Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Sez. III, 22/11/2010, Sentenza n. 41020

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

 

- sul ricorso proposto da  CC, quale legale rappresentante della XXX spa;

- avverso l'ordinanza emessa il 3 novembre 2009 dal tribunale del riesame di Napoli;

- udita nella udienza in camera di consiglio del 21 ottobre 2010 la relazione

- udito il Pubblico Ministero in persona Sostituto Procuratore Generale, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

- udito il difensore;

Svolgimento del processo

 

Il tribunale del riesame di Napoli, con l'ordinanza in epigrafe, confermò il decreto di sequestro preventivo emesso dal GIP collegiale di Napoli in data 21.9.2009, avente ad oggetto un'area sita in Avellino di proprietà della spa XX in riferimento al reato di cui all'art.256 d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152, essendo stato detto sito adibito a deposito incontrollato di rifiuti, costituiti in gran parte da materiali edili di risulta, oltre che da scarti metallici, pneumatici, prodotti farmaceutici, ed altro.

L'indagato propone ricorso per cassazione deducendo:

1)nullità del decreto di sequestro per violazione dell'art.321, in relazione all'art.125, comma 3, cod. proc. pen. e vizio di motivazione sul punto.

Lamenta che il Tribunale del riesame non ha risposto al motivo di riesame con cui aveva eccepito che il Gip collegiale aveva omesso di esaminare una serie di elementi a favore della difesa, pur acquisiti nel procedimento. Sul punto il tribunale del riesame si è limitato ad affermare apoditticamente che il provvedimento del Gip aveva dato conto della sussistenza dei presupposti del provvedimento ablatorio.

2)violazione di legge e vizio di motivazione in ordine all’omessa valutazione in concreto del fumus del reato, in quanto il Tribunale del riesame si è limitato a verificare la configurabilità del reato su un piano di astrattezza senza valutare l'esistenza del fumus in concreto. Lamenta che il tribunale non ha motivato in particolare sulla mancata piena disponibilità dell'area da parte della XXX; sulla eccezione che i materiali erano stati depositati sul posto prima che la XXX acquistasse il terreno; sul contenzioso tuttora in corso con il curatore fallimentare perché l'area non era stata lasciata nella piena disponibilità della XXX. Nemmeno è stata esaminata l'eccezione che il reato non era configurabile nemmeno in astratto perché la giurisprudenza esclude la punibilità del proprietario di un terreno sul quale altri, senza una sua condotta attiva, abbiano depositato rifiuti o realizzato una discarica. Il tribunale ha anche omesso di rilevare che dalle stesse reali condizioni del terreno emergeva che si trattava all'evidenza di una area industriale semidismessa e non di area adibita a deposito materiali edili.

3)violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla valutazione in concreto del periculum in mora, dal momento che lo stesso tribunale del riesame ha dato atto che la spa XXX aveva dimostrato la piena disponibilità a procedere alla rimozione dei rifiuti ed al recupero del sito, aveva presentato un piano per i lavori di bonifica ed era in attesa della autorizzazione comunale.

4)violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla mancanza delle condizioni di applicabilità del sequestro preventivo perché il trasferimento del terreno dalla procedura concorsuale alla XXX aveva prodotto un autonomo titolo di proprietà, avulso dalle vicende inerenti ai precedenti proprietari, escludendo quindi qualsiasi rapporto di pertinenzialità tra l'area sequestrata e il reato precedentemente realizzato. Tutt'al più poteva essere emessa dal comune una ordinanza per la rimozione dei rifiuti.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato.

 Innanzi tutto, il tribunale del riesame ha preliminarmente affermato che il suo sindacato non potrebbe investire la concreta fondatezza dell'accusa ma dovrebbe limitarsi alla verifica della astratta possibilità di ricondurre il fatto contestato alla fattispecie di reato ipotizzata dall'organo dell'accusa, sicché l'annullamento della misura cautelare sarebbe possibile solo laddove risulti ictu oculi la difformità tra fatto contestato e reato ipotizzato.

In altre parole, secondo il tribunale del riesame, la sussistenza del fumus dovrebbe essere accertata solo su un piano di astrattezza, nell'ambito delle indicazioni di fatto offerte dal pubblico ministero e sotto il profilo della congruità degli elementi rappresentati dall'accusa, che non potrebbero essere censurati in punto di fatto per apprezzarne la coincidenza con le reali risultanze processuali, ma che andrebbero valutati così come proposti dal pubblico ministero.

Si tratta di affermazioni erronee sia perché, per disporre e mantenere la misura cautelare reale, con conseguente compromissione del diritto costituzionalmente tutelato, occorre che vi sia la prova del fumus del reato ipotizzato, sia perché il sindacato del tribunale del riesame non può limitarsi alla mera verifica della astratta possibilità di ricondurre il fatto contestato alla fattispecie di reato ipotizzata, ma deve appunto verificare la concreta sussistenza del fumus del reato e del periculum in mora.

