigili  Urbani  un verbale di accertamento e denuncia di un'opera abusiva, omette l'immediata adozione dell'ordinanza di sospensione dei lavori.        

              

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  10656  del 07/03/2003  ud.15/01/2003       

    Nell'abuso  di ufficio connesso a una violazione di legge, questa si pone come  mero presupposto di fatto per l'integrazione del delitto, e lo specifico  contenuto  della regola violata non si incorpora nella norma penale e non va  ad  integrare  la relativa fattispecie. Ne consegue che la sussistenza di tale  requisito di fatto deve essere ricercata nel momento stesso del reato e la  valutazione  del  giudice non può che essere rapportata al contenuto che quella  regola  possedeva al tempo in cui il reato fu commesso, con l'effetto ulteriore  che, in caso di modificazione successiva di tale regola, non trova applicazione  l'art. 2 c.p., in quanto la nuova legge di riferimento non introduce  alcuna differente valutazione in relazione alla fattispecie legale astratta  disegnata dalla norma incriminatrice e al suo significato di disvalore  (rimanendo immutato il presupposto della "violazione di legge"), ma modifica  una disposizione extrapenale che si limita ad influire, nel caso singolo,  sulla  concreta applicazione futura della stessa norma incriminatrice, nel  senso  che  la  sussistenza del requisito della "violazione di legge" va verificata  alla  luce  della nuova regola. (Nella specie, in cui l'abuso era consistito  nell'adozione,  da  parte di dirigenti di un Ente ospedaliero, di delibere  che  avevano  posto a carico dell'Ente medesimo le spese legali per la  difesa,  in  un  processo  per  concussione, di un primario chirurgo e di un'infermiera,  in violazione dell'art. 41 D.P.R. n. 270 del 1987, la sopravvenienza,  nel corso del processo, di una disposizione meno rigorosa – quella dell'art.  26  C.C.N.L.  della dirigenza medica del S.S.N. - aveva indotto il giudice  di  merito ad applicare l'art. 2, comma secondo, c.p., sia pure limitatamente  alla posizione del medico; la Corte, nell'enunciare il principio  sopra  trascritto,  ha  posto  in  evidenza  come  anche la disposizione sopravvenuta,  al pari della precedente, subordinasse l'obbligo dell'Ente alla  riferibilità  ad  esso del fatto del dipendente, che era esclusa in ogni caso  dalla condotta concussiva di entrambi i ricorrenti, pur restando intangibile  la  statuizione  assolutoria  del chirurgo in mancanza di ricorso del P.M.).

 

                                                                        

Cass. Pen Sez. 6 Sent.9970  del 04/03/2003  ud.04/02/2003

            

    Configura  il  delitto  di abuso di ufficio la condotta del vigile urbano che,  potendo  procedere alla contestazione sul posto, disponga l'accompagnamento  nei  propri  uffici,  senza che la persona intimata abbia rifiutato di dichiarare  le  proprie generalità ovvero sussistano ragioni per ritenere la falsità  delle  dichiarazioni  rese, in violazione di una specifica norma di legge  (art.  11 del d.l. 21 marzo 1978, n. 59, convertito nella l. 18 maggio 1978, n. 191), provocando così un danno ingiusto, consistito in un'umiliante costrizione, percepita dalla vittima come conseguente ad un atteggiamento di vessazione del tutto inutile.                                               

 

 

Cass. Pen Sez. 6   Sent.2887  del 21/01/2003  Cc.08/07/2002       

    É legittimo il sequestro preventivo di un suolo per impedire l'ulteriore modifica  "contra  legem"  dell'assetto del territorio, qualora l'imputazione abbia  ad  oggetto il delitto di abuso di ufficio, intenzionalmente diretto a consentire  l'edificazione  di un immobile, mediante il rilascio di una autorizzazione  edilizia  in  violazione  della  normativa a tutela delle aree di particolare interesse ambientale.                                           

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.3392  del 23/01/2003  ud.12/12/2002              

    Sussiste  il  reato  di abuso di ufficio nei casi non specificamente previsti  dalla  legge  nel  comportamento  di  amministratori comunali che dopo l'intervento  di un provvedimento cautelare di sospensione dell'autorizzazione  rilasciata  ai  sensi dell'art. 68 TULS,per lo svolgimento dell'attività ricreativa  e  di  intrattenimento con automobiline, per eludere intenzionalmente  l'ordinanza  cautelare del giudice amministrativo rilasciavano un certificato  di  iscrizione  nel  registro mestieri ambulanti ai sensi dell'art.121 TULS.                                                                   

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  01761  del 16/01/2003  ud.16/12/2002

    Non  é configurabile il reato di abuso di ufficio in presenza di un mero addebito  di "eccesso di potere". (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto  insussistente  l'ipotesi  delittuosa  a  carico del capo di un ente pubblico  economico  il  quale,  non  potendo stipulare contratti di lavoro a tempo  indeterminato,  si  era  avvalso  dei rinnovi di contratti di lavoro a tempo  determinato, condotta sintomatica, sotto il profilo amministrativistico, del vizio di "eccesso di potere").                                      

 

Cass. Pen Sez. 6 Sent.2281  del 17/01/2003  ud.17/12/2002       

    Non  integra  il reato di abuso d'ufficio la condotta del notaio il quale abbia  rogato  atti  di compravendita relativi a porzioni immobiliari gravate da  uso  civico, qualora sia già intervenuta una declassificazione per fatti concludenti,  consistente  nella  perdita irreversibile delle caratteristiche fisiche  e  funzionali  dei terreni agrari, rispetto alla quale il decreto di declassificazione  - successivo alla stipula degli atti - ha natura meramente dichiarativa e non costitutiva.                                              

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  01320  del 14/01/2003  (ud.13/12/2002)                                                            

    In  tema  di  abuso  d'ufficio, la violazione del dovere di astensione da parte  del  pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio integra l'ipotesi  di  reato  quando si accompagna alla strumentalizzazione dell'ufficio stesso  che  denota uno sviamento di potere, ossia un uso distorto dei poteri funzionali  ovvero un cattivo esercizio dei compiti inerenti un pubblico servizio.  (Fattispecie in tema di gara di appalto per la fornitura di pasti alle  mense  scolastiche comunali in cui la Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi  avverso la sentenza di condanna della legale rappresentante dell'impresa  risultata  poi aggiudicataria e del marito, già consulente incaricato dallo  stesso comune di studiare e predisporre il capitolato di gara, il quale  non si era astenuto dall'intervenire quale membro della commissione di esame  delle offerte della gara di appalto, attribuendo impropriamente il punteggio alla impresa gestita dalla moglie).                                  

 

 

Cass. Pen Sez. 6       Sent.  00062  del 08/01/2003  (ud.26/11/2002)            

    Ai  fini  dell'integrazione  del  reato  di abuso d'ufficio (art.323 c.p.)  é  necessario  che sussista la c.d. doppia ingiustizia, nel senso che ingiusta  deve  essere la condotta, in quanto connotata da violazione di legge,  ed  ingiusto  deve  essere l'evento di vantaggio patrimoniale, in quanto non  spettante in base al diritto oggettivo regolante la materia. Ne consegue che  occorre una duplice distinta valutazione in proposito, non potendosi far discendere  l'ingiustizia  del  vantaggio conseguito dalla illegittimità del mezzo  utilizzato e quindi dalla accertata esistenza dell'illegittimità della condotta.                                                                

 

 

Cass. Pen Sez. 4  Sent. 5927  del 07/02/2003  Cc.11/12/2002

    È configurabile il diritto ad un'equa riparazione per la custodia cautelare  subita  in relazione al delitto di cui all'art. 323 c.p., commesso antecedentemente  all'entrata  in  vigore  della legge 16 luglio 1997 n. 234, qualora,  per  effetto della coesistenza dei due distinti istituti della successione  delle  leggi penali e dell'abolitio criminis, il fatto contenga gli elementi  costitutivi  del  reato sia secondo la vecchia che secondo la nuova formulazione  e,  in  ragione della continuità e dell'omogeneità tra le due norme, sia sottoposto all'applicazione della norma penale più favorevole.  

