Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

ORDINANZA N. 95

ANNO 2004

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

 

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 316-ter del codice penale, promosso con ordinanza del 25 novembre 2002 dalla Corte di appello di Milano nel procedimento penale a carico di M.T., iscritta al n. 135 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 13, prima serie speciale, dell’anno 2003.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

Udito nella camera di consiglio del 21 gennaio 2004 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick.

Ritenuto che con l’ordinanza in epigrafe la Corte di appello di Milano ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 10 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 316-ter del codice penale, aggiunto dall’art. 4 della legge 29 settembre 2000, n. 300 (Ratifica ed esecuzione dei seguenti Atti internazionali elaborati in base all’art. K. 3 del Trattato sull’Unione europea: Convenzione sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee, fatta a Bruxelles il 26 luglio 1995, del suo primo Protocollo fatto a Dublino il 27 settembre 1996, del Protocollo concernente l’interpretazione in via pregiudiziale, da parte della Corte di giustizia delle Comunità europee, di detta Convenzione, con annessa dichiarazione, fatto a Bruxelles il 29 novembre 1996, nonché della Convenzione relativa alla lotta contro la corruzione nella quale sono coinvolti funzionari delle Comunità europee o degli Stati membri dell’Unione europea, fatta a Bruxelles il 26 maggio 1997 e della Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, con annesso, fatta a Parigi il 17 dicembre 1997. Delega al Governo per la disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche e degli enti privi di personalità giuridica), che — sotto la rubrica "indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato" — punisce, con la reclusione da sei mesi a tre anni, "chiunque mediante l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee"; prevedendo, altresì, l’applicazione di una semplice sanzione amministrativa pecuniaria quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore ad un determinato importo;

che il giudice a quo premette di essere investito, in grado di appello, del processo penale nei confronti di persona imputata del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all’art. 640-bis cod. pen. (oltre che di quello di cui all’art. 483 cod. pen.), per aver conseguito dall’Università degli studi di Milano, negli anni 1995 e 1996, benefici ed erogazioni (in particolare un "tesserino mensa" ed una borsa di studio) di entità maggiore rispetto a quella ad essa effettivamente spettante, tramite "artifizi" consistiti in false attestazioni circa la propria situazione patrimoniale e reddituale: reato per il quale era stata pronunciata, in primo grado, sentenza di condanna appellata dall’imputato;

che, ad avviso del rimettente, il fatto per cui si procede rientrerebbe attualmente nella previsione del nuovo art. 316-ter cod. pen.: donde la necessità di stabilire quale rapporto intercorra tra tale previsione sanzionatoria e la norma incriminatrice di cui all’art. 640-bis cod. pen., oggetto dell’imputazione;

che, secondo il giudice a quo, la "formale sussidiarietà" dell’art. 316-ter rispetto all’art. 640-bis cod. pen. — risultante dalla clausola di riserva con cui la prima norma si apre ("salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’articolo 640-bis") — si scontrerebbe con la "secolare tradizione interpretativa" per cui il falso, nelle sue diverse manifestazioni (comprese quelle descritte nell’art. 316-ter), rappresenta la forma più comune e tipica di estrinsecazione degli "artifizi o raggiri", costitutivi del delitto di truffa;

che a fronte di tale "insanabile contraddizione" tra "formale sussidiarietà" e "sostanziale specialità" della norma impugnata, la giurisprudenza di legittimità si sarebbe indotta — onde ritagliare uno spazio operativo alla nuova figura criminosa, altrimenti condannata all’"ineffettività" — a restringere il tradizionale concetto di "artifizi o raggiri", escludendo che le condotte indicate nell’art. 316-ter cod. pen. rientrino in esso;

che alla stregua di tale orientamento, peraltro, l’imputato nel giudizio a quo dovrebbe essere assolto, dato che il fatto a lui ascritto non risulterebbe punibile né ai sensi dell’art. 640-bis cod. pen., per assenza — in tesi — dell’artifizio o raggiro; né in base all’art. 316-ter cod. pen., trattandosi di fatto commesso in data anteriore a quella di entrata in vigore di tale norma;

che a parere del rimettente, tuttavia, l’art. 316-ter cod. pen. violerebbe l’art. 10 Cost., in quanto la nuova disposizione — introdotta al dichiarato scopo di rafforzare la tutela penale degli interessi finanziari delle Comunità europee, in attuazione di specifici obblighi internazionali — avrebbe prodotto il risultato esattamente opposto, facendo sì che condotte in precedenza pacificamente integrative dell’ipotesi criminosa di cui all’art. 640-bis cod. pen. beneficino oggi del più mite trattamento sanzionatorio prefigurato dalla norma impugnata;

che inoltre — essendo la fattispecie di cui all’art. 640-bis cod. pen. uno "sviluppo" della "figura base di truffa" prevista dall’art. 640 cod. pen., tanto da essere considerata quale semplice circostanza aggravante di tale reato — occorrerebbe chiedersi se il concetto più ristretto di "artifizio o raggiro", elaborato a proposito dell’art. 640-bis cod. pen., valga anche in rapporto alla figura generale di cui all’art. 640 cod. pen.;

che peraltro, qualunque risposta si dia a tale interrogativo, si avrebbe una "palese irrazionalità di disciplina", atta a porre l’art. 316-ter cod. pen. in contrasto con l’art. 3 Cost.;

che, in particolare, ove si ritenga che l’anzidetta nozione ristretta di "artifizio o raggiro" non si estende alla fattispecie "comune" di truffa di cui all’art. 640 cod. pen., si profilerebbe una ingiustificata disparità di trattamento della truffa in danno di ente pubblico o comunitario rispetto a quella commessa in danno di un soggetto privato: chi ottiene erogazioni da un privato mediante documenti falsi, difatti, sarebbe comunque punibile ai sensi dell’art. 640 cod. pen. (al pari di chi, allo stesso fine, si avvalga di altri artifizi o raggiri); mentre nel caso dell’ente pubblico o comunitario, detta tipologia di condotta costituirebbe "il discrimine per un rilevante mutamento della sanzione", che diverrebbe addirittura solo amministrativa nei casi più lievi (art. 316-ter, secondo comma, cod. pen.);

che ove si ritenga, invece, che il concetto più ristretto di "artifizio o raggiro" vale anche per la truffa comune — soluzione, peraltro, priva di qualsiasi riscontro nel "diritto vivente" — si determinerebbe una disparità di trattamento di segno opposto: in danno, cioè, dell’offeso "privato";

che in quest’ultima prospettiva, difatti, si accorderebbe agli enti pubblici e comunitari una tutela penale (quella contro le frodi commesse mediante utilizzazione di falsa documentazione) della quale sarebbero — in tesi — completamente privi i soggetti privati: assetto, questo, inaccettabile sul piano costituzionale, in quanto — a fronte di fatti identicamente lesivi della sfera patrimoniale — la natura pubblica o privata della persona offesa potrebbe ragionevolmente influire solo sulla misura della pena, ma non sulla stessa liceità penale della condotta;

che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata inammissibile o infondata.

