Avv. Antonio  Zecca

Studio Legale

 

 

Cass. pen. - Sezione quarta - Sentenza 28 aprile - 21 maggio 2009, n. 21274


Osserva


I) M O e CM hanno proposto ricorso avverso la sentenza 15 marzo 2006 della Corte d'Appello di Milano che ha confermato la sentenza 19 dicembre 2003 del Giudice dell'udienza preliminare del Tribunale della medesima Città che, all'esito del giudizio abbreviato, li aveva condannati alle pene ritenute di giustizia per vari reati concernenti il traffico illecito di sostanze stupefacenti (cocaina e hashish) ritenendo, per il solo MO, l'esistenza della continuazione con fatti per i quali erano intervenute sentenze di condanna divenute definitive.
I giudici di merito hanno fondato la loro valutazione sulle dichiarazioni rese dal coimputato F M ritenuto credibile e le cui dichiarazioni sono state ritenute attendibili e oggettivamente riscontrate.
II) Contro la sentenza di secondo grado hanno proposto ricorso entrambi gli imputati.
M O censura la sentenza impugnata, con il primo motivo di ricorso, evidenziando come le dichiarazioni di F risultino, per quanto riguarda la sua posizione, generiche e imprecise. In particolare il dichiarante (che nutriva sicuramente rancore nei confronti del ricorrente perché era stato da questi in precedenza accusato di reati analoghi), non aveva comunque precisato l'epoca della cessione di sostanza stupefacente non aveva constatato personalmente i fatti da lui conosciuti solo per le confidenze dello stesso M. Con il secondo motivo il ricorrente contesta che i fatti indicati nella sentenza impugnata possano fungere da riscontro estrinseco delle dichiarazioni di F.

Il terzo motivo riguarda invece la mancata concessione delle attenuanti generiche (malgrado la ritenuta continuazione con fatti per i quali erano state concesse) e il rigetto della richiesta di riduzione della pena inflitta dal primo giudice.
III) C P, con l'unico motivo di ricorso, deduce la violazione dell'art. 606 comma 1 lett. e del codice di rito per travisamento del fatto.

Secondo il ricorrente alcun elemento di riscontro delle dichiarazioni di F esisterebbe nei suoi confronti. In particolare, secondo il ricorrente, gli operanti della polizia giudiziaria avrebbero condotto F presso l'abitazione di C dove il primo si sarebbe più volte recato per i traffici di droga nei quali erano coinvolti e avrebbero fotografato l'edificio di via xxx a Milano dove C abitava.
Senonchè lo stabile fotografato non corrisponde a quello indicato ma allo stabile di via yyy che si trova a Milano ma dalla parte opposta. E sul citofono compare effettivamente il cognome C ma accompagnato da altro cognome (CAPUANO) che nulla ha a che fare con l'odierno ricorrente, mentre nella citofoniera di via Illirico n. 3 accanto al cognome C ompare il cognome D T corrispondente a quello della moglie del ricorrente.


Del tutto illogica sarebbe dunque la motivazione della sentenza impugnata e priva di alcun riscontro non potendo essere ritenuto tale quello indicato fondato su dati palesemente travisati.
IV) I ricorsi sono infondati e devono conseguentemente essere rigettati.

Per quanto riguarda il primo motivo proposto da M, va rilevato che la sentenza impugnata viene censurata sia sotto il profilo del vizio di motivazione che sotto quello della violazione dei criteri di valutazione della prova dichiarativa del coimputato, o imputato in procedimento connesso, previsti dall'art. 192, comma 3.

All'esame di queste censure vanno premesse alcune considerazioni sugli orientamenti della giurisprudenza di legittimità (a partire dalla fondamentale sez. un., 21 ottobre 1992 n. 1653, Marino, rv. 192465; più recentemente cons. Cass., sez. II, 12 dicembre 2002 n. 15756, Contrada, rv. 225565; sez. V, 18 gennaio 2000 n. 4888, Orlando, rv. 216047) che si sono formati sulla ricostruzione delle linee guida che il giudice di merito deve seguire al fine di accertare il rispetto dei criteri previsti dall'art. 192 commi 3° 4° c.p.p.
Il giudice deve prima accertare la credibilità soggettiva del dichiarante con riferimento a tutto ciò che concerne la sua personalità, le condizioni socio economiche e familiari, la vita anteatta, le ragioni della sua collaborazione, i rapporti con i chiamati in correità, l'esistenza di ragioni di ritorsione o di vendetta nei confronti delle persone accusate; insomma tutto ciò che può illuminare sulla personalità del dichiarante (per es. una persona che abbia già subito condanne per calunnia o che risulti aver accettato compensi o altri vantaggi per accusare taluno, o per escluderlo dalle accuse, ben difficilmente potrà superare questo sbarramento; superamento che invece non può essere negato prendendo a motivo la gravità dei reati commessi o la circostanza che le ragioni della collaborazione siano riconducibili al perseguimento del trattamento premiale).
Il passaggio successivo è quello dell'accertamento dell'attendibilità intrinseca delle dichiarazioni del collaborante (ed in particolare, inutile dirlo, delle dichiarazioni di accusa nei confronti dei coimputati o degli imputati in procedimento connesso) che devono avere caratteristiche di coerenza, precisione, costanza nel tempo, spontaneità. Una ricostruzione fantasiosa o del tutto generica dei rapporti criminali sui quali il dichiarante riferisce, o contrastante con elementi di prova di natura oggettiva, incrina irrimediabilmente l'attendibilità delle dichiarazioni di accusa sul singolo episodio o su una pluralità di episodi criminosi anche se, in linea di massima, il dichiarante sia stato dichiarato soggettivamente credibile.
È peraltro consentita la c.d. “valutazione frazionata” che si verifica nei casi in cui l'attendibilità intrinseca sia ritenuta per una parte soltanto delle dichiarazioni purché non esistano interferenze fattuali e logiche tra le dichiarazioni ritenute inattendibili e quelle ritenute invece attendibili e purché queste ultime siano adeguatamente riscontrate (v. Cass., sez. VI, 20 aprile 2005 n. 6221, Aglieri, rv. 233095; sez. IV, 10 dicembre 2004 n. 5821, Alfieri, rv. 231300; sez. I, 20 gennaio 2000 n. 2884, Ferrara, rv. 215505; 18 dicembre 2000 n. 468, Orofino, rv. 217820). Naturalmente la valutazione di attendibilità intrinseca delle dichiarazioni dovrà essere ancor più rigorosa nel caso di chiamata in reità rispetto alla chiamata in correità (cfr. Cass., sez. V, 8 ottobre 1999 n. 14272, Cervellione, rv. 215800).

 

Questa seconda verifica, nella normalità dei casi, prescinde dell'esistenza della buona fede del dichiarante; buona fede che anzi, superato il primo vaglio, deve presumersi perché, se fosse accertato che le dichiarazioni sono volutamente false, dovrebbe, in linea di massima, escludersi anche la credibilità soggettiva del dichiarante; a meno che non esista una provata ragione specifica che abbia indotto il dichiarante a rendere quella singola dichiarazione falsa. Si è detto che la credibilità soggettiva riguarda prevalentemente il mendacio mentre l'attendibilità intrinseca concerne prevalentemente l'errore. Se è provato che il dichiarante mente scientemente è da escludere la sua credibilità e, a maggior ragione, l'attendibilità delle sue dichiarazioni. Ma non viceversa: l'errore ben può connotare le dichiarazioni di persona credibile che però si sbaglia nel riferire taluni fatti.

Il più delle volte, quindi, l'esclusione dell'attendibilità intrinseca è riferibile a ricordi imprecisi o errati, all'incapacità di ricostruzione degli eventi, alla confusione tra i fatti, i luoghi, le persone; l'attendibilità intrinseca delle dichiarazioni può essere minata da tutti quegli elementi che, connotando le propalazioni come prive dei caratteri di specificità o precisione, non consentono di ritenere le dichiarazioni di accusa dotate di quel grado di credibilità necessaria per ritenere la fondatezza dell'accusa.

Naturalmente la precisione e specificità delle dichiarazioni va posta in relazione anche alle caratteristiche dei fatti riferiti; è ovvio che per i fatti che si connotano per la loro unicità (per es. un omicidio) il grado di specificità dei dettagli e la loro precisione dovrà essere richiesta con maggiore rigore rispetto ad un'attività ripetitiva ed uniforme con pluralità di condotte giornaliere (tipica in questo senso è l'attività di spaccio di sostanze stupefacenti).
Si è inoltre affermato che è necessario che esista concordanza sul nucleo essenziale del narrato mentre non hanno rilievo eventuali divergenze o discrasie che investano soltanto elementi circostanziali del fatto purché non siano sintomatiche di una insufficiente attendibilità dei chiamanti (v. Cass., sez. I, 4 novembre 2004 n. 46954, Palmisani, rv. 230592; sez. I, 19 marzo 2003 n. 19683, Vitale, rv. 223848).

Per quanto riguarda infine il terzo requisito, costituito dall'esistenza dei riscontri oggettivi (l'unico normativamente previsto mentre gli altri criteri sono di creazione giurisprudenziale), è opportuno precisare che i riscontri devono avere natura individualizzante; su questa caratteristica (v. da ultimo (nella materia cautelare ma trattasi di principi a maggior ragione applicabili al giudizio) sez. un. 30 maggio 2006 n. 36267, Spennato, rv. 234598). Se hanno tale natura e caratteristiche di certezza, univocità e specificità possono essere idonei a confermare anche dichiarazioni de relato non confermate dal soggetto indicato come fonte di informazione (cfr. Cass., sez. VI, 12 novembre 2002 n. 1639. Dolcetti, rv. 223279).
La costante giurisprudenza di legittimità ammette poi che le dichiarazioni di coimputati o imputati in procedimento connesso o collegato probatoriamente possano riscontrarsi reciprocamente (v. da ultimo Cass., sez. I, 10 ottobre 2007 n. 40237, Cacisi, rv. 237867; sez. IV, 10 dicembre 2004 n. 5821, Alfieri, rv. 231301; 16 aprile 2003 n. 35569, Zungri, rv. 228299; sez. I, 19 marzo 2003 n. 19683, Vitale, rv. 223848; sez. V, 15 giugno 2000 n. 9001, Madonia, rv. 217729; sez. II, 17 dicembre 1999 n. 3616, Calascibetta, rv. 215558; sez. I, 22 settembre 1999 n. 13885, Greco, rv. 215803) purché le dichiarazioni si caratterizzino per la loro convergenza, indipendenza e specificità.


V) Ciò premesso va rilevato che, contrariamente a quanto si afferma nel ricorso dell'imputato M, i problemi relativi alla credibilità soggettiva del dichiarante sono stati risolti con il rispetto dei principi indicati.

La sentenza impugnata ha infatti valutato complessivamente le dichiarazioni di F, ponendo in luce come le medesime fossero estremamente circostanziate e ricche di dettagli e come la mancata collocazione nel tempo non intaccasse la completa ricostruzione del fatto.
Sotto il profilo dell'attendibilità soggettiva la Corte di merito ha poi sottolineato che il dichiarante si è accusato di molteplici episodi che sono venuti alla luce esclusivamente per il suo racconto e ha esaminato anche la possibile esistenza di intenti ritorsivi escludendoli per la modestia degli episodi raccontati da M e riguardanti F.

Quanto ai riscontri estrinseci la sentenza impugnata ha individuato i seguenti: il contenuto delle intercettazioni telefoniche il cui linguaggio criptico confermava l'esistenza di illeciti traffici tra i due e l'esistenza di due precedenti condanne di M per fatti corrispondenti a quelli narrati da F.

Come è agevole verificare, trattasi di motivazione adeguata ed esente da vizi logici e giuridici che si sottrae conseguentemente al vaglio di legittimità.

Sono invece inammissibili le censure proposte con il terzo motivo avendo, i giudici di appello motivatamente, e quindi insindacabilmente, escluso di poter concedere le attenuanti generiche e di poter ulteriormente ridurre la pena per l'esistenza di ben tre precedenti specifici.
VI) Infondato è anche l'unico motivo di censura proposto da C che denunzia il travisamento del fatto nel quale sarebbe incorsa la sentenza impugnata.

In merito a questa censura va osservato che la giurisprudenza di legittimità è rigorosa sul mancato rispetto del divieto di dedurre come motivo di ricorso in cassazione il travisamento del fatto e ha sempre ribadito l'inammissibilità dei ricorsi che si riferiscono ad ipotesi nelle quali si chiedeva alla Corte di cassazione una rilettura degli elementi fattuali.


Si veda, in proposito, la decisione delle sezioni unite 31 maggio 2000 n. 12, Jakani, rv. 216260, che ha sottolineato come alla Corte “è normativamente preclusa, invero, la possibilità non solo di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma anche di saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione, operando un raffronto tra l'apparato argomentativo che la sorregge ed eventuali altri modelli di ragionamento mutuati dall'esterno”.

In questo, come in altri casi esaminati dalla giurisprudenza di legittimità, il nucleo delle doglianze proposte riguardava infatti la richiesta che la Corte di legittimità interpretasse, diversamente da quanto compiuto dal giudice di merito, gli elementi di prova acquisiti ovvero si sollecitava un annullamento della sentenza impugnata in modo da poter riproporre al giudice del rinvio la diversa ricostruzione.

Anche più recentemente le sezioni unite hanno affrontato il problema del travisamento del fatto (24 settembre 2003 n. 47289, Petrella, rv. 226074) e, dopo aver ribadito che il sindacato della Corte di cassazione deve essere limitato “a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo, senza la possibilità di verificarne la rispondenza alle acquisizioni processuali” e che “l'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi” afferma tali principi in relazione ad un caso nel quale i ricorrenti prospettavano una diversa lettura degli atti di causa e una diversa ricostruzione dei fatti ritenuta inammissibile nel giudizio di legittimità.
Analogamente altre sentenze comunemente citate come espressione dell'orientamento indicato si riferiscono a casi nei quali non diverso era l'intento del ricorrente.

Si vedano a titolo esemplificativo: Cass., sez. III, 11 giugno 1993 n. 8580, Cesco, rv. 195167; Cass., sez. VI, 16 ottobre 1995 n. 1626, Pulvirenti, rv. 203737.

In questi e in numerosi altri casi la Corte di legittimità si è limitata a contrastare il tentativo dei ricorrenti diretto ad ottenere che il giudice di legittimità rivalutasse il compendio probatorio preso in considerazione dal giudice di merito.

Diverso è il caso, che peraltro non ricorre nella specie, del c.d. travisamento della prova che può ravvisarsi nei casi in cui il giudice di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale.

Non si tratta quindi, in queste ipotesi, di reinterpretare gli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione ma di verificare se questi elementi esistano.

 

Queste conclusioni possono essere confermate anche dopo l'entrata in vigore della l. 20 febbraio 2006 n. 46, nella parte in cui ha modificato la lett. e del primo comma dell'art. 606 c.p.p., in quanto anche a seguito di tale modifica il “travisamento del fatto” non può costituire motivo di ricorso mentre è stato ricondotto al vizio di motivazione il “travisamento della prova” (v. su questi temi, tra le altre, Cass., sez. V, 25 settembre 2007 n. 39048, Casavola, rv. 238215; sez. VI, 4 luglio 2006 n. 27429, Lobriglio, rv. 234559; sez. IV, 7 novembre 2006 n. 2618, Liprino, rv. 235782).

VII) Nel caso in esame il ricorrente pretende invece che la Corte di cassazione rivaluti il materiale probatorio preso in considerazione dal giudice di merito al fine di pervenire alla sua decisione. Ma ciò non è consentito al giudice di legittimità, avendo la sentenza impugnata motivato, in modo non illogico, proprio sulla divergenza tra la casa fotografata e quella dove risiedeva C, rilevando che l'indicazione dell'abitazione fornita da F era corretta, che il collaboratore aveva dichiarato di aver visto il ricorrente una sola volta, che il dichiarante aveva ricordato (circostanza confermata) che il figlio di Ce all'epoca sottoposto ad un obbligo.
Né il ricorrente prende in considerazione l'esistenza di un ulteriore riscontro costituito da una conversazione intercettata, in cui S (la persona che teneva i contatti con F) e F fanno esplicito riferimento a persona chiamata “testa di ginocchio”, soprannome certamente riferito alla persona di C

Insomma, la Corte di merito ha tenuto conto della divergenza rilevata ma ha ritenuto che non fosse tale da incrinare la complessiva valutazione di credibilità delle dichiarazioni di F anche nei confronti di Ce che non venisse intaccata l'adeguatezza dei riscontri estrinseci presi in considerazione al fine di ottenere conferma delle dichiarazioni rese dal coimputato.
Deve dunque ritenersi che la Corte di merito si sia attenuta a corretti criteri logico giuridici e che quindi il motivo di ricorso sia da respingere perché infondato.
VIII) Alle considerazioni in precedenza svolte consegue il rigetto dei ricorsi con la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte Suprema di Cassazione, Sezione IV penale, rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali.

 

 

 

 

Corte di Cassazione

Sezioni unite penali  Sentenza 24 novembre 2003, n. 45276

RITENUTO IN FATTO

 

1.       L'ipotesi accusatoria.


La sera del 20 marzo 1979 Carmine Pecorelli veniva ucciso con quattro colpi cal. 7,65 - due marca Gevelot e due marca Fiocchi - sparati da distanza ravvicinata da una pistola automatica munita di silenziatore. Secondo la prospettazione dell'accusa, enunciata nell'originaria imputazione, l'omicidio sarebbe stato ideato e deciso, per la tutela della sua posizione politica messa in pericolo dall'attività giornalistica di Pecorelli, da Giulio Andreotti (Presidente del Consiglio dei Ministri) il quale, attraverso Claudio Vitalone (PM presso la Procura della Repubblica di Roma), avrebbe chiesto ai cugini Ignazio e Nino Salvo (uomini d'onore di "Cosa nostra", della famiglia di Salemi, in rapporti privilegiati con Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti) l'eliminazione del giornalista. I Salvo si sarebbero rivolti a Stefano Bontade (capo mandamento della famiglia di S. Maria del Gesù o della Guadagna e membro della "commissione provinciale" fino alla sua uccisione nel 1981, che disponeva a Roma di una "decina" guidata da Angelo Cosentino, in contatto con la delinquenza comune e con Giuseppe Calò durante la sua latitanza romana) ed a Gaetano Badalamenti (capo mandamento della famiglia di Cinisi e membro della "commissione provinciale" fino alla sua espulsione da "Cosa nostra" nel 1978). Questi, a loro volta, tramite Salvatore Inzerillo (capo mandamento della famiglia di Passo di Rigano o Boccadifalco e membro della "commissione provinciale" fino alla sua uccisione nel 1981) e Giuseppe Calò (capo mandamento della famiglia di Porta Nuova, di cui faceva parte anche Tommaso Buscetta, e membro della "commissione provinciale"), che aveva conoscenze nell'ambiente della banda della Magliana e frequentava Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci, avrebbero incaricato costoro di organizzare l'esecuzione materiale del delitto. L'omicidio sarebbe stato infine eseguito da Massimo Carminati, personaggio legato alla destra eversiva romana e all'ambiente della banda della Magliana, e da Angelo La Barbera (uomo d'onore della famiglia mafiosa facente capo ad Inzerillo e sotto capo di Salvatore Buscemi, succeduto all'Inzerillo dopo la sua morte nel 1981). I cugini Salvo, Bontade, Inzerillo, Abbruciati e Giuseppucci sono deceduti.


2. Il ragionamento probatorio della sentenza di primo grado.


2.1. La Corte di assise di Perugia, dopo avere approfondito l'esame della personalità, dei rapporti interpersonali e degli articoli pubblicati sulla rivista settimanale OP, della quale Pecorelli era direttore, ha ritenuto che il movente dell'omicidio dovesse essere ricercato nell'attività professionale della vittima e, con riferimento alle ultime vicende trattate, nella pubblicazione di notizie riservate o segrete che avrebbero potuto costituire, per l'attualità e la rilevanza degli interessi in gioco e per l'importanza dei personaggi pubblici coinvolti, valida ragione per la soppressione della sua persona.


Rivestivano tali caratteristiche le vicende politiche denominate convenzionalmente: "Il golpe Borghese" e le deviazioni dei servizi segreti; "L'Italcasse" ed i rapporti degli istituti di credito pubblici con i fratelli Caltagirone e con la soc. Sir di Nino Rovelli, il finanziamento occulto dei partiti politici e il dossier su "gli assegni del Presidente", "Il fallimento delle banche di Michele Sindona"; "Il dossier Mi.Fo.Biali", la corruzione della Guardia di Finanza e il traffico illecito di petrolio con la Libia; infine, "Il sequestro e l'uccisione di Aldo Moro" e la scoperta del memoriale dello statista. Vicende, queste, tutte riconducibili «... oggettivamente alla sfera di interessi di Giulio Andreotti e parzialmente di Claudio Vitalone e Giuseppe Calò, indicati come mandanti, Andreotti primario, Vitalone e Calò intermediari, dell'omicidio Pecorelli».