 

Cass. Pen.  II Sez. Sent. 26 novembre 2002 - 13 gennaio 2003, n. 960
 

Svolgimento del processo
 

Con sentenza in data 12 aprile 2001 la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ferrara del 14 aprile 2000 che lo aveva assolto, dichiarava EG responsabile dei delitti di abuso di ufficio e di truffa aggravata, unificati dal vincolo della continuazione, per essersi fatto pagare mediante artifici e raggiri parcelle milionarie per prestazioni effettuate quale professionista privato nei confronti di pazienti da lui conosciuti perché ricoverati presso la struttura pubblica di cui è dipendente e per l’effetto lo condannava alla pena condizionalmente sospesa di mesi sei di reclusione e lire 1.000.000 di multa, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per anni uno.

La corte territoriale affermava che il G aveva dapprima rappresentato al paziente MC e ai suoi congiunti l’imminenza di un pericolo inesistente e l’impossibilità di un ricovero tempestivo presso la struttura pubblica convincendoli ad eseguire gli esami più urgenti presso la clinica privata, di cui costoro prima ignoravano l’esistenza, poi aveva tentato di convincere i medesimi a scegliere la stessa clinica per un intervento chirurgico mediante la falsa spiegazione che la struttura pubblica al momento non disponeva di certe endoprotesi metalliche probabilmente necessarie.
Contro tale decisione ha proposto tempestivo ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del difensore, chiedendone l’annullamento per i seguenti motivi: 1) in primo grado il Pm non ha contestato specifiche violazioni di legge o di regolamento, per cui in appello il ricorrente ha dovuto difendersi da plurime violazioni di legge mai specificate e diversamente prospettate dalla parte civile e dal Pg, mentre la corte di appello ha raffigurato un fatto diverso rispetto alla vocativo in iudicium; 2) la motivazione della sentenza impugnata è illogica e insufficiente con riferimento alla valutazione delle risultanze processuali, ha omesso di esaminare alcune molto importanti, ha estrapolato il contenuto di parte di altre deposizioni testimoniali, non ha dato alcun credito alla tesi difensiva; 3) ha erroneamente applicato l’articolo 14 Dpr 128/69 circa il dovere di fedeltà alla pubblica amministrazione cui è tenuto il pubblico impiegato; 4) ha illogicamente motivato con riferimento all’ingiusto vantaggio attribuito al G per la consulenza prestata nella clinica privata e alla sussistenza del dolo intenzionale; 5) è manifestamente lacunosa la motivazione con riferimento alla condotta induttiva che la Corte territoriale ha attribuita all’imputato.

 

Motivi della decisione

Osserva preliminarmente la Corte che non sussiste alcuna delle ipotesi che, a norma dell’articolo 129 Cpp, impongono l’immediato proscioglimento nel merito dell’imputato.
Infatti il primo motivo del ricorso è manifestamente infondato. È vero che il capo d’imputazione è stato formulato in base al testo dell’articolo 323 Cp vigente all’epoca dei fatti e dell’apertura del procedimento penale e che non è stato modificato dopo la riforma della norma incriminatrice conseguente all’entrata in vigore della legge 234/97, ma è ugualmente vero che tale modifica non era affatto necessaria, unica conseguenza dell’entrata in vigore della nuova normativa essendo l’applicabilità della norma più favorevole all’imputato.

D’altra parte anche dopo l’entrata in vigore della citata modifica non è richiesta la specifica indicazione nel capo d’imputazione delle norme che l’accusa ritiene essere state violate, essendo sufficiente che la descrizione del fatto consenta all’imputato di conoscere la contestazione e di predisporre la propria difesa. E nella specie è indubbio che il G è stato in grado di difendersi compiutamente sia avanti al tribunale, sia nel giudizio di appello.

Del resto la corte territoriale ha individuato le violazioni di legge con riferimento al dovere di fedeltà alla pubblica amministrazione e al mancato apprestamento del ricovero del paziente presso altra struttura pubblica proprio sul paradigma del capo di imputazione che contestava al G di avere fatto ricoverare presso una clinica il paziente proveniente dalla struttura pubblica da cui egli dipende e nel non essersi attivato nell’ambito della medesima struttura pubblica al fine di consentire l’immediato intervento.

Con riferimento al secondo motivo è opportuno premettere che il sindacato di legittimità sul vizio di mancanza o manifesta illogicità della motivazione è circoscritto al riscontro di un logico apparato argomentativi sui punti della decisione impugnata, perché il legislatore non ha previsto la verifica dell’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, né la loro rispondenza alle acquisizioni processuali (Cassazione, Sezioni unite 6402/97).

Di conseguenza il compito del giudice di legittimità non è quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito in ordine all’affidabilità delle fonti di prova, bensì di stabilire se questi ultimi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando esaustiva e convincente risposta alle deduzioni delle parti e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre (Cassazione, Sezioni unite 930/96).

Infine, come risulta dal chiaro testo della norma invocata dallo stesso ricorrente (art. 606 lettera e) Cpp), la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione debbono risultare dal testo del provvedimento impugnato, sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che detto testo è manifestamene carente di motivazione e/o di logica e non già opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Cass. Pen., Sezioni Unite 16/1996).

La censura in esame, dopo avere ricostruito il fatto storico all’origine dell’imputazione, prende in esame la valutazione che la Corte d’appello ha effettuato delle opposizioni testimoniali per inferirne che non ha preso in considerazione risultanze processuali molto importanti al fine di valutare in concreto l’eventuale illiceità delle condotte poste in essere dal G e puntualmente poste alla sua attenzione in un’apposita memoria scritta, quali la lunghezza delle liste di attesa, il problema collegato della disponibilità di osti letto, la diagnostica clinica e strumentale necessaria per fondare una richiesta di ricovero d’urgenza.

Ma queste argomentazioni, vagliate alla stregua dei principi sopra precisati, sono prive di pregio.
La sentenza impugnata conferisce determinante rilievo alla originaria diagnosi di urgenza (non smentita) effettuata dallo stesso G per trarne la logica conseguenza che tale diagnosi, che solo i successivi accertamenti avrebbero potuto definitivamente confermare, smentisce la successiva tesi dell’imputato in ordine all’assenza dei presupposti per un ricovero urgente e, nel contempo, sopra il problema della lunghezza delle liste di attesa per gli accertamenti strumentali. È ovvio, infatti, che uno stato di pericolo attuale costituisce una situazione di emergenza che rende doveroso il ricovero immediato per procedere ad accertamenti tempestivi, eventualmente costringendo ad ulteriori attese pazienti le cui condizioni siano meno pressanti, e, nel caso, al tempestivo intervento chirurgico. La circostanza che il Cinti subì effettivamente l’operazione per l’occlusine della carotide venti giorni dopo la prima diagnosi conferma l’urgenza del ricovero e della esecuzione degli accertamenti clinici e strumentali.