Considerato che i dubbi di legittimità costituzionale dell’art. 316-ter cod. pen., formulati dalla Corte di appello rimettente, risultano sostanzialmente coincidenti — quanto alla premessa fondante — con quelli in passato sollevati, in riferimento al solo art. 3 Cost., riguardo alla previsione punitiva di cui all’art. 2 della legge 23 dicembre 1986, n. 898 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 ottobre 1986, n. 701, recante misure urgenti in materia controlli degli aiuti comunitari alla produzione dell’olio di oliva. Sanzioni amministrative e penali in materia di aiuti comunitari nel settore agricolo): norma che — punendo con la reclusione da sei mesi a tre anni chi, mediante esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente contributi a carico del Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), salva l’applicazione di una semplice sanzione amministrativa pecuniaria ove la somma indebitamente percepita non ecceda un determinato importo — è del tutto omologa, per ratio e struttura, a quella oggi sottoposta a scrutinio;

che il citato art. 2 della legge n. 898 del 1986 era infatti finalizzato — secondo quanto si affermava nella relazione alla proposta di legge e come emergeva, altresì, dai lavori parlamentari — a rafforzare la tutela penale delle sovvenzioni comunitarie, evitando, in specie, che potesse rimanere impunito chi ottenesse indebite erogazioni dal FEOGA mediante la mera esposizione di dati o notizie falsi: e ciò a fronte della "constatata riluttanza, nella pratica amministrativa ed in quella giudiziaria", a far rientrare detta condotta nel paradigma degli "artifizi o raggiri", richiesti ai fini della configurabilità del delitto di truffa, di cui all’art. 640 cod. pen. (cfr. sentenza di questa Corte n. 25 del 1994);

che la funzione sussidiaria che, nell’intenzione del legislatore, la fattispecie era destinata ad assolvere rispetto alla truffa — e, poi, rispetto alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni a carico dello Stato, di enti pubblici o delle Comunità europee, di cui all’art. 640-bis cod. pen., successivamente introdotto dall’art. 2 della legge 19 marzo 1990, n. 55 (Nuove disposizioni per la prevenzione della delinquenza di tipo mafioso e di altre gravi forme di manifestazione della pericolosità sociale) — venne tuttavia negata da una parte della giurisprudenza, che qualificò, viceversa, l’art. 2 della legge n. 898 del 1986 come norma speciale — e dunque prevalente, nel caso di concorso apparente — rispetto a quelle del codice penale;

che tale tesi si fondava, in specie, sul rilievo che, secondo un risalente indirizzo giurisprudenziale, la sola menzogna sarebbe stata già di per sé sufficiente, in via generale, ad integrare il concetto di "artifizi o raggiri", onde il fatto sanzionato dall’art. 2 della legge n. 898 del 1986 sarebbe rientrato pleno iure nel perimetro applicativo dell’art. 640 cod. pen. (e poi dell’art. 640-bis cod. pen.), se non fosse stato per gli elementi specializzanti costituiti dalla specificità del soggetto passivo e dalla natura del profitto conseguito dall’agente: prospettiva nella quale, peraltro, la norma de qua — con eterogenesi dei fini — avrebbe di fatto determinato un indebolimento della tutela delle sovvenzioni comunitarie, riservando, in pratica, un trattamento sanzionatorio più mite — tenuto conto dei livelli delle pene edittali e della prevista degradazione della violazione in semplice illecito amministrativo, al di sotto di un determinato importo — a fatti altrimenti soggetti alla più severa sanzione comminata dalle norme del codice penale;

che il legislatore ritenne, quindi, di dover sconfessare apertamente tale interpretazione, aggiungendo in apertura dell’art. 2 della legge n. 898 del 1986 — con l’art. 73 della legge 19 febbraio 1992, n. 142 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria per il 1991) — una clausola di sussidiarietà espressa, volta ad escludere l’operatività della previsione punitiva nel caso di configurabilità del delitto di cui all’art. 640-bis cod. pen. ("ove il fatto non configuri il più grave reato previsto dall’art. 640-bis del codice penale …");

che — sul presupposto che l’art. 2 della legge n. 898 del 1986 si ponesse comunque in rapporto di specialità rispetto agli artt. 640 e 640-bis cod. pen., con il conseguente irrazionale effetto sopra evidenziato — la norma venne sottoposta a scrutinio di costituzionalità per contrasto con l’art. 3 Cost.: questione che la Corte dichiarò tuttavia infondata, rilevando come — alla luce della inequivoca ratio della disposizione impugnata e del successivo intervento del legislatore del 1992 — la disposizione stessa fosse destinata ad operare esclusivamente negli spazi non già "coperti" dalle citate norme del codice (cfr. sentenza n. 25 del 1994 e ordinanza n. 433 del 1998);

che l’odierno giudice a quo pone, analogamente, a base dei propri dubbi di legittimità costituzionale del nuovo art. 316-ter cod. pen. l’assunto per cui la norma denunciata avrebbe in pratica assicurato un trattamento sanzionatorio più favorevole a fatti di indebita percezione di contributi a danno dello Stato, di enti pubblici o delle Comunità europee: fatti che — al lume della "tradizionale" lettura giurisprudenziale del concetto di "artifizi o raggiri" — ricadrebbero "pacificamente" nella sfera punitiva della truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, di cui all’art. 640-bis cod. pen.;

che anche in questo caso va peraltro osservato, in senso contrario, che il carattere sussidiario e "residuale" dell’art. 316-ter cod. pen. rispetto all’art. 640-bis cod. pen. — a fronte del quale la prima norma è destinata a colpire unicamente fatti che non rientrino nel campo di operatività della seconda — costituisce un dato normativo assolutamente inequivoco;