Del "caso Moro" si era ripetutamente occupato Pecorelli, schierandosi per la linea della trattativa con le "Brigate Rosse" ed investigando sulla vicenda della pubblicazione del primo memoriale di Aldo Moro scoperto nella base brigatista di via Montenevoso a Milano nell'ottobre 1978 (il secondo e più ampio memoriale sarà rinvenuto nella stessa base solo nel 1990). Rivestivano particolare importanza la lettera pubblicata su OP del 17 ottobre 1978, nella quale si affermava che il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva individuato il covo in cui era tenuto il prigioniero, ma non era intervenuto perché impedito dal potere politico, che non voleva in realtà la liberazione di Moro, e l'articolo "Vergogna buffoni" pubblicato su OP del 16 gennaio 1979 in cui Pecorelli preannunziava la prossima rivisitazione del caso, addebitando al "partito della fermezza" l'uccisione dello statista.


Sullo specifico tema della rilevanza del memoriale Moro, la Corte, dopo avere espresso la considerazione che, pur non apparendo inedite novità in quello del 1990 rispetto a quello del 1978, le notizie contenute nel primo apparivano più pregnanti ed organiche quanto ai riferimenti ai casi Italcasse e Sindona ed ai rapporti fra i protagonisti delle vicende e Andreotti, si è soffermata sui "rapporti tra Pecorelli e il generale Dalla Chiesa".

L'episodio del rinvenimento nel carcere di Cuneo di documentazione asseritamente riguardante il caso Moro, dovuto ad un'informazione fornita da Pecorelli, ha un suo sviluppo nel racconto del m.llo della polizia penitenziaria Angelo Incandela, in servizio nel carcere di Cuneo, il quale ha narrato che nel gennaio del 1979 Dalla Chiesa lo incontrò in una zona di campagna del cuneese, all'interno di un'autovettura condotta da altra persona che non gli fu presentata, ma che egli intuì e che, attraverso le foto pubblicate dai giornali dopo l'omicidio, riconobbe essere il giornalista Carmine Pecorelli; quest'ultimo, dopo avere descritto alcuni luoghi del carcere, in parte sconosciuti al maresciallo che vi era stato trasferito da poco tempo, attraverso i quali era possibile che le persone ammesse al colloquio facessero entrare qualcosa all'interno dello stesso, avrebbe detto che nel carcere erano entrati due involucri contenenti documenti relativi al sequestro Moro destinati al detenuto Francis Turatello; il giorno successivo all'incontro Incandela ebbe modo di accertare l'esistenza di luoghi corrispondenti alla descrizione dell'accompagnatore del generale e dopo circa venti giorni rinvenne uno dei due involucri, che si presentava chiuso con il nastro adesivo e che poi consegnò integro, senza verificarne il contenuto, a Dalla Chiesa.


2.2. La Corte ha quindi ricostruito taluni "eventi rilevanti per l'omicidio" che avevano caratterizzato l'ultimo periodo della vita di Pecorelli: la cena al circolo privato "La famiglia piemontese", la vicenda Chichiarelli e il deposito di armi presso il Ministero della Sanità.

Alla cena presso il ristorante "La famiglia piemontese", tenutasi in forma riservata ed esclusiva il 24 gennaio 1979, parteciparono, oltre Pecorelli, Walter Bonino, il generale della GdF Donato Lo Prete, i magistrati Claudio Vitalone e Carlo Adriano Testi, componente all'epoca del Csm. I motivi dell'incontro, riferiti da Bonino, sono stati individuati negli attacchi giornalistici che Pecorelli aveva mosso ed aveva intenzione di muovere nel prossimo numero della rivista OP (nonostante i finanziamenti già ottenuti e che avrebbe ancora ottenuto da Franco Evangelisti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) nei confronti del gruppo politico facente capo ad Andreotti per la questione degli "assegni del Presidente", di Vitalone, al quale addebitava un'irrituale vicinanza al primo della Guardia di Finanza e dei suoi vertici individuati in Raffaele Giudice e Donato Lo Prete. In relazione agli argomenti discussi, la Corte ha rilevato che Vitalone si era adoperato perché la Magistratura non venisse a conoscenza, neppure da parte degli altri commensali, del contenuto dei colloqui che quella sera erano stati fatti, fino a quando non era stato più possibile tenere nascosto l'episodio.

La figura di Antonio Giuseppe Chichiarelli, di cui si è avuto conoscenza solo dopo la sua uccisione avvenuta nel 1984, è considerata di sicuro rilievo per le indagini sulla morte di Pecorelli, poiché Chichiarelli, personaggio in collegamento con appartenenti ad ambienti dell'estrema destra e alla banda della Magliana, avrebbe svolto il ruolo di raccoglitore di informazioni sulla vita e sulle abitudini del giornalista, sfruttando l'amicizia di Osvaldo Lai, il quale abitava nei pressi della redazione della rivista OP. Qualche giorno prima dell'omicidio, il 6 marzo 1979, un individuo, poi riconosciuto per Chichiarelli, fu notato in via Tacito, nei pressi della redazione di OP, da Pecorelli e dalla sua compagna Franca Mangiavacca, la quale ha riferito dell'atteggiamento della persona e del timore che aveva suscitato la sua presenza. Tale circostanza e il ruolo svolto da Chichiarelli nella veste di osservatore delle abitudini di Pecorelli sarebbero stati confermati dal rinvenimento, pochi giorni dopo l'omicidio, il 14 aprile 1979, a bordo di un taxi, di un borsello contenente quattro schede fotoriprodotte, tra cui una, accurata e precisa, relativa a Pecorelli e un'altra riguardante un attentato alla scorta del Presidente della Camera dei Deputati, onorevole Pietro Ingrao, un volantino delle Brigate Rosse, armi e munizioni nonché una testina rotante Ibm. Materiale questo attribuito a Chichiarelli a distanza di molti anni, oltre che per l'esito di specifiche indagini di polizia, sulla base della testimonianza della moglie, Chiara Zossolo, la quale riferì che circa quindici giorni dopo la morte di Pecorelli aveva visto il marito preparare le schede che poi sarebbero state abbandonate nel taxi ed aveva ricevuto dallo stesso, molto turbato, la confidenza che «... Pecorelli non meritava di morire ed era stato ucciso perché aveva scoperto qualcosa che non doveva scoprire e il delitto era stato commissionato da persone al di sopra di ogni sospetto, molto in alto, che si mascheravano dietro un falso perbenismo».


Il 27 novembre 1981, presso i locali del ministero della Sanità in via Liszt, fu scoperto un deposito di armi e si accertò successivamente che il luogo era frequentato, oltre che dal custode Biagio Alesse, da elementi di spicco appartenenti alla banda della Magliana o aderenti alla destra eversiva romana, come Maurizio Abbatino, Marcello Colafigli, Franco Giuseppucci, Edoardo Toscano, Danilo Abbruciati, Claudio Sicilia, Alvaro Pompili, Antonio Mancini e Massimo Carminati. Ha osservato la Corte che nel deposito è stato rinvenuto munizionamento (di marca Gevelot e Fiocchi) analogo e compatibile con il tipo di proiettili esplosi per uccidere Pecorelli (quelli Gevelot di fabbricazione francese provenienti addirittura dal medesimo lotto) e che, pur essendo stato escluso dalla perizia balistica che taluna delle armi rinvenute nel deposito (di cui alcune pistole calibro 7,65 ed una munita di silenziatore artigianale, come quella utilizzata per l'omicidio Pecorelli), fosse stata effettivamente usata in quell'occasione, non poteva escludersi che essa fosse comunque transitata in quel luogo, atteso che erano trascorsi più di due anni e mezzo dal fatto.


2.3. Due soli elementi potevano dunque ritenersi rilevanti per la individuazione delle persone che avevano avuto un ruolo nell'omicidio Pecorelli, entrambi convergenti verso l'ambiente della banda della Magliana: la scheda relativa al giornalista predisposta da Chichiarelli all'esito della sua attività di pedinamento e raccolta dei dati personali dello stesso e il rinvenimento nel deposito di armi del Ministero della Sanità di proiettili Gevelot della stessa partita di quelli esplosi per uccidere Pecorelli.

Soltanto in epoca successiva, nel 1993, intervenivano, da un lato, le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che faceva riferimento al ruolo svolto da "Cosa nostra", con specifico riguardo alle persone di Nino e Ignazio Salvo, Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti (secondo quanto da costui appreso dagli stessi Bontade e Badalamenti, l'eliminazione del giornalista sarebbe stata richiesta a quest'ultimi dai cugini Salvo, su richiesta o nell'interesse di Andreotti, a tutela della sua posizione politica messa in pericolo dalla pubblicazione di dossier e notizie riservate sulla rivista OP, riguardanti il caso Moro e trasmessi a Pecorelli da Dalla Chiesa), e dall'altro le dichiarazioni di Vittorio Carnovale, Antonio Mancini, Fabiola Moretti e Maurizio Abbatino, i quali facevano riferimento alle connessioni fra "Cosa nostra" e "banda della Magliana", con particolare riguardo alle persone di Calò, La Barbera, Vitalone, Abbruciati, Giuseppucci e Carminati (Vitalone sarebbe stato il mandante del delitto per le medesime ragioni suindicate, ad organizzarlo avrebbero provveduto Abbruciati e Giuseppucci su richiesta dei "siciliani" - nella persona di Calò - e ad eseguirlo materialmente sarebbero stati Carminati e La Barbera, detto "Angiolino il biondo").

2.4. Premette la Corte che, poiché tutti coloro i quali hanno riferito circostanze inerenti all'omicidio Pecorelli «... hanno fornito solo frammenti di notizie che possono incastrarsi l'uno con l'altro per collocare al loro giusto posto i vari personaggi che si sono mossi sulla scena del delitto» qualora «... uno dei frammenti, che devono formare il quadro d'insieme, non collima con gli altri, è una frattura che, se non colmabile con deduzioni logiche, fa venire meno la collocazione dei vari personaggi nel quadro d'insieme sopra delineato...».


E poiché la verifica di una causale comune ascrivibile a "Cosa nostra" e alla "banda della Magliana" è imposta dalla stessa prospettazione accusatoria, i rapporti tra Calò e Abbruciati costituiscono il primo approfondimento da parte del giudice di primo grado, con riferimento alla "notizia che circola nell'ambiente della banda della Magliana" (proveniente da De Pedis, Giuseppucci e Abbruciati), secondo cui l'omicidio Pecorelli sarebbe stato organizzato da Abbruciati per fare un piacere ai "siciliani", individuati nel gruppo facente capo a Calò, e che, per organizzare l'omicidio, egli si sarebbe servito di persone che in quel momento erano libere, in particolare di Giuseppucci. La conclusione, attraverso la puntuale analisi delle risultanze processuali, è che la prova di tale ipotesi non è stata raggiunta, così come manca la prova che la richiesta di organizzare l'omicidio avrebbe potuto essere fatta "attraverso persone di comune conoscenza", non sussistendo elementi che consentono di individuare il tramite fra Calò e Abbruciati in Pernasetti o in De Pedis, entrambi vicini ad Abbruciati, o in Giuseppucci. Sul punto viene dunque meno l'attendibilità del racconto di Abbatino circa il mandato conferito da Abbruciati a Giuseppucci di organizzare l'omicidio, oltre al contatto diretto Giuseppucci-Calò.

D'altra parte, l'ipotizzato collegamento tra Bontade e Calò, data la loro appartenenza a "famiglie" diverse, sarebbe stato incompatibile con gli assetti organizzativi di "Cosa nostra"; i rapporti tra Bontade e Abbruciati, sulla base delle risultanze processuali, non avrebbero potuto datare che alla primavera-estate 1980, mentre mancano elementi idonei a far ritenere collegamenti dei due attraverso La Barbera, collocandosi la conoscenza di quest'ultimo con Abbruciati in epoca successiva al luglio 1979.

Manca dunque la prova di un collegamento all'epoca dei fatti tra "Cosa nostra" e "banda della Magliana" mediato dai rapporti fra Abbruciati e Calò: a carico di quest'ultimo non vi sono elementi che individuino un suo ruolo nell'organizzazione o nell'esecuzione del crimine ed egli è pertanto assolto "per non aver commesso il fatto".

La mancanza di prove sull'esistenza di un rapporto tra Abbruciati, Calò e Bontade, al momento della commissione dell'omicidio, ipotesi questa fondata sull'assunto della sinergia tra mafia e banda della Magliana, comporta come conseguenza che «... la tesi di un concorso dei due sodalizi criminosi nella commissione dell'omicidio non è più percorribile per essere venuto meno l'elemento comune, l'anello di congiunzione tra le dichiarazioni di Buscetta, che indica una pista facente capo ai mandanti principali ed intermedi, e le dichiarazioni degli associati alla banda della Magliana che indicano il coinvolgimento di quel sodalizio criminoso nell'omicidio Pecorelli...».


2.5. Esclusa l'esistenza di elementi probatori in grado di conferire fondamento all'originaria prospettazione accusatoria, il primo giudice ha verificato se gli atti processuali potessero, comunque, consentire «... di pervenire ad un risultato utile per scoprire gli assassini siano essi mandanti o esecutori materiali».


Nell'ambito dell'argomento subordinato sulla "divisione delle causali", la Corte esamina innanzitutto l'ipotesi di un'esclusiva "causale mafiosa".


L'istruttoria espletata avrebbe permesso di accertare che i rapporti tra Buscetta e i cugini Salvo, quelli tra Buscetta, Bontade e Badalamenti, quelli tra i cugini Salvo, Bontade e Badalamenti, erano così stretti che giustificavano la confidenza fatta da Bontade e Badalamenti a Buscetta di essere gli organizzatori dell'omicidio Pecorelli, ed erano tali da permettere ai cugini Salvo di chiedere a Bontade e Badalamenti il favore di uccidere qualcuno. Quanto ai rapporti di Nino e Ignazio Salvo con Vitalone, pur negati da quest'ultimo, si è ritenuto provato da numerose testimonianze che la conoscenza tra gli stessi era riferibile a molto tempo prima dell'epoca dell'omicidio. Quanto ai rapporti tra i cugini Salvo e Andreotti si è ritenuta accertata, alla luce di elementi documentali e dichiarativi, la conoscenza personale e l'esistenza di rapporti diretti tra loro, tali da giustificare una causale che potesse in via ipotetica avere fatto accogliere da "Cosa nostra" la richiesta di uccidere Pecorelli.

Pur considerandosi acquisito che, in contrasto con le regole del sodalizio mafioso, l'organismo di vertice di "Cosa nostra" non sarebbe stato a conoscenza della partecipazione di suoi affiliati all'omicidio Pecorelli ("poco credibile" viene definita la conforme versione di Salvatore Cangemi, sottocapo del mandamento di Porta Nuova, di avere saputo da Calò, capo del medesimo mandamento, che ad uccidere Pecorelli sarebbe stata la "decina" romana di Bontade), le dichiarazioni di Buscetta circa l'esclusivo coinvolgimento di Bontade e Badalamenti potrebbero avere una loro spiegazione plausibile «... nel fatto che l'omicidio non interessava la Sicilia, dove "Cosa nostra" aveva i suoi interessi specifici, e che una simile richiesta comportava per Bontade, la cui posizione all'interno della commissione si era indebolita per l'espulsione di Badalamenti, dover ammettere la frequentazione con Badalamenti e, per ciò stesso, la violazione di una delle regole di Cosa nostra».

Ferma restando, dunque, l'estraneità di "Cosa nostra" ("u' ficimo nutri", "c'interessava o' Senatore Andreotti": queste le parole pronunciate da Badalamenti secondo il ricordo di Buscetta), la Corte formula due ipotesi alternative: la prima, che Buscetta abbia inventato tutto circa i suoi incontri con Bontade e Badalamenti, e la seconda, che questi abbiano raccontato a Buscetta una cosa non vera; e conclude nel senso che sarebbero provati sia gli incontri tra Bontade e Buscetta, nel periodo giugno 1980/gennaio 1981 in cui quest'ultimo si sarebbe nascosto a Palermo, che quelli in Brasile nell'anno 1982 con Badalamenti. Non comprendendosi «... il motivo per cui Buscetta, in assenza di motivi di rancore o di odio, dovesse riferire fatti e circostanze inventate, rischiando un processo di calunnia...», la Corte ritiene che effettivamente quello che Buscetta - pure definito «talvolta generico, titubante, contraddittorio» - ha narrato è stato da lui appreso nelle circostanze riferite. Ma, per altro verso, rileva che l'attendibilità di Buscetta non comporta automaticamente «... che le circostanze siano vere, dovendosi spostare l'analisi sulla sincerità di Bontade e Badalamenti». In proposito, mediante articolate proposizioni argomentative riferite a tempi e modalità delle propalazioni ed a specifici episodi narrati da Buscetta, la Corte giunge alla conclusione che manca «... ogni elemento per poter ritenere che Bontade e Badalamenti abbiano detto il vero ...» a Buscetta al quale avevano «buone ragioni per mentire», e dunque che «... le confidenze fatte da Bontade e Badalamenti, in ordine all'omicidio Pecorelli, in mancanza di altri elementi di riscontro, non sono idonee a suffragare la tesi di un coinvolgimento di costoro nell'omicidio. Convinzione che diventa ancora più salda nel momento in cui l'accusa prospetta che, ad eseguire materialmente il delitto, sia stato La Barbera il quale nulla aveva a che fare con la famiglia di Bontade o con Badalamenti» essendo egli «... soldato della famiglia facente capo a Inzerillo per cui ... poteva prendere ordini per fatti di mafia solo dal suo rappresentante o dalla commissione ... E comunque, anche a mantenere ferma l'ipotesi che non si fosse in presenza di un delitto di mafia, mancherebbero i riscontri al fatto che in ogni caso i rapporti tra Bontade e Inzerillo erano tali per cui il secondo avrebbe potuto mettere a disposizione del primo i suoi uomini per l'esecuzione del delitto». Di un qualsiasi ruolo svolto da Inzerillo nella vicenda omicidiaria manca ogni prova.

Ed allora, poiché le confidenze di Badalamenti e Bontade a Buscetta circa il ruolo di mandanti nell'omicidio Pecorelli sono da considerarsi inattendibili, in assenza di elementi che comprovino un collegamento con la "banda della Magliana", pure coinvolta nell'omicidio e i cui esponenti non erano all'epoca in contatto con Bontade e Badalamenti, restando indimostrato il coinvolgimento di questi nel delitto per carenza di riscontri sul piano probatorio, ne consegue la formula assolutoria di Badalamenti "per non aver commesso il fatto".


2.6. L'ipotesi alternativa è quella della esclusiva "causale banda della Magliana", cui indirizzavano i due elementi di sicuro rilievo, costituiti dalla figura di Chichiarelli (anche in base alla testimonianza della Zossolo) e dal rinvenimento del deposito di armi e munizioni nei sotterranei del ministero della Sanità, rispetto ai quali sono intervenute in epoca successiva le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Vittorio Carnovale, Antonio Mancini, Fabiola Moretti e Maurizio, Abbatino, appartenenti al sodalizio criminoso e sentiti come imputati in procedimento collegato, che possono sintetizzarsi nei seguenti termini.


Carnovale, cognato di Edoardo Toscano, personaggio di spicco dell'organizzazione, ha dichiarato che la sua evasione dall'aula del Tribunale di Roma, in cui si celebrava il 26 giugno 1986 a carico di taluni membri della banda un processo per omicidio, era stata proposta da De Pedis ed organizzata con l'aiuto di Vitalone, che doveva "un favore" al primo perché De Pedis e Abbruciati, a richiesta dei "siciliani" individuati in Bontade e Calò, avevano ucciso Pecorelli servendosi di Carminati: fonti della notizia erano Toscano, Mancini e Colafigli.

Mancini, uno dei promotori del nucleo criminale, ha riferito che De Pedis ebbe a dirgli che Carminati e La Barbera avevano ucciso Pecorelli e che la stessa cosa, in occasione di un paio di viaggi compiuti a Milano, gli era stata detta da Abbruciati, il quale aveva aggiunto che l'omicidio era stato eseguito nell'interesse della mafia siciliana, nella persona di Calò, su richiesta di Vitalone, preoccupato del danno che Pecorelli, in possesso di documenti relativi al sequestro Moro, avrebbe potuto arrecare al gruppo politico cui egli faceva riferimento.


Moretti, legata sentimentalmente prima ad Abbruciati e dopo la morte di questi a Mancini, ha riferito a sua volta che De Pedis durante la sua latitanza fra l'83 e l'84 s'incontrava con Vitalone per suo tramite; di avere appreso da De Pedis e Pernasetti che Vitalone era stato l'artefice dell'evasione di Carnovale, richiestagli da De Pedis cui lo stesso Vitalone doveva un favore; che Abbruciati e De Pedis nominavano Bontade, Badalamenti e Calò e che si era recata, nella primavera/estate del 1980 o 1981, con Abbruciati a Palermo per un incontro con Bontade; che Abbruciati le disse che Carminati aveva ucciso Pecorelli su incarico del primo; che essa aveva smontato una pistola semiautomatica cal. 7,65 o cal. 9, che, a dire di Abbruciati, era stata utilizzata per uccidere Pecorelli, dopo che sulla stessa era stato applicato un silenziatore; di non sapere perché Pecorelli fu ucciso, anche se De Pedis aveva confidato a Mancini i motivi dell'omicidio.