Il giudice di merito ha esaminato e vagliato in modo critico le risultanze processuali argomentatamene disattendendo le diverse affermazioni del tribunale e respingendo le tesi difensive.
Le prospettazioni avanzate dal G in questa sede offrono una ricostruzione della vicenda senz’altro logica, ma non colgono il fine perseguito perché non scalfiscono la logicità e adeguatezza delle valutazioni della corte di appello e, quindi, la sua ricostruzione di fatti e comportamenti.
Quanto al terzo motivo, è sufficiente ribadire che nel corso della prima visita lo stesso G riferì alla figlia del paziente che la patologia da lui rilevata poteva comportare un ictus in tempi brevi. In tale situazione, quando il paziente tornò tre giorni dopo per ricoverarsi, il G avrebbe dovuto per le vedute ragioni disporne il ricovero immediato e, ove questo fosse stato assolutamente impossibile per carenza di letti, avviare il paziente presso altra struttura ospedaliera disponibile, anziché consigliargli una serie di esami da effettuare in una struttura privata.
Correttamente, dunque, la sentenza impugnata ha individuato nel suo comportamento la violazione di doveri professionali normativamente definiti.

Anche il quarto motivo attiene al vizio di motivazione, quindi va esaminato tenendo conto dei limiti sopra precisati.

Quanto al vantaggio patrimoniale ingiusto, la considerazione che la Corte l’abbia  ravvisato in base alla sola testimonianza della figlia del paziente non inquina la statuizione. Si verte, infatti, in tema di valutazione dell’attendibilità di una fonte di prova e della rilevanza della medesima. Non vi sono elementi che inducano a dubitare della credibilità della teste e delle sue affermazioni.
Inoltre la corte di appello ha escluso con motivazione congrua e logica che la somma corrisposta al G fosse giustificabile ad altro titolo (quale compenso per una consulenza).
Quanto al dolo, anche la relativa affermazione si basa sulla valutazione delle risultanze processuali e in particolare sulla rilevanza di una dichiarazione scritta che secondo la corte territoriale il G avrebbe fatto artatamente predisporre dal paziente, articolandola in due parti, la prima non corrispondente alla reale volontà del medesimo, la seconda pretestuosa, al fine di precostituirsi la prova della spontaneità del dirottamento dalla struttura pubblica a quella privata.
Anche a tale p proposito il ricorrente propone una sua lettura degli avvenimenti, ma ancora una volta le sue argomentazioni non inficiano quella offerta dalla sentenza.

Il quinto motivo attiene alla condotta induttiva individuata dalla corte territoriale nella mancanza di alternativa rispetto al prospettato ricovero in clinica privata.

Il ricorrente assume che simile laconica prospettazione è inidonea ad integrare gli estremi di una condotta induttiva posta in essere mediante artifici e raggiri.

Prendendo ancora una volta spunto dalla diagnosi iniziale, osserva il collegio che la manifestazione della necessità di accertamenti e interventi tempestivi unita a quella dei lunghi temi della struttura pubblica, accompagnata dal diniego della possibilità di sollecito ricovero presso di essa, costituisce un argomento certamente idoneo ad indurre la parte interessata (e gravemente preoccupata per un possibile esito letale) ad accettare la prospettazione dell’imputato di ricorrere alla struttura privata.

Il ricorso è dunque infondato, ma nella specie ricorre una delle ipotesi previste dal 2 comma dell’articolo 129 Cpp. Infatti i delitti ascritti al Gozzi sono stati commessi fino al 9 novembre 1993, per cui, a norma degli articoli 157 e seguenti Cp si sono prescritti il 9 maggio 2001.

PQM

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché i reati sono estinti per prescrizione.

 

 

Cass. Pen. - Sezione VI

Sentenza 22 novembre -18 dicembre 2002 n.42839

Ritenuto in fatto

 

1.     Con la sentenza in epigrafe, la Corte d’Appello di Catanzaro, su impugnazione del pubblico ministero a seguito dell’assoluzione da parte del Tribunale, riteneva Antonio C.  responsabile di due episodi di abuso d’ufficio.

Egli, nella qualità di Sindaco del Comune di Briatico, aveva intenzionalmente procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale a tale A.P. rilasciandole un certificato di abitabilità e di agibilità di un complesso turistico, in violazione delle norme in materia urbanisti­ca e sanitaria, che imponevano il previo rilascio di con­cessione edilizia in sanatoria, subordinata a nulla osta ambientale.

Nella stessa qualità aveva rilasciato poi una concessione edilizia per un fabbricato, in assenza dei presupposti legittimanti (realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e decorso del termine di efficacia della convenzio­ne) e quindi in violazione degli artt. 28 e ss. della legge 1150/1942, così intenzionalmente procurando un ingiusto vantaggio a tal F. C..

2. Ricorre il C. che lamenta violazione di legge e difetto di motivazione della sentenza impugnata.

In essa, a differenza che nella pronuncia del Tribunale, non si sarebbe correttamente percepito come il ricor­rente, con riguardo alla prima imputazione, lungi dal voler intenzionalmente procurare un vantaggio alla P., perseguiva in realtà il fine pubblico di assicurare la stagione turistica del Comune che notoriamente fonda la sua economia sul turismo.

In tal modo mancherebbe l’elemento soggettivo del reato addebitato, tanto più che non è emerso alcun elemento che colleghi il ricorrente ad A.P. o ai suoi familiari.

Quanto alla seconda imputazione, a ben vedere non si rimprovererebbe al Sindaco una violazione di legge, ma la violazione di uno strumento urbanistico inidonea ad integrare la fattispecie di reato. In ogni modo non si sarebbe poi tenuto conto, a differenza di quanto il Tribunale ha fatto, che le opere di urbanizzazione, per la parte relativa ai privati, erano state imposte con la concessione e parzialmente realizzate.

 

Considerato in diritto

 

Come è stato accennato in narrativa, il Tribunale di Vibo Valentia aveva assolto il ricorrente dalla prima impu­tazione d’abuso (quella concernente l’agibilità del com­plesso turistico), perché il fatto non costituisce reato: il Sindaco C., nell’emanare il provvedimento, aveva avuto cura, non delle aspettative personali dei titolari del complesso, ma dell’interesse all’economia del territorio, perseguendo questo interesse quale scopo della sua azio­ne. In tal modo difettava nella specie il requisito soggettivo, imposto dall’art. 323 c.p., dell’aver intenzionalmente procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale.

A sua volta la Corte d’Appello, nel pervenire ad oppo­sta conclusione, ha in primo luogo rilevato che il fine di pubblico interesse non risultava provato con certezza, poiché il relativo accertamento si basava principalmente sull’opinione di un teste e cioè del geometra Pinto, tecnico comunale. Ha poi aggiunto, in diritto, che comunque, a realizzare l’elemento soggettivo dell’abuso di ufficio, è sufficiente la coscienza e volontà dell’evento di procura­re un ingiusto vantaggio patrimoniale, attraverso la violazione di norme di legge o di regolamento, restando privo di rilievo, una volta che tali condizioni sussistano, il possibile concomitante perseguimento di un interesse pubblico. Tanto più che, diversamente opinando, si enfa­tizzerebbero «impalpabili motivazioni interne dell’imputato» e si legittimerebbe «un’attività e prassi amministrativa contra ius, considerata come mezzo necessario per uno scopo ritenuto meritevole».