che la chiara lettera della disposizione impugnata — la quale esordisce anch’essa con una clausola di salvezza dell’art. 640-bis cod. pen. — si coniuga infatti puntualmente sia con la finalità generale del provvedimento legislativo che ha introdotto la disposizione stessa, sia con l’obiettivo specifico della sua introduzione;

che, quanto al primo profilo, l’art. 316-ter è stato infatti inserito nel codice penale dalla legge 29 settembre 2000, n. 300, nel quadro delle misure di adeguamento dell’ordinamento italiano agli obblighi derivanti dalla Convenzione sulla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee, fatta a Bruxelles il 26 luglio 1995: Convenzione il cui art. 2 imponeva agli Stati membri di punire le frodi lesive dei predetti interessi — quali definite dall’art. 1 — con sanzioni penali "effettive, proporzionate e dissuasive", comprensive, almeno nei casi di "frode grave", di pene privative della libertà personale che possano comportare l’estradizione; salva la facoltà di stabilire sanzioni di natura non penale per le frodi "di lieve entità", riguardanti un importo totale inferiore a 4.000 ecu;

che la norma censurata non era peraltro prevista dall’originario disegno di legge governativo di ratifica della suddetta Convenzione, nella convinzione — esplicitata nella relazione — che l’art. 640-bis cod. pen. fosse già sufficiente a soddisfare gli obblighi comunitari in parola, segnatamente per quanto atteneva alle frodi "in materia di spese", delineate dall’art. 1, lettera a), primo e secondo trattino, dello strumento;

che nel corso dei lavori parlamentari, è emersa tuttavia la preoccupazione che talune delle fattispecie di frode identificate dalla Convenzione — le quali comprendevano non soltanto condotte di falso in senso lato ("utilizzo o … presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi, inesatti o incompleti"), ma anche di mero silenzio antidoveroso ("mancata comunicazione di un’informazione in violazione di un obbligo specifico"), senza che al tempo stesso fosse previsto il requisito dell’induzione in errore del soggetto passivo, caratterizzante il paradigma della truffa — potessero in realtà non rientrare nella sfera di operatività del citato art. 640-bis cod. pen.;

che onde evitare una eventuale inadempienza, per tal aspetto, agli obblighi comunitari — scartata l’idea iniziale di aggiungere all’art. 640-bis cod. pen. un ulteriore comma, che riconducesse espressamente alla fattispecie della truffa aggravata le condotte descritte nella Convenzione — si è optato per la soluzione di coniare una nuova disposizione sanzionatoria — quella, appunto, dell’art. 316-ter cod. pen. — modellata (anche per quanto attiene alla preliminare clausola di salvezza dell’art. 640-bis cod. pen.) sulla falsariga dell’art. 2 della legge n. 898 del 1986, e che riproduce quasi alla lettera, quanto alla descrizione della condotta sanzionata, la formula dell’art. 1 della Convenzione: disposizione che — nel comminare sanzioni più miti di quelle previste dall’art. 640-bis cod. pen. — è peraltro eloquentemente indicativa dell’intento legislativo di reprimere, con essa, fatti di minore gravità, sul piano del disvalore di condotta, rispetto a quelli attinti dalla norma principale;

che appare dunque evidente — alla luce tanto del dato normativo, quanto della ratio legis — come l’art. 316-ter cod. pen. sia volto ad assicurare agli interessi da esso considerati una tutela aggiuntiva e "complementare" rispetto a quella già offerta dall’art. 640-bis cod. pen., "coprendo", in specie, gli eventuali margini di scostamento — per difetto — del paradigma punitivo della truffa rispetto alla fattispecie della frode "in materia di spese", quale delineata dall’art. 1 della Convenzione: margini la cui concreta entità — correlata alle più o meno ampie "capacità di presa" che si riconoscano al delitto di truffa, avuto riguardo sia all’elemento degli "artifizi o raggiri", in qualunque forma realizzati, sia al requisito dell’induzione in errore — spetta all’interprete identificare, ma sempre nel rispetto della inequivoca vocazione sussidiaria della norma oggi sottoposta a scrutinio;

che, in altre parole, rientra nell’ordinario compito interpretativo del giudice accertare, in concreto, se una determinata condotta formalmente rispondente alla fattispecie delineata dall’art. 316-ter cod. pen. integri anche la figura descritta dall’art. 640-bis cod. pen., facendo applicazione, in tal caso, solo di quest’ultima previsione punitiva;

che — nella prospettiva della natura meramente sussidiaria e residuale della norma impugnata — è ben vero che l’art. 316-ter cod. pen. si presta, nell’intenzione del legislatore, a reprimere taluni comportamenti che, se posti in essere in danno di soggetti privati — o anche di soggetti pubblici, quando non si discuta dell’indebita erogazione di sovvenzioni — restano privi di sanzione: ma ciò senza che ne derivi affatto la lesione dell’art. 3 Cost. ventilata dal rimettente, posto che — come correttamente osserva l’Avvocatura generale dello Stato — la previsione di una tutela penale rafforzata, anche quanto ad ampiezza, delle finanze pubbliche e comunitarie contro le frodi, rispetto alla generalità degli altri interessi patrimoniali, costituisce ragionevole esercizio di discrezionalità legislativa, tenuto conto della specialità dell’interesse offeso, nonché del carattere "minore" delle violazioni di cui si discute (evidenziato anche dall’applicazione di una semplice sanzione amministrativa al sotto di una certa soglia), rispetto a quelle integrative del delitto di truffa;

che, alla luce di quanto precede, resta ovviamente esclusa anche l’ipotizzata violazione dell’art. 10 Cost.; e ciò a prescindere da ogni possibile rilievo circa la pertinenza del parametro evocato e dalla circostanza che la Convenzione sulla protezione degli interessi finanziari delle Comunità europee non imponeva agli Stati membri — come il giudice a quo sembra supporre — un inasprimento delle sanzioni penali anteriormente previste per le violazioni in parola, ma solo la comminatoria di sanzioni rispondenti ai requisiti stabiliti all’art. 2 della Convenzione stessa: requisiti il cui rispetto, da parte della legislazione nazionale, il rimettente non pone affatto in discussione;

che la questione va dichiarata, pertanto, manifestamente infondata.