Abbatino, uno dei capi storici dell'associazione, ha riferito che, durante una codetenzione a Regina Coeli, mentre la TV trasmetteva un servizio sull'omicidio Pecorelli, Giuseppucci gli disse che ne era responsabile Abbruciati e che egli aveva fornito gli esecutori materiali appartenenti ai Nar; una volta scarcerati, Giuseppucci gli aveva presentato Carminati, ribadendogli che era stato quest'ultimo ad uccidere Pecorelli; l'omicidio, secondo quel che egli aveva appreso da Abbruciati, era stato commesso per fare un favore ai "siciliani" di Calò, che lo avevano richiesto perché il giornalista dava fastidio ad una personalità politica; Giuseppucci, che aveva relazioni dirette con Calò e De Pedis, negli anni ‘80, gli aveva detto di essere da tempo in rapporti con Vitalone, che si prestava ad "aggiustare" i processi.

2.6.1. Sullo specifico tema della possibilità di conoscere le notizie riferite sulle attività della banda ed in riferimento alla credibilità ed attendibilità di siffatte dichiarazioni, osserva la Corte che il sodalizio criminoso era operante in Roma negli anni 1970 e agli inizi degli anni 1980 soprattutto nel campo del traffico di stupefacenti, in collegamento con altre organizzazioni criminali e con la destra eversiva, e che di esso facevano parte oltre i predetti collaboratori, in posizione preminente, Pernasetti, Giuseppucci, Abbruciati e De Pedis. I collaboratori erano inseriti nell'organizzazione ed erano collegati da vincoli parentali o di affetto con gli esponenti di vertice della stessa (com'era confermato dall'affermazione di Giuseppe Marchese di avere avuto raccomandazioni da suo cognato, Leoluca Bagarella, esponente di rilievo di "Cosa nostra", di prestare assistenza a Mancini), sicché essi erano in grado di venire a conoscenza delle notizie che riguardavano la vita e le imprese dell'associazione.


Quanto all'attendibilità intrinseca dei dichiaranti, si sottolinea che «... le notizie da loro fornite a volte sono dirette, perché cadute sotto la loro personale sfera di percezione, a volte sono state riferite direttamente dai partecipanti al fatto, a volte sono state riferite da persone a cui gli autori del fatto lo avevano riferito; si tratta a volte di notizie di prima mano, a volte di seconda mano, a volte di terza o successiva mano, a volte dettagliate e a volte generiche e superficiali; ma l'attendibilità del dichiarante non viene meno se nel complesso delle sue dichiarazioni ve ne sono alcune che si dimostrano non vere o grandemente generiche, potendo la non corrispondenza o la genericità essere frutto di cattivo ricordo, se essa è stata di percezione diretta, ovvero, se de relato, mal riferita o percepita o, ancora, mal ricordata per lo scarso interesse che al momento della percezione aveva il suo contenuto».

Sul tema dell'autonomia delle propalazioni e dei riscontri la Corte verifica se gli episodi narrati provengano da reciproca conoscenza, intesa sia come previo accordo tra i dichiaranti che come mera conoscenza del contenuto delle dichiarazioni rese dagli altri.

In particolare, quanto ai collaboratori e conviventi Moretti e Mancini, pur escludendosi un previo accordo sul contenuto delle rispettive dichiarazioni, si rileva tuttavia che esse, riguardanti il ruolo di Abbruciati e Carminati nell'esecuzione dell'omicidio e l'identificazione dell'arma utilizzata, non possono «... essere di riscontro reciproco, a meno che non risulti che le fonti di conoscenza siano state autonome o che il secondo sia a conoscenza di elementi più significativi e particolari che indicano un'autonoma conoscenza del fatto narrato» in quanto «... a Mancini sono state lette le dichiarazioni rese da Carnovale in merito all'omicidio Pecorelli, così come la Moretti ha avuto lettura delle dichiarazioni rese da Mancini in ordine ai fatti che erano stati oggetto del colloquio 6 maggio 1994 sui quali la Moretti aveva rifiutato di rispondere se prima non avesse conosciuto il contenuto delle dichiarazioni di Mancini» ed altresì in quanto dalle intercettazioni ambientali emerge che la Moretti era in possesso dei verbali delle dichiarazioni rese da Carnovale.

Unico episodio significativo che, oltre a diverse circostanze di minor rilievo, si riferisce ai fatti oggetto del processo è quello relativo ai "viaggi a Milano", compiuti da Mancini con Abbruciati nel gennaio-febbraio 1981 e ritenuti sufficientemente provati, nel corso dei quali il primo avrebbe appreso dal secondo taluni particolari sull'omicidio Pecorelli: durante il ritorno a Roma dal primo viaggio, Mancini riferisce che «Abbruciati gli aveva detto che l'omicidio Pecorelli era stato voluto dal gruppo di potere politico, massonico, giudiziario di cui faceva parte Vitalone il quale, nell'interesse di quel gruppo, aveva commissionato l'omicidio tramite terze persone ...»; in occasione del secondo viaggio, nel corso di un incontro avuto con tre persone a lui sconosciute, si sarebbe parlato di un «... aiuto per un processo a Turatello, promosso dalle tre persone, che non arrivava...» e «... durante il colloquio Abbruciati aveva fatto presente alle tre persone, a cui rimproverava di perdere tempo, che su loro richiesta si erano attivati sia per l'omicidio Pecorelli che per la faccenda Moro ed erano intervenuti senza perdere tempo, anche se poi Turatello aveva dovuto fare marcia indietro, creandosi non poche inimicizie all'interno della mafia».


Risultava altresì provata l'esistenza di rapporti, quanto meno dall'estate 1978, tra la "banda della Magliana", in particolare il gruppo dei "testaccini", e la destra eversiva romana facente capo a Carminati, nonché tra la "banda della Magliana" e "Cosa nostra", in particolare tra il gruppo di Abbruciati, Angelo Cosentino, capo della "decina" romana riferibile alla famiglia di Bontade, e Calò, latitante a Roma fin dal 1975 e legato a sua volta a personaggi della malavita come Balducci, Diotallevi, Cercola e Giuseppucci.

Sull'esistenza e natura dei presunti rapporti tra il gruppo dei "testaccini" facente capo ad Abbruciati e Vitalone, la Corte - dato atto del rifiuto opposto dalla Moretti di rispondere e delle reticenti risposte di costei alle domande della difesa di Vitalone - ha verificato, in relazione ai singoli episodi, le dichiarazioni rese dalla Moretti durante le indagini preliminari, raffrontandole con gli esiti del confronto con Vitalone e delle intercettazioni telefoniche e ambientali (di cui la Moretti sospettava la disposta attivazione) e con le dichiarazioni rese da Mancini. Ed ha concluso che, mentre per i «... trasferimenti carcerari di Mancini...» non risulterebbe provato l'interessamento di Vitalone, neppure tramite Carlo Adriano Testi, direttore generale presso il ministero della Giustizia, l'esistenza di rapporti e incontri tra Vitalone e De Pedis sarebbe dimostrata dall'episodio dell'evasione di Carnovale dall'aula Occorsio del Tribunale di Roma, che avrebbe visto l'interessamento di Vitalone, che si assume essere stato in debito per un favore ricevuto dal gruppo.


2.6.2. La Corte, all'esito delle suddette verifiche, ritiene che l'unico appartenente alla banda della Magliana coinvolto nell'omicidio Pecorelli sia stato Abbruciati: personaggio di spicco, in rapporti con la malavita organizzata milanese, essendo amico fraterno di Turatello, con la massoneria, con la loggia segreta P2, con "Cosa nostra", in particolare con "i siciliani" Bontade, Calò - e con le persone a questi legate come Balducci, Diotallevi, Carboni - e La Barbera, con la camorra napoletana, con i servizi segreti e con la destra eversiva romana, in particolare con Carminati: e ciò (esclusa l'attendibilità di Abbatino) «... sulla base di quanto dichiarato da Mancini e Moretti, i quali in parte ... riferiscono cose accadute sotto i loro occhi e, quindi, sono portatori di fatti da loro direttamente percepiti e, in parte, riferiscono fatti appresi da altri, in particolare da Abbruciati e De Pedis...».

Le circostanze rilevanti riferite dalla Moretti sono: gli incontri tra Vitalone e De Pedis, cui avrebbe partecipato in veste di accompagnatrice; il possesso dell'arma usata per uccidere Pecorelli da parte di Abbruciati e la sua conservazione nei sotterranei del ministero della Sanità dove erano depositate le armi della banda, secondo quanto riferitole da Abbruciati; la conoscenza dei volti dei mandanti dell'omicidio, emergente dalle intercettazioni ambientali; la conoscenza del nome di uno degli autori materiali del delitto e cioè Carminati, incaricato da Abbruciati, come riferito da costui e sostenuto nelle intercettazioni ambientali; il coinvolgimento quindi di Abbruciati nell'omicidio, come riferito dallo stesso Abbruciati e sostenuto nelle intercettazioni ambientali.


Le circostanze rilevanti narrate da Mancini riguardano: il possesso dell'arma del delitto da parte di De Pedis e la sua conservazione nel deposito del Ministero della Sanità, secondo quanto riferitogli da De Pedis; il coinvolgimento di Abbruciati nell'organizzazione del delitto, come riferitogli da De Pedis e dal medesimo Abbruciati; il coinvolgimento di Carminati e "Angiolino il biondo" nell'omicidio come esecutori materiali, come riferitogli da De Pedis e Abbruciati; il coinvolgimento di Vitalone come mandante dell'omicidio nell'interesse del gruppo politico di cui faceva parte, secondo quanto riferitogli da Abbruciati; il rimprovero di Abbruciati ai tre sconosciuti incontrati a Milano per la loro inattività in favore di Turatello e la conoscenza da parte dei tre dell'uccisione di Pecorelli, circostanza questa appresa direttamente avendo egli assistito al colloquio in occasione del secondo viaggio a Milano con Abbruciati.

Si afferma dunque che Abbruciati è coinvolto nell'omicidio Pecorelli, alla stregua delle reciproche dichiarazioni dei due collaboratori Mancini e Moretti, dell'effettivo svolgersi dei viaggi a Milano, con correlata assunzione di responsabilità dell'omicidio in occasione dei medesimi, del rinvenimento di proiettili Gevelot negli scantinati del ministero della Sanità, adibito a deposito di armi dalla banda e al quale poteva avere accesso Abbruciati, e dove i proiettili, al di fuori dei componenti del gruppo, potevano essere portati esclusivamente da Abbruciati o da Carminati, che erano i soli ad adoperare pistole e munizioni cal. 7,65.

2.6.3. Secondo la Corte, gli stessi elementi probatori non sarebbero tuttavia idonei a fare ritenere provato che a sparare siano stati Carminati e La Barbera, né che a dare il mandato di uccidere sia stato Vitalone, considerato che la duplice chiamata in reità, proveniente da Mancini e Moretti, a carico dei mandanti e degli esecutori materiali ha in realtà carattere unitario perché risalente ad un'unica fonte primaria, Danilo Abbruciati (che riferisce della pistola utilizzata per uccidere Pecorelli, dichiarando che essa era conservata nel deposito della banda presso lo scantinato del ministero della Sanità, e giustifica la considerazione che ha per Carminati in relazione all'efficienza da costui dimostrata nell'eliminare il giornalista), e per altro verso che, essendo al momento dell'omicidio Abbruciati e De Pedis in stato di detenzione, le notizie componenti la chiamata in reità e provenienti da Abbruciati sono a loro volta de relato, poiché costui avrebbe necessariamente appreso da terze persone quello che a sua volta avrebbe raccontato a De Pedis, Mancini e Moretti.

La chiamata in reità di quest'ultimi sarebbe da valutare, dunque, non solo unica, ma anche doppiamente indiretta e, come tale, per essere posta a base di una pronunzia di condanna, necessitante dell'attendibilità non solo del chiamante, ma anche delle persone che hanno fornito le notizie, oltre che dei riscontri esterni alla dichiarazione stessa.

In base a tali considerazioni la Corte esclude che possano esserci prove per pervenire a una affermazione di responsabilità dei due esecutori materiali indicati nel capo d'imputazione, Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera.

Pur sussistendo elementi probatori che riconducono l'omicidio Pecorelli nell'ambito della "banda della Magliana", quanto meno del gruppo del Testaccio, e che sono sintomatici dei rapporti all'epoca dei fatti fra Carminati e tale gruppo criminale, essi non sono tuttavia indicativi della sussistenza di un suo specifico collegamento a quel tempo con Abbruciati.

Mancando idonei e concreti elementi probatori che comprovino l'esistenza di intermediari fra i due, la chiamata in reità nei confronti di Carminati non si ritiene riscontrata e lo stesso è assolto dal delitto ascrittogli "per non aver commesso il fatto".

Parimenti, la mancanza di elementi probatori che indichino una presenza di La Barbera a Roma e lo colleghino alla "banda della Magliana" all'epoca dell'omicidio, essendo assenti ulteriori elementi di prova a suo carico, comporta che anche la chiamata in reità nei suoi confronti sia priva di riscontri, sì che lo stesso è assolto dal reato ascrittogli "per non aver commesso il fatto".


2.7. Ad analoga conclusione la Corte perviene in ordine alle posizioni degli imputati Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, entrambi indicati come mandanti dell'omicidio Pecorelli.

La Corte osserva che «... su Andreotti nessun riferimento specifico è stato fatto, se non come referente di quel gruppo politico, affaristico, giudiziario, massonico nel quale sarebbe maturato il delitto perché Pecorelli costituiva per questo gruppo un pericolo», mentre «... la conoscenza e l'esistenza di rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, se soddisfano l'esigenza dell'esistenza delle condizioni perché il primo potesse chiedere ai secondi di fare uccidere Pecorelli, non sono da sole sufficienti, essendo necessario anche che la richiesta sia potenzialmente accoglibile dal destinatario ultimo della richiesta medesima».


Di talché, «... per mancanza di idonea prova, non essendo emerso alcun coinvolgimento di Cosa nostra nell'organizzazione dell'omicidio, né alcun elemento probatorio, al di là della sussistenza di un valido movente, che lo colleghino alla banda della Magliana e all'omicidio Pecorelli, Andreotti va assolto per non aver commesso il fatto...».

Su Vitalone la Corte rileva che «... le voci interne alla banda della Magliana - escluso Mancini che lo indica, con riferimento a quanto dettogli da Abbruciati, come il mandante intermediario che ha commissionato, tramite terze persone rimaste ignote, il delitto - non indicano Vitalone come mandante del delitto...»: non Abbatino, che non ha saputo dire, né ha mai sentito, di un coinvolgimento di Vitalone nell'omicidio; non Claudio Sicilia che ricollega l'omicidio ad ambienti della destra; non Carnovale che solo nel 1985 ha saputo qualcosa in occasione della sua evasione, ma è sul punto inattendibile; non Fabiola Moretti, la cui chiamata in reità, proveniente dal solo Abbruciati, ha come riscontri un valido movente e i rapporti con De Pedis, che tuttavia costituirebbero riscontri ambigui e di non univoca valenza. Se, da un lato, «... è stata accertata la presenza di un interesse proprio oltre che del gruppo politico per il quale Vitalone si è adoperato all'interno del palazzo di giustizia...», dall'altro Vitalone «... non era il solo che aveva interesse alla eliminazione di Pecorelli...» (il riferimento è all'episodio del viaggio a Milano e dell'incontro di Abbruciati con i tre individui sconosciuti narrato da Mancini, oltre che alle circostanze riferite dalla Moretti in merito ai rapporti con oscuri personaggi dei servizi segreti). Analogamente, i rapporti che Vitalone avrebbe avuto con De Pedis, pur ritenuti dimostrati, avrebbero un significato ambiguo.


Di talché, «... pur sussistendo un valido motivo e la prova di rapporti tra Vitalone e la banda della Magliana in persona di De Pedis, i predetti elementi probatori non sono univoci e non permettono di ritenere riscontrata la chiamata in reità fatta nei suoi confronti. Vitalone va, pertanto, assolto dal delitto a lui ascritto per non avere commesso il fatto».


2.8. In definitiva, la Corte, pur non nascondendo alcune "perplessità" derivanti dalla "identità del movente" indicato, sia per la parte facente capo a Cosa nostra sia per quella facente capo alla banda della Magliana, nel pericolo che la pubblicazione di notizie poteva comportare per lo stesso gruppo di persone, dalla "identità del gruppo di potere" che avrebbe commissionato l'omicidio Pecorelli, nonché dalla fitta "rete di rapporti" politici, sociali ed economici, palesi od occulti (loggia P2, massoneria segreta) che legano i vari personaggi coinvolti nella vicenda, con sentenza in data 24 settembre 1999 ha assolto tutti gli imputati dal delitto di omicidio loro in concorso ascritto "per non aver commesso il fatto".

 

3. Il ragionamento probatorio della sentenza di appello.


Chiamata a pronunziarsi sugli appelli proposti dal PM e dalle parti civili, che avevano censurato la prima decisione per essersi disancorata dai dati certi, costituiti dalla confessione resa da Badalamenti e Bontade a Buscetta e dalle prove dichiarative circa la responsabilità dei due esecutori materiali, e per avere valutato frammentariamente gli indizi, benché corroborati da un valido movente, nonché sul ricorso per cassazione, convertito in appello, proposto da Vitalone, secondo il quale i primi giudici avrebbero trascurato di valutare fatti essenziali e travisato la realtà processuale, la Corte di assise d'appello di Perugia, respinta ogni richiesta di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, con sentenza in data 17 novembre 2002, in riforma di quella di primo grado, ha dichiarato Andreotti e Badalamenti colpevoli, in qualità di mandanti, dell'omicidio Pecorelli, condannandoli ciascuno, con le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla contestata aggravante, alla pena di anni 24 di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni a favore delle parti civili; ha dichiarato inammissibile l'impugnazione proposta da Vitalone ed ha confermato nel resto la sentenza di primo grado nei confronti del medesimo Vitalone e degli altri imputati Calò, Carminati e La Barbera.


La Corte distrettuale, premesso di condividere i criteri di valutazione della prova enunciati dal giudice di primo grado, è pervenuta a una diversa e alternativa ricostruzione della vicenda, poiché, da un lato, ha riconosciuto la piena attendibilità delle dichiarazioni de relato di Buscetta e la veridicità delle dichiarazioni indirette, da costui riferite, di Bontade e Badalamenti, e dall'altro ha attribuito all'esclusivo movente di natura politica legato al "caso Moro" il valore di «... elemento catalizzatore, una sorta di collante che consente di valutare in una visione organica tutte le emergenze probatorie».


Il fatto storico è stato ritenuto provato entro limiti soggettivi e oggettivi diversi rispetto alla prospettazione dell'accusa, per la quale il delitto avrebbe avuto come mandanti Andreotti e Vitalone e, sotto il profilo organizzativo, una matrice comune costituita da Nino e Ignazio Salvo, Calò, Bontade e Badalamenti, da un lato, "banda della Magliana" e destra eversiva, dall'altro. La Corte, oltre a svalutare l'impostazione accusatoria e ricostruire la vicenda negli esclusivi termini narrati da Buscetta, quanto al movente e ai mandanti dell'omicidio, ha disatteso del tutto le conclusioni del primo giudice circa il coinvolgimento di Abbruciati, sulla base di quanto dichiarato dai collaboratori appartenenti alla "banda della Magliana". E ciò per la ritenuta inconsistenza probatoria di quanto da essi riferito circa il coinvolgimento, come mandanti intermedi, di Calò, Giuseppucci e Abbruciati e, come esecutori materiali, di La Barbera, emissario di Inzerillo per conto di Bontade, e Carminati, appartenente alla destra eversiva e in collegamento con Abbruciati, da costui incaricato di eseguire l'omicidio. Giudizio di assoluta inconsistenza probatoria esteso, oltre alla chiamata in reità di Vitalone proveniente da Abbruciati e indirettamente riferita dalla Mancini, anche all'ipotesi di collegamenti del primo con De Pedis ed al profilo dello specifico «... interesse proprio oltre che del gruppo politico per il quale Vitalone si era adoperato all'interno del palazzo di giustizia», collegamenti e interesse ritenuti invece dimostrati dai primi giudici anche se privi di valenza univoca.

Si assume provato da parte dei giudici d'appello, in base a quanto riferito da Buscetta e da costui appreso da Bontade e Badalamenti, che «... ad organizzare l'omicidio, su richiesta dei cugini Salvo, erano stati Bontade e Badalamenti nell'interesse di Andreotti, la cui carriera politica rischiava di essere compromessa a causa di documenti che Pecorelli avrebbe potuto rendere pubblici. Circa la natura di detti atti Buscetta ha precisato che trattavasi di documenti segreti riguardanti Moro, trovati in una località ignota e in possesso del generale Dalla Chiesa il quale avrebbe potuto consegnarli al giornalista che intendeva pubblicarli». Sono questi, in estrema sintesi, i diversi contenuti della sentenza impugnata, in base ai quali la Corte di assise d'appello è giunta ad affermare la colpevolezza di Andreotti e Badalamenti, in tal modo riconducendo in via esclusiva la decisione di uccidere il giornalista - un vero e proprio "delitto politico" eseguito nell'interesse di Andreotti - al gruppo Nino e Ignazio Salvo, Bontade e Badalamenti.