Ed infatti, il diverso principio seguito dal tribunale del riesame, che pure a volte era stato affermato in passato da una parte della giurisprudenza sulla base di una non completa considerazione di una decisione delle Sezioni Unite (20.11.1996, n. 23/97, Bassi), è stato però disatteso innumerevoli volte dalla giurisprudenza più recente, alla quale questo Collegio aderisce, secondo cui il tribunale del riesame, per espletare il ruolo di garanzia dei diritti costituzionali che la legge gli demanda, non può avere riguardo solo alla astratta configurabilità del reato, ma deve prendere in considerazione e valutare, in modo puntuale e coerente, tutte le risultanze processuali, e quindi non solo gli elementi probatori offerti dalla pubblica accusa, ma anche le confutazioni e gli elementi offerti dagli indagati che possano avere influenza sulla configurabilità e sulla sussistenza del fumus del reato contestato (cfr., ex plurimis, Sez. I, 9 dicembre 2003, n. 1885/04, Cantoni, m. 227.498; Sez. III, 16.3.2006 n. 17751; Sez. II, 23 marzo 2006, Cappello, m. 234197; Sez. III, 8.11.2006, Pulcini; Sez. III, 9 gennaio 2007, Sgadari; Sez. IV, 29.1.2007, 10979, Veronese, m. 236193; Sez. V, 15.7.2008, n. 37695, Cecchi, m. 241632; Sez. I, 11.5.2007, n. 21736, Citarella, m. 236474; Sez. IV, 21.5.2008, n. 23944, Di Fulvio, m. 240521; Sez. II, 2.10.2008, n. 2808/09, Bedino, m. 242650; Sez. III, 11.6.2009, Musico; Sez. III, 12.1.2010, Turco; Sez. III, 24.2.2010, Normando; Sez. III, 11.3.2010, D'Orazio; Sez. III, 20.5.2010, Bindi; Sez. III, 6.10.2010, Kronenberg-Widmer).

 Nella specie, quindi, il tribunale del riesame ha eluso il suo compito istituzionale di controllo «in concreto» del provvedimento impugnato, il che integra una violazione dell'obbligo di motivazione, nonché un rifiuto di provvedere, derivante da una erronea interpretazione delle proprie funzioni e dalla conseguente elusione del ruolo di garanzia caratterizzante la speciale istanza di secondo grado costituita dal riesame delle misure cautelari (cfr. Sez. II; 22.5.1997, n. 3513, Acampora, m. 208078).

Il tribunale del riesame ha infatti omesso di verificare «in concreto» la legittimità del provvedimento di sequestro e soprattutto di valutare gli elementi a discarico e le argomentazioni svolte dalla difesa, con le quali si era tra l'altro eccepito che era mancata la piena disponibilità dell'area sequestrata da parte della società XXX; che i materiali classificati come rifiuti erano stati collocati nel sito in epoca antecedente all'acquisto dell'area da parte della XXX; che vi era un contenzioso tuttora in corso con il curatore fallimentare, in quanto l'area non era stata rilasciata nella piena disponibilità della spa XXX.

Il tribunale del riesame non poteva astenersi dal valutare queste eccezioni difensive nemmeno ai fini di una valutazione astratta sulla sussistenza del fumus, perché, secondo la costante giurisprudenza di questa Suprema Corte, la consapevolezza da parte del proprietario del fondo dell'abbandono sul medesimo di rifiuti da parte di terzi non è sufficiente ad integrare il concorso nel reato di cui all'art. 256, commi 2 o 3, d. lgs. 3 aprile 2006, n. 152 (abbandono o deposito incontrollato di rifiuti e gestione di discarica abusiva), atteso che la condotta omissiva può dare luogo a ipotesi di responsabilità solo nel caso in cui ricorrano gli estremi del comma secondo dell'art. 40 c.p., ovvero sussista l'obbligo giuridico di impedire l'evento (Sez. III, 1 ° luglio 2002, Ponzio, m. 222.420). Analogamente, si è affermato che destinatario della norma penale che punisce la realizzazione e gestione di discarica abusiva è il gestore dell'impianto di raccolta e non il proprietario del terreno sul quale si attua lo smaltimento di rifiuti speciali non autorizzato, il quale può concorrere come estraneo nel reato proprio commesso dal gestore solo quando il concorso esterno materiale (cogestione di fatto) o morale (istigazione, rafforzamento, agevolazione) si realizzi con condotta commissiva, ovvero con condotta omissiva - in linea teorica - ma sempre che il «non agere» si innesti in uno specifico obbligo giuridico di impedire l'evento (Sez. I, 17 novembre 1995, Insinna, m. 203332), e che anche in materia ambientale un dato comportamento omissivo acquista il connotato dell'antigiuridicità solamente in funzione di una norma che imponga al soggetto di attivarsi per impedire l'evento naturalistico di lesione dell'interesse tutelato (nella specie si è escluso il reato nella condotta del proprietario di un terreno che aveva omesso di impedire che sul proprio fondo terzi realizzassero una discarica) (Sez. III, 18 dicembre 1991, Sacchetto, m. 189149).