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, secondo comma, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 316-ter del codice penale, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 10 della Costituzione, dalla Corte di appello di Milano con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 marzo 2004.

Gustavo ZAGREBELSKY, Presidente

Giovanni Maria FLICK, Redattore

Depositata in Cancelleria il 12 marzo 2004.

 

 

 

Tribunale di Torre Annunziata 

Sezione distaccata di Castellammare di Stabia
Sentenza 29 ottobre 2002

Fatto e diritto
 

L’imputato veniva citato a giudizio innanzi a questo Tribunale, in composizione monocratica, sezione distaccata di Castellammare di Stabia, per rispondere del reato in epigrafe descritto.

Nel corso del dibattimento, libero contumace l’imputato, le parti producevano di comune accordo, ai sensi dell’articolo 431, comma 2 Cpp. la comunicazione di notizia di reato presente nel fascicolo del PM e la fattura di pagamento relativa alle spese di cui si chiedeva il rimborso ed Il tribunale ammetteva le prove richieste. Il PM ed il difensore rassegnavano le proprie conclusioni ed il giudice si ritirava in camera di consiglio per deliberare, dando successivamente lettura del dispositivo in udienza e riservandosi il deposito della motivazione nei termini di legge.

3. L’imputato va assolto dal reato ascrittogli perché, mutata la qualificazione giuridica dell’imputazione nella fattispecie prevista dall’articolo 316 ter, c. 2 c.p, il fatto non è previsto dalla legge come reato.

4. I fatti risultano di semplice ricostruzione.

L’imputato, appartenente all’arma dei Carabinieri in congedo, dopo essersi sottoposto a visita medica, nel corso della quale emerse che egli  soffriva di catarro bronchiale e sinusite, presentò all’amministrazione militare una richiesta di rimborso delle spese di soggiorno sostenute per effettuare le cure termali in Castellammare di Stabia, depositando una fattura attestante l’importo delle spese stesse.

5. Appare del tutto pacifico che la fattura in contestazione sia falsa, in quanto risulta del tutto inesistente la “Pensione La Villa”, come risulta dalle indagini compiute dalla polizia giudiziaria. Parimenti non è controverso che l’imputato abbia effettivamente sostenuto la visita medica e sia risultato affetto dalle indicate patologie. Non risultano provate, quindi (né, peraltro contestate) modalità diverse ed ulteriori della condotta rispetto al mero falso documentale.

6. Emerge, quindi, in modo palese che l’imputato abbia tentato di conseguire l’indebito profitto della corresponsione di un importo di denaro per il rimborso di spese mai sostenute, con conseguente danno patrimoniale dello Stato esclusivamente mediante l’artifizio della presentazione di un documento falso.

7. Ad avviso di questo giudice, a seguito delle modiche al codice penale introdotte dall’articolo 4, comma 1 della legge 300/00 la condotta contestata va inquadrata nell’articolo 316 ter c.p., piuttosto che l’articolo 640, c. 2, n. 1 C.p..

8. La soluzione adottata deriva da considerazioni di ordine sistematico abbinate alla necessità di prediligere una opzione interpretativa che sia costituzionalmente orientata alla salvaguardia dei principi costituzionali di uguaglianza e razionalità dell’esercizio della potestà legislativa.

9. Andando a rilevare le caratteristiche strutturali delle fattispecie sanzionatorie per le quali vi è una potenziale antinomia deve preliminarmente osservarsi che non si presente agevole la ricostruzione dei confini delle fattispecie punitive che sono riconducibili alla originaria fattispecie paradigmatica della truffa, progressivamente diversificatasi in una pluralità di fattispecie punitive (articoli 640 bis, 640 ter, 316 ter c.p., oltre ad altre fattispecie specifiche).

10. Il rapporto intercorrente tra articolo 316 ter ed articolo 640 bis c.p., almeno nei suoi profili applicativi, appare quello meno problematico. Le due norme contengono una parte descrittiva comune che, attiene all’indebito profitto del privato («contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato, da altri enti pubblici o dalle Comunità europee») ed, invece, una diversità tipologica attinente alle modalità della condotta (“artifizi o raggiri” secondo l’articolo 640 bis; «l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o di documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero mediante l’omissione di informazioni dovute», secondo l’articolo 316ter).

In quest’ultima norma, inoltre, esplicitamente prevista una clausola di riserva rispetto al reato di truffa aggravata in erogazioni pubbliche: «Salvo che il fatto costituisca il reato previsto dall’articolo 640bis». Non appare necessario, soffermarsi in via preliminare sulla questione, discussa da tempo, sulla possibilità di inquadrare le condotte di presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o di dolosa omissione di informazioni nella nozione di artifizio o raggiro, posto che non è la sussumibilità nell’articolo 640bis delle condotte descritte nell’articolo 316ter a risolvere il problema interpretativo della condotta tra le due norme.

11. Anche considerando le dichiarazioni mendaci come artifizi, nonostante la clausola di riserva, ad esse non può sempre applicarsi l’articolo 640bis, a meno di non rendere, irragionevolmente, l’articolo 316ter una norma priva di efficacia precettiva concreta. In realtà, per essendovi un’area delle possibili condotte potenzialmente occupata dal cono applicativo di entrambe le norme, la clausola di riserva serve ad indicare che una indebita percezione di contributi dello Stato può essere sanzionata dall’articolo 640bis quando appaiono sussistere delle ulteriori condizioni. A tali conclusioni perviene una recentissima sentenza della Corte di cassazione, la quale ha affermato che l’articolo 316ter, «nel vastissimo ventaglio di comportamenti ha enucleato quello di gravità minore, rappresentato dal semplice “utilizzo”… e soltanto a tale condotta, non accompagnata da ulteriori malizie dirette all’induzione in errore del soggetto passivo, ha inteso collegare conseguenze più favorevoli in termini sanzionatori di quelle previste per il delitto di truffa» (Cassazione penale, sezione seconda, 23083/02, in Guida al diritto, n. 37, p. 50 s.). 