Circa la prova dei rapporti tra Dalla Chiesa e Pecorelli e di un'attività comune dei due sulle "carte di Moro" (fornita dalla circostanza del rinvenimento, nel carcere di Cuneo, di una documentazione asseritamente relativa al "caso Moro", grazie all'informazione data da Pecorelli a Dalla Chiesa, in base a quanto riferito dal m.llo Incandela, oltre che alle annotazioni riscontrate sulle agende ed alle dichiarazioni della segretaria del giornalista), si pone in risalto che quest'ultimo avrebbe pubblicato su OP notizie in anteprima sul caso Moro: nell'articolo "Il filo rosso" distribuito il 10 ottobre 1978, si farebbe cenno a una circostanza fino ad allora inedita e che avrebbe trovato, poi, conferma con la scoperta il 9 ottobre 1990, nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano, di un'altra versione del memoriale; negli articoli "Non c'è blitz senza spina" e "Il memoriale: questo è vero questo è falso", pubblicati nello stesso numero di OP, sarebbe stata data notizia del ritrovamento di lettere inedite di Aldo Moro che verranno, poi, ritrovate nell'anno 1990 nello stesso covo, e si farebbe riferimento al contenuto del memoriale Moro sulla base di notizie avute da un informatore di Pecorelli. Che quest'ultimo fosse «... un personaggio piuttosto temuto da Andreotti e dal suo entourage... » sarebbe inoltre comprovato dal comportamento tenuto dall'onorevole Evangelisti dopo la cena alla "Famiglia piemontese", nel corso della quale Pecorelli avrebbe preannunciato nuovi attacchi ad Andreotti: Evangelisti avrebbe incontrato il giornalista e gli avrebbe offerto ulteriori finanziamenti, oltre quelli che sarebbero stati più volte elargiti, per evitare la pubblicazione dell'articolo su "gli assegni del Presidente".

3.1. La conclusione cui perviene la Corte di assise di appello è che Bontade e Badalamenti «hanno detto la verità a Buscetta». Il movente del delitto, riferito da Badalamenti a Buscetta, renderebbe incontestabile la loro «confessione», né potrebbe revocarsi in dubbio che esso debba essere ricercato proprio nella ragione che Badalamenti avrebbe rivelato a Buscetta: il giornalista stava appurando «cose politiche» collegate al sequestro Moro, «segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva», essendo Pecorelli e Dalla Chiesa «cose che s'intrecciano fra loro»; l'accertata attività comune di Dalla Chiesa e Pecorelli sulle «carte di Moro» costituirebbe «inconfutabile riscontro» alla «confessione» resa a Buscetta.

La prova della richiesta di Andreotti ai cugini Salvo di fare uccidere Pecorelli avrebbe fondamento non su testimonianze dirette, delle quali si ammette l'inesistenza, bensì su una «prova logica», fondata, oltre che su quanto riferito da Bontade e Badalamenti a Buscetta circa «l'interesse» che non avrebbe potuto essere che di Andreotti, sulle «comuni massime di esperienza». Né "Cosa nostra" in generale, né i cugini Salvo, in particolare, avrebbero avuto un interesse diretto all'eliminazione del giornalista che invece era rinvenibile in capo ad Andreotti, sì che l'omicidio non può che essere stato richiesto da costui, dovendosi escludere che autonomamente i Salvo abbiano potuto deciderlo di propria iniziativa per plurime ragioni. Da un lato, sarebbe stato necessario che «qualcuno» facesse loro conoscere le intenzioni di Pecorelli e ne evidenziasse la pericolosità per la posizione di Andreotti, ma, essendo necessario considerare le ricadute dell'omicidio al fine di valutarne la convenienza, simile operazione non poteva essere efficacemente compiuta senza avere una visione d'insieme della situazione, che solo Andreotti poteva avere; dall'altro, i cugini Salvo non erano notoriamente inclini alla violenza, onde mal si concilierebbe con la loro personalità l'idea che possano avere deciso autonomamente l'eliminazione del giornalista. Infine, pur ipotizzando che i Salvo possano avere deciso autonomamente di uccidere Pecorelli, della cui pericolosità potrebbero essere venuti a conoscenza per un tramite diverso da Andreotti, non è pensabile che essi abbiano realizzato il loro proposito senza consultarsi con il diretto interessato prima di darvi corso, trattandosi di fare un «favore» di non poco conto a un'altra persona, dalla quale ovviamente ci si attendeva di essere ricambiati; «... sicché era necessario che la persona approvasse preventivamente l'operazione, giacché, in caso contrario, si sarebbe corso il rischio di fare cosa sgradita all'interessato, con la conseguenza che piuttosto che ottenerne la gratitudine, se ne sarebbe avuta la riprovazione».

E - si aggiunge - «... non deve ritenersi necessaria la richiesta esplicita per uccidere, essendo sufficiente che si faccia capire, omnibus modis, che una determinata persona disturba o crea problemi e l'omicidio viene commesso per vie occulte. Spesso il linguaggio mafioso è fatto di parole non dette, di silenzi pesanti, di ammiccamenti: l'esecutore agisce illico et immediate, giacché la mafia si regge su ordini non discutibili, su richieste implicite, su segreti non rivelati e su una scala gerarchica così forte che spesso l'anello della catena conosce solo i due anelli a cui è collegato: il chiedere e il non vedere è d'obbligo come l'ubbidire senza tentennamenti». Tutto questo - si sottolinea ancora - «... non poteva non sapere Andreotti, acuto ed intelligente conoscitore degli uomini. Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per la sua ascesa, proprio perché era geloso custode di molti segreti, e Andreotti ne ha richiesto ed ottenuto la morte».

Il ragionamento probatorio dei giudici di secondo grado si conclude con l'affermazione che la decisione di uccidere il giornalista rientrava «... tra quelle di pertinenza della "entità politica", rappresentata da Andreotti, trattandosi di delitto politico, anche se rispondente a interessi comuni ad esponenti mafiosi commesso... in un contesto di inestricabili rapporti tra Cosa nostra ed esponenti del mondo politico».

3.2. Le motivazioni della sentenza di condanna, di cui sono state riportate le conclusioni, si articolano analiticamente nel seguente percorso argomentativo circa le valutazioni della chiamata in reità di Buscetta e il conferimento del mandato omicidiario.

Si sottolinea innanzi tutto che l'utilizzo delle dichiarazioni di Buscetta è limitato ai verbali acquisiti al fascicolo dibattimentale, nel quale sono confluite le dichiarazioni rese dal medesimo nel processo celebratosi davanti al Tribunale di Palermo a carico di Andreotti per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa nelle udienze 9/10 gennaio 1996, e quelle rese nel processo, celebratosi davanti alla Corte d'assise di Palermo, per l'omicidio di Salvo Lima nell'udienza 25 aprile 1995, e che, nel valutarne l'attendibilità, «si terrà conto della circostanza che, pur avendo egli assunto, nel presente procedimento, qualità di teste, allorché rese, nell'ambito dei processi celebratisi davanti ai giudici di Palermo, dichiarazioni sostanzialmente identiche a quelle rese nel corso del presente giudizio, rivestiva la veste d'imputato di reato collegato, sicché non ci si limiterà a valutare la sua attendibilità soggettiva, come per un qualsiasi testimone, ma si cercheranno riscontri oggettivi alle dichiarazioni».


Nel valutare siffatte dichiarazioni, la Corte, verificata positivamente la possibilità di Buscetta di incontrare Bontade e Badalamenti nei periodi da lui indicati e la possibilità che costoro gli abbiano riferito notizie riservate, ha assunto, quanto alla consistenza intrinseca delle dichiarazioni, una posizione consapevolmente diversa rispetto a quella del giudice di primo grado, non condividendone l'apprezzamento di genericità dei colloqui avuti con Bontade (il fatto che siano rimaste ignote le modalità del colloquio, l'occasione che generò la confidenza e il motivo per cui Bontade s'indusse a fare a Buscetta la confidenza medesima perde di rilevanza, giacché le rivelazioni di Bontade hanno trovano conferma a distanza di due anni in quelle di Badalamenti), né quello di inattendibilità di quanto raccontato a Buscetta da Bontade e da Badalamenti. Si osserva che «... Bontade e Badalamenti parlarono con Buscetta dell'omicidio Pecorelli a distanza di due anni l'uno dall'altro, sicché non è verosimile che sia l'uno che l'altro, a distanza di tanto tempo e senza previo accordo - di cui non v'è prova e che ben difficilmente avrebbero potuto porre in essere, ove si pensi che Bontade fu ucciso il 23 aprile 1981 - abbiano inventato d'aver organizzato l'omicidio fornendo particolari concordanti...» e che «... entrambi dissero di averlo organizzato assieme e che l'assassinio fu deciso per fare un favore ad Andreotti; entrambi fornirono la stessa motivazione dell'omicidio relativa ai documenti di Moro che, se pubblicati da Pecorelli, avrebbero danneggiato la carriera di Andreotti...».

Le circostanze riferite a Buscetta da Badalamenti circa i rapporti Dalla Chiesa-Pecorelli troverebbero riscontro nella vicenda narrata da Incandela. E, ritenuta provata, benché negata dall'imputato, l'esistenza di "solidi rapporti" tra Andreotti e i cugini Salvo, la Corte afferma che tale «... conoscenza personale non poteva essere disgiunta dalla consapevolezza, da parte del primo, del ruolo effettivo svolto dai secondi, sicché il primo poteva chiedere ai secondi l'uccisione del giornalista», menzionandosi altresì l'episodio dell'incontro romano tra Andreotti e Badalamenti per l'aggiustamento del processo Rimi e l'interessamento di Andreotti per la vicenda Sindona.

Verificata, attraverso le dichiarazioni di affiliati a "Cosa nostra" e il contenuto di talune conversazioni telefoniche intercettate fra Ignazio Salvo e Buscetta dopo gli omicidi Inzerillo e Bontade, l'esistenza degli ottimi rapporti che i Salvo avrebbero continuato ad avere con Bontade fino alla sua morte e con Badalamenti, anche dopo la sua espulsione dalla "commissione" e da "Cosa nostra", si sostiene che «... i Salvo avevano la possibilità di richiedere ai loro intimi sodali, Bontade e Badalamenti, di provvedere all'eliminazione di Pecorelli». La pratica attuazione dell'omicidio sarebbe stata affidata «... a Bontade, il quale, all'epoca dei fatti, era ancora potentissimo membro della "commissione" e disponeva di un vero e proprio esercito personale, compresa una "decina" composta da killer di provata esperienza, posta alle sue dirette dipendenze».


Si ricordano inoltre gli elementi emersi circa le frequentazioni tra Dalla Chiesa e Pecorelli ed il tenore delle conversazioni durante la cena alla "famiglia piemontese", evocandosi i riscontri relativi alla cena, ai finanziamenti richiesti da Pecorelli ed elargiti da Evangelisti e all'opera di dissuasione a non pubblicare l'articolo su "gli assegni del Presidente". La conclusione è che «... il movente dell'omicidio Pecorelli è collegato eziologicamente alla sua attività giornalistica e Andreotti aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse, comunque, in maniera addolcita».


La parte finale delle osservazioni conclusive è dedicata ad illustrare le ragioni del coinvolgimento morale di Andreotti. Premesso che la responsabilità del mandante non è posta in discussione dalla mancata individuazione degli esecutori materiali, si afferma che «... Andreotti è stato l'ideatore dell'omicidio Pecorelli, commesso nel suo interesse: nel 1979 la mafia non aveva alcun interesse ad uccidere Pecorelli in un contesto geografico ben lontano dalla Sicilia. Se Bontade e Badalamenti hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista in uno scenario politico alquanto torbido, ciò hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta (o, se si preferisce, a seguito di una richiesta formulata per acta concludentia) di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti; ciò appare evidente, sol che si consideri che il sistema mafioso è un sistema complesso, esteso, resistente, che ha i suoi referenti anche e soprattutto nei partiti: l'omicidio Pecorelli è stato un delitto con movente e mandante politico, organizzato ed eseguito da esponenti della mafia» dato che «... intorno alla eliminazione di Pecorelli confluivano, per modo diretto, interessi politici e criminali, legati da un comune filo conduttore». E conclude la Corte di merito che «... seppure non dovesse ritenersi provato il conferimento del mandato omicidiario (ma così non è per le ragioni indicate alle pagine 320, 303), a cagione della difficoltà di acquisire la prova in tal senso, sarebbe pur sempre configurabile, alla stregua dei principi enunciati nella sentenza Abbate, il consenso tacito di Andreotti, inteso come approvazione, sia pure non manifestata espressamente, ma chiaramente percepibile, di un'iniziativa altrui da parte di chi, per il comportamento già tenuto nei confronti dello scomodo giornalista, in occasione della pubblicazione di articoli sul settimanale OP, aveva un forte interesse all'eliminazione di Pecorelli. Anche in siffatta ipotesi il consenso tacito può essere assimilato all'elemento soggettivo richiesto per la sussistenza della compartecipazione psichica ... riconducendola al paradigma dell'istigazione o del rafforzamento dell'altrui proposito criminoso da chi poteva ricevere dei gravissimi pregiudizi dalla libera attività di giornalista di Pecorelli». La decisione in ordine all'omicidio rientrava, in definitiva, «... tra quelle di pertinenza della "entità politica", rappresentata da Andreotti, trattandosi di delitto politico, anche se rispondente ad interessi comuni ad esponenti mafiosi: la determinazione volitiva, diretta all'attuazione del disegno omicidiario, è stata indubbiamente rafforzata dall'approvazione preventiva di più soggetti per la convergenza di comuni interessi da loro rappresentati. Una volta dato l'appoggio ad una corrente o ad un personaggio politico, non si può che favorirne la crescita per non "perdere la faccia": chiunque impedisca questa ascesa diventa un nemico da far tacere prima e, se necessario, da eliminare. Ma se così è, non deve ritenersi necessaria la richiesta esplicita per uccidere, essendo sufficiente che si faccia capire, omnibus modis, che una determinata persona disturba o crea problemi e l'omicidio viene commesso per vie occulte. Spesso il linguaggio mafioso è fatto di parole non dette, di silenzi pesanti, di ammiccamenti ... Tutto questo non poteva non sapere Andreotti, acuto ed intelligente conoscitore degli uomini. Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per la sua ascesa proprio perché era geloso custode di molti segreti e Andreotti ne ha richiesto ed ottenuto la morte».


3.3. In merito agli elementi di accusa pertinenti all'autonoma causale della "banda della Magliana" e provenienti da collaboratori appartenenti alla stessa, la Corte, all'esito di una specifica analisi delle dichiarazioni di Camovale, Moretti, Abbatino, Mancini e di quelle della Zossolo, moglie di Chichiarelli, poste dal PM appellante a fondamento della richiesta di colpevolezza per La Barbera, Calò, Carminati e Vitalone, è giunta alla conclusione che esse sono assolutamente inattendibili, per le seguenti ragioni:


a) Carnovale «... proprio per la sua propensione a mentire... » ha reso dichiarazioni intrinsecamente inattendibili, sicché nemmeno si pone il problema dell'apprezzamento dei riscontri esterni che, peraltro, non sussistono.


b) «... La falsità dei fatti narrati dalla Moretti è riferibile, anzitutto, agli incontri che ci sarebbero stati tra Vitalone e De Pedis. Se la Moretti ha mentito con riferimento agli incontri tra De Pedis e Vitalone, non è dato comprendere per quale ragione dovrebbe ritenersi che abbia detto la verità quando ha dichiarato di avere appreso da De Pedis e da Pernasetti che Vitalone aveva organizzato l'evasione di Carnovale per ricambiare un favore fattogli dal De Pedis». Ciò confermerebbe l'inattendibilità «... in toto delle dichiarazioni della Moretti e, quindi, anche del contenuto delle intercettazioni ambientali», perché «la donna si rese conto, evidentemente, che la sua linea telefonica era sottoposta ad intercettazione, sicché non può escludersi aprioristicamente che la stessa abbia ritenuto che, all'interno del suo alloggio, fossero state occultate delle microspie; e non è irragionevole ritenere che la Moretti possa aver sospettato che ad analogo espediente potesse essersi fatto ricorso per intercettare il colloquio da lei avuto con Mancini, all'interno del carcere dell'Aquila». Infine, «l'elaborato peritale costituisce una forte smentita alle dichiarazioni della Moretti, secondo cui la banda della Magliana era in possesso dell'arma utilizzata per uccidere Pecorelli, che era stata sequestrata nel deposito del ministero della Sanità».


c) Le dichiarazioni di Abbatino, «... già dichiarate inattendibili dai primi giudici, in ordine alle rivelazioni fattegli da Giuseppucci, non possono avere alcuna capacità dimostrativa in ordine ai fatti riferiti».


d) Prive di qualsiasi capacità dimostrativa sono da ritenersi, infine, le dichiarazioni di Mancini, perché esse «... sono sostanzialmente riferibili a confidenze che egli assume di aver ricevuto da De Pedis» ... «non può ritenersi probabile che egli abbia visto, nelle mani del De Pedis, l'arma utilizzata per uccidere Pecorelli...» e «... l'opera rievocativa del narratore appare ancor più inattendibile, in considerazione del contenuto della relazione peritale costituente un'ampia smentita alle dichiarazioni della Moretti, secondo cui la banda era in possesso dell'arma utilizzata per l'omicidio, sequestrata nel deposito del ministero della Sanità...».


Si conclude pertanto nel senso che «... non vi sono elementi per sostenere che Bontade, per fare eseguire l'omicidio di Pecorelli, si servì di Calò e, per suo tramite, di Abbruciati e compagni; e non v'è alcun elemento per ritenere che Vitalone abbia ricoperto un qualche ruolo nella vicenda né che vi abbia preso parte La Barbera».

Questi, indicato dall'accusa come esecutore materiale dell'assassinio, è estraneo ai fatti addebitatigli perché, sebbene Mancini l'avesse riconosciuto in fotografia e indicato come colui che uccise Pecorelli, il riconoscimento non avrebbe offerto certezze per la «inattendibilità del Mancini» e perché «... più specificamente, non può ritenersi tranquillizzante un riconoscimento fotografico effettuato a distanza di circa quattordici anni dall'ultimo di uno o due incontri». Del resto, la doglianza del PM, secondo cui il primo giudice ne ha «... escluso la responsabilità, tra l'altro, per la sua appartenenza alla famiglia di Inzerillo, senza tenere conto del fatto che quest'ultimo era stato indicato, nel capo d'imputazione, fra i responsabili dell'omicidio e senza valutare adeguatamente gli stretti rapporti che lo legavano a Bontade» sarebbe priva di fondamento, in quanto «... è ben vero che Inzerillo è stato indicato, nel capo d'imputazione, come uno dei responsabili del delitto, ma è anche vero che ciò è avvenuto unicamente perché, essendo stato attribuito ad uno dei suoi uomini, ossia a La Barbera, il ruolo di esecutore materiale dell'omicidio, secondo le regole di "Cosa nostra", egli aveva necessariamente dovuto impartire l'ordine». Ciò escluderebbe, unitamente alla mancanza di altri elementi, qualsiasi ruolo nella vicenda di Salvatore Inzerillo.


Anche per Carminati, indicato tra gli esecutori materiali, la Corte esclude ogni coinvolgimento nel delitto, sebbene riconosca che le dichiarazioni di Carnovale e degli altri aderenti alla banda della Magliana «... che a lui si sono uniformati, indirizzanti verso Carminati, abbiano trovato un riscontro nel ritrovamento, nel deposito di armi che la banda aveva organizzato nei sotterranei del Ministero della Sanità, di un certo numero di cartucce marca Gevelot» che «... per essere scarsamente commercializzate in Italia e per le particolari caratteristiche, evidenziate dalla perizia, di usura del punzone che aveva impresso il marchio sul fondello del bossolo, potrebbero essere appartenute alla stessa partita delle due usate per uccidere Pecorelli». Ma «il riscontro non può essere considerato di particolare rilevanza, ove si pensi che il ritrovamento è avvenuto a distanza di oltre due anni dall'omicidio e che non è dato sapere quando e da chi le munizioni furono portate nel nascondiglio».

La Corte ribadisce infine di avere «... dimostrato che Andreotti aveva la possibilità di rivolgersi direttamente ai cugini Salvo e chiedere loro l'eliminazione dello scomodo Pecorelli, sicché egli, per conseguire il suo scopo, non aveva necessità di rivolgersi a Vitalone, né ad altri, perché facessero da intermediari. Analogamente, Bontade non aveva necessità alcuna di rivolgersi a Calò per organizzare l'omicidio e per farlo eseguire, dal momento che in Roma aveva un suo rappresentante, nella persona di Cosentino, soggetto abbastanza inserito nell'ambiente della delinquenza comune e dei terroristi, cui faceva capo una "decina", di cui Bontade poteva disporre a suo piacimento». Le considerazioni svolte rendono «... il teorema accusatorio destituito di fondamento, giacché le dichiarazioni di Carnovale, Moretti, Abbatino, Mancini e Zossolo sono inattendibili» sì che «l'appellata sentenza deve essere confermata nei confronti di Calò, Vitalone, Carminati e La Barbera...».

4. I ricorsi per cassazione.


Il PG, Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti ricorrono per cassazione avverso la sentenza della Corte di assise d'appello di Perugia.


4.1. Il ricorso del PG. Il PG ha impugnato la sentenza limitatamente alle posizioni degli imputati Giuseppe Calò, Claudio Vitalone, Massimo Carminati e Gioacchino La Barbera, assolti per non avere commesso il fatto.


Le censure della pubblica accusa si appuntano, da un lato, contro i criteri di valutazione della chiamata in reità degli imputati di reato collegato e dell'efficacia probatoria delle intercettazioni ambientali, dall'altro riguardano vizi di motivazione della sentenza.