I reati in questione non possono quindi consistere nel mero mantenimento della discarica o dello stoccaggio da altri realizzati, pur in assenza di qualsiasi partecipazione attiva e in base alla sola consapevolezza della loro esistenza. Non è sufficiente, pertanto, ad integrare il reato di cui alla contestazione la mera consapevolezza da parte del possessore di un fondo del fenomeno di abbandono sul medesimo di rifiuti da parte di terzi senza che risulti accertato il concorso, a qualsiasi titolo, del predetto possessore del fondo con gli autori del fatto. Nel nostro sistema penale, infatti, una condotta omissiva può dar luogo a responsabilità solo nel caso in cui ricorrano gli estremi dell'art. 40, secondo comma, cod. pen., e cioè quando il soggetto abbia l'obbligo giuridico di impedire l'evento (Sez. F., 13.8.2004, n. 44274, Preziosi, m. 230173).

Sulla base di questi principi si è affermato che non dà luogo alla configurabilità dei reati in questione la condotta di chi, «avendo la disponibilità di un'area sulla quale altri abbiano abbandonato rifiuti, si limiti a non attivarsi perché questi ultimi vengano rimossi» (Sez. III, 3.10.1997, n. 8944, Gangemi, m. 208624); e che «la compravendita di un terreno sul quale erano già stati raccolti dal venditore rifiuti nocivi non può integrare, a carico del compratore, il reato in questione, neanche sotto il profilo che, trattandosi di reato permanente, esso debba essere addebitato a colui che, pur non essendo concorso nell'attività di accumulazione di rifiuti, abbia acquistato la proprietà del terreno ove gli stessi si trovino» (Sez. I, 4.3.1999, n. 7241, Pirani, m. 213699).

Il tribunale del riesame ha pertanto omesso di valutare e ricostruire l'esatta cornice fattuale della vicenda, ed in particolare di esaminare le eccezioni difensive relative all'assunto che l'area in questione era stata acquistata poco prima del sequestro; che sulla stessa esisteva un contenzioso col curatore; che si trattava di una area industriale dismessa e non già di area adibita a deposito di materiale edile; che la totalità dei rifiuti erano riconducibili alle attività lavorative industriali svolte in loco o erano presenti sull'area da tempo anteriore all'acquisto, come emergeva dal loro stato.

La motivazione dell’ordinanza impugnata è assente, o meramente apparente, anche in ordine alla sussistenza in concreto del periculum in mora.

L'ordinanza innanzitutto afferma che è irrilevante la questione sulla dedotta buona fede del ricorrente perché la misura cautelare reale colpisce il bene a prescindere da considerazioni di natura soggettiva relative all'autore del reato.

La motivazione è apparente perché se l'eventuale buona fede dell'autore materiale del reato può essere irrilevante ai fini della misura cautelare, essa invece è sicuramente rilevante ai fini di valutare il concreto pericolo di reiterazione della condotta criminosa quando - come sostiene la difesa - essa è invocata da chi abbia acquistato il terreno sul quale già esistevano i rifiuti e non abbia concorso con gli autori del reato.

L'ordinanza impugnata afferma anche che deve escludersi la buona fede dell'odierno ricorrente in considerazione del degrado dell'area, dell'accumulo incontrollato di rifiuti prodotti ed abbandonati da terzi, senza che rilevi in senso contrario il contenzioso in atti con le ditte abusivamente operanti sul posto. Sotto questo profilo la motivazione è viziata da errore di diritto perché ricollega esplicitamente la buona all'effettivo stato dell'area acquistata, mentre la buona fede deve essere valutata in relazione non allo stato dell'area bensì alla attività criminosa, consistente nella condotta commissiva di abbandono dei rifiuti.

 Sembra evidente che il tribunale del riesame sia caduto nell'errore di ritenere che il ricorrente, in quanto acquirente del terreno, avesse un obbligo giuridico di eliminare i rifiuti ivi depositati prima dell'acquisto o comunque depositati senza il suo concorso. Sulla esistenza di tale obbligo manca qualsiasi motivazione mentre lo stesso, come dianzi rilevato, non può farsi discendere dalle disposizioni legislative richiamate nella ordinanza impugnata. Un obbligo giuridico di eliminare i rifiuti in capo al proprietario del terreno che non abbia concorso con gli autori materiali dell'abbandono, infatti, può sorgere solo a seguito di una ordinanza comunale che gli ordini la rimozione dei rifiuti stessi e lo sgombero dell'area nei limiti e nelle modalità previste dalla legge.

 L'ordinanza impugnata, inoltre, ha ritenuto che la intenzione del ricorrente di procedere alla bonifica dell'area, dimostrata attivandosi mediante la presentazione di un progetto di recupero ambientale del sito, sarebbe irrilevante a fini della valutazione del periculum in mora perché il detto piano di bonifica non è stato ancora autorizzato.

Anche questa affermazione è frutto di un errore di diritto perché si basa sull'idea che il periculum in mora sia costituito dalla possibilità che il ricorrente non sgombri l'area dai rifiuti ivi esistenti. Al contrario, nella specie, stante il reato contestato, il periculum in mora che deve essere presente consiste nella concreta ed attuale possibilità che il ricorrente continui a reiterare l'attività criminosa contestata, ossia che continui ad abbandonare in modo incontrollato rifiuti sul terreno, e non già nella possibilità che non tolga i rifiuti esistenti, non avendone allo stato l'obbligo.