2.  Ritiene la Corte di muovere da quest’ultima osservazione, la quale, a seguirla nella sua assolutezza, suppone che l’avverbio intenzionalmente, apposto al verbo procura nell’art. 323 c.p., sia stato impiegato in maniera imprecisa. Esso infatti non caratterizzerebbe in modo positivo la volontà del soggetto e varrebbe solo a negare la rilevanza del dolo eventuale. Il termine servirebbe ad escludere che il pubblico ufficiale possa essere punito per aver accettato, quale risultato della sua azione, il rischio dell’attribuzione di un ingiusto vantaggio patrimoniale, ma non indicherebbe che il fine di questa azione debba essere proprio il vantaggio in parola, bastando invece che il vantaggio sia stato voluto direttamente quale mezzo necessario. Ne consegue che la locuzione “inten­zionalmente” dovrebbe corrispondere a «con certezza della realizzazione dell’evento» e non a «secondo lo scopo perseguito», come invece fatto palese dal significato proprio della parola. La conseguenza, che si risolve in un’interpretazione riduttiva (plus dixit ecc.), sarebbe allora accettabile, in tanto in quanto fosse dimostrata una mal espressa intenzione del legislatore.

3.  Ed allora, per conferire all’avverbio in esame il giusto spazio d’operatività, si deve risalire ai lavori preparatori della riforma del 1997 e notare che in questi si rileva chiara l’idea di non penalizzare in via residuale ogni azione amministrativa che abbia avuto à risultato un ingiusto vantaggio patrimoniale, ma di rendere penalmente perseguibili esclusivamente quelle condotte deno­tale da una prava voluntas e cioè da favoritismo nei confronti del beneficiato. Si trattava di riaffermare la separazione dei poteri escludendo dalla sindacabilità del giudice penale lo svolgimento della funzione amministrativa, quand’anche questa, fuori dall’ipotesi di sviamento per favoritismi, fosse viziata da violazione di legge.

Ed è dunque, con questo spirito che stato ha prescelto

Il termine avverte il giudice di «salvare» comunque la condotta del pubblico ufficiale che si prefigga di realizzare interessi dell’amministrazione. Avvertenza necessaria in quanto, secondo il comune corso delle cose, la prava intenzione di favorire il priva­to, se non fosse imposto di considerare questo. fine,  potrebbe dirsi senz’altro accertata, una volta emersa la volontaria violazione di norma di legge o di regolamento, mezzo efficiente del vantaggio consapevolmente procurato, vantaggio che, per di più, deve essere ingiusto in sé e come tale essere percepito.

Ne deriva che l’avverbio «intenzionalmente» corrisponde, anche in parte della sua estensione semantica positiva, al quadro ideologico del legislatore, in quanto si legga come teso a salvaguardare l’immunità dell’azione amministrativa pure nell’ambito di violazioni di legge, fin quando tale azione persegua interessi dell’amministrazione.

In questi limiti non si legittima «un’attività e prassi amministrativa contra ius considerate come mezzo ne­cessario per uno scopo ritenuto meritevole». Intanto prassi ed attività restano illegittime e sono soggette al controllo ed all’annullamento, e più semplicemente le si escludono dalla sfera del giudice penale perché e se espressive di un pubblico interesse.

Si tratta dunque dell’ipotesi del perseguimento di scopi cui l’ordinamento attribuisce un rilievo primario, tale da contrastare il disvalore costituito dalla rappresentazione e dalla volontarietà dell’indebito vantaggio procurato al soggetto. Il caso insomma dell’ingiusto vantaggio direttamente voluto come mezzo per il simultaneo perseguimento di un fine pubblico, legittimamente affidato all’agente.

In altri termini, dato che violare la legge col risultato consapevole di recare un ingiusto vantaggio è di regola un favoritismo, l’elemento volontariato del privilegio così reso può ritenersi recessivo a condizione che la stessa legge indichi come meritevole in grado primario il concomitante fine perseguito e in questo senso orienti il giudice a declassare a evento voluto, ma non intenzionale, il vantaggio recato.

Con questa precisazione, l’interpretazione offerta resisteva all’obiezione, mossa dalla Corte d’Appello, di «impalpabili motivazioni interne all’imputato».

Infatti, a ben vedere, si deve trattare di un fine pubblico e cioè non di un fine privato, per quanto lecito, né di un fine collettivo e nemmeno di un fine privato di un ente pubblico.

   Ma ne resta escluso, dato che il fine pubblico deve essere formalizzato nell’ordinamento, anche il fine politico, il quale, per definizione, non ha ancora trovato una collocazione positiva, pur quando, si intende, esso sia ben invocato e non corrisponda invece, come spesso è dato riscontrare a fini personali di soggetti politici.

Va poi aggiunto che il pubblico ufficiale deve poter perseguire tale fine è che cioè proprio a lui o anche a lui ne sia commessa la cura e che non abbia usurpato attribuzioni o compiti propri di altre pubbliche entità.

Deve infine  avvertirsi che quella appena descritta è, beninteso, una condizione necessaria ma non di per sé sufficiente ad escludere l’elemento soggettivo del reato. Occorre che non sia acquisito un rapporto personalistico tra l’agente ed il beneficiato, tale da ricondurre a pretesto il perseguimento, altrimenti preminente, del fine pubblico.

A tale risultato interpretativo questa Corte del resto è già pervenuta, stabilendo che non costituisce reato la condotta di un Sindaco che, per evitare lo spopolamento di territori montani,  rilasciava illegittimamente concessioni edilizie (VI, 7/7/00 Bellino).

Decisione in cui ben in risalto è stato messo il numero dei provvedimenti (oltre 204), tale da escludere ogni personalizzazione del beneficio.

Ed alla stessa conclusione si è pervenuti nel caso di quel Rettore che, per evitare la disfunzione degli uffici universitari, in una situazione di blocco delle assunzioni, procedeva all’assunzione d’impiegati agricoli (anche in questa occasione in massa e non in maniera personalisti­ca) destinandoli a tutt’altri compiti (VI, 1/6/00 Spitella e Simonetti).

Del resto molte delle massime che sembrano afferma­re un insegnamento contrario e che la sentenza impugna­ta ricorda, si sono trovate a decidere in situazioni in cui non erano soddisfatte le condizioni precisate ai numeri precedenti.

Così non è fine pubblico, ma semmai politico, quello di «affermare le proprie obiezioni personali alla discipli­na del Parco del Ticino» (VI, 18/10/99 Selvini), non è provato un fine pubblico nella costruzione illegittima di un capannone industriale, mentre ben provata è la frequentazione tra amministrazione e bèneficiati (VI, 2/4,98 Sanguedolce) e via dicendo.

Tornando quindi alla sentenza impugnata va osser­vato che del tutto immotivatamente la Corte d’Appello dubita di quanto accertato in primo grado in ordine al fine pubblico perseguito dal Sindaco.

La dipendenza economica del comune di Briatico dal turismo è dato che il primo giudice fonda sul notorio.

 Dalle entrate derivanti dal settore traggono sostentamento non solo i titolari delle imprese alberghiere, ma anche indirettamente i lavoratori dipendenti di queste, gli altri esercenti commerciali e tutto l’indotto.

Il   teste Pinto, particolarmente attendibile per aver espresso quel parere negativo all’agibilità da cui è sorto il procedimento, non ha formulato opinioni personali, ma ha riferito che nella situazione del complesso in questione si trovavano praticamente tutti i villaggi turisti­ci della zona, tanto che v’era stata una riunione tra i Sindaci e il Presidente della Provincia.

Il Sindaco, preposto a soddisfare le pubbliche esigenze della comunità, tra le attribuzioni della sua carica ha anche quella della cura dell’economia territoriale.

Nessun elemento appare nelle pronunce che colleghi personalmente il C. ai titolari del complesso beneficiato.

Tanto quindi induce ad un annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in relazione a questo episodio, perché il fatto non costituisce reato.