In ordine al primo profilo, il ricorrente lamenta che il procedimento valutativo delle chiamate in reità provenienti da Carnovale, Mancini, Moretti e Abbatino, adottato dai giudici d'appello, non risponderebbe ai criteri stabiliti dalla Corte di cassazione per il riconoscimento del valore di prova, e non già di mero indizio, alle dichiarazioni di questi soggetti e per la conseguente applicazione del criterio di cui all'art. 192.3, piuttosto che di quello previsto dall'art. 192.2, c.p.p. riguardante gli indizi. La valenza di prova può essere attribuita a simili dichiarazioni in presenza di tre requisiti - da apprezzare nell'ordine - che consistono nella credibilità del dichiarante, nell'attendibilità intrinseca della dichiarazione accusatoria e nell'esistenza di altri elementi che dall'esterno ne confermino la validità, e ciascuno di questi tre momenti valutativi deve essere condotto sulla base di elementi diversi, essendo palesemente illogica la sovrapposizione di più valutazioni del medesimo elemento, condotta a fini differenti. Secondo il ricorrente, nessuna considerazione basata su dati e circostanze attinenti direttamente alla persona del dichiarante o ai suoi rapporti con i chiamati in reità si rinverrebbe nella sentenza, mentre il giudizio sulla credibilità soggettiva di ciascun dichiarante e quello sull'attendibilità oggettiva della dichiarazione sarebbero interamente confusi fra loro: sarebbe perciò frutto di erronea applicazione dell'art. 192 c.p.p. e logicamente incoerente il fatto che i giudici d'appello abbiano apprezzato negativamente la credibilità intrinseca dei dichiaranti attraverso argomentazioni che affrontano criticamente l'attendibilità o l'efficacia persuasiva di riscontri esterni, peraltro non di tutti.


Mancherebbe, inoltre, nella motivazione una valutazione complessiva del materiale probatorio, né l'incompleto e frammentario esame del patrimonio probatorio potrebbe essere sanato dall'apodittico inciso sull'inesistenza di riscontri esterni, tanto più che la sentenza di primo grado e l'atto di appello del PM si erano ampiamente intrattenuti su numerosi elementi di riscontro, diretto o indiretto; sì che la sentenza d'appello non avrebbe potuto affermare apoditticamente che, a prescindere dai pochi dati trattati in motivazione, i riscontri erano insussistenti, a meno di cadere in una motivazione solo apparente, oltre tutto contraddittoria rispetto al resoconto della prima decisione in essa contenuto.


4.1.1. Le memorie della difesa di Claudio Vitalone. In riferimento alla suddetta impugnazione sono state depositate dalla difesa di Vitalone due memorie (cui risulta allegata la memoria difensiva prodotta nel giudizio di appello) nelle quali si eccepisce il difetto di legittimazione a proporre ricorso per cassazione in capo al dottor Cannevale, magistrato che ha sottoscritto i motivi, sul rilievo che questi, in servizio nella Procura della Repubblica presso il Tribunale, aveva preso parte sia al giudizio di primo grado che al giudizio di appello, a sua richiesta e con il consenso del PG presso la Corte d'appello di Perugia a norma dell'art. 570.3 c.p.p.: circostanza questa che non lo abilitava a ricorrere contro la sentenza.

Il rilievo non verrebbe meno per la circostanza che il dottor Cannevale - come risulta dalla documentazione allegata - sarebbe stato investito delle funzioni di PG nell'ambito del processo di appello in forza di due provvedimenti assunti dal medesimo PG, rispettivamente il 26 marzo 2002 e il 9 gennaio 2003, a norma dell'art. 110.1 ordinamento giudiziario, che disciplina l'applicazione del magistrato. Il suddetto magistrato sarebbe stato illegittimamente applicato alla Procura Generale «soltanto per redigere il ricorso per cassazione nel processo Pecorelli» e il secondo decreto, avendo consentito un'aberrante «personalizzazione» della funzione di PM nel processo, anche in violazione dei «criteri organizzativi» vigenti nel primo semestre del 2003, costituirebbe «manifesta elusione» e «sostanziale aggiramento» delle regole di diritto suenunciate.


Il ricorso del PG sarebbe inammissibile anche per altri versi, essendo finalizzato ad accreditare una diversa e alternativa ipotesi ricostruttiva dei fatti processuali, alla luce di un materiale probatorio valutato comunque da parte di entrambi i giudici di merito, pur se all'esito di divergenti percorsi argomentativi, e apparendo per ciò inidoneo a fondare l'affermazione di responsabilità dell'imputato.

4.2. Il ricorso della difesa di Giulio Andreotti.

La difesa di Andreotti chiede l'annullamento senza rinvio della sentenza di appello, deducendone la nullità per erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 43, 110, 115 e 575 c.p., e per inosservanza di norme processuali, con particolare riguardo ai criteri fissati dall'art. 192 c.p.p., nonché la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione conseguente anche al travisamento dei fatti processuali e delle risultanze probatorie.


Nell'impostazione difensiva è privilegiata la deduzione di nullità della sentenza, oltre che per violazione ed erronea applicazione della legge penale, sostanziale e processuale, per il profilo della mancanza e manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, il cui esame sarebbe di per sé solo sufficiente ad imporne l'annullamento senza rinvio. Ma tale prospettiva non pone in secondo piano gli ulteriori vizi denunciati, per la cui rilevazione si sollecita l'accesso della Corte agli atti processuali, in considerazione della peculiare posizione nella quale l'imputato si sarebbe venuto a trovare nel giudizio di appello conseguente alla sua assoluzione in primo grado con formula ampiamente liberatoria, che non avrebbe avuto titolo né interesse ad impugnare, lamentandosi dell'omessa valutazione, anche da parte del giudice di primo grado, di risultanze probatorie decisive a comprovare l'innocenza dell'imputato.

Il mandato a uccidere, il movente omicidiario e la tesi del "consenso tacito" sono oggetto di ampia trattazione sotto entrambi i profili della violazione di legge sostanziale e del difetto di motivazione. Specificamente censurata è l'affermazione che il movente del delitto consisterebbe nella preoccupazione di Andreotti che Pecorelli potesse pubblicare documenti relativi al caso Moro e in tale ambito si inserirebbe l'ulteriore passaggio secondo cui il mandato, sotto forma di "consenso tacito", sarebbe stato raccolto dai cugini Salvo e trasmesso a Badalamenti e a Bontade. Si rileva in proposito che manca l'individuazione certa di quali sarebbero stati - o, anche soltanto, di quali avrebbero potuto essere con qualche grado di ragionevole approssimazione - i documenti di cui Pecorelli sarebbe venuto in possesso e che avrebbe voluto pubblicare con così devastanti conseguenze per il futuro politico di Andreotti, da costituire movente congruo per indurre questi a conferire il mandato ad uccidere il giornalista. Si sarebbe in presenza di affermazioni illogiche, contraddittorie e prive di qualsiasi riscontro nelle prove, anche per quanto concerne la pretesa diversità dei contenuti fra il primo - del 1978 - e il secondo - del 1990 - memoriale Moro.


E la sentenza impugnata incorrerebbe in ulteriore illogicità laddove, rendendosi conto della mancanza di prove storiche e testimoniali a sostegno delle sue asserzioni congetturali, è costretta a ricorrere alla "prova logica" per supplire ad essa.

Si contesta la correttezza delle premesse logico-giuridiche attraverso le quali si è pervenuti a ritenere l'attendibilità di Buscetta, rilevandosi che la sentenza omette di riportare il fatto che i giudici di Palermo avrebbero definito inattendibile Buscetta proprio in merito all'omicidio Pecorelli e non considera che la fonte di conoscenza delle dichiarazioni di Bontade e di Badalamenti è lo stesso Buscetta, sì che sarebbe censurabile sul piano logico l'affermazione che «le rivelazioni di Bontade trovano conferma in quelle di Badalamenti».


Si denunzia l'illegittima declaratoria d'inutilizzabilità e il mancato esame dei verbali delle dichiarazioni di Buscetta assunte mediante rogatorie internazionali il 6 aprile e il 2 giugno 1993, che avrebbero dovuto essere acquisiti al fascicolo per il dibattimento e utilizzati per la decisione, mentre, per effetto della loro estromissione, la Corte avrebbe omesso di tenere conto della difformità di contenuti, sul tenore delle dichiarazioni di Bontade e Badalamenti in relazione al presunto movente dell'omicidio Pecorelli, tra le dichiarazioni anzidette e quelle utilizzate ai fini della condanna.


Si contesta l'effettiva sussistenza di "riscontri" alle dichiarazioni accusatorie di Buscetta, sia per la circostanza del cosiddetto aggiustamento del processo Rimi, oggetto del presunto colloquio tra Andreotti e Badalamenti, sia per l'episodio narrato da Incandela, la cui testimonianza è definita falsa, lacunosa e comunque inattendibile per la collocazione nel tempo dell'incontro, per le modalità d'identificazione dello sconosciuto e per l'incertezza sull'effettivo rapporto tra Pecorelli e Dalla Chiesa, sia infine per le vicende del primo e del secondo memoriale Moro e degli articoli pubblicati sull'argomento nella rivista OP, la cui lettura smentirebbe la tesi accusatoria che Pecorelli sarebbe stato in possesso di notizie segrete contenute nei memoriali Moro.


Parimenti lacunose ed illogiche per travisamento degli atti processuali sarebbero le argomentazioni circa l'effettiva portata delle dichiarazioni di parenti e collaboratori del giornalista con riferimento al periodo precedente la sua uccisione, la riconducibilità al movente della questione nota con la sigla "gli assegni del Presidente", i rapporti di Andreotti con i cugini Salvo ed il collegamento operato tra il mandato ad uccidere Pecorelli e i presunti rapporti tra Andreotti e Sindona.

La difesa del ricorrente censura infine la motivazione della sentenza in riferimento al tema dell'interesse di Andreotti all'uccisione del giornalista (il movente per cui «Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per l'ascesa di Andreotti, proprio perché era geloso custode di molti segreti», non sarebbe mai stato nell'animo dell'imputato) e svolge talune riflessioni critiche circa la configurabilità e la prova del mandato ad uccidere, con particolare riguardo al profilo del "consenso tacito".

Si deduce altresì la contraddittorietà e l'illogicità dell'esclusione della circostanza aggravante di cui all'art. 112, n. 1, c.p., con la conseguente estromissione dal novero dei concorrenti dei cugini Salvo, ai quali invece in altra parte della motivazione viene attribuito un ruolo decisivo nella deliberazione e programmazione dell'omicidio.

La sentenza impugnata dovrebbe essere annullata senza rinvio per non avere Andreotti commesso il fatto, poiché risulterebbero dal testo della motivazione l'inesistenza del movente e del mandato omicidiario o, comunque, la mancanza di prove circa la forma, i tempi e le modalità di conferimento dello stesso, nonché la mancanza di un interesse all'eliminazione di Pecorelli. Le carenze motivazionali sarebbero tanto radicali quanto insanabili e le illogicità e contraddizioni che caratterizzerebbero la sentenza non sarebbero tali da lasciare aperta la strada a soluzioni in un giudizio di rinvio, mediante la loro sostituzione con argomentazioni corrette, ma testimonierebbero l'ormai irrecuperabile mancanza di prove a favore dell'ipotesi accusatoria.


4.3. Il ricorso della difesa di Gaetano Badalamenti. Secondo il difensore di Badalamenti la sentenza sarebbe nulla perché l'azione penale è stata iniziata o, comunque, proseguita in assenza della condizione di procedibilità richiesta dal principio di specialità dell'estradizione, in quanto l'imputato, tratto in arresto in Spagna nel 1984, era stato estradato negli Usa, mentre la successiva estradizione richiesta dall'Italia sia alla Spagna che agli Usa era stata negata.


La sentenza sarebbe altresì nulla in quanto l'intero primo grado del giudizio, previa dichiarazione di contumacia, si è svolto senza la partecipazione dell'imputato, il quale era legittimamente impedito perché detenuto negli Usa fin dal 1984 ed aveva ribadito in più occasioni di voler presenziare al dibattimento.


La sentenza impugnata sarebbe infine inficiata da un'ulteriore nullità per erronea applicazione degli artt. 146-bis e 205-ter disp. att. c.p.p., poiché la Corte d'appello ha ritenuto di procedere nei confronti di Badalamenti, nonostante lo stato di detenzione all'estero, avvalendosi dello strumento della videoconferenza che, da un lato, era inapplicabile nel giudizio d'appello giusta la disposizione transitoria di cui all'art. 18 l. 367/2001, e dall'altro non era specificamente previsto dal Trattato di mutua assistenza fra Italia e Usa.


Si lamenta infine la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata, il cui percorso argomentativo sarebbe basato su elementi contraddittori, illazioni e costruzioni irrazionali: le doglianze ripercorrono i medesimi argomenti trattati dal ricorso di Andreotti circa l'attendibilità delle dichiarazioni de relato di Buscetta e la consistenza del movente.


5. L'assegnazione del ricorso alle Sezioni unite


A seguito di istanza della difesa di Andreotti, il Primo Presidente, rilevato che tra le questioni prospettate figurava anche quella relativa alla possibilità per l'imputato di denunciare, con ricorso per cassazione, la mancanza o la manifesta illogicità di motivazione della decisione impugnata, nel caso di sentenza assolutoria in primo grado seguita da condanna in appello, allorché sia la prima che la seconda abbiano omesso di valutare decisive risultanze probatorie, e ritenuta di speciale importanza detta questione, con decreto del 10 giugno 2003 ha assegnato il ricorso alle Sezioni unite, fissando per la discussione l'odierna udienza pubblica.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

6. Il ricorso del PG della Repubblica presso la Corte d'appello di Perugia.

Il PG ha impugnato la sentenza, limitatamente alle posizioni degli imputati Giuseppe Calò, Claudio Vitalone, Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera, assolti per non avere commesso il fatto, censurando, da un lato, le cadenze del procedimento valutativo delle chiamate in reità provenienti da imputati di reato collegato - Carnovale, Mancini, Moretti e Abbatino - e dall'altro i vizi di motivazione della sentenza.

Ad avviso del ricorrente, sarebbe frutto di erronea applicazione dell'art. 192.3 c.p.p. e logicamente incoerente il fatto che i giudici d'appello abbiano apprezzato negativamente l'attendibilità soggettiva dei dichiaranti e la credibilità intrinseca delle dichiarazioni attraverso argomentazioni che, sovrapponendosi confusamente nei piani di verifica, affrontano criticamente l'efficacia persuasiva dei riscontri esterni, diretti e indiretti, peraltro non di tutti, alla stregua di un incompleto e frammentario esame del patrimonio probatorio, del quale difetterebbe la valutazione complessiva, anche con riguardo all'autonoma efficacia dimostrativa delle intercettazioni ambientali.

6.1. In riferimento alla suddetta impugnazione del PG, la difesa dell'imputato Claudio Vitalone ha eccepito il difetto di legittimazione a proporre ricorso per cassazione in capo al dottor Alessandro Cannevale, magistrato che ha sottoscritto i motivi, sul rilievo che questi, in servizio nella Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, aveva preso parte sia al giudizio di primo grado che al giudizio di appello a norma dell'art. 570.3 c.p.p.: circostanza questa che non lo abilitava a ricorrere contro la sentenza, secondo la giurisprudenza di legittimità. Il rilievo non verrebbe meno, secondo l'assunto difensivo, per la circostanza che il dottor Cannevale - come risulta dalla documentazione allegata - sarebbe stato investito delle funzioni di PG nell'ambito del giudizio di appello in forza di due provvedimenti assunti dal PG presso la Corte d'appello di Perugia, rispettivamente del 26 marzo 2002 e del 9 gennaio 2003, a norma dell'art. 110.1 ordinamento giudiziario, che disciplina l'applicazione del magistrato. Il dottor Cannevale sarebbe stato illegittimamente applicato «soltanto per redigere il ricorso per cassazione nel processo Pecorelli» e il secondo decreto, avendo consentito un'aberrante «personalizzazione» della funzione di PM nel processo, anche in violazione dei «criteri organizzativi» vigenti nel primo semestre dell'anno 2003, costituirebbe «manifesta elusione» e «sostanziale aggiramento» delle regole di diritto suenunciate.

Le Sezioni unite hanno effettivamente affermato il carattere eccezionale della norma di cui all'art. 570.3 c.p.p., che non può, pertanto, essere interpretata estensivamente fino a riconoscere al rappresentante del PM nel giudizio di primo grado, autorizzato a partecipare al giudizio di appello nella veste di sostituto del PG, il potere di impugnare la sentenza emessa dalla Corte d'appello: il ricorso per cassazione contro ogni sentenza pronunciata in grado di appello rimane dunque di esclusiva competenza del PG presso la Corte d'appello secondo la generale previsione dell'art. 608.1 c.p.p. in tema di legittimazione a ricorrere del PM (Sezioni unite, 30 aprile 1997, Dessimone, rv 207941).

Ma il dottor Cannevale, sostituto procuratore in servizio nella Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, è stato "applicato" all'ufficio della Procura Generale mediante due, successivi, decreti di "applicazione" endodistrettuale, adottati a norma dell'art. 110.1 ordinamento giudiziario, sì che il suddetto magistrato del PM, "incardinato" a tutti gli effetti di legge, fino al termine di durata dell'applicazione, nell'ufficio di destinazione, diverso da quello di provenienza, ha proposto ricorso per cassazione nella veste di sostituto del PG presso quella Corte d'appello.

Non assumono, peraltro, alcun rilievo esterno i criteri tabellari stabiliti per l'organizzazione dei servizi e la distribuzione delle incombenze negli uffici di Procura, non inerendo comunque - all'evidenza - le garanzie costituzionali di legale precostituzione e di terzietà del giudice, cui pure s'ispira il sistema tabellare, al ruolo e alla struttura organizzativa degli uffici requirenti. Di talché, l'eventuale inosservanza dei criteri di organizzazione dell'ufficio della Procura Generale della Repubblica di Perugia per il biennio 2002/2003, nei termini denunziati dalla difesa dell'imputato (con riferimento alla specifica materia dell'attribuzione dei compiti di redazione dei motivi d'impugnazione delle sentenze d'appello), non costituisce fonte di sanzioni processuali e, ai fini che rilevano in questa sede, non incide affatto sulla legittimazione del singolo magistrato della medesima Procura a ricorrere per cassazione.

6.2. Il ricorso del PG, ad avviso della stessa difesa, sarebbe inammissibile anche per altri versi, essendo finalizzato ad accreditare una diversa e alternativa ipotesi ricostruttiva dei fatti processuali, alla luce di un materiale probatorio comunque valutato da parte di entrambi i giudici di merito pur se all'esito di divergenti percorsi argomentativi, e apparendo per ciò inidoneo a fondare l'affermazione di responsabilità di Claudio Vitalone.

Il PG, nel denunziare la violazione dei criteri di valutazione della consistenza probatoria delle dichiarazioni accusatorie di imputato di reato collegato, stabiliti dall'art. 192.3 c.p.p. secondo l'ormai consolidata interpretazione giurisprudenziale, ha censurato in realtà la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata in ordine all'espresso (pre)giudizio di inattendibilità intrinseca delle chiamate in reità dei collaboratori di giustizia appartenenti alla banda della Magliana: operazione, questa, diretta a screditare con approccio superficiale e apodittico l'affidabilità soggettiva dei dichiaranti, che la Corte di assise d'appello avrebbe condotto attingendo solo in parte al quadro complessivo dei riscontri esterni, molti dei quali non risulterebbero passati in rassegna, sia pure criticamente.

Il ricorrente fa riferimento, in particolare, ai seguenti elementi probatori, il cui esame sarebbe stato pretermesso dai giudici dell'appello: il sequestro di proiettili Gevelot nel deposito della banda della Magliana presso il Ministero della Sanità; le fonti che attestavano la scarsissima diffusione di quei proiettili sul territorio nazionale all'epoca del delitto; l'accertamento dell'identità del punzone utilizzato per le munizioni sequestrate e di quello apposto sui due proiettili Gevelot che attinsero Pecorelli; le fonti che indicavano in Carminati uno dei frequentatori e utilizzatori del deposito, nonché l'uso da parte sua di armi e munizioni dello stesso calibro dell'arma del delitto e la sua capacità di costruire silenziatori artigianali, circostanza rilevante perché Pecorelli fu ucciso con una pistola silenziata; le intercettazioni ambientali e telefoniche, analizzate nei passi rilevanti, che rappresentano fonti autonome di chiamate in reità nei confronti di Carminati ed elementi di riscontro per ulteriori chiamate; le numerose fonti - Incandela, Formisano, Bossi, Vitali, Mangano, Varone, fino alle intercettazioni eseguite a Milano - che confermano le dichiarazioni di Mancini circa il collegamento della persona di Turatello alle vicende della raccolta e del recupero dei documenti sul sequestro Moro, alla radice dell'omicidio Pecorelli; le dichiarazioni di Siino sull'acquisto di Mab 7,65 francesi e proiettili Gevelot da parte di Bontade, in riscontro alle dichiarazioni di Carnovale e Mancini circa la provenienza "siciliana" dell'arma e, nel contempo, all'ipotizzato collegamento fra "Cosa nostra" e la criminalità romana nell'organizzazione del delitto; le dichiarazioni di Marino Mannoia che confermavano il possesso di pistole francesi da parte di Bontade; le fonti dalle quali potrebbe desumersi un interessamento di Claudio Vitalone alla vicenda Moro ed alle attività di Turatello; le fonti concernenti l'episodio della cena alla "famiglia Piemontese" e l'interessamento di Vitalone all'inchiesta giornalistica di Pecorelli su Andreotti, dalle quali potrebbero desumersi contatti di Vitalone con il giornalista; le fonti riguardanti rapporti di Vitalone con i cugini Salvo; le dichiarazioni di Cangemi su quanto confidatogli da Calò riguardo all'omicidio, a conferma della chiamata in reità che raggiungeva quest'ultimo; le prove attinenti i rapporti fra Calò ed esponenti della banda della Magliana indicate nella sentenza di primo grado e quelle poste in luce nell'appello del PM; le conferme ricevute dalle dichiarazioni della Moretti riguardo alla collocazione della casa di Bontade, da lei vista in occasione di un viaggio a Palermo con Abbruciati, e ad una richiesta di trasferimento carcerario di Mancini.