Per completezza deve osservarsi che l'ordinanza impugnata sembrerebbe anche accennare ad un sequestro finalizzato ad una confisca obbligatoria del sito.

Sul punto la motivazione è assolutamente mancante perché la confisca può essere disposta solo per il reato di realizzazione o gestione di discarica abusiva di cui al comma 3 dell'art. 256, reato che non solo non risulta contestato ma che sulla esistenza del cui fumus manca qualsiasi motivazione.

Va invero ricordato che, secondo la giurisprudenza di questa Suprema Corte, che per potersi configurare il più grave reato di realizzazione di una discarica senza autorizzazione occorre l'allestimento di un'area con l'effettuazione di opere, quali spianamento del terreno, apertura di accessi, sistemazione, perimetrazione o recinzione, mentre per potersi configurare la diversa ipotesi di gestione di una discarica non autorizzata occorre che sussista una organizzazione, anche se rudimentale, di persone e cose diretta al funzionamento della medesima (Sez. F., 2.8.2007, n. 33252, Setzu, m. 237582; Sez. III, 2 luglio 2004, Pastorino, m. 229.624; Sez. III, 11.4.1997, n. 4013, Vasco, m. 207613).

L'ordinanza impugnata deve dunque essere annullata con rinvio al tribunale di Napoli per nuovo esame.

p. q. m.

la Corte Suprema di Cassazione  annulla la sentenza impugnata con rinvio al tribunale di Napoli per nuovo esame.

 Roma, 21 ottobre 2010.

 DEPOSITATA IN CANCELLERIA il 22 Nov. 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

Cass. Pen.  Sezioni Unite Sent. 29 gennaio - 20 marzo 2003, n. 12878
 
Svolgimento del processo
 


1. Il Gip del Tribunale di Ancona, con provvedimento del 6.4.2002, disponeva il sequestro preventivo, ai sensi del 321 Cpp, di 5 manufatti, di cui uno in muratura esteso circa mq 80 e gli altri realizzati in legno o lamiera, nei confronti di C. I., indagato per il reato di cui all’articolo 20 lettera b) legge 47/1985.
2. Su richiesta di riesame avanzata dall’interessato, il Tribunale di Ancona riteneva sussistente il fumus boni iuris, nel senso di configurabilità dell’ipotesi di illecito penale prospettata, ma escludeva la ricorrenza del “periculum in mora”. Al riguardo, osservava il tribunale che, nel caso di specie, i manufatti risultavano ultimati, per cui essendo cessata la permanenza del reato edilizio prospettato a carico dell’I. e ricorrendo, come di consueto, solo gli effetti permanenti dell’illecito penale, non era configurabile alcuna situazione di pericolo concreto tale da giustificare l’applicazione del provvedimento cautelare. Di conseguenza il tribunale revocava il sequestro disposto, con restituzione dei beni sequestrati alla disponibilità del proprietario.
3. Il Pm presso il Tribunale di Ancona proponeva ricorso per cassazione.
Rilevava che, diversamente da quanto sostenuto dal tribunale, appariva sussistente il pericolo attuale e concreto di un’utilizzazione dei beni da parte dell’interessato in violazione della normativa urbanistica. Chiedeva l’annullamento dell’ordinanza del Tribunale del Riesame.
4. C. I. produceva memoria, con la  quale escludeva, innanzitutto, la configurabilità del reato edilizio attribuitogli; aggiungeva comunque che l’immobile ritenuto realizzato abusivamente, ma ormai completato, non poteva essere legittimamente sottoposto a sequestro preventivo, non essendo riscontrabili nel caso le specifiche finalità processuali della.misura cautelare. Difatti, “le conseguenze” del reato (menzionate nell’articolo 321), per le quali era ipotizzabile un aggravamento o la prosecuzione nel tempo della lesione del bene tutelato, non erano rappresentare da un qualsiasi effetto, ma soltanto da quello attinente agli elementi strutturali tipici dell’illecito o strettamente collegato con questi ultimi, costituendone uno sviluppo ulteriore.
L’Innocenti eccepiva ulteriormente la nullità del decreto di sequestro perché privo, al momento dell’emissione, dell’informazione di garanzia ex articolo 369 Cpp nonché della connessa informazione sul diritto di difesa dell’indagato di cui all’articolo 369bis Cpp.
Eccepiva pure la nullità della notifica del ricorso per cassazione proposto dal Pm perché notificato ad uno solo dei due difensori di esso I.. Chiedeva il rigetto del ricorso, ovvero l’accoglimento delle questioni di nullità fatte valere.
5. Il ricorso veniva assegnato alla Sezione terza penale. Il collegio rimetteva il processo alle Sezioni unite, ravvisando la ricorrenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine appunto alla possibilità di disporre il sequestro preventivo di un immobile abusivo di cui era terminata l’edificazione.
Si osservava che la giurisprudenza prevalente della Corte di cassazione aveva manifestato
ripetutamente l’avviso che, anche quando l’opera abusiva era conclusa, essa poteva continuare a proiettare le sue conseguenze negative sul territorio e, quindi, perpetuare nel tempo l’offesa al bene tutelato dai reati in materia edilizia, consistente nella lesione dell’equilibrio urbanistico del territorio, determinando un irregolare carico urbanistico ed un aggravio delle infrastrutture.
Per contro, rilevava la terza sezione penale che altro orientamento aveva evidenziato che la
lesione del regolare assetto del territorio non era conseguenza dell’uso della libera disponibilità del manufatto illegittimo, bensì era un effetto connaturato alla sua realizzazione e permaneva anche con l’immobile sotto sequestro. In tema, detto orientamento aveva sottolineato la natura formale dei reati edilizi, non dipendendo essi dalla prova di un effettivo danno provocato all’assetto del territorio, potendo gli stessi configurarsi anche nel caso di assenza di permesso di costruire pur essendo l’edificazione conforme agli strumenti urbanistici.
Per di più, doveva evitarsi che la misura cautelare fosse applicata a tutela di interessi in realtà non riconducibili al reato, ma oggetto di tutela con gli strumenti amministrativi di competenza degli organi locali (articolo 7 legge 47/1985).