9. Ma, una volta esclusa la responsabilità per l’episo­dio in questione, l’altro, in tesi commesso il 15 maggio 1995, è estinto per prescrizione.

Poiché dagli atti in questa Sede utilizzabili non risultano dementi che rendano evidente la necessità di una soluzione più favorevole, la sentenza impugnata, relativamente a tale addebito, va annullata senza rinvio per tale causa.

P.Q.M.

la Corte di Cassazione

 annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente al capo a) perché il fatto non costituisce reato e relativamente al capo b) perché il reato è estinto per prescrizione.

 

 

 

Cass. Pen. 6^ Sez.– 11.06.2002 - 12.09.2002 n.30478 -

Xxxxx  + altri erano stati chiamati a rispondere, in concorso tra loro, del delitto di cui all’art. 323 c.p. perché la *** quale privata beneficiaria ed istigatrice il Xxxxx quale Sindaco di M.no P.no e tutti gli altri quali componenti della commissione edilizia dello stesso comune avevano posto in essere un’attività d’abuso d’ufficio, consistita nella pronuncia di pareri favorevoli al rilascio della concessione edilizia in favore della *** (seduta della C. E. C. del 28.02.94 e 02.07.94) per la realizzazione di un manufatto su suolo che - secondo le previsioni del P.R.G. - ricadeva in zona c. d. “bianca” non edificabile, nonché nel rilascio della detta concessione ( n. 64 del 24.08.94), e tutto ciò in palese violazione della legge urbanistica n. 1150/42 e successive leggi attuative, perché non in linea con le prescrizioni del P.R.G. e del regolamento edilizio quanto a volumetria e distanza dalla strada del manufatto, con conseguente intuibile vantaggio patrimoniale per la ***.

La vicenda è tutta incentrata sulla edificabilità o non del suolo sito in località “Gallara” e contraddistinto in catasto alle p.lle n. 55 e n. 324, che, secondo le previsioni formali del P. R. G. ricadeva, in parte, in zona “B rada” di completamento edilizio e, in parte, in zona “Bianca” non edificabile, mentre secondo il parere pro-veritate del pianificatore ing. YY, successivamente divenuto componente della C.E.C. detto suolo ricadeva tutto in zona “B rada” e la diversa situazione formale era ascrivibile ad un mero errore sui relativi grafici.

Era accaduto che in un primo momento (1991) la C.E.C. aveva espresso parere contrario al rilascio della concessione; dopo una stasi di circa tre anni, però, la situazione si era sbloccata, con gli effetti già precisati.

La Corte d’Appello di Salerno con sentenza 25.10.01, riformando la pronuncia di condanna emessa il 13.07.99 dal Tribunale della stessa città assolveva gli imputati dall’addebito loro mosso perché il fatto non costituisce reato, ritenendo, sulla base di una dettagliata analisi dei vari aspetti della condotta tenuta dagli agenti, il difetto dell’elemento soggettivo del reato.

Hanno proposto ricorso per cassazione il P.G. di Salerno ed il difensore della parte civile deducendo l’erronea interpretazione dell’art. 323 C. P. ed il vizio di motivazione: tutto l’iter amministrativo della pratica edilizia era sintomatico della mala fede degli agenti, non si era tenuto conto dei rilievi della persona controinteressata, non si era adeguatamente valutata la circostanza che l’esito della pratica aveva coinciso sintomaticamente con la presenza in commissione edilizia dell’Ing. YY e del geom. +++, quest’ultimo progettista e direttore dei lavori in contestazione né si era dato rilievo alla mancanza di motivazione nei pareri della C.E.C. o all’affermazione contenuta nell’atto concessorio, secondo cui il manufatto ricadeva interamente in zona “B rada”.

La Parte Civile ha depositato anche motivi aggiunti, con i quali ha sottolineato, in particolare, il suo interesse a conseguire il risarcimento dei danni subiti, anche in caso di eventuale declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

 

I ricorsi non hanno pregio e vanno rigettati.

 

Ed invero la sentenza impugnata, nella parte in cui analizza, per escluderlo, l’elemento soggettivo del reato, riposa su una intelaiatura argomentativi adeguata, che ha una sua valenza persuasiva e che, al suo interno, non evidenzia passaggi connotati da manifesta illogicità o silenzi che determinano lacune motivazionali aventi carattere di decisività ai fini della soluzione del caso in esame.

La Corte territoriale, infatti, ha ritenuto la sussistenza della buona fede degli imputati apprezzando una serie d’elementi acquisiti, sui quali ha articolato il suo giudizio valutativo di merito ponendo specificatamente in evidenza:

A. nessuna particolare corsia preferenziale venne riservata alla pratica edilizia della ***, che, sin dal 1991 aveva avanzato richiesta di concessione;

B.  il notevole numero di persone attinte per il ruolo alternativamente svolto, dall’accusa di abuso d’ufficio mal si concilia, in difetto di dati che dimostrino il contrario, con la cosciente e volontaria condotta del singolo di perseguire l’obiettivo di procurare vantaggio patrimoniale alla ***, la quale, per altro, non risulta essere stata legata ad alcuno degli imputati da rapporti di parentela, amicizia, militanza politica, assidua frequentazione;

C.  l’essere stato l’imputato YY, che aveva espresso il parere pro veritate favorevole alla ***, componente della C.E.C. non può far presumere, per ciò solo, la malafede del medesimo;

D. la posizione del Geom. +++ si appalesa del tutto indifferente nell’economia valutativa della vicenda, posto che si è pacificamente astenuto dal partecipare alle deliberazioni della C.E.C., tanto è vero che non è stato neppure coinvolto nel presente processo;

E.  i dubbi e le perplessità sull’interpretazione della normativa edilizia e degli strumenti urbanistici riferibili al caso di specie, dubbi e perplessità non scoraggiati neppure da precedenti giurisprudenziali del giudice amministrativo, possono avere spiegato un ruolo decisivo nella scelta fatta dai pubblici ufficiali i quali non mancarono di farsi carico di prendere in considerazione, dopo il primo parere favorevole della C.E.C. (28.02.94) anche la lamentela della parte controinteressata disattendendole e ribadendo il parere favorevole (7.7.94) al rilascio della concessione, indice questo di radicato convincimento della legittimità dell’attività amministrativa portata avanti.

 Come è agevole rilevare trattasi di considerazioni di merito che per adeguatezza e logicità resistono alle censure articolate nei ricorsi le quali mirano sostanzialmente a svilire in modo pressoché assertivo e senza riuscire ad evidenziare alcun serio vuoto argomentativo, le medesime considerazioni.

 Va soltanto precisato a confutazione delle uniche notazioni di rilievo contenute nei ricorsi quanto segue:

A.1. non è sintomo di malafede l’omessa motivazione dei pareri della   C.E.C. posto che il parere, in quanto non integra un atto di volontà, non necessita di motivazione.

B.2. l'affermazione contenuta nella concessione edilizia, che il manufatto ricadeva in zona “B rada”, proprio perché contrastata dal certificato di destinazione urbanistica  rilasciato dallo stesso sindaco Xxxxx, non è invece idoneo a fare chiarezza sull’elemento soggettivo del reato di cui si discute.

 Al rigetto del ricorso della Parte Civile consegue la condanna della medesima del pagamento delle spese processuali.

                                                                               P.q.m.

 Rigetta i ricorsi e condanna la parte civile al pagamento delle spese processuali.

      Così deciso l’ 11.6.02.