Osserva peraltro il Collegio che, anche se le motivazioni della sentenza d'appello si rivelassero, sui punti suindicati, lacunose, contraddittorie o addirittura apparenti, ciò nonostante le censure del ricorrente PG non coglierebbero nel segno, perché - com'è stato puntualmente illustrato dalla difesa di Vitalone e da quella di Carminati e La Barbera -, tutte le denunziate fratture motivazionali risulterebbero, comunque e per intero, colmate mediante il richiamo ai singoli ed analitici passaggi argomentativi della sentenza di primo grado. Questa, infatti, nell'esaminare l'ipotesi della causale esclusiva della banda della Magliana (v. retro, 2.6-2.7), pur avendo innalzato l'apprezzamento di attendibilità delle dichiarazioni dei suddetti collaboratori oltre la soglia della mera credibilità soggettiva (ad esclusione della figura di Maurizio Abbatino), ne ha tuttavia paralizzato la persuasività e l'efficacia dimostrativa per difetto di univoci elementi probatori configurabili come obiettivi riscontri esterni, sull'assorbente rilievo che la duplice chiamata in reità di Antonio Mancini e Fabiola Moretti a carico dei mandanti e degli esecutori materiali proviene in realtà da una fonte unica, Danilo Abbruciati, e neppure diretta, poiché, essendo al momento dell'omicidio Abbruciati e De Pedis in stato di detenzione, le notizie provenienti da Abbruciati sono notizie de relato, avendo costui necessariamente appreso da terze persone quello che a sua volta avrebbe raccontato a De Pedis, Mancini e Moretti. La chiamata in reità di quest'ultimi sarebbe da considerare, dunque, non solo unica, ma anche doppiamente indiretta e, come tale, per essere posta a base di una pronunzia di condanna, necessitante dell'attendibilità non solo del chiamante, ma anche delle persone che hanno fornito le notizie, oltre che dei riscontri esterni alla dichiarazione stessa.

S'intende dire che la non omogeneità dei percorsi valutativi della prova e della ratio decidendi da parte del giudice d'appello rispetto al primo giudice, non essendo idonea a giustificare, di per sé, il travolgimento dell'identico decisum, lascerebbe pur sempre intatta la concorde conclusione integralmente liberatoria.

Alla luce degli autonomi apparati argomentativi delle due sentenze, non sovrapponibili ma reciprocamente integrati, resta insuperabile la motivata risposta negativa, data anche dal giudice di primo grado, sia pure all'esito di un diverso e alternativo ragionamento probatorio ma con approfondite e corrette proposizioni argomentative, al quesito se l'ipotesi accusatoria riguardante il contributo concorsuale all'omicidio Pecorelli di Giuseppe Calò e Claudio Vitalone, in veste di mandanti intermedi, e di Massimo Carminati e Gioacchino La Barbera, quali esecutori materiali del crimine, sia risultata, alla luce dell'acquisita evidenza probatoria, fondata "oltre ogni ragionevole dubbio".

E però, non configurandosi nel ricorso del PG motivi "diversi da quelli consentiti dalla legge", siccome diretti ad una mera rivalutazione del materiale probatorio e ad una rinnovata ricostruzione dei fatti, alternativa rispetto a quella operata dai giudici del merito, né "manifestamente infondati", il Collegio non ritiene che possano ravvisarsi profili di inammissibilità nelle descritte ragioni di gravame, che attengono - come si è detto nel vagliarne negativamente la fondatezza - alla legalità delle cadenze dell'operazione valutativa delle prove dichiarative di cui all'art. 192.3 c.p.p. da parte del giudice d'appello ed alla mancante, illogica o apodittica motivazione in ordine a una serie di elementi acquisiti all'incarto processuale.

7. Il ricorso di Giulio Andreotti.

Nell'articolazione dei distinti motivi di ricorso, oltre la deduzione di nullità della sentenza per violazione ed erronea applicazione della legge penale, sostanziale e processuale, si avverte che è privilegiato, secondo l'impostazione difensiva, lo specifico profilo della mancanza e manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, il cui esame sarebbe di per sé solo sufficiente ad imporne l'annullamento senza rinvio.
La difesa del ricorrente lamenta inoltre l'omessa valutazione, da parte sia del giudice d'appello che di quello di primo grado che l'aveva assolto con formula ampia, di talune risultanze probatorie decisive per dimostrare la sua innocenza, e chiede a questa Corte di accedere agli atti processuali per rilevare la fondatezza della censura: ciò in considerazione della peculiare posizione nella quale l'imputato si era venuto a trovare nel giudizio di appello, instaurato su gravame del PM avverso la prima pronuncia pienamente liberatoria, rispetto alla quale egli era privo di interesse all'impugnazione. Dal diniego di accesso agli atti conseguirebbe altrimenti per l'imputato, che non era legittimato a dedurre in appello l'incompleta o insoddisfacente motivazione della sentenza di primo grado per non avere questa tenuto conto di tutti gli elementi di prova favorevoli e per avere selezionato soltanto quelli ritenuti sufficienti a giustificare la decisione assolutoria, l'impossibilità di censurare in sede di legittimità la sentenza di condanna che avesse omesso di valutare prove o trascurato temi difensivi, non essendo neppure consentito in tal caso il confronto tra i motivi di appello dell'imputato e la motivazione della sentenza di secondo grado.

7.1. Le Sezioni unite sono chiamate, pertanto, ad affrontare la questione «se e in quali limiti l'imputato, assolto in primo grado e condannato in appello, possa dedurre mediante ricorso per cassazione la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione della sentenza di condanna, sull'assunto che entrambe le sentenze avrebbero omesso di valutare decisive risultanze probatorie».

7.1.1. Se questo è il thema decidendum sottoposto all'esame della Corte, mette conto innanzi tutto di osservare che il problema nasce dalla circostanza che l'imputato assolto con la formula pienamente liberatoria "per non aver commesso il fatto", anche se per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'art. 530.2 c.p.p., non è legittimato - di regola - a proporre appello, anche incidentale (sezione quarta, 29 maggio 1996, Passeri, rv 205244), avverso la relativa sentenza, per carenza di un apprezzabile interesse all'impugnazione: interesse che potrebbe invero - solo eccezionalmente - ravvisarsi allorché l'imputato deduca che l'accertamento di un fatto materiale, oggetto del giudizio penale conclusosi con sentenza dibattimentale e irrevocabile di assoluzione, possa, a norma e nei limiti segnati dall'art. 654 c.p.p., pregiudicare con efficacia di giudicato le situazioni giuridiche soggettive a lui facenti capo, in "altri giudizi civili o amministrativi", diversi da quelli di danno e disciplinari regolati dagli artt. 652 e 653.

Il principio, già affermato da questa Corte nel vigore del nuovo codice di rito (Sezioni unite, 23 novembre 1995, PG in proc. Fachini, rv 203762; conf. sezione seconda, 24 febbraio 1998, Ariata, rv 210334; sezione prima, 24 novembre 1999, PG e Musolino, rv 21613 1; sezione terza, 21 marzo 2002, Rebizzi, rv 222251), va condiviso e ribadito, in quanto, alla stregua di una lettura sistematica degli artt. 568.4, 593.2 e 607.1 c.p.p. (sulla portata di quest'ultima disposizione, v. la Relazione al testo definitivo, p. 200), la conclusiva statuizione contenuta nel dispositivo non può essere comunque modificata, quale che sia il contenuto della motivazione, anche se essa sia ritenuta dall'imputato per talune parti pregiudizievole, per apprezzamenti negativi sulla sua personalità e per perplessità sulla sua innocenza, ovvero insoddisfacente per non avere tenuto conto di elementi di prova favorevoli e decisivi, essendo stati selezionati soltanto quelli sufficienti a giustificare il proscioglimento.

Il che comporta, per il combinato disposto degli artt. 606.3 e 609.2 c.p.p., l'inoperatività della preclusione del novum nel giudizio di cassazione, con riferimento alle violazioni di legge non dedotte con i motivi d'appello ma che - come si è detto - neppure sarebbe stato possibile dedurre da parte dell'imputato prosciolto in prime cure.

Ed infatti, l'art. 14.5 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e l'art. 2.2 del Protocollo addizionale n. 7 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, secondo la prevalente dottrina e l'ormai consolidata interpretazione giurisprudenziale delle Corti sopranazionali (Comm. eur. dir. uomo, 17 gennaio 1994, Botten e. Norvegia; Corte eur. dir. uomo, 13 febbraio 2001, Krombach c. Francia; Corte eur. dir. uomo, 27 giugno 2002, Dépients c. Francia; Ccpr, Human Rights Committee, 20 luglio 1994, v. Jamaica; Ccpr, Human Rights Committee, 11 agosto 2000, v. Spain) e della Corte costituzionale (sentenza 62/1981, 433/1990 e 288/1997), nell'ipotesi di declaratoria di colpevolezza e di condanna in appello seguite al proscioglimento in prime cure, non esigono un ulteriore grado di giudizio di merito (a full appeal), essendo consentita la previsione legislativa del solo ricorso per cassazione per eventuali errori in procedendo o in iudicando, con la conseguenza che il riesame nel merito interverrà solo ove tali errori siano accertati.

Tali disposizioni di diritto internazionale pattizio, segnalando l'esigenza che la garanzia apprestata dall'ordinamento processuale interno, per la verifica di legittimità della condanna dell'imputato intervenuta in appello dopo l'assoluzione in primo grado, non sia apparente ed elusiva del principio, bensì abbia carattere "sostanziale", orientano peraltro l'interprete in direzione di una lettura costituzionalmente corretta dell'art. 606.1, lett. e), c.p.p., in termini di effettività del sindacato di legittimità a fronte della mancanza e/o manifesta illogicità della motivazione della sentenza di condanna, a causa dell'omessa valutazione di prove decisive per il proscioglimento dell'imputato da parte del giudice d'appello e, ancor prima, del giudice di primo grado che pure aveva assolto l'imputato.

Le Sezioni unite hanno ripetutamente affermato, secondo una linea interpretativa ormai consolidata, che non può dirsi arbitrario un sindacato della Corte di cassazione circoscritto all'esame del testo del provvedimento impugnato - al fine di prevenire qualsivoglia irruzione nell'area della valutazione della prova riservata in via esclusiva al giudice di merito - nei termini indicati, per la rilevanza del vizio motivazionale, dall'art. 606.1, lett. e), c.p.p., precisandosi, circa lo specifico fenomeno del "travisamento del fatto", che il vizio della prova "travisata" o "omessa", in tanto è sindacabile in sede di legittimità secondo il prescritto modulo di rigida preclusione all'esame degli atti processuali, in quanto sia dimostrata da parte del ricorrente l'avvenuta rappresentazione al giudice della precedente fase d'impugnazione degli elementi dai quali quest'ultimo avrebbe dovuto rilevare il detto travisamento, sicché la Corte possa, a sua volta, desumere dal testo del provvedimento impugnato se e come quegli elementi siano stati valutati (Sezioni unite, 30 aprile 1997, Dessimone).

Il rimedio al "travisamento del fatto", attraverso la verifica dei motivi di appello e dell'esame che ne ha compiuto il giudice dell'impugnazione, nell'incrinare parzialmente il dogma della "testualità", ha il merito di spostare l'indagine di legittimità sul più solido e tradizionale terreno del vizio della mancanza di motivazione.

7.1.2. Le Sezioni unite sono consapevoli del deficit di giustizia sostanziale che, nel peculiare caso in esame, potrebbe conseguire dall'assoluta e indiscriminata applicazione della regola di rilevabilità "testuale" del vizio motivazionale determinato dalla mancata valutazione di una prova decisiva per la difesa dell'imputato; ed altresì dell'incoerenza di un sistema processuale che, invece, riconosce - prima - la censurabilità mediante ricorso per cassazione del vizio di mancata assunzione della medesima prova ex art. 606.1, lett. d), c.p.p. e la revisionabilità - poi - della sentenza di condanna sulla base di prove "nuove" ai sensi dell'art. 630.1, lett. c), c.p.p., intendendosi per tali non solo quelle sopravvenute o scoperte successivamente ad essa, ma anche quelle acquisite e preesistenti e che, pur decisive, non siano state valutate neanche implicitamente dal giudice (sezione prima, 6 ottobre 1998, Bompressi, rv 211456; Sezioni unite, 26 settembre 2001, Pisano, rv 220443).

Ma è da chiedersi, peraltro, se la condanna per la prima volta in appello si sottragga davvero ad ogni effettiva possibilità di controllo nell'ipotesi di travisamento del fatto per l'omessa valutazione di una prova contraria decisiva: vizio che un'accorta motivazione si sostiene sarebbe in grado di sottrarre agevolmente al vaglio della Corte di cassazione.

In realtà, non è del tutto sicuro che, nel caso prospettato di omesso esame di risultanze probatorie decisive, la condanna in appello dell'imputato prosciolto in primo grado si sottragga a reali possibilità di controllo, sembrando invece consentirle il sistema processuale, così come attualmente congegnato, se correttamente interpretato.

Le Sezioni unite, consapevoli in pari misura dell'esigenza di stabilizzare il sindacato di legittimità in termini di rigorosa non interferenza con le valutazioni fattuali riservate al "merito" della prova - esigenza questa sicuramente meglio salvaguardata dal limite "testuale" del vizio di motivazione -, avvertono infatti come una soluzione equilibrata del problema potrebbe sortire, quanto alla peculiare fattispecie processuale sopra descritta, da una lettura dell'art. 606.1, lett. e), c.p.p. condotta nel solco dell'interpretazione estensiva che di essa è stata già data dalla sentenza Dessimone, che ben può dirsi costituire oggi il "diritto vivente" sul tema. Nel senso che, ai fini della rilevabilità del vizio di prova omessa decisiva, la Corte di cassazione possa e debba fare riferimento, come tertium comparationis per lo scrutinio di fedeltà al processo del testo del provvedimento impugnato, non solo alla sentenza assolutoria di primo grado, ma anche (non certo ai motivi d'appello dell'imputato, carente d'interesse all'impugnazione, perciò inesistenti) alle memorie ed agli atti con i quali la difesa, nel contestare il gravame del PM, abbia prospettato al giudice d'appello l'avvenuta acquisizione dibattimentale di altre e diverse prove, favorevoli e nel contempo decisive, pretermesse dal giudice di primo grado nell'economia di quel giudizio, oltre quelle apprezzate ed utilizzate per fondare la decisione assolutoria. La mancata risposta dei giudici d'appello alle prospettazioni della difesa circa la portata di decisive risultanze probatorie inficerebbe la completezza e la coerenza logica della sentenza di condanna e, a causa della negativa verifica di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, la renderebbe suscettibile di annullamento.

La Corte di cassazione, dunque, senza necessità di accedere agli atti d'istruzione probatoria, prendendo in esame ancora una volta il testo della sentenza impugnata e confrontandola con quella di primo grado e con gli apporti difensivi nel giudizio d'appello, è chiamata a saggiarne la tenuta, sia "informativa" che "logico-argomentativa".

S'intende ribadire che compito del giudice di legittimità non è, e non può essere, quello di accedere agli atti - come vorrebbe il ricorrente per apprezzare il significato, che si asserisce decisivo, di una prova acquisita - ma quello di verificare se una prova, in tesi decisiva, richiesta (se ci si duole della mancata assunzione) o assunta (se ci si duole della mancata valutazione) sia effettivamente tale, e se quindi l'omissione denunciata sia idonea a inficiare la decisione di merito. Solo una verifica del genere sembra compatibile con le funzioni della Corte di cassazione, in quanto essa non richiede la individuazione del risultato probatorio, ma comporta un confronto tra la richiesta (di assunzione o di valutazione di una prova) e il provvedimento impugnato e presuppone che la richiesta sia stata correttamente formulata e documentata: il che nel giudizio di appello non è certo precluso alla parte non impugnante, la quale, con memorie, atti o anche dichiarazioni verbalizzate, ben può sollecitare la considerazione di una prova trascurata dalla sentenza di primo grado.

Di talché, l'eventuale annullamento della decisione impugnata - con rinvio - conseguirebbe, in tal caso, alla mancanza di motivazione, accertata all'esito di una verifica dell'omessa valutazione di prove decisive a favore dell'imputato, pretermesse nell'economia della motivazione della prima sentenza assolutoria e neppure implicitamente considerate nella motivazione della successiva sentenza di condanna, sempre che l'esistenza e i contenuti delle medesime prove siano stati oggetto di specifica segnalazione da parte della difesa dell'imputato nel giudizio di appello.


7.1.3. Ben più radicale ed efficace, de jure condendo, sarebbe tuttavia, ad avviso delle Sezioni unite, un intervento mirato del legislatore sul terreno della (ri)perimetrazione delle opzioni decisorie consentite al giudice di appello, che sia chiamato a pronunciarsi sull'appello del PM avverso la sentenza assolutoria di primo grado. Principi costituzionali, norme di diritto internazionale convenzionale ed autorevole dottrina suggeriscono infatti di ristrutturare sapientemente il giudizio d'appello, secondo cadenze e modalità tali da precludere a quel giudice (che di regola rimane estraneo alla formazione dialettica della prova) di ribaltare il costrutto logico della decisione di proscioglimento dell'imputato, all'esito di una mera rilettura delle carte del processo e di un contraddittorio dibattimentale ex actis. Nel senso cioè di qualificare in questo caso l'appello, ove non si concluda con la conferma dell'alternativa assolutoria, come giudizio di natura esclusivamente rescindente, cui debba seguire un rinnovato giudizio di primo grado sul merito della responsabilità dell'imputato, modulato sui binari tracciati dalla sentenza di annullamento.

Questa soluzione, oltre ad assicurare all'imputato la garanzia "sostanziale" del doppio grado di giudizio di merito, ai fini della declaratoria di colpevolezza e della condanna, avrebbe nel contempo l'indubbio pregio di non sconvolgere la geometria dei limiti del sindacato di legittimità - come disegnata dal nuovo codice di rito nella richiamata interpretazione giurisprudenziale - e di consentire così l'armonico dispiegarsi nel sistema processuale della funzione nomofilattica attribuita alla Suprema Corte.

7.2. Se queste sono le linee e le possibili soluzioni del problema in esame, ritiene il Collegio che, nonostante il serio impegno profuso dalla difesa di Andreotti a sostegno della tesi dell'incompletezza informativa e dell'incoerenza logico-argomentativa in merito agli effettivi risultati probatori acquisiti (per la denunziata mancanza di motivazione a causa dell'omessa valutazione di prove decisive), siano tuttavia sicuramente preliminari e prevalenti, nel presente giudizio di legittimità, le ragioni di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, prospettate dal ricorrente, in via principale, sotto il duplice profilo della inosservanza o erronea applicazione della legge penale, sostanziale e processuale, e della manifesta illogicità della motivazione, risultante - essa sì immediatamente - "dal testo" della sentenza impugnata.

Ed invero, per il noto fenomeno di complementarità tra i due vizi, la sentenza impugnata dev'essere annullata laddove si accerti che la violazione di legge, intrecciandosi col vizio motivazionale e rifluendo sull'apparato logico-argomentativo dell'atto decisorio che sulla stessa si fonda, abbia avuto determinante efficacia dimostrativa nel ragionamento giudiziale, un peso reale sul convincimento e sul dictum del giudice di merito, atteso che la scelta di una determinata soluzione, nella struttura argomentativa della motivazione, non sarebbe stata la stessa senza quell'errore.

7.2.1. Le censure difensive, attinenti sia alla violazione della regola di valutazione probatoria di cui all'art. 192.3 c.p.p. che alla manifesta illogicità della motivazione, quanto all'affermato concorso morale dell'imputato nella veste di mandante dell'omicidio, si articolano sul duplice versante dell'inattendibilità intrinseca e dell'inesistenza di obiettivi e individualizzanti riscontri esterni della chiamata in reità de relato del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, fonte di prova privilegiata e cardine dell'accusa. La Corte distrettuale ha infatti valorizzato le propalazioni accusatorie di Buscetta, il quale, sostenendo di avere una conoscenza solo indiretta delle vicende narrate e delle persone coinvolte, ha affermato che Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti gli riferirono, in distinte ed autonome occasioni, di avere deliberato essi l'omicidio di Carmine Pecorelli, usando l'espressione "u' ficimo nuatri" perché "c'interessava o' Senatore Andreotti", in quanto il giornalista "dava fastidio" e "attentava" attraverso ricatti alla "vita politica" di Andreotti, essendo venuto in possesso tramite il generale Dalla Chiesa di documenti attinenti al "caso Moro" che intendeva pubblicare.