 

Motivi della decisione

 

6. Il ricorso va accolto perché fondato.
Giova, innanzitutto, delineare la natura e le caratteristiche del sequestro preventivo ex articolo 321 Cpp,
che come è noto, viene configurato in due ipotesi: un sequestro obbligatorio che il giudice è tenuto a disporre, su richiesta del Pm, «quando vi è pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare a protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati»; un sequestro facoltativo, che il giudice può disporre per le cose di cui è consentita la confisca.
L’istituto nuovo, rispetto al codice processuale previgente del 1930, può dirsi che abbia origine dalla bivalenza del precedente sequestro penale, ex articolo 337 codice previgente, esperibile per finalità istruttorie ovvero anche in sede non istruttoria da parte della Polizia giudiziaria «per impedire che i reati vengano portati a conseguenze ulteriori» (vedi articolo 219 Cpp previgente), ed ancora in sede esecutiva, ai sensi dell’articolo 347 Cpp previgente con chiare finalità preventive.
La relazione al progetto preliminare del Cpp del 1988 mette in riliévo il fine preventivo di detto “tertium genus” delle misure di coercizione reale, nella configurazione autorizzata dalla direttiva n. 31, della legge-delega 81/1987, la quale prende in considerazione appunto l’esigenza di «impedire che i reati vengano portati ad ulteriori conseguenze» sia pure in. riferimento a compiti di Polizia giudiziaria; ma, parimenti viene “sottolineata la permanenza del fondamento cautelare processuale consistente nella necessità di tutela della collettività in relazione al protrarsi dell’attività criminosa e dei suoi effetti.
Il sequestro preventivo presenta connotati individuanti che lo inseriscono, nell’ambito processuale, negli istituti intesi ad evitare la probabilità del verificarsi di un evento antigiuridico e che, specie in materia di reati edilizi i quali hanno per oggetto giuridico l’assetto complessivo del territorio con la finalità di salvaguardarlo in tutti i suoi aspetti, comportano l’esigenza di predisporre tecniche di tutela cosiddetta “anticipata” in considerazione della delicatezza e rilevanza del bene, giuridico da proteggere.
Si tratta, quindi, di una misura di coercizione reale per esigenze di prevenzione, peraltro connessa e strumentale allo svolgimento del procedimento penale ed all’accertamento del reato per cui si procede, nel senso che è suo scopo quello di evitare che il trascorrere del tempo possa pregiudicare irrimediabilmente l’effettività della giurisdizione espressa con la sentenza irrevocabile di condanna. In particolare, il sequestro preventivo trova la sua giustificazione nel “finalismo” cautelare di impedire che una cosa pertinente al reato possa essere utilizzata per estendere nel tempo od in intensità le conseguenze del crimine o per agevolare il compimento di altri reati. Il provvedimento inibitorio è inteso a stabilire un vincolo di indisponibilità in riferimento ad una cosa mobile od immobile il cui uso è ricompresso necessariamente nell’agire vietato dalla legge penale.
Ne’ discende che la misura cautelare in questione va disposta nelle situazioni in cui il non assoggettamento a vincolo della cosa pertinente al reato può condurre, in pendenza dell’accertamento del reato, non solo al protrarsi del comportamento illecito ovvero
alla reiterazione della condotta criminosa ma anche alla realizzazione di ulteriori
pregiudizi quali nuovi effetti offensivi del bene protetto; tali effetti debbono essere connessi con l’imputazione contestata e l’intervento preventivo collegato con le finalità di repressione del reato. Più specificatamente va detto che il pericolo, in quanto probabilità di un danno futuro, deve avere caratteristiche di concretezza e richiede, quindi, un accertamento in concreto,
sulla base di elementi di fatto, in ordine all’effettiva e non generica possibilità che la cosa di cui si intende vincolare la disponibilità assuma, in relazione a tutte le circostanze del fatto (natura della cosa, la sua connessione con il reato, la destinazione alla commissione dell’illecito, le circostanze del suo impiego), una configurazione strumentale rispetto all’aggravamento o alla protrazione del reato ipotizzato ovvero alla agevolazione alla commissione di altri reati.
I profili anzidetti del provvedimento cautelare preventivo, strettamente correlati con il processo penale in corso, comportano imprescindibilmente l’idoneità dell’accertamento del reato (con la condanna irrevocabile dell’imputato) ad interdire le conseguenze antigiuridiche di esso.
In ordine alla questione devoluta alle Sezioni unite, si rileva che la giurisprudenza assolutamente. preponderante della Corte è nel senso di ritenere la sussistenza del potere del giudice di disporre il sequestro preventivo di un immobile abusivamente . costruito anche nell’ipotesi in cui l’edificazione risulti già ultimata. Al riguardo, è stato affermato che le conseguenze che il legislatore intende neutralizzare mediante il sequestro preventivo non sono identificabili con l’evento del reato in senso naturalistico e neppure con l’evento in senso giuridico (cioè, la lesione del bene penalmente tutelato), cosicché esse possono essere aggravate o protratte anche dopo la
consumazione del reato medesimo. In particolare, si è detto che l’utilizzazione dell’immobile costruito in violazione degli strumenti urbanistici vigenti non modifica il perfezionamento del reato già avvenuto e nulla aggiunge alla lesione del bene formalmente tutelato, che è quello del previo controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio, ma sicuramente aggrava e prolunga la lesione dell’equilibrio urbanistico del territorio, che è il valore sostanziale al quale è finalizzato il controllo pubblico sulle trasformazioni del territorio (vedi così, tra le decisioni più significative: Cassazione, sezione terza, 23.2.95, Forti; 15.1.97, Messina; 15.2.00, Scritturale; 12.6.01, D’Amora). In altre decisioni (vedi così: Cassazione, sezione terza, 11.1.02, Luongo) si è