 

 

Cass. Pen. Sez. 6^ Sent. 3882  del 1/02/2002  (UD.01/10/2001)

 Commette  il  delitto di abuso di ufficio il Sindaco che, quale ufficiale del  governo  e come tale investito di un'autonoma potestà pubblica rispetto alla  ordinaria  competenza  statale e regionale, ordini ex art. 12 d.p.r. 10 settembre  1982, n. 915 temporaneo a speciali forme di smaltimento di rifiuti in  deroga  alle disposizioni vigenti, senza che sussistano le condizioni per l'esercizio  di  tale  potere "extra ordinem" e, comunque, ricorra una situazione  di  emergenza tale da non potere assicurare la tutela tempestiva della salute  pubblica  e  dell'ambiente  ed attendere il rilascio della prescritta autorizzazione,  prevista dall'art. 25 dello stesso decreto presidenziale regionale,  per installare e gestire una discarica di rifiuti. (Nell'occasione, la  Corte  ha  precisato che al giudice penale spetti il sindacato sulla sussistenza  e  sui  limiti del potere "extra ordinem" del sindaco, e non invece sul  rispetto  delle regole del suo corretto esercizio, giacché la legalità dell'ordinanza  di  utilizzo  di forme diverse di smaltimento dei rifiuti non costituisce elemento normativo della fattispecie di reato).  

  

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.1905 del 17/01/2002 (CC.14/11/2001)

Integra la figura dell'abuso d'ufficio di cui all'art. 323 C.p. e non quella del peculato l'appropriazione a proprio profitto e per finalità diverse da quelle d'ufficio di un bene di esiguo valore economico rientrante nella sfera pubblica (in applicazione di tale principio la Corte ha escluso la sussistenza del reato di peculato, ravvisandovi invece quello di abuso d'ufficio, nella condotta di appropriazione a proprio vantaggio da parte di alcuni impiegati di una Conservatoria Immobiliare di materiale di consumo e di energia elettrica necessaria al funzionamento di macchinari dell'ufficio).

 

Cass. Pen. Sez. 6^ Sent. n.1229 del 14/01/2002 (UD.10/12/2001)

Il reato di abuso di ufficio connotato da violazione di norme di legge o di regolamento è configurabile non solo allorché la condotta tenuta dall'agente sia in contrasto con il significato letterale, logico o sistematico della disposizione di riferimento, ma anche quando essa contraddica lo specifico fine perseguito dalla norma, concretandosi in uno "svolgimento della funzione o del servizio" che oltrepassa ogni possibile opzione attribuita al pubblico ufficiale o all'incaricato di pubblico servizio per realizzare tale fine. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto la sussistenza del reato in capo ai componenti della commissione esaminatrice di un concorso per l'accesso a scuola di specializzazione universitaria, i quali, pur a conoscenza del furto di una copia del questionario della prova avvenuto prima del suo espletamento e, quindi, della probabile preventiva conoscenza delle domande da parte di alcuni candidati, avevano egualmente fatto svolgere la prova, sull'assunto che la norma extrapenale di riferimento - art.13 DPR 10 marzo 1982 n. 162 - si limita a stabilire la procedura concorsuale, ma non si occupa né del comportamento degli esaminatori, né del pericolo che i candidati possano conoscere in anticipo i quesiti da risolvere.

 

Cass. Pen. Sez. 6^  Sent. 45261 del 18/12/2001  (Ud.24/09/2001) 

     In materia di abuso di ufficio, la condotta del pubblico ufficiale o dell'incaricato  di  pubblico servizio che risulti lesiva del buon funzionamento e  della  imparzialità dell'azione amministrativa rileva alla duplice condizione  che  contrasti con norme specificamente mirate ad inibire o prescrivere  la  condotta stessa (non potendosi annettere rilevanza, a tale proposito, a  disposizioni  genericamente  strumentali alla regolarità del servizio), e che  dette  norme presentino i caratteri formali ed il regime giuridico della legge  o  del  regolamento  (fattispecie nella quale é stata esclusa la sussistenza  del  reato  per  il fatto dell'agente postale che aveva accettato e spedito  una  raccomandata  oltre  l'orario di lavoro: la Corte ha escluso la pertinenza  delle norme generali di cui agli artt. 13 e 14 del d.P.R. 10 gennaio  1957  n. 3 sul rispetto dell'orario di lavoro e sull'interesse dell'Amministrazione  per  il  pubblico bene, nel contempo rilevando come il "Codice di  comportamento  dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni", formalizzato  con D.P.C.M. 28 novembre 2000 e specificamente preclusivo di prestazioni  non  accordate alla generalità degli utenti, non sia stato emanato nelle forme  previste per i regolamenti governativi dall'art. 17 della l. 23 agosto 1988 n. 400).                                                               

 

 

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.43169 del 29/11/2001 (Ud.19/11/2001)

Integra il reato di abuso di ufficio, anche dopo la riforma dell'art.323 C.p., introdotta con l'art.1 della legge 16 luglio 1997, n.234, sotto il profilo della violazione di legge (art.279 del t.u. 1934, n. 383), con specifico riferimento all'inottemperanza del dovere di astensione, la condotta dell'amministratore comunale che, tra le confliggenti richieste di utilizzazione della piazza per propaganda elettorale, abbia respinto quella del rappresentante della lista avversaria e, successivamente, abbia autorizzato la propria lista all'utilizzo della piazza per le medesime finalità.

 

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.39932 del 9/11/2001 (UD.30/10/2001)

Non è configurabile il reato di abuso d'ufficio a carico di amministratori comunali, in relazione al rilascio di una concessione edilizia in sanatoria che si assuma non conforme agli strumenti urbanistici vigenti al momento della realizzazione dell'opera abusiva, quando non risulti che la non conformità sussista anche rispetto agli strumenti urbanistici vigenti al momento dell'accoglimento della domanda di concessione in sanatoria.

 

Cass. Pen. Sezione 1^ Sentenza n.28315 del 12/07/2001 (UD.28/06/2001)

In tema di peculato militare, in seguito all'eliminazione dell'ipotesi distrattiva prevista dal reato di cui all'art. 215 C.p. mil. pace, la condotta del militare che usa, o fa usare, da militari dipendenti automezzi in dotazione del reparto per ragioni personali. (Nella specie per l'accompagnamento dei propri figli a scuola) deve essere giudicata dall'Autorità giudiziaria ordinaria alla quale spetta stabilire, valutandone le modalità, se i fatti attribuiti presentano i caratteri dell'illiceità penale ed in caso positivo quale ipotesi di reato comune sia configurabile).

 

Cass. Pen. Sezione 1^ Sentenza n.33758 del 17/09/2001 (UD.10/08/2001)

Nel reato continuato il riconoscimento di una circostanza attenuante per un reato satellite, incide sull'entità dell'aumento di pena da stabilire, in relazione ad esso, a titolo di continuazione, anche se si tratta di circostanza incompatibile con la violazione più grave. (Fattispecie concernente vari episodi di falso ideologico e di abuso d'ufficio, uniti dal vincolo della continuazione, per i quali il giudice di merito aveva negato agli imputati, con decisione ritenuta erronea dalla Corte, la circostanza attenuante speciale di cui all'art. 323-bis cod. pen., sul rilievo che essa, applicandosi solo ai delitti contro la P.A., non poteva essere riconosciuta per il delitto di falso, costituente la violazione più grave).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.24066 del 13/06/2001 (UD.09/04/2001)

Integra il delitto di abuso di ufficio per conseguire un vantaggio patrimoniale, la condotta del medico specialista di una struttura pubblica il quale, in violazione del dovere di astensione di cui all'art.6 del d.m. 31 marzo 1994, indirizzi un paziente verso il laboratorio non convenzionato di cui egli sia socio, per l'espletamento di un esame che avrebbe potuto essere eseguito anche presso una struttura pubblica della stessa città.