11.1. Il giudice di legittimità con tale sentenza ha opportunamente richiamato i problemi interpretativi sorti a seguito dell’introduzione del reato di frode al «Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia» (Feoga), previsto dall’articolo 2 della legge 898/86, che puniva le indebite percezioni di «aiuti, premi, indennità, restituzioni, contributi, o altre erogazioni a carico del predetto fondo», ottenute mediante condotte del tutto identiche a quelle previste dall’articolo 316ter Cp, sposando la soluzione adottata dalle Sezioni Unite penali per risolvere il problema interpretativo del rapporto intercorrente tra la fattispecie del citato articolo 2 e l’articolo 640bis Cp. Queste ultime, infatti, hanno affermato la natura sussidiaria  della norma sanzionatoria delle truffe al “Feoga” anche per i fatti commessi prima dell’inserimento nella disposizione regolante le truffe della clausola di riserva rispetto all’articolo 640bis, (introdotta dall’articolo 73 della legge 143/92 modificante l’articolo 2 legge 898/86), ritenendo configurabile la fattispecie più lieve solo quando l’autore si sia limitato alla esposizione di dati e notizie falsi, senza che ad essa si siano accompagnati artifici o raggiri ulteriori. Peraltro, deve farsi presente che la ancora più recente sentenza pronunciata sempre dalle Sezioni Unite penali sulla questione della natura circostanziale o autonoma del reato previsto dall’articolo 640bis Cp rispetto al reato di truffa previsto dall’articolo 640 Cp (Cass. Pen., Sezioni Unite Sent. del 26 giugno 2002 (consultabile in Giurisprudenza C. Penale 640bis), pronunciandosi incidentalmente su questo punto, ha confermato l’interpretazione dell’articolo 2 legge 898/86 adottata con la citata pronuncia di legittimità (Cassazione penale, sezione seconda, 23083/02).

12. Orbene, se risulta chiaro il rapporto tra articolo 316ter ed articolo 640bis, accompagnati dallo stesso tipo di benefici indebitamente percepiti e dagli stessi soggetti passivi (invero, l’articolo 316ter mutua la formulazione delle modalità della condotta dal reato di frode al “Feoga” - che sanziona, appunto «Chiunque, mediante l’esposizione di dati o notizie falsi, consegue indebitamente, per sé o per altri,…» - ed il tipo di prestazione carpita indebitamente dal reato di truffa aggravata in erogazioni pubbliche “contributi, finanziamenti”, ecc.), resta problematico, invece, comprendere se alcune condotte rientrino nel reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato o, piuttosto in quello di truffa aggravata, sempre a danni dello Stato. Il problema, considerato che l’oggetto materiale della condotta sanzionata dall’articolo 316ter è identico a quello descritto dall’articolo 640bis, mutatis mutandis, si presenta simile a quello del rapporto tra articolo 640, comma 2, n. 1 Cp ed articolo 640bis Cp dalle cui mosse appare possibile partire.
12.1. Come noto, la norma che  sanziona la truffa nelle erogazioni pubbliche (articolo 640bis Cp) non descrive la condotta truffaldina, ma effettua la tipizzazione della fattispecie mediante rinvio alla truffa ordinaria («se il fatto di cui all’articolo 640 riguarda contributi», ecc.), specificando solo che essa trova applicazione quando l’ingiusto profitto con danno dell’ente pubblico riguardi le erogazioni pubbliche (e prevedendo, inoltre, sanzioni penali più gravi e la procedibilità di ufficio).

13. La giurisprudenza ha tentato di individuare la linea di confine tra articolo 640, comma 2, n. 1 Cp ed articolo 640bis con riferimento ad alcune ipotesi che non rientrano né nell’ordinario paradigma contrattuale (prestazione del privato e controprestazione della pubblica amministrazione determinate secondo i valori di mercato), che certamente sono riconducibili all’articolo 640, comma 2, n. 1 Cp, né nel concetto ordinario di erogazioni o ausili pecuniari pubblici (dazioni a fondo perduto o a condizioni agevolate o con vincolo di scopo), indubbiamente sanzionate dall’articolo 640bis Cp
13.1. Con riguardo alle prestazioni previdenziali o assistenziali erogate dall’Inps, infatti, rilevando la natura assistenziale dell’emolumento e qualificando lo stesso come contributo (Cassazione penale, sezione prima, 7 ottobre 1994, Di Santo, Cassazione penale, 1995, 3357) o come erogazione pubblica in senso lato (Cassazione penale, sezione prima, 1 dicembre 1997, Panetta, Cassazione penale, 1998, 3281), si è sostenuto che la fraudolenta percezione del sussidio di disoccupazione involontaria sia sanzionata dall’articolo 640bis Cp.

13.2. Al contrario si è escluso che l’indennità di maternità o le altre indennità di natura previdenziale o assistenziale elargite dall’Inps possano ricomprendersi tra le erogazioni descritte dall’articolo 640bis Cp perché esulano dal novero delle dazioni patrimoniali a fondo perduto o ad onerosità attenuata rispetto alle regole di mercato, destinate a finalità di interesse pubblico (Cassazione penale, sezione seconda, 9 luglio 1996, Lanza, Cassazione penale, 1997, 3041), in quanto per “erogazioni pubbliche” di cui all’articolo 640bis può parlarsi solo con riguardo agli ausili pecuniari finalizzati alla realizzazione di attività di interesse pubblico, con esclusione delle attività previdenziali o assistenziali (Cassazione penale, sezione prima, 19 marzo 1999, Marrano, Cassazione Pen., 2000, 640).

13.3. Nell’ambito di questa tipologia di prestazioni appare possibile distinguere quelle che sono vere e proprie erogazioni a fondo perduto (un sussidio di disoccupazione erogato sulla base di un semplice status di disoccupato), da altre erogazioni che trovano fondamento in una prestazione del privato verso lo Stato (versamento contributi assistenziali o previdenziali), assumendo la caratteristica di contro-prestazione statale sia pure eventuale ed aleatoria (indennità di malattia o di maternità o anche lo stesso sussidio di disoccupazione agraria che presuppone il previo versamento dei contributi agricoli per il biennio anteriore).