Non è certamente questa, del sindacato di legittimità, la sede dove possa essere rimesso in discussione l'apprezzamento fattuale, riservato ai giudici del merito, sulle circostanze caratterizzanti la credibilità soggettiva e l'intrinseca affidabilità del racconto del collaboratore (affermata da entrambe le Corti) e, trattandosi di dichiarazioni de relato, anche delle fonti primarie (negata dai primi giudici e affermata invece da quelli d'appello). Né sembra abbia assunto concreta rilevanza, ai fini del compiuto apprezzamento di coerenza e attendibilità delle sue dichiarazioni, l'illegittima estromissione dal fascicolo del dibattimento dei verbali degli interrogatori di Buscetta assunti all'estero mediante rogatoria internazionale, in violazione sia dell'art. 431, lett. d) (nel testo modificato dall'art. 6.4 d.l. 306/1992 conv. in l. 356/1992) che dell'art. 431, lett. f), c.p.p. (nel testo vigente, modificato dall'art. 26 l. 479/1999), poiché risulta che i medesimi verbali sono stati letti ed utilizzati dalle parti per le contestazioni dibattimentali e comunque presi in parziale considerazione dai giudici del merito.

Ma è precipuo compito della Corte di cassazione verificare se sia stata fatta, o non, corretta applicazione del criterio stabilito dall'art. 192.3 c.p.p. ai fini della valutazione dell'effettiva consistenza probatoria della chiamata in reità di Buscetta, per l'ulteriore e più pregnante profilo di affidabilità dei riscontri esterni, sia di carattere generico che individualizzanti, attinenti cioè all'effettiva partecipazione dell'imputato all'episodio omicidiario addebitatogli.

Risulta invero ormai compiutamente delineata nella giurisprudenza di legittimità, in tema d'interpretazione del canone di valutazione probatoria fissato dall'art. 192.3 c.p.p., l'operazione logica conclusiva di verifica giudiziale della chiamata in reità di un collaboratore di giustizia, alla stregua della quale essa, perché possa assurgere al rango di prova pienamente valida a carico del chiamato ed essere posta a fondamento di un'affermazione di responsabilità, necessita, oltre che del positivo apprezzamento in ordine alla sua intrinseca attendibilità, anche di riscontri esterni, i quali debbono avere carattere "individualizzante" per il profilo dell'inerenza soggettiva al fatto, cioè riferirsi ad ulteriori, specifiche, circostanze, strettamente e concretamente ricolleganti in modo diretto il chiamato al fatto di cui deve rispondere, non essendo lecito l'estendersi congetturale della valutazione nei confronti del chiamato sulla base di non consentite inferenze totalizzanti. Con il lineare corollario che le accuse introdotte mediante dichiarazioni de relato, aventi ad oggetto la rappresentazione di fatti noti al dichiarante non per conoscenza diretta ma perché appresi da terzi, in tanto possono integrare una valida prova di responsabilità in quanto, oltre che intrinsecamente affidabili con riferimento alle persone del dichiarante e delle fonti primarie, siano sorrette da convergenti e individualizzanti riscontri esterni, in relazione al fatto che forma oggetto dell'accusa ed alla specifica condotta criminosa dell'incolpato, essendo necessario, per la natura indiretta dell'accusa, un più rigoroso e approfondito controllo del contenuto narrativo della stessa e della sua efficacia dimostrativa.

Principi giurisprudenziali consolidati, questi, ai quali la Corte d'assise d'appello sembra volersi programmaticamente ispirare, richiamandoli nella premessa circa le regole di valutazione della portata delle propalazioni di Buscetta, ma che risultano, per contro, inosservati nei passaggi argomentativi riguardanti l'analisi delle prove di colpevolezza in ordine al delitto contestato.

Il vizio del percorso argomentativo del ragionamento probatorio consiste nel fatto che l'indiretta chiamata in reità di Buscetta, in difetto di concreti e seri elementi esterni di conferma, non collega affatto Andreotti allo specifico crimine sotto l'ineludibile e più pregnante profilo dell'inerenza soggettiva al fatto, nonostante la pretesa identificazione in capo all'imputato di un possibile "interesse" o "movente" ad uccidere, da cui il giudice del merito arbitrariamente ipotizza l'inferenza dimostrativa del mandato all'esecuzione del delitto.

E' ferma opinione del Collegio che la chiamata in reità de relato di Buscetta nei confronti di Andreotti (pur prescindendosi dall'attento giudizio già espresso in termini negativi sulla vicenda in esame «... difettando concreti ed apprezzabili elementi di riscontro» dal Tribunale di Palermo, nel distinto processo a carico del medesimo imputato per il reato di partecipazione ad associazione mafiosa, e non smentito sul punto da quella Corte d'appello), in riferimento all'esigenza di specificità delle dichiarazioni indirette ed alla qualità individualizzante dei riscontri esterni alle c.d. confessioni "stragiudiziali" di Bontade e Badalamenti, negate peraltro da quest'ultimo (il primo è stato ucciso nel 1981), non risulta sorretta, in realtà, da alcun elemento probatorio di conferma circa l'identificazione dei tempi, delle forme, delle modalità e dei soggetti passivi (intermediari, sub-mandanti o esecutori materiali) del conferimento da parte di Andreotti del mandato ad uccidere Pecorelli. Dati, quest'ultimi, di assoluta rilevanza, siccome attinenti alla specifica, concorsuale, condotta criminosa dell'incolpato in qualità di mandante, ma che, per contro, restano oscuri nel tessuto motivazionale della sentenza impugnata.

7.2.2. Va innanzi tutto escluso che possa assumere rilievo, nel giudizio di affidabilità probatoria della chiamata in reità di Buscetta, la circostanza - illegittimamente valorizzata dalla Corte di assise di appello come riscontro estrinseco - che «... le rivelazioni di Bontade hanno trovano conferma a distanza di due anni in quelle di Badalamenti..., sicché non è verosimile che sia l'uno che l'altro, a distanza di tanto tempo e senza previo accordo, abbiano inventato d'aver organizzato l'omicidio fornendo particolari concordanti» per l'evidente circolarità del racconto risalente all'unica voce narrante del collaboratore.

Non resta dunque, come «... inconfutabile riscontro alla confessione resa da Bontade e Badalamenti a Buscetta» che il preteso "movente" del delitto, nei termini fattuali rivelati da Badalamenti a Buscetta (il giornalista stava appurando «cose politiche» collegate al sequestro Moro, «segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva», Pecorelli e Dalla Chiesa sono «cose che s'intrecciano fra loro») e ritenuti dimostrati sulla base delle dichiarazioni del m.llo Incandela e delle annotazioni sulle agende del giornalista, quanto alla circostanza che Pecorelli e Dalla Chiesa si conoscevano e in quel periodo svolgevano un'attività comune sulle "carte di Moro". Di talché - si sostiene da parte dei giudici d'appello - «... il movente dell'omicidio Pecorelli è collegato eziologicamente alla sua attività giornalistica e Andreotti aveva un forte interesse a che Pecorelli non pubblicasse certe notizie scottanti o le pubblicasse, comunque, in maniera addolcita» ovvero «... Pecorelli rappresentava un ostacolo insormontabile per l'ascesa di Andreotti, proprio perché era geloso custode di molti segreti e Andreotti ne ha richiesto ed ottenuto la morte». La prova della richiesta di Andreotti ai cugini Salvo di fare uccidere Pecorelli avrebbe fondamento non su testimonianze dirette, delle quali si ammette l'inesistenza, bensì su una "prova logica", giudicata convincente e persuasiva poiché fondata, oltre che su quanto riferito da Bontade e Badalamenti a Buscetta circa "l'interesse", che non avrebbe potuto essere che di Andreotti, sulle "comuni massime di esperienza".

In tema di prova del mandato omicidiario, questa Corte ha già affermato il principio per il quale la "causale", pur potendo costituire elemento di conferma del coinvolgimento nel delitto del soggetto, interessato all'eliminazione fisica della vittima, quando per la sua specificità ed esclusività converge in una direzione univoca, tuttavia, conservando di per sé un margine di ambiguità, funge da elemento catalizzatore e rafforzativo della valenza probatoria degli elementi positivi di prova della responsabilità, dal quale poter inferire logicamente, sulla base di regole di esperienza consolidate e affidabili, l'esistenza del fatto incerto e l'attribuibilità del crimine all'imputato, in qualità di mandante, soltanto a condizione che, all'esito dell'apprezzamento analitico di ciascuno di essi e nel quadro di una valutazione globale d'insieme, gli indizi, anche in virtù della chiave di lettura offerta dal movente, si presentino chiari, precisi e convergenti per la loro univoca significazione (sezione prima, 28 ottobre 1991, Tropea, rv 189926; sezione quinta, 14 novembre 1992, Madonia, rv 193555).

Orbene, passando all'esame dell'episodio omicidiario de quo, osserva il Collegio che, pur essendo precluso in questa sede il sindacato sull'interpretazione dei dati probatori concernenti il controverso intreccio tra i rapporti del generale Dalla Chiesa con il giornalista Pecorelli e i presunti segreti del "caso Moro", con riferimento agli articoli sull'argomento apparsi sulla rivista OP, all'incontro notturno di Pantalera fra Dalla Chiesa, Pecorelli e Incandela, al successivo rinvenimento da parte di quest'ultimo di taluni documenti nel carcere di Cuneo ed alla consegna di essi a Dalla Chiesa, resta tuttavia aperto l'interrogativo circa il legame inferenziale che si è inteso attribuire all'intera vicenda rispetto alla prova del mandato omicidiario da parte di Andreotti.

Erano infatti da provare, mentre sono rimasti non dimostrati all'esito dell'istruzione dibattimentale, i dati, assolutamente rilevanti secondo la prospettazione accusatoria, che riguardavano le seguenti circostanze di fatto: a) quale fosse il reale contenuto della busta chiusa contenente i documenti asseritamente rinvenuti da Incandela nel carcere di Cuneo su indicazione di Pecorelli e consegnati a Dalla Chiesa; b) se i documenti si riferissero effettivamente alle "carte di Moro"; c) se Pecorelli, tramite Dalla Chiesa, ne fosse poi venuto in possesso per l'eventuale pubblicazione sulla rivista OP; d) se Pecorelli avesse manifestato a terzi l'intenzione di farne oggetto di pubblicazione sulla rivista; e) se Andreotti ne fosse aliunde venuto a conoscenza; f) se Andreotti avesse, di conseguenza, esternato ad altri timore o preoccupazione per le conseguenze che la pubblicazione di essi avrebbe potuto avere sulla sua carriera politica.

Ebbene, pur essendo rimasti senza alcuna risposta tali quesiti, cruciali per l'identificazione di un "movente" certo, significativo e coerente con l'indiretta chiamata in reità di Buscetta, la Corte di assise d'appello ha apoditticamente qualificato come "indizio", secondo la tradizionale ed ormai ripudiata teoria del "cui prodest", la generica ed equivoca individuazione di un'area di "interesse" all'eliminazione del giornalista, facente capo ad Andreotti. Situazione, questa, che, ai fini dell'affermazione di responsabilità dell'imputato quale mandante dell'omicidio, potrebbe al più definirsi una mera ragione di sospetto, una supposizione o un argomento congetturale, tenuto conto altresì dell'incerta prova circa l'esclusività o la molteplicità dei moventi e dell'impossibilità di risalire al mandante attraverso l'identificazione delle persone degli esecutori materiali e dei legami di costoro con il mandante o con gli intermediari dello stesso.

Essendo pacifico che, in tema di prova del mandato omicidiario, l'indicazione di un possibile "interesse" dell'imputato all'uccisione della vittima, in assenza di seri e consistenti elementi fattuali circa lo specifico e concreto contributo concorsuale dallo stesso prestato alla realizzazione del crimine, non può costituire, di per sé sola, riscontro estrinseco e individualizzante, come ipotetico "movente" della chiamata in reità de relato di un collaboratore di giustizia, deve necessariamente concludersi che il complessivo quadro degli indizi, neppure con l'ausilio dell'elemento orientativo costituito dalla "causale" omicidiaria, è in grado di confluire, sul piano logico-giuridico e secondo gli ordinari canoni di razionalità dell'esperienza umana, in una ricostruzione logica e unitaria del fatto e nell'affermazione di responsabilità dell'imputato in qualità di mandante dell'omicidio.

Colgono pertanto nel segno le puntuali e motivate critiche dei difensori, secondo i quali, nella basilare operazione logica tendente alla verifica di effettiva attendibilità estrinseca della chiamata in reità di Buscetta, il testo della motivazione della sentenza impugnata evidenzia, insieme con la violazione del canone processuale di cui all'art. 192.3 del codice di rito, anche una grave frattura del ragionamento probatorio conducente all'affermazione di responsabilità dell'imputato.

Alla luce dei principi giurisprudenziali sopra enucleati in tema di valutazione della chiamata in reità de relato e dell'analisi retrospettiva della struttura razionale delle inferenze che legano la linea logica della motivazione della sentenza impugnata, risultando le conclusioni disancorate da una seria base fattuale circa la prova del mandato ad uccidere, ritiene in definitiva il Collegio che siano evidenti tanto la violazione della regula iuris dettata dall'art. 192.3 quanto la rilevanza "testuale" ex art. 606.1, lett. e), c.p.p. della manifesta illogicità del ragionamento probatorio svolto dai giudici di appello.

7.2.3. Che manchi del tutto la prova del mandato omicidiario, riguardo all'individuazione della concreta condotta concorsuale di Andreotti, è altresì fatto palese dalla consapevole e conclamata resa dei giudici d'appello di fronte alla molteplicità delle ipotesi fattuali astrattamente configurabili: dal conferimento "esplicito" del mandato omicidiario a quello per acta concudentia, dalla "approvazione successiva" al "consenso tacito".

Si legge infatti nel testo della motivazione della sentenza impugnata: «... Se Bontade e Badalamenti hanno programmato di eliminare lo scomodo giornalista, ciò hanno fatto a seguito di un'esplicita richiesta (o, se si preferisce, a seguito di una richiesta formulata per acta concludentia) di un'entità politica riconducibile all'imputato Andreotti; [...] seppure non dovesse ritenersi provato il conferimento del mandato omicidiario (ma così non è per le ragioni indicate alle pagine 320, 303), a cagione della difficoltà di acquisire la prova in tal senso, sarebbe pur sempre configurabile, alla stregua dei principi enunciati nella sentenza Abbate, il consenso tacito di Andreotti, inteso come approvazione, sia pure non manifestata espressamente, ma chiaramente percepibile, di un'iniziativa altrui da parte di chi, per il comportamento già tenuto nei confronti dello scomodo giornalista, in occasione della pubblicazione di articoli sul settimanale OP, aveva un forte interesse all'eliminazione di Pecorelli. [...] La decisione rientrava tra quelle di pertinenza della "entità politica", rappresentata da Andreotti, trattandosi di delitto politico, anche se rispondente ad interessi comuni ad esponenti mafiosi. Ma se così è, non deve ritenersi necessaria la richiesta esplicita per uccidere, essendo sufficiente che si faccia capire, omnibus modis, che una determinata persona disturba o crea problemi e l'omicidio viene commesso per vie occulte. Spesso il linguaggio mafioso è fatto di parole non dette, di silenzi pesanti, di ammiccamenti: l'esecutore agisce illico et immediate, giacché la mafia si regge su ordini non discutibili, su richieste implicite, su segreti non rivelati e su una scala gerarchica così forte che spesso l'anello della catena conosce solo i due anelli a cui è collegato».

Va innanzi tutto sottolineata l'eccentricità del richiamo, sotto il profilo del concorso morale, alla categoria del "consenso tacito" o "passivo", costruita dalla giurisprudenza di legittimità (sezione prima, 30 gennaio 1992, Abbate) in riferimento alla diversa e non sovrapponibile ipotesi dell'addebito mosso ai "capi-mandamento", componenti della struttura di vertice di "Cosa nostra" denominata "commissione provinciale", di concorso morale nell'esecuzione di un omicidio "eccellente" da parte di affiliati alla medesima associazione mafiosa. Essa appare, infatti, da un lato inconferente nella fattispecie omicidiaria de qua, la cui realizzazione pacificamente non ha costituito oggetto di una deliberazione autorizzatoria, o comunque non interdittiva, di competenza dell'organismo di vertice di "Cosa nostra" - del quale inoltre non si è neppure contestato ad Andreotti di fare parte -, e dall'altro risulta applicata in termini non coerenti con un'attenta lettura e interpretazione delle effettive linee di sviluppo dottrinale e giurisprudenziale, dirette a raccordare le peculiari "regole" interne di appartenenza all'organo centrale di "Cosa nostra", di funzionamento dello stesso e di formazione del relativo impulso decisionale all'omicidio "eccellente", con il principio costituzionale di personalità della responsabilità penale e con i criteri del ragionamento probatorio sul concorso di persone nel reato.

Si è infatti affermato nella giurisprudenza di legittimità (sezione quinta, 14 novembre 1992, Madonia, rv 193554; sezione prima, 21 marzo 1997, Greco; sezione quinta, 27 aprile 2001, Riina, rv 219435; sezione prima, 13 giugno 2003, Graviano) che sarebbe viziata da grave errore logico-giuridico la decisione che, nell'affermare la responsabilità dell'imputato, direttamente attribuisse alla massima di esperienza inerente alla "regola" di "Cosa nostra" la dimostrazione del fatto da provare, prescindendo dalle specifiche risultanze processuali, osservandosi icasticamente che «se bastasse provare la regola per reputarne provata anche la concreta osservanza, si incorrerebbe in una evidente petizione di principio e dovrebbe riconoscersi l'apoditticità di un simile argomentare» (sezione prima, 14 luglio 1994, Buscemi, rv 199305).

Non può intendersi, cioè, il "consenso tacito", in forza di una sorta di automatismo e di un'esigenza pratica di semplificazione probatoria dell'accertamento della responsabilità concorsuale in processi ad alta valenza indiziaria, come "consenso presunto" o "congetturato", essendo in ogni caso doverosa, secondo il metodo inferenziale prescritto dall'art. 192.2 c.p.p., la verifica di convergenza dell'indizio derivante dall'appartenenza alla "commissione" e dalla "regola", non immutabile nel tempo, per cui è ad essa attribuita la competenza deliberativa in materia di omicidi "eccellenti", con gli altri indizi che, anche sotto il profilo della preminente causale identificabile nel diretto interesse individuale alla soppressione della vittima e nello stretto legame intersoggettivo esistente con gli autori materiali del delitto, diano la concreta misura dello specifico contributo causale e psicologico dato dal singolo membro, in qualità di mandante dell'iniziativa, all'ideazione, deliberazione e organizzazione del crimine.

Costituisce ulteriore conferma della manifesta illogicità della motivazione la contraddittoria esclusione della circostanza aggravante di cui all'art. 112, n. 1, c.p., giustificata dai giudici d'appello sul rilievo che «... le risultanze processuali consentono di affermare che parteciparono alla perpetrazione del delitto sicuramente tre persone, Andreotti, Badalamenti e Bontade ed almeno una quarta persona quale esecutrice, mentre non consentono di ritenere che altre persone abbiano partecipato al delitto». Con la conseguenza che restano esclusi dal novero dei concorrenti nel reato i cugini Salvo, ai quali invece in altra parte della motivazione viene attribuito un ruolo determinante nella deliberazione e programmazione dell'omicidio, per avere gli stessi, sull'assunto dell'esistenza di relazioni personali e privilegiate con Andreotti, affidato il compito di eseguirlo a Badalamenti e Bontade.

Rimane, pertanto, tuttora non spiegato, né tanto meno dimostrato, se Andreotti abbia, direttamente o indirettamente, istigato o determinato taluno all'esecuzione del delitto, con un'attività tesa a provocare e formare l'altrui proponimento, o rafforzato rendendo definitivo il proposito già formato di altro concorrente, o agevolato la preparazione e la consumazione del delitto, ovvero si sia limitato a prestare una mera adesione o autorizzazione o approvazione per rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione dell'altrui disegno criminoso. Sarebbe stato, invece, obbligo preciso del giudice di merito motivare sulla prova dell'esistenza di una reale partecipazione del complice morale nella fase ideativa o preparatoria del crimine e precisare sotto quale forma essa si fosse manifestata, essendosi concretata in specifiche condotte di istigazione, determinazione, rafforzamento o agevolazione, in rapporto di causalità efficiente con le attività poste in essere dagli altri concorrenti (sezione terza, 1 luglio 1983, Ciriello, rv 160404; sezione prima, 5 aprile 1993, Palazzini, rv 194696; sezione prima, 10 maggio 1995, Anzalone, rv 202263).

Di talché, sul problema della rilevanza del concorso morale nel reato, l'atipicità del contributo causale del complice, benché positivamente stabilita dal modello codicistico dell'art. 110 c.p., è stata confusa dai giudici di appello con l'indeterminatezza (o meglio con l'indifferenza) probatoria dell'opzione causale circa le concrete forme del manifestarsi della condotta criminosa concorsuale come fenomeno della realtà. La sentenza, in assenza di serie e convergenti prove a sostegno dell'una o dell'altra costruzione della vicenda, lascia infatti all'immaginazione del lettore la facoltà di scegliere l'ipotesi preferibile (« ... o se si preferisce... ») in merito al concreto svolgersi delle dinamiche fattuali del mandato omicidiario. Essendo dunque fallita la dimostrazione dell'esistenza del mandato, deve convenirsi che, sul punto della qualificazione di Andreotti come complice morale dell'omicidio Pecorelli, insieme con l'inosservanza della disciplina sostanziale e processuale in materia di accertamento della causalità della condotta del concorrente rispetto alla realizzazione del reato, la motivazione manchi del tutto ovvero, per la genericità delle espressioni utilizzate, sia meramente apparente.