 

Sezione 6^ Sentenza n.381 del 18/01/2001 (UD.12/12/2000)

A seguito della legge n.86 del 1990 l'elemento oggettivo del reato di peculato è, in ogni caso, costituito esclusivamente dall'appropriazione, la quale si realizza con una condotta del tutto incompatibile con il titolo per cui si possiede, da cui deriva una estromissione totale del bene dal patrimonio dell'avente diritto con il conseguente incameramento dello stesso da parte dell'agente. Sul piano dell'elemento soggettivo si realizza il mutamento dell'atteggiamento psichico dell'agente nel senso che alla rappresentazione di essere possessore della cosa per conto di altri succede quella di possedere per conto proprio. Detti elementi debbono, quindi, sussistere anche nell'ipotesi del peculato d'uso pur se, in tale ipotesi, l'appropriazione è finalizzata ad un uso esclusivamente momentaneo della cosa. Esula, invece, la figura del peculato, sussistendo quella dell'abuso d'ufficio, quando si sia in presenza di una distrazione a profitto proprio la quale si concretizzi semplicemente in un indebito uso del bene che non comporti la perdita dello stesso e la conseguente lesione patrimoniale a danno dell'avente diritto. (In applicazione di tali principi la S.C. ha escluso la sussistenza del reato di peculato nella condotta di utilizzazione, da parte di alcuni docenti universitari, di strumentazioni e strutture dell'Università per l'esecuzione di libera attività professionale, ravvisandovi, invece, il reato di cui all'art.323 c. p.).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.16241 del 20/04/2001 (UD.02/04/2001)

In tema di abuso di ufficio, integra la violazione di legge, rilevante ai fini della configurabilità del reato, il rilascio, da parte del Sindaco, di una concessione edilizia in sanatoria allorché rimanga accertata l'assenza del requisito della conformità dell'opera agli strumenti urbanistici generali (nella fattispecie, per contrasto con il Piano Regolatore Generale che escludeva l'edificazione di strutture commerciali nella zona, destinata a verde privato).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.5117 del 06/02/2001 (UD.19/12/2000)

La violazione, da parte del notaio, degli obblighi imposti dagli artt.7 e 8 della Legge n. 349 del 1973, disciplinanti i diritti spettanti per ogni titolo protestato, e l'indennità di accesso, comprensiva del rimborso spese, per ogni atto compiuto fuori dalla sede, è rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio, atteso lo specifico contenuto prescrittivo delle norme in parola, poste a tutela degli interessi dei soggetti debitori. (Nella fattispecie, relativa a notaio che si era auto-liquidato ulteriori compensi rispetto a quelli previsti, la Corte rigettava l'eccezione difensiva circa la sussistenza dell'errore, dovuto a prassi generalizzata, su una legge diversa da quella penale, e affermava che l'art.323 C.p., obbligando il pubblico ufficiale al rispetto di leggi e regolamenti nell'esercizio delle sue funzioni, recepisce nella struttura del reato ogni disciplina dei doveri del pubblico ufficiale medesimo).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.273 del 15/01/2001 (Ud.24/10/2000)

Non integra una violazione di legge rilevante ai fini della configurabilità del reato di abuso d'ufficio l'emanazione del provvedimento sindacale con il quale sia stata pronunciata la decadenza dell’avente titolo di preferenza alla gestione di un dispensario farmaceutico, ai sensi dell'art.1, 4°c., Legge 8 marzo 1968 n. 221, per la mancata adesione alle condizioni richieste dall'autorità amministrativa nel termine di trenta giorni di cui all'art.9 D.P.R. 21 agosto 1971 n.1275, e la successiva assegnazione dell'esercizio commerciale a un farmacista legittimato solo in subordine alla rinuncia del primo, poiché la disposizione da ultimo richiamata attribuisce, in via presuntiva, valore di rinuncia al mancato adempimento alle richieste del sindaco entro il termine stabilito (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato senza rinvio, ai sensi dell'art.129, comma 2, cod. proc. pen., la sentenza che aveva ritenuto sussistente nel caso di specie il reato di cui all'art. 323 C.p.).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.7290 del 20/06/2000 (Ud.28/04/2000)

Per la configurazione del reato di cui all'art. 323 C.p., si richiede che il pubblico ufficiale agisca in violazione di norme di legge o di regolamento, il reato non può essere ravvisato sicché quando, in un procedimento amministrativo complesso e cioè caratterizzato dal concorso di diversi atti amministrativi, l'agente abbia contribuito esclusivamente all'adozione di un atto legittimo, e la illegittimità del provvedimento finale dipenda da atti diversi, alla cui formazione egli non abbia contribuito. (Fattispecie in cui gli imputati, relativamente ai quali la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per non aver commesso il fatto, erano stati ritenuti responsabili del reato di abuso di ufficio dai giudici di merito per avere concorso a rilasciare una concessione edilizia illegittima sotto il profilo della violazione della legge urbanistica, mentre essi si erano espressi favorevolmente al progetto esclusivamente sotto il profilo della sua compatibilità con la disciplina in materia ambientale).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza. n. 6600 del 2/06/2000 (UD.03/04/2000)

La condotta del sindaco di un comune che, a seguito di una discussione privata, fa assoluto divieto ad un arbitro di calcio di accedere a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo ed a tempo indeterminato nello stadio comunale, pur se affetta da grave sviamento di potere, essendo solo genericamente illegale, non può qualificarsi come attività viziata da violazione di legge idonea ad integrare il reato di abuso di ufficio ai sensi dell'art.323 C. p..

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.4881 del 19/04/2000 (Ud.24/02/2000)

Ai fini della configurabilità del reato di abuso di ufficio nella ipotesi in cui all'agente sia contestato di avere arrecato un danno ingiusto, non rilevano solo le norme che vietano puntualmente il comportamento sostanziale del pubblico ufficiale o dell'incaricato di un pubblico servizio, ma ogni altra norma, anche di natura procedimentale, la cui violazione determini comunque un danno ingiusto a norma dell'art.2043 C.c.; precetto, questo, che, secondo il più recente orientamento delle Sezioni unite civili, va considerato non come norma secondaria volta a sanzionare una condotta vietata da altre norme, ma come norma primaria volta ad apprestare una riparazione del danno ingiustamente sofferto da un soggetto per effetto dell’attività altrui. (Fattispecie nella quale è stato ritenuto configurabile il reato nella condotta di un primario ospedaliero che aveva negato sistematicamente l'attività in sala operatoria a un suo assistente, nonostante la normativa prevedesse che il servizio relativo ai pazienti dovesse rispettare criteri oggettivi di competenza, di equa distribuzione del lavoro, di rotazione nei vari settori di pertinenza).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.8745 del 2/08/2000 (Ud.01/06/2000)

In tema d’abuso d'ufficio, nella formulazione dell'art.323 C.p., il legislatore, con l'utilizzazione dell'avverbio "intenzionalmente", ha voluto escludere la rilevanza penale non solo di condotte poste in essere con dolo eventuale, ma anche con dolo cosiddetto diretto, che ricorre quando il soggetto si rappresenti la realizzazione dell'evento come altamente probabile o anche come certa, ma la volontà non sia volta alla realizzazione di tale fine; ne consegue che, affinchè una condotta possa essere addebitata all'agente a titolo di abuso di ufficio, è necessario che l'evento sia la conseguenza immediatamente perseguita dal soggetto attivo. (Nella specie è stata affermata la correttezza dell'operato del giudice di merito che aveva ritenuto l'insussistenza del dolo intenzionale, e quindi escluso la configurabilità del reato, nel comportamento del rettore di una università che, pur consapevole del blocco delle assunzioni di personale non docente stabilito con legge 27 febbraio 1980, n. 38, salvo deroghe per particolari esigenze delle facoltà di agraria e veterinaria e degli orti botanici, aveva assunto formalmente personale con tale qualifica per l'apparente utilizzazione in azienda agricola di proprietà dell'università, destinandolo, poi, a funzioni amministrative nell'ambito dell'università stessa; ha rilevato la Corte come la volontà dell'agente fosse diretta a garantire il funzionamento dell'ente, mentre le assunzioni non rivestivano la diretta finalità di procurare ad altri un ingiusto vantaggio).