13.4. Nel primo caso pochi dubbi appaiono sussistere sulla inquadrabilità dell’indebita erogazione nella nozione di “contributo” rilevante ex articolo 640 bis, posto che il sussidio è a tutti gli effetti a fondo perduto e che non tutte le erogazioni ivi indicate sono finalizzate alla soddisfazione immediata di un interesse pubblico, essendo quest’ultimo realizzato in via indiretta per il tramite di quello privato (es. il mutuo a tasso agevolato per l’acquisto della casa direttamente favorisce il privato ed indirettamente, assicurando il diritto alla casa costituzionalmente tutelato, realizza l’interesse pubblico ad un ordinato sviluppo del mercato abitativo). Per altro, la formula utilizzata per il reato di malversazione a danni dello Stato, considerato il contraltare in executivis della truffa in erogazioni pubbliche, (la seconda, secondo l’interpretazione corrente riguarderebbe il momento genetico della erogazione ed il primo il momento funzionale della mancata destinazione delle somme – anche legittimamente ottenute - alle finalità per le quali esse vengono corrisposte), appare notevolmente più estesa, posto che l’articolo 316 bis Cp riguarda solo quei «contributi, sovvenzioni o finanziamenti» che sono «destinati a favorire iniziative dirette alla realizzazione di opere o allo svolgimento di attività di pubblico interesse», vincolo di scopo significativamente non previsto dall’articolo 640bis.

13.5. Possiamo inquadrare anche il caso di cui ci si occupa (rimborso di spese per cure termali da parte della pubblica amministrazione, collegato al pregresso rapporto di pubblico impiego ed allo stato di pensionato), in quelle ove ci si trova di fronte ad una erogazione eventuale ed occasionale collegata ad un versamento contributivo avvenuto  durante l’espletamento del cessato rapporto di lavoro.

14. Considerazioni che si fondavano sia sull’occasione storica dell’introduzione dell’articolo 640 bis Cp nell’ambito di una fase legislativa emergenziale giustamente tesa a sanzionare più efficacemente condotte considerate di notevole disvalore sociale e fonte di danni ingentissimi al patrimonio dello Stato, sia sulla formulazione di una norma autonoma rispetto al nucleo dispositivo della truffa ordinaria (nella quale pacificamente rientravano già le truffe connesse al settore previdenziale ed assistenziale) comprensibilmente avevano la conseguenza indiretta di escludere dalla portata applicativa dell’articolo 640bis queste ultime, considerate prive di quel disvalore aggiunto che aveva suggerito l’innovazione legislativa.
14.1. Con l’introduzione dell’articolo 316ter, al contrario, una interpretazione riduttiva della nozione di contributo, paradossalmente produce degli effetti in malam partem per la tipologia di condotte in esame, creando, per altro, una sistema normativo complessivo di repressione delle diverse condotte di truffa a danni degli enti pubblici poco razionale.

14.2. Se si considera, infatti che la condotta prevista dall’articolo 640bis Cp è esattamente identica a quella della truffa aggravata ex articolo 640, comma 2, n. 1 Cp(circostanza pacifica, posto che è stata adottata la tecnica della descrizione della condotta mediante per relationem) l’unico elemento che giustifica un trattamento sanzionatorio più rigoroso è quello della natura della dazione patrimoniale dello Stato (erogazione pubblica nell’articolo 640bis, un quid privo di tale caratteristica nell’articolo 640, comma 2, n. 1 Cp).
14.3. Orbene, se può trovare giustificazione il trattamento sanzionatorio più favorevole (o, addirittura, la depenalizzazione della condotta prevista dal comma 2 dell’articolo 316ter Cp), pur trattandosi di erogazioni di identica natura, attribuendo alla mera falsità dichiarativa o documentale caratteristiche meno “maliziose” o insidiose di altri “artifici” previsti dall’articolo 640 bis (attraverso la tecnica richiamo all’articolo 640 Cp), si dimostra inspiegabile, ad avviso di questo Tribunale, un trattamento sanzionatorio deteriore delle condotte costituite sempre e solo da dichiarazioni o documenti falsi facenti riferimento a dazioni patrimoniali che si ritiene non possano rientrare nella nozione di “contributi” di cui all’articolo 640-bis ed all’articolo 316ter Cp
15. Volendo schematizzare quanto asserito possiamo esemplificare come segue:
Tizio mediante artifizi ulteriori rispetto al mero falso dichiarativo o documentale consegue un ingiusto profitto con danno dell’amministrazione statale: il fatto è punito dall’articolo 640, comma 2, n. 1 Cp;
Caio mediante i medesimi artifizi consegue in ingiusto profitto con danno dell’amministrazione statale consistente nell’ottenere indebitamente una erogazione pubblica: il fatto è punito più gravemente perché l’ordinamento attribuisce maggior disvalore alle truffe volte a carpire indebitamente contributi pubblici;
Mevio, mediante una mera dichiarazione falsa o mediante una dichiarazione accompagnata solo dal deposito di documenti falsi consegue un ingiusto profitto patrimoniale percependo indebitamente un contributo pubblico: la minore gravità delle modalità della condotta (un artificio considerato ex lege meno insidioso o allarmante), nonostante il fatto che il tipo di dazione statale sia considerato dall’ordinamento più grave rispetto alle ipotesi dell’ordinaria truffa a danni dello Stato (e non potrebbe essere altrimenti, posto che, come indicato,  l’articolo 316 ter descrive la stessa tipologia di erogazioni pubbliche dell’articolo 640 bis, unica giustificazione del più severo trattamento contemplato dalla fattispecie) fa sì che la condotta di Mevio sia punita con la più lieve sanzione prevista dall’articolo 316 ter, comma 1 c.p. o, addirittura, in caso di erogazioni inferiori a lire 7.745.000, sia sottratta alla potestà punitiva criminale dello Stato;

Sempronio, mediante una mera dichiarazione falsa, identica a quella di Mevio, percepisce indebitamente un ingiusto profitto patrimoniale con danno dello Stato, consistente nella corresponsione di un’indennità di malattia, di maternità, di disoccupazione involontaria o, come nel caso di specie, di un rimborso di spese di soggiorno per cure termali; trattandosi di contributi o erogazioni che, non essendo direttamente volti alla soddisfazione diretta di interessi pubblici, non possono rientrare tra quelli contemplati dall’articolo 640 bis c.p. e dall’articolo 316 ter c.p.: la condotta non può essere ricondotta a quella di truffa in erogazioni pubbliche, ma neppure a quella di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, per cui resterebbe regolata dalla fattispecie generale di truffa aggravata a danno di enti pubblici (articolo 640, comma 2, n. 1 c.p.). Quindi, nonostante le modalità della condotta siano in tutto e per tutto identiche a quelle “meno insidiose” previste dall’articolo 316 ter cp e nonostante abbia percepito indebitamente un profitto patrimoniale di minor disvalore rispetto a quello connesso alle erogazioni pubbliche, tale condotta, che presenta due elementi valutati favorevolmente dall’ordinamento (uno in positivo, le modalità meno “raffinate” della induzione in errore, e l’altro in negativo, il non trattarsi di erogazioni pubbliche in senso proprio) subisce un trattamento sanzionatorio deteriore rispetto a quella descritta nell’articolo 316ter, valutata dal sistema penale favorevolmente solo per il primo di tali elementi.