specificato che la costruzione abusiva, anche dopo il suo completamento, può determinare
conseguenze negative sul regolare assetto del territorio aggravando i cosiddetti carichi
urbanistici. In più recenti sentenze del citato orientamento prevalente (vedi Cassazione, sezione terza, 8.2.02, Gullotta; 19.3.02, Volpe; 4.10.02, Grilli) si sottolinea, peraltro, la necessità che il giudice configuri le conseguenze del reato, che la misura cautelare deve impedire, in termini di pericolosità attuale e concreta; in specie, occorre che il giudice manifesti una valutazione prognostica in concreto di detti effetti, senza ricorrere ad enunciazioni astratte o generiche attesa la illegittimità dell’«equazione tra pertinenzialità della cosa ed automatica emissione della misura cautelare reale».
L’orientamento contrario (soprattutto, Cassazione 3.7.2001, Minopoli) giustifica la mancata possibilità di emissione di sequestro preventivo a fronte di una costruzione ultimata, non ravvisando conseguenze ulteriori rispetto all’ipotesi criminosa perfezionatasi in tutti i suoi elementi costitutivi, la quale, di per sé, si palesa già idonea eventualmente a ledere il regolare assetto del territorio. Detta impostazione evidenzia anche il carattere formale (di pure condotta) dei reati edilizi, e l’attuale inammissibilità di un provvedimento ex articolo 221 Cpp inteso ad evitare la
perpetrazione di ulteriori reati, atteso che allo stato, per esempio, il riferimento all’articolo 201 Testo unico leggi sanitarie (divieto di abitare gli edifici sprovvisti di certificato di abitabilità: fattispecie criminosa in precedenza ripetutamente menzionata dalla giurisprudenza) non è più praticabile,. essendo stato l’illecito depenalizzato ai sensi dell’ 70 lettera b) decreto legislativo 507/99.
8. Queste Sezioni unite sono dell’avviso che l’orientamento prevalente manifesti una corretta interpretazione letterale e logico-sistematica dell’istituto del sequestro preventivo, secondo le linee di esso “su” evidenziate in via generale ed applicate nella materia dei reati edilizi. Difatti, le conseguenze antigiuridiche che il sequestro preventivo tende ad evitare si configurano come ordinarie della fattispecie criminosa già eventualmente realizzata in tutti i suoi elementi (cioè, in relazione sia alla condotta dei cosiddetti reati formali e sia all’evento naturalistico che integra la consumazione dei reati materiali). Come è noto, i reati edilizi hanno natura permanente e la relativa consumazione perdura fino alla cessazione dell’attività abusiva, in genere sino al momento di completamento del manufatto; pertanto, pur cessata la permanenza, l’effetto lesivo del bene giuridico protetto perdura nel tempo, ma tale evenienza è comune chiaramente a tutti i reati, anche a quelli qualificati come istantanei, dai quali discendono pregiudizi spesso prolungati e più o meno irreparabili. Distinte, invece, nella previsione di cui all’articolo 321 Cpp, sono le specifiche conseguenze che possono determinarsi a causa del mancato impedimento della libera disponibilità della cosa p pertinente al reato in capo all’autore di esso ovvero di terzi. Dette conseguenze diverse, necessariamente antigiuridiche, sono sicuramente ipotizzabili nel caso in cui il reato siasi consumato ed in particolare l’edificio sia stato portato a termine. In tal guisa, deve qualificarsi, in modo esemplificativo, come antigiuridica l’implicazione proveniente dalla perpetrazione dell’illecito amministrativo ex articolo 221 Testo unico leggi sanitarie, non più inquadrato “nell’agevolazione di commissione di altri reati” ma certamente costituente una situazione illecita ulteriore prodotta dalla condotta (la libera utilizzazione della cosa) che il provvedimento cautelare è finalizzato ad inibire.
Sotto altro profilo, va detto la Corte di cassazione ha più volte ribadito che l’interesse sostanzialmente tutelato nell’ambito dei reati edilizi è rappresentato dalla vigilanza e controllo del territorio mediante l’adeguato governo pubblico degli usi e delle trasformazioni dello stesso, bene questo esposto a pregiudizio da ogni condotta che produca alterazioni dell’ordinato ed equilibrato assetto e sviluppo territoriale in danno del benessere complessivo della collettività e della sua attività, il cui parametro di legalità è dato dalla disciplina degli strumenti urbanistici e dalla normativa vigente (v. così, in primo luogo, Cassazione, Sezioni unite 12.11.93, Borgia; e, poi, tra le altre: 4.4.95, Marano; 12.5.95, Di Pasquale). Al riguardo, le decisioni della Corte, nel giustificare l’adozione della misura coercitiva in questione, hanno fatto talora riferimento all’aggravamento del carico urbanistico sulle infrastrutture preesistenti che potrebbe essere provocato dal libero uso dell’immobile abusivo.
Il concetto di carico urbanistico appare meritevole di attento approfondimento. Questa nozione deriva dall’osservazione che ogni insediamento umano è costituito da un elemento cosiddetto primario (abitazioni, uffici, opifici, negozi) e da uno secondario di servizio (opere pubbliche in genere, uffici pubblici, parchi, strade, fognature, elettrificazione, servizio idrico, condutture di erogazione del gas) che deve essere proporzionato all’insediamento primario ossia al numero degli abitanti insediati ed alle caratteristiche dell’attività da costoro svolte. Quindi, il carico urbanistico è l’effetto che viene prodotto dall’insediamento primario come domanda di strutture ed opere collettive, in dipendenza del numero delle persone insediate su di un determinato territorio. Si tratta di un concetto, non definito dalla vigente legislazione, ma che è in concreto preso in considerazione in vari standards