 

Cass. Pen. Sezione 6^ Sentenza n.11933 del 21/11/2000 (UD.03/10/2000)

Il D.P.R. n.616 del 1977, delegando ai Comuni funzioni in determinate materie, prevede il potere di autorizzazione all'esercizio dei parcheggi privati ma non dispone che le modalità in cui esso si esplica siano delimitate da un previo regolamento. Ne consegue che la delibera municipale che fissa il prezzo della sosta in un'area privata non ha natura di regolamento, agli effetti di cui all'art.323 C.p., atteso che tale qualifica spetta alle sole fonti sub-primarie adottate attraverso un iter regolamentare configurato da un provvedimento di legge ed in tal senso formalizzato con la qualifica espressa dell'atto come regolamento, alla cui violazione soltanto il Legislatore circoscrive la previsione di norma penale in bianco in cui parzialmente si risolva il precetto dell'art.323 C.p..

 

Sezione 6 Sentenza n.5779 del 18/05/2000 (UD.31/03/2000)

È configurabile il reato di abuso di ufficio nell'attività dei componenti del comitato di gestione di una USL che abbiano stipulato convenzioni con biologi senza rispettare le formalità all'uopo previste dagli accordi collettivi a livello nazionale (che hanno natura regolamentare e sono resi esecutivi, ai sensi dell'art.48 L. n.833 del 1978, con decreto del Presidente della Repubblica), e, in particolare, senza attingere alla graduatoria nella quale, a norma dei citati accordi collettivi, devono iscriversi i professionisti che, provvisti dei prescritti requisiti, aspirino a svolgere la propria attività nel Servizio Sanitario, a nulla rilevando la mancata approvazione della suddetta graduatoria per l'anno in corso, atteso che tale circostanza non può esimere il comitato di gestione dal rispetto delle altre formalità previste (quali la pubblicazione degli incarichi da conferire nel bollettino ufficiale della regione e il prioritario interpello dei professionisti già titolari di altro incarico ambulatoriale presso le USL della regione), né impedisce di fare ricorso alla graduatoria provvisoria in corso di approvazione, ovvero la graduatoria approvata per l'anno precedente.

 

 

Sezione 6^ Sentenza n.8121 del 12/07/2000 (UD.29/05/2000)

In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, al fine di affermare la sussistenza del concorso del privato nel reato di abuso di ufficio, la prova che un atto amministrativo è il risultato di collusione tra privato e pubblico funzionario non può essere dedotta dalla mera coincidenza tra la richiesta del primo e il provvedimento posto in essere dal secondo, essendo, invece, necessario che il contesto fattuale, i rapporti personali tra le parti o altri dati di contorno dimostrino che la presentazione della domanda è stata preceduta, accompagnata o seguita da un'intesa col pubblico funzionario o, comunque, da pressioni dirette a sollecitarlo, ovvero a persuaderlo al compimento dell'atto illegittimo. Non può, per contro, ravvisarsi il concorso nella sola e semplice istanza relativa a un atto che, nel concreto, risulti illegittimo e, nonostante ciò, venga adottato: va, infatti, considerato che il privato, contrariamente al pubblico funzionario, non è tenuto a conoscere le norme che regolano l'attività di quest'ultimo, né, soprattutto, è tenuto a conoscere le situazioni attinenti all'ufficio che possono condizionare la legittimità dell'atto richiesto.

 

Sezione 6^ Sentenza n.6806 del 07/06/2000 (Ud.09/05/2000)

In tema di abuso di ufficio, ricorre la "violazione di norme di legge" non solo quando la condotta del pubblico ufficiale si svolga in contrasto con le forme, le procedure o i requisiti richiesti dalla legge, ma anche quando essa non si sia conformata al presupposto stesso da cui trae origine l'attribuzione del potere, essendo caratterizzato questo, contrariamente all'autonomia negoziale del diritto privato, dal vincolo di tipicità e di stretta legalità. (Fattispecie relativa a custode giudiziario di un'azienda che aveva consentito ad un socio di profittare, con danno degli altri soci, dei beni aziendali. Affermando il principio la Corte ha precisato che la norma di cui all'art.65 C.p.c., rappresentando la funzione del custode, ne vincola al contempo l'esercizio alla conservazione del bene.)

 

Sezione 6^ Sentenza n.6247 del 29/05/2000 (UD.14/03/2000)

In tema di abuso di ufficio deve ritenersi che la concessione edilizia senza rispetto del piano regolatore generale integra una violazione di legge rilevante ai fine della configurabilità del reato di cui all'art.323 C. p.. (Ha specificato la Corte nella fattispecie, relativa a concessione edilizia in zona inedificabile, che il piano regolatore generale contiene prescrizioni di immediata applicazione, pur potendo assumere anche carattere programmatorio di scelte generali.

Ne consegue - sotto il profilo del soddisfacimento del principio della determinatezza della fattispecie incriminatrice - la sussistenza del dovere da parte della competente autorità amministrativa di provvedere ai sensi dell'art.4 della legge n.10 del 1977 (caratteristiche della concessione edilizia) e dell'art.31 L. n.1150 del 1942, dati normativi che costituiscono il principio discriminante della condotta lecita da quella illecita).

 

Sezione 5^ Sentenza n.3349 del 16/03/2000 (UD.01/02/2000)

Il delitto di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atto pubblico e quello di abuso d'ufficio offendono beni giuridici distinti; il primo, infatti, mira a garantire la genuinità degli atti pubblici, il secondo tutela l'imparzialità e il buon andamento della pubblica amministrazione. Pertanto, mentre tra gli stessi ben può sussistere nesso teleologico (in quanto il falso può essere consumato per commettere il delitto di cui all'art. 323 cod. pen.), la condotta dell'abuso d'ufficio certamente non si esaurisce in quella del delitto di falso in atto pubblico nè coincide con essa.

 

Sezione 6^ Sentenza n.1609 del 10/02/2000 (UD.10/01/2000)

Pur potendosi astrattamente configurare a carico dell'amministratore comunale il concorso formale tra i reati di abuso di ufficio e il reato di (concorso in) costruzione abusiva correlato al rilascio di concessione edilizia illegittima, con teorica compatibilità di due giudizi successivi sul medesimo fatto per l'uno e per l'altro reato, tale compatibilità viene meno a fronte di un giudicato che abbia escluso, con ampio proscioglimento di merito, i presupposti fattuali essenziali del reato edilizio. (Nel caso di specie l'imputato era stato assolto, a seguito di un primo processo, dal reato edilizio e successivamente condannato, in separato giudizio, per il reato di abuso d'ufficio, per avere illegittimamente rilasciato la concessione edilizia: la Corte suprema ha annullato senza rinvio la seconda sentenza, ai sensi dell'art.620, lett. "h" C.p.p.).

 

 

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