15.1. Appare evidente, a questo punto, che una accezione riduttiva della nozione di erogazioni pubbliche creerebbe una non giustificata disparità di trattamento tra le condotte sub c) e quelle sub d). Se è agevole constatare che si tratta di ipotesi non perfettamente identiche, non appare esservi dubbio sul fatto che la loro differenza consiste solo nel fondamento tipologico della dazione pubblica che, paradossalmente, rispetto alla truffa aggravata a danni dello Stato, determina un più rigido trattamento sanzionatorio della truffa in erogazioni pubbliche e finisce, all’opposto, per attenuare tale trattamento sensibilmente nel caso dell’indebita percezione di erogazioni pubbliche.

15.2. Deve considerarsi che il principio costituzionale d’uguaglianza deve trovare applicazione non solo tra ipotesi del tutto identiche, ma anche nel caso di ipotesi in cui l’elemento differenziale di una delle fattispecie, non solo sia irrilevante al fine di regolare diversamente le stessa (es. in senso più sfavorevole), ma abbia caratteristiche che portano a valutazioni normative opposte (es. suggerendo un trattamento più favorevole). Va tenuto presente, quindi, che una interpretazione che escluda i contributi non finalizzati dall’interesse pubblico dall’ambito applicativo dell’articolo 316 ter violerebbe tale principio, determinando così l’incostituzionalità dell’articolo 316 ter nella parte in cui non prevede che le sanzioni ivi previste trovino applicazione per le erogazioni di qualsiasi tipo, e non solo per quelle volte alla realizzazione diretta di interessi generale per violazione dell’art. 2 Costituz., e del principio di ragionevolezza nell’esercizio del potere legislativo di differenziazione del trattamento normativo di analoghe situazioni di fatto (principio violato dall’assunto implicito: «posto che la truffa a danni di un ente pubblico va sanzionata più severamente se l’autore percepisce indebitamente erogazioni finalizzate alla realizzazione di interessi pubblici e posto anche che se egli, in quest’ultimo caso, pone in essere esclusivamente una condotta di falso dichiarativo o documentale viene sanzionato meno gravemente anche rispetto alla mera truffa a danni dell’ente pubblico (e se percepisce importi inferiori a lire 7.745.000, gli viene comminata solo una sanzione amministrativa), nel caso in cui, invece, egli compia la medesima condotta percependo un contributo che soddisfa solo una sua esigenza privata è soggetto alla più grave sanzione penale prevista dall’articolo 640, comma 2, n. 1 Cp»).

15.3. Poiché, tuttavia, non appare sussistere nessun elemento normativo ostativo ad una interpretazione estensiva della nozione di erogazione pubblica di cui all’articolo 316ter e poiché tale strada appare quella più idonea a salvaguardare la costituzionalità della fattispecie punitiva, con l’espressione «contributi, finanziamenti, mutui agevolati o altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate» deve intendersi ogni contributo o erogazione effettuata da parte di enti pubblici che non costituisca corrispettivo di una controprestazione diretta del cittadino e sinallagmaticamente collegata a quest’ultima.

16. Per altro deve considerarsi la recentissima giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, che ha affermato la tesi della natura meramente circostanziale della truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche prevista dall'articolo 640bis (Cassazione penale, Sezioni Unite, sentenza 26351/02 (Ud. 26 giugno 2002), rv 221663, in Guida al diritto del 2 novembre 2002, p. 64 s.) ancor più dimostra l’infondatezza di una differenziazione tipologica dei reati previsti dagli articoli 640 e 640 bis c.p. e la impossibilità di escludere dall’ambito applicativo dell’articolo 316 ter le indebite percezioni di contributi o rimborsi che non realizzano in via diretta interessi generali.

16.1. Andando ad esaminare le motivazioni del giudice di legittimità può constatarsi che il criterio specificamente utilizzato per dirimere la questione della natura circostanziale o autonoma del reato previsto dall’articolo 640 bis è stato proprio quello del criterio strutturale della descrizione del precetto penale. Osservandosi che una analisi attenta delle ipotesi di rinvio per relationem porta sempre a riscontrare che non vi sono casi di descrizione mediante rinvio integrale in cui è individuabile una fattispecie autonoma (giacché le ipotesi portate ad esempio dall’opposta teoria, prevedendo la punibilità a titolo di colpa delle condotte dolose richiamate, variano sul piano dell’elemento soggettivo), rilevato che il richiamo dell’articolo 640 bis non consente di individuare alcuna variazione strutturale né oggettiva, né soggettiva, introducendo solo un oggetto materiale specifico, l’autorevole pronuncia conclude per la sussistenza di un rapporto di specialità unilaterale per specificazione o per aggiunta. In più, le Sezioni Unite si preoccupano anche di precisare che la fattispecie prevista dall’articolo 640 bis sia connotata da doppia specialità: per l’oggetto materiale della condotta e per la qualità del soggetto passivo della stessa (la pubblica amministrazione), laddove l’ipotesi di cui all’articolo 640, comma 2, n. 1 è caratterizzata solo da quest’ultimo elemento specializzante, tanto da essere configurabile un concorso di circostanze aggravanti, da risolversi con l’assorbimento della circostanza generale in quella speciale ai sensi dell’articolo 68 Cp.

16.2. La lucida ricostruzione descritta mette in luce, ad avviso di questo Giudice, la irragionevolezza di un trattamento diversificato in peius di casi, tutti accomunati (a) dalla utilizzazione di artifici semplificati (mero falso dichiarativo o documentale) – che potrebbe giustificare e giustifica un trattamento sanzionatorio ampiamente favorevole e (b) da un soggetto passivo pubblico (considerato altrove aggravante), (c1) alcuni caratterizzati dall’elemento, (parimenti considerato altrove aggravante), della captazione di una erogazione per la realizzazione di pubblico interesse ed altri (c2) privi di quest’ultimo.