urbanistici di cui al decreto ministeriale 1444/68 che richiedono l’inclusione, nella formazione degli strumenti urbanistici, di dotazioni minime di spazi pubblici per abitante a seconda delle varie zone; b) nella sottoposizione a concessione e, quindi, a contributo sia di urbanizzazione che sul costo di produzione, delle superfici utili degli edifici, in quanto comportino la costituzione di nuovi vani capaci di produrre nuovo insediamento; c) nel parallelo esonero da contributo di quelle opere che non comportano nuovo insediamento, come le opere di urbanizzazione o le opere soggette ad autorizzazione; d) nell’esonero da ogni autorizzazione e perciò da ogni contributo per le opere interne (articolo 26legge 47/1985 e articolo 4 comma 7 legge 493/93) che non comportano la creazione di nuove superficie utili, ferma restando la destinazione dell’immobile; e) nell’esonero da sanzioni penali delle opere che non costituiscono nuovo o diverso carico urbanistico (articolo 10 legge 47/1985 e articolo 4 legge 493/93).
Le conseguenze antigiuridiche, ulteriori rispetto alla consumazione del reato, attengono sostanzialmente al volontario aggravamento o protrarsi della offesa del bene protetto anche dopo la commissione della fattispecie penalmente illecita, ponendosi in stretta connessione con la stessa. D’altro canto, il collegamento di detti effetti pregiudizievoli con il procedimento di repressione del reato comporta necessariamente che l’ accertamento irrevocabile di questo sia idoneo ad impedire definitivamente il verificarsi delle conseguenze antigiuridiche.
Nella materia di che trattasi, tale risultato viene conseguito con l’emanazione, per le opere abusive, dell’ordine di demolizione ex articolo 7 legge 47/1985 (adottato dal giudice con la sentenza di condanna, salvo ché le opere siano state altrimenti demolite).
Detto provvedimento è formalmente giurisdizionale ma qualificabile sostanzialmente come sanzione amministrativa; esso, comunque, pur esulando dalla nozione di effetto penale, costituisce atto dovuto per l’Autorità giudiziaria, privo di contenuto discrezionale e conseguenziale alla sentenza di condanna (vedi così Cassazione, Sezioni unite 19.6.96, Monterisi; 19.12.97, Poli; 6.7.00, Callea; 12.1.00, Giusta).
10. Il pericolo, attinente alla libera disponibilità del bene, come già si è detto, deve presentare i caratteri della concretezza e dell’attualità. In tal senso si sono pronunciate espressamente queste Sezioni unite (Cassazione Sezioni unite, 14.12.1994, Adelio), sottolineando che, ancorché manchi per le misure cautelari reali una previsione esplicita di concretezza come quella codificata per le misure sulla libertà personale alla lettera c) dell’articolo 274 Cpp, è nella fisiologia del sequestro preventivo di cui all’articolo 321 Cpp, quale misura anch’essa limitativa di libertà costituzionalmente  garantite, che il pericolo debba essere contrassegnato dalla effettività e dalla concretezza.
Pertanto, spetta al giudice di merito con adeguata motivazione compiere una attenta valutazione del pericolo derivante dal libero uso della cosa pertinente all’illecito penale. In particolare, vanno approfonditi la reale compromissione degli interessi attinenti al territorio ed ogni altro dato utile a stabilire in che misura il godimento e la disponibilità attuale della cosa da parte dell’indagato o di terzi possa implicare una effettiva ulteriore lesione del bene giuridico protetto, ovvero se l’attuale disponibilità del manufatto costituisca un elemento neutro sotto il profilo della offensività. In altri termini, il giudice deve determinare, in concreto, il livello di pericolosità che la utilizzazione della cosa appare in grado di raggiungere in ordine all’oggetto della tutela penale, in correlazione al potere processuale di intervenire con la misura preventiva cautelare.
Per esempio, nel caso di ipotizzato aggravamento del cosiddetto carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensità del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo.
Nell’ambito di siffatto accertamento, possono venire in rilievo gli interventi di competenza della pubblica amministrazione in relazione alla sanatoria di costruzioni edificate senza concessione urbanistica ma conformi agli strumenti urbanistici (vedi articoli 22, 13, 11 legge 47/1985). Il che potrebbe comportare il venir meno del “periculum in mora” (ed anche dell’ipotesi di reato prospettata), richiesti per l’emissione della misura preventiva (vedi in tema di incidenza della concessione edilizia in sanatoria sul decreto di sequestro; Cassazione 22.6.93, Cipriano; 12.5.95, Di Pasquale).
11. In ordine alle deduzioni esposte da C. I. con memoria difensiva, va detto che il decreto di sequestro preventivo, emesso dal Gip del Tribunale di Ancona (poi annullato dal Tribunale del riesame per la ritenuta non ricorrenza del “periculum in mora”), appare contenere adeguata argomentazione circa la sussistenza, invece, del “fumus commissi delicti”.
Parimenti infondata si palesa la censura concernente la nullità del decreto di sequestro. Difatti, dagli atti di causa risulta che il procedimento incidentale si è svolto in modo del tutto rituale con rispetto di quanto disposto negli articoli 321, 365, 369, 369bis Cpp e, quindi, dei diritti di difesa dell’indagato (vedi sul punto, Cassazione, Sezioni unite, 23.2.00, Mariano). In particolare, il decreto di sequestro è stato adottato dal giudice in data 9.4.2002, l’informazione di garanzia ex articolo369 Cpp e l’informazione ex articolo 369bis Cpp sono state disposte l’8.4.02, e poi i tre atti sono stati notificati contestualmente all’interessato in data 10.4.02; l’esecuzione del provvedimento cautelare ha avuto luogo il successivo giorno 15 aprile.
Altresì, destituita di fondamento si palesa l’eccezione, di nullità della notifica del ricorso per cassazione proposto dal Pm.