17. Tale ricostruzione non sembra messa in crisi dalle altre possibili opzioni interpretative, quali quella secondo cui, facendo leva sull’orientamento dottrinario e giurisprudenziale tendente ad escludere che le mere dichiarazioni mendaci o documenti falsi potessero rientrare nella nozione di artificio o raggiro previsto dall’articolo 640 Cp, l’articolo 316 ter non regolerebbe una fattispecie prima soggetta all’articolo 640 bis Cp, ma delle condotte che dovevano considerarsi in precedenza penalmente irrilevanti.
17.1. In primo luogo tali modalità dell’azione sono correttamente inquadrate nella nozione di artifizio o raggiro fornita dall’articolo 640 Cp, posto che appare riduttivo ed arbitrario ridurre la portata di tale locuzione alle sole ipotesi che si concretano, in sostanza, nella creazione di una “messa in scena”, per di più solo materiale; al contrario, l’espressione utilizzata, pur contribuendo a tratteggiare una fattispecie a condotta vincolata consente di sanzionare qualsiasi condotta idonea ad indurre in errore il soggetto passivo attraverso una falsa rappresentazione della realtà (e di certo lo è dichiarare ciò che non si è o affermare la sussistenza di requisiti inesistenti, non potendosi attribuire all’amministrazione pubblica capacità ed obblighi diversi ed ulteriori rispetto a quelli ordinari, ed anzi, dovendo quest’ultima fare ampio ricorso al principio dell’affidamento, essendo la stessa vincolata a ricevere atti o dichiarazioni con valenza autocertificatoria).

17.2. Deve aggiungersi che, nel caso di un’opposta interpretazione – condivisibile - volta ad escludere le false dichiarazioni dall’ambito applicativo della nozione di artificio, dovrebbe coerentemente sostenersi che l’indebita percezione di denaro dello Stato, non rientrante nel concetto di erogazioni pubbliche,  ottenuta mediante il mero falso dichiarativo o documentale (caso d) sopra indicato), non potrebbe essere punito né dall’articolo 316 ter c.p., mancando tale elemento e nemmeno dall’articolo 640 c.p., non costituendo tale falsità un artificio. 

17.3. Resta la possibilità di argomentare sostenendo che il legislatore sarebbe libero di scegliere di deflazionare il numero di procedimenti penali riguardanti le truffe in erogazioni pubbliche, sottraendo alla tutela penale quelle effettuate con modalità della condotta meno allarmanti e di importo ridotto. Tale spiegazione non avrebbe valore con riguardo alle ipotesi di cui al primo comma, non raggiungendosi alcun risultato deflattivo attraverso la sanzione penale meno rigorosa e configgerebbe con l’esperienza giudiziaria, che vede un numero di truffe aggravate a danni dello Stato consistenti, appunto, nella indebita percezione di sussidi di disoccupazione, maternità malattia ed altro enormemente superiore alle truffe in erogazioni pubbliche.
17.4. Per altro, se un trattamento differenziato e più favorevole delle condotte di indebita percezione di erogazioni da parte di enti pubblici, escluso in un’ottica sistematica che tali condotte non siano astrattamente sussumibili nell’articolo 640, comma 2, n. 1 Cp, poteva trovare astratta giustificazione per altre fattispecie come le truffe al “Feoga”, caratterizzate dalla individuazione di specifiche tipologie di sovvenzioni, in un’ottica di deflazione, attenuazione del rigore sanzionatorio o di rinuncia integrale alla sanzione punitiva penale (es. per la scarsa utilità della repressione penale di truffe seriali), la ragionevolezza di queste scelte legislative di trattamento differenziato di condotte aventi analoghe caratteristiche ontologiche e lesive di interessi pressoché identici sembra svanire allorché venga regolato l’intero sistema dei contributi sovvenzioni, mutui agevolati, ecc..

17.5. Infine, deve precisarsi che il ragionamento fin qui portato avanti non sembra messo in discussione da una sua possibile generalizzazione; non può sostenersi , infatti, che a questo punto, in attuazione del principio (quanto meno) di uguaglianza di trattamento della condotta meno grave a quella più grave, dovrebbero essere soggette ad un trattamento sanzionatorio analogo a quello previsto dall’articolo 316ter tutte le condotte di realizzazione di un ingiusto profitto con danno dell’amministrazione pubblica effettuate attraverso il mero falso dichiarativo o documentale anche qualora la dazione patrimoniale esuli completamente dalla nozione di erogazione o contributo.
17.6. Invero può fondatamente qualificarsi come non irrazionale una distinzione tra le fraudolente captazioni patrimoniali effettuate nei confronti dello Stato che entra in contratto con il deceptor come qualsiasi soggetto privato, secondo schemi di comportamento assimilabili (ancorché non identici) a quelli che regolano i rapporti interprivatistici (conclusione di contratti – appalti, pubblico impiego, ecc., di concessioni di diritto pubblico, articolati tendenzialmente secondo lo schema ontologico della prestazione e controprestazione) e quelli, esclusivi dell’amministrazione pubblica: erogazione di sussidi, contributi, finanziamenti, rimborsi, contributi, spese mediche e quanto altro.

18. In sintesi, pur nella consapevolezza della complessità del quadro normativo in esame dovuta alla non felice tecnica legislativa adottata, l’interpretazione estensiva della nozione di erogazione o contributo, come volta ad includere qualsiasi dazione effettuata dall’amministrazione pubblica senza percezione di un corrispettivo diretto del privato appare l’unica idonea a salvaguardare l’articolo 316ter nei suoi rapporti con l’articolo 640 e 640bis da censure di irrazionalità e disparità di trattamento, tanto da doversi concludere per la descritta riqualificazione del fatto contestato, trattandosi di importo inferiore a lire 7.745.000 nell’articolo 316ter,comma 2 Cp.,


PQM


Letto l’articolo 530 Cpp, assolve ...... dal reato contestato, in quanto riqualificato il fatto nell’ipotesi prevista dall’articolo 316 ter, c. 2° c.p., il fatto non è previsto dalla legge come reato.

 

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