Invero, dagli atti emerge che il ricorso in parola non è stato notificato né ai difensori né all’indagato; peraltro, la giurisprudenza di questa Corte è nel senso, da un verso, che l’impugnazione, ex articolo 584 Cpp, deve essere notificata solo alla parte privata e non al rispettivo difensore (vedi così Cassazione, 8.1.97 Persico; 25.6.99 ,Gusinu), e comunque l’unica conseguenza di tale omissione consiste nell’obbligo del giudice di procedere, tramite la cancelleria del giudice “a quo”, alla notifica non compiuta, salvo che non risulti “aliunde” che la parte interessata abbia avuto conoscenza dell’atto impugnato (vedi, Cassazione 28.3.96, Moro).
Nel procedimento in esame, ricorre evidente la prova che l’Innocenti è a conoscenza del ricorso avanzato dal Pm, tanto è vero che egli ha rilasciato formale delega in data 13.9.2002 al proprio legale per la difesa innanzi a questo organo di legittimità.
12. In definitiva, l’ordinanza impugnata va annullata, al fine di un nuovo esame della questione relativa alla ricorrenza delle esigenze cautelari, con rinvio al Tribunale di Ancona.
Il giudice di rinvio dovrà uniformarsi al seguente principio di diritto.
Il sequestro preventivo, ex articolo 321 Cpp, di cose pertinenti al reato può essere adottato anche nel caso di ipotesi criminosa già perfezionatasi; in specie, per i reati edilizi, è ammissibile il sequestro di un immobile costruito abusivamente, la cui edificazione sia ultimata. Le conseguenze, ulteriori rispetto alla consumazione del reato, discendenti dall’uso dell’edificio abusivamente realizzato e che il provvedimento coercitivo reale tende ad inibire, debbono avere carattere antigiuridico con implicazione nell’azione vietata dalla legge penale. Pertanto, l’applicazione della misura coercitiva di prevenzione, con natura cautelare, richiede la connessione con il procedimento di repressione del reato, il cui accertamento irrevocabile deve essere pure idoneo ad impedire definitivamente gli effetti pregiudizievoli anzidetti. Il pericolo del verificarsi di questi ultimi esige il requisito della concretezza e va accertato dal giudice in punto di fatto, con adeguata motivazione.

 

PQM
 

La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite annulla l’impugnata ordinanza e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Ancona.

 

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