8. Il ricorso di Gaetano Badalamenti.

8.1. Il difensore di Badalamenti deduce preliminarmente l'inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità per i seguenti profili di rito.

L'azione penale nei confronti di Badalamenti (il quale, tratto in arresto in Spagna nel 1984, era stato estradato negli Usa, mentre l'estradizione richiesta dall'Italia alla Spagna e agli Usa per reati diversi da quello oggetto del presente giudizio era stata negata), sarebbe stata iniziata o, comunque, proseguita pure in assenza della condizione di procedibilità richiesta dal principio di specialità dell'estradizione, in base all'art. 14 della Convenzione europea di estradizione, ratificata con l. 300/1963, all'art. XVI del Trattato di estradizione tra Italia e Usa, reso esecutivo con l. 225/1984, nonché all'art. XIII del Trattato di estradizione tra Usa e Spagna del 1970.

La Corte di assise d'appello, facendo erronea applicazione degli artt. 146-bis e 205-ter n. att. c.p.p., si sarebbe inoltre illegittimamente avvalsa, nei confronti dell'imputato detenuto all'estero, della videoconferenza, strumento di partecipazione a distanza non previsto dal Trattato di mutua assistenza fra Italia e Usa e inapplicabile nel giudizio d'appello ai sensi della disposizione transitoria di cui all'art. 18 l. 367/2001.

Ed infine, l'intero primo grado del giudizio, previa dichiarazione di contumacia, si sarebbe svolto senza la partecipazione dell'imputato, il quale era legittimamente impedito perché detenuto all'estero negli Usa fin dal 1984.

8.1.1. La violazione del principio di specialità nell'estradizione, di cui sono espressione le citate norme pattizie, comporta l'improcedibilità dell'azione penale per fatti anteriori e diversi da quello oggetto dell'estradizione (Sezioni unite, 28 febbraio 2001, Ferrarese), tra i quali rientrerebbe certamente l'omicidio Pecorelli risalente al 20 marzo 1979. Ma la regola della specialità è inapplicabile allorché la relativa procedura non sia stata affatto attivata, com'è avvenuto nel caso in esame, in cui, pur essendo state respinte le richieste avanzate ai Governi spagnolo e statunitense in riferimento ad altri reati e processi, l'estradizione non è stata mai richiesta per il fatto omicidiario oggetto del presente giudizio, per il quale Badalamenti è stato processato in stato di libertà.

Né, in proposito, assume alcun rilievo l'autorizzazione data dal Governo statunitense alla partecipazione dell'imputato al giudizio d'appello mediante videoconferenza internazionale, perché essa non può considerarsi una forma indiretta e surrettizia di estradizione, attuata mediante consegna virtuale e provvisoria dell'imputato al Governo italiano; ed in ogni caso l'eventuale inosservanza da parte del Governo statunitense del divieto pattizio di (ri)estradizione, stabilito dall'art. XIII del relativo Trattato con la Spagna, non sortirebbe effetti, neppure riflessi, per l'ordinamento processuale italiano.

8.1.2. Quanto alle cennate censure di illegittimità del collegamento audiovisivo, realizzato per consentire la partecipazione dell'imputato detenuto all'estero al dibattimento di appello, osserva il Collegio che tutti i rilievi svolti dal ricorrente con lo specifico motivo di gravame risultano subvalenti rispetto all'assorbente considerazione che, in perfetta sintonia con i requisiti prescritti dall'art. 205-ter disp. att. c.p.p. e nel rispetto della disciplina convenzionale che rinvia alla prestazione di "altre forme di assistenza se compatibili con la legislazione dello Stato richiesto" (art. 1.2, ult. parte, del Trattato di mutua assistenza giudiziaria Italia-Usa, reso esecutivo con l. 224/1984), da un lato la videoconferenza è stata espressamente autorizzata ed eseguita sulla base di un apposito accordo internazionale "ad hoc" fra i due Stati e, dall'altro, essa è stata preceduta dalla prestazione del consenso di Badalamenti al suo espletamento.

8.1.3. Ben più consistente si palesa invece la denunziata violazione degli artt. 486 e 487 c.p.p. (abrogati e sostituiti dagli artt. 420-ter e 420-quater ad opera della l. 479/1999), in quanto il giudizio contumaciale di primo grado, celebrato nei confronti dell'imputato detenuto all'estero per reati colà commessi, la cui richiesta di presenziare al dibattimento sia stata respinta dalla competente Autorità straniera non essendone consentita l'estradizione né la consegna temporanea all'Italia, è affetto da nullità assoluta e insanabile (Corte costituzionale, sentenza 212/1974; Sezioni unite, 26 marzo 2003, Caridi; sezione quinta, 15 aprile 2003, D'Amico, rv 225336). Né il consenso successivamente prestato dal medesimo imputato nel giudizio d'appello allo strumento del collegamento internazionale audiovisivo e l'effettivo intervento al processo a distanza possono intendersi come l'equivalente di una rinuncia "tacita" alla precedente richiesta di poter esercitare il diritto di presenziare al dibattimento di primo grado, poiché la rinuncia allo stesso, ritenuto dalla giurisprudenza sopranazionale pertinente all'area del diritto dell'imputato ad un processo equo, deve risultare in modo espresso o almeno non equivoco per facta concludentia: tale non può configurarsi l'intervento a distanza dell'imputato, che vi abbia consentito, al successivo dibattimento di appello.

D'altra parte, la questione viene dedotta da Badalamenti in sede di legittimità perché - come si è detto (v. retro, 7.1.1.) - l'imputato, assolto in primo grado con la formula pienamente liberatoria "per non aver commesso il fatto", non era legittimato a proporre appello avverso la relativa sentenza, né aveva comprensibilmente alcun interesse a far travolgere il conseguito proscioglimento a causa di una nullità processuale, la cui rilevazione avrebbe comportato il rischioso ricominciamento del processo con esiti incerti. Il che comporta, per il combinato disposto degli artt. 606.3 e 609.2 c.p.p., l'inoperatività della preclusione del novum nel giudizio di cassazione, con riferimento alle violazioni di legge non dedotte con i motivi d'appello, ma che non sarebbe stato possibile dedurre da parte dell'imputato prosciolto in primo grado.

8.2. E tuttavia, quanto alle conseguenze della rilevata nullità, si palesano preliminari e obiettivamente preminenti le ragioni (subito appresso enunciate) di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata, prospettate dal ricorrente sotto il profilo del vizio "testuale" di mancanza e manifesta illogicità della motivazione, atteso che la soluzione pienamente liberatoria nel merito dell'accusa è destinata a prevalere, in ogni caso, sull'accertata nullità di ordine generale, pure assoluta e insanabile, essendo incompatibile l'inutile regressione del processo con le esigenze di economia processuale e con lo stesso favor rei (per l'affermazione di analogo principio nell'ipotesi di contestuale ricorrenza di una nullità processuale e di una causa estintiva del reato pacificamente applicabile, v. Sezioni unite, 28 novembre 2001, Cremonese e Sezioni unite, 27 febbraio 2002, Conti).

La sentenza impugnata perviene infatti all'affermazione di responsabilità di Badalamenti attraverso un percorso argomentativo basato sugli stessi elementi - le dichiarazioni accusatorie de relato di Buscetta e il movente - presi in considerazione dai giudici di appello per giustificare la conclusione di colpevolezza anche nei confronti di Andreotti: ragionamento probatorio, quello, già ritenuto da questa Corte viziato non solo da plurime violazioni di legge ma anche da evidente illogicità, per il carattere meramente congetturale dei criteri d'inferenza adottati.

Orbene, l'indiscutibile intreccio fattuale e motivazionale tra le posizioni dei suddetti imputati comporta per Badalamenti l'analogo giudizio di mancanza di prova del mandato omicidiario, essendo questo esclusivamente ancorato - per entrambi ma ancor più per Badalamenti - alle sole propalazioni accusatorie di Buscetta, che sono rimaste prive di effettivi e individualizzanti riscontri esterni quanto allo specifico ruolo concorsuale assegnato dall'accusa al ricorrente, indicato quale intermediario-organizzatore dell'omicidio Pecorelli nell'interesse di Andreotti, per una sorta di transizione del mandato ad uccidere da Andreotti ai cugini Salvo e da questi a Bontade e Badalamenti, i quali avrebbero a loro volta incaricato altri soggetti, non identificati, dell'esecuzione materiale del delitto.

9. Le statuizioni conclusive.

9.1. Il momento genetico di quello che il PG, nella sua requisitoria, ha definito "un caso di infedeltà del testo al processo" va individuato nelle premesse logico-giuridiche della motivazione della sentenza impugnata, laddove la Corte di assise di appello, disancorandosi consapevolmente dalle ipotesi antagoniste prospettate dall'accusa e dalla difesa ed esimendosi dall'obbligo istituzionale di sciogliere i nodi del confronto dialettico sviluppatosi, sia sulle ipotesi che sulle prove, nel corso del giudizio di merito, ha deciso di sottoporre a verifica giudiziale un proprio "teorema" accusatorio, da essa formulato in via autonoma e alternativa, in violazione sia delle corrette regole di valutazione della prova che del basilare principio di terzietà della giurisdizione, anche rispetto ai problemi implicati nel caso giudiziario.

L'originaria ipotesi accusatoria, benché fosse notevolmente complicata e controvertibile per l'intersecarsi e il sovrapporsi di più piani tra la fase dell'ideazione e quella dell'esecuzione dell'omicidio, sì da essere efficacemente messa in crisi dalle difese degli imputati nel contraddittorio dibattimentale, poteva, tuttavia, ritenersi legittimamente prospettata dal PM alla luce dei dati investigativi raccolti nelle indagini preliminari, letti nell'ottica dell'astratta postulazione di un possibile interesse o movente di Andreotti all'uccisione del giornalista. Assumevano rilievo a tal fine, innanzi tutto, gli elementi di natura dichiarativa e documentale relativi alla figura e al ruolo di Chichiarello e la scoperta del deposito di armi e munizioni nei sotterranei del Ministero della Sanità, conducenti alla causale della banda della Magliana e della destra eversiva romana; poi, la chiamata in reità di Buscetta, conducente invece alla causale mafiosa, legata all'asserito intreccio dei rapporti Dalla Chiesa-Pecorelli con il caso Moro e con l'interesse di Andreotti ad eliminare lo scomodo giornalista; infine, le propalazioni dei collaboratori Carnovale, Moretti, Mancini e Abbatino, che segnalavano l'esistenza di collegamenti fra taluni membri della banda della Magliana, esponenti della destra eversiva e personaggi mafiosi nell'esecuzione del delitto.

E però, a fronte delle motivate statuizioni della sentenza di primo grado che, nel rispetto dei limiti del principio del libero convincimento, aveva fatto corretta applicazione della garanzia estrema dell'"oltre ogni ragionevole dubbio", i giudici di appello non hanno tratto la lineare conclusione che l'ipotesi dell'apporto sinergico dei due sodalizi nella realizzazione del crimine, seppure legittimamente formulata dal PM, non aveva retto all'urto del contraddittorio dibattimentale e che analoga sorte era stata riservata alla teoria della divisione delle causali omicidiarie.

Gli stessi giudici, per contro, svincolandosi sia dall'originaria imputazione contestata sull'assunto di un intreccio operativo tra le due organizzazioni criminali, sia dalla struttura motivazionale della sentenza di primo grado, che aveva postulato in subordine la tesi della divisione delle causali ma ne aveva escluso la concreta efficacia dimostrativa, hanno prima (ri)formulato autonomamente l'ipotesi accusatoria nel senso che «... le risultanze processuali consentono di affermare che parteciparono alla perpetrazione del delitto sicuramente tre persone, Andreotti, Badalamenti e Bontade ed almeno una quarta persona quale esecutrice, mentre non consentono di ritenere che altre persone abbiano partecipato al delitto». E poi, tradendo il modello argomentativo del giudizio di fatto, secondo lo schema epistemologico racchiuso nelle proposizioni normative degli artt. 192.1 e 546.1, lett. e), c.p.p. sulla valutazione della prova (Sezioni unite, 10 luglio 2002, Franzese), hanno verificato la tenuta della - nuova - ipotesi all'interno di un ragionamento probatorio condotto mediante cadenze procedurali giuridicamente errate, le cui conclusioni, quanto alla conferma dell'ipotesi ricostruttiva sullo specifico fatto da provare, si sono rivelate prive di logiche inferenze e sorrette da argomentazioni giustificative congetturali e apodittiche.

9.2. L'annullamento della sentenza impugnata va pronunziato senza rinvio nei confronti di Andreotti e Badalamenti, perché le lacune e la manifesta illogicità del ragionamento probatorio, risultanti dal solo esame del testo, dimostrano di per sé la mancanza di prove del mandato omicidiario e, perciò, l'insormontabile difficoltà e impossibilità di pervenire altrimenti a una conclusione diversa dall'assoluzione con l'ampia formula liberatoria "per non aver commesso il fatto".

Ed invero, considerate le esigenze di economia processuale sottese alla previsione di cui alla lett. l) dell'art. 620 c.p.p., l'annullamento della sentenza di condanna va disposto senza rinvio allorché un eventuale giudizio di rinvio, per la natura indiziaria del processo e per la puntuale e completa disamina del materiale acquisito e utilizzato nei pregressi giudizi di merito, non potrebbe in alcun modo colmare la situazione di vuoto probatorio storicamente accertata. Principio giurisprudenziale, questo, già affermato dalle Sezioni unite in altre occasioni (Sezioni Unite 21.5.2003 n.22327 - Carnevale - consultabile in calce), che merita di essere condiviso ed applicato soprattutto quando la sentenza di condanna, come nel caso in esame, sia fondata su dichiarazioni accusatorie di un collaboratore rimaste prive di elementi esterni idonei a corroborarle, essendo esse l'unica fonte di prova e non delineandosi, neppure sulla base di una rinnovata valutazione dei fatti da parte del giudice di rinvio, la possibilità di rinvenire ed utilizzare ulteriori emergenze processuali.

 

P.Q.M.

 

La Corte suprema di cassazione, a Sezioni unite, annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Giulio Andreotti e Gaetano Badalamenti per non avere commesso il fatto. Rigetta il ricorso del PG della Repubblica presso la Corte d'appello di Perugia.

 

 

Corte di cassazione

 

Sezioni unite penali

 Sentenza 21 maggio 2003, n. 22327

 

  

RITENUTO IN FATTO

 

 

I. Al ricorrente si contesta il delitto di concorso esterno nel reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.

È accusato di "aver contribuito in maniera non occasionale alla realizzazione degli scopi dell'associazione Cosa Nostra, strumentalizzando le sue funzioni di presidente titolare della prima sezione penale della Corte di cassazione ed assicurando l'impunità agli esponenti di vertice ed agli altri aderenti alla medesima organizzazione nei procedimenti penali nei quali costoro erano coinvolti".

In tal modo, pur senza essere formalmente ed organicamente inserito nella associazione, ne avrebbe determinato "il mantenimento, il rafforzamento e l'espansione dell'associazione medesima".

Queste le condotte specificamente ascrittegli:

1. Aver annullato (sentenza 23 febbraio 1987) la decisione di merito con la quale erano stati condannati gli autori dell'omicidio del capitano Basile (Bonanno Armando, Puccio Vincenzo e Madonia Giuseppe), "senza alcun reale discussione in camera di consiglio e sulla base della posizione di egemonia assunta dal dottor Carnevale in quel collegio"; soluzione da lui imposta, di fatto, ed espressione del condizionamento illecito operato nei suoi confronti dagli esponenti di Cosa Nostra (punto 1 del capo di imputazione).

2. Aver determinato l'annullamento (sentenza 7 marzo 1989) della seconda sentenza di merito, con la quale erano stati nuovamente condannati all'ergastolo gli autori dell'omicidio Basili, "componendo il collegio della prima sezione penale ed in particolare mediante l'inserimento del dottor Roberto Modiglioni, in qualità di presidente, e del dottor Umberto Toscani, in qualità di relatore".

Anche questa decisione sarebbe stata adottata senza alcuna reale discussione in camera di consiglio e sulla base di posizioni precostituite da parte dei dottori Modiglioni e Toscani, il cui esito sarebbe stato anticipato dal presidente Carnevale prima della trattazione in udienza pubblica (punto 2).

3. Aver determinato la scarcerazione di Michele Greco ed altri 42 imputati di associazione mafiosa (e vari omicidi), con la sentenza 674/91, redatta da dottor Paolino Dell'Anno, che egli avrebbe imposto (oltre che anticipato nei contenuti), attraverso una duplice violazione di legge: a) si sarebbe dovuto affermare il cosiddetto congelamento automatico dei termini, ex articolo 297 c.p.p., non la cosiddetta sospensione dei termini di cui all'articolo 304 c.p.p.; b) comunque, il termine di "fase" puro scadeva per alcuni imputati esattamente l'anno successivo alla cattura e dunque oltre la data della sentenza, sicché Lucchese Giuseppe, Costatino Antonino e Fidanzati Antonio non avrebbero potuto beneficiare del diritto alla scarcerazione (punto 3 e 4).

4. Aver tentato di comporre il collegio della prima sezione penale della Corte di cassazione, che avrebbe dovuto esaminare i ricorsi avverso la decisione del cosiddetto maxi processo da parte della Corte di Assise di Palermo, con la nomina del dottor Pasquale Vincenzo Molinari, allo scopo di preordinare l'esito favorevole, non riuscendovi per l'intervento del dottor Antonio Brancaccio, che nominava, in luogo del prescelto, il dottor Arnaldo Valente (punto 5).

5. Aver determinato l'annullamento della sentenza della Corte di Assise di Appello di Torino del 27 novembre 1990, con la quale Giovanni Bastone era stato condannato alla pena di 14 anni di reclusione per il tentato omicidio di Francesco Denaro, attraverso la composizione del collegio, la preordinazione del suo risultato (anticipato prima ancora della trattazione dell'udienza pubblica) e l'imposizione con la pronuncia del 24 febbraio 1992, redatta da dottor Paolino Dell'Anno, anche mediante "una serie di trasposizioni di elementi di fatto concernenti le posizioni di altri imputati e l'attribuzione al giudice di merito di affermazioni o conclusioni diverse da quelle effettivamente pronunziate". (punti 6 e 7).

6. Aver determinato (con la decisione del 1 giugno 1992, redatta da dottor Aldo Grassi) l'annullamento della sentenza della Corte di Appello di Palermo, a seguito del ricorso di Francesco Di Carlo, presiedendo il collegio. (punto 8).

7. Aver determinato l'annullamento (con la decisione del 24 giugno 1992, redatta dal dottor Dell'Anno) della sentenza della Corte di Assise di Appello di Palermo del 2 agosto 1991, in relazione alle posizioni di Salvatore Cancemi e Salvatore Montalto, componendo il collegio con l'inserimento dei consiglieri Aldo Grassi e Paolino Dell'Anno, e presiedendolo, come egli "aveva già anticipato prima ancora della trattazione dell'udienza pubblica" e poi imposto, "sulla base di una serie di travisamenti di fatto mediante l'attribuzione al giudice di merito di affermazioni o conclusioni diverse da quelle effettivamente pronunziate nonché mediante talune affermazioni prive di fondamento negli atti processuali", in modo da creare fittiziamente i presupposti per una decisione di annullamento e nel contempo far apparentemente salva la congruità della motivazione adottata dalla Corte e la correttezza dell'iter logico-giuridico della stessa seguita. (punti 9 e 10).

Il Tribunale di Palermo, con sentenza 8 giugno 2000, assolveva l'imputato, ex articolo 530 comma 2 del codice di rito, per la ritenuta insussistenza del fatto ascrittogli.

Per i giudici di primo grado l'accusa non è documentata da prove specifiche e rigorose, da riscontri specifici e individualizzanti, ma si fonda su prove insufficienti o contraddittorie, e, comunque, i fatti addebitati sono privi di quella efficienza causale necessaria alla integrazione della fattispecie contestata.

L'indeterminatezza delle dichiarazioni dei cosiddetti collaboratori di giustizia impedirebbe di superare il preliminare giudizio critico circa l'attendibilità intrinseca, stante il carattere generico ("assolutamente generico") delle accuse formulate, il loro carattere di opinioni e meri convincimenti, frutto di circostanze apprese - spesso in termini generici - da terzi, e non dirette esperienze di vita.

Da quanto riferito dai magistrati della Cassazione non emergerebbero "elementi sufficienti per sostenere che il dottor Carnevale potesse contare su un ristrettissimo numero di consiglieri sempre pronti ad assecondarlo". Del resto i consiglieri della prima sezione penale della Cassazione hanno escluso di avere ricevuto dall'imputato segnalazioni e pressioni. Unica voce dissodante è quella del consigliere La Penna, il quale, con riferimento al secondo giudizio di legittimità del processo per l'omicidio Basile, ha deposto nel senso che il presidente Carnevale "gli aveva segnalato il processo, esortandolo ad assecondare la posizione del relatore, che sosteneva l'ipotesi dell'annullamento", ma tale deposizione si colloca in un "quadro probatorio assolutamente contraddittorio e, come tale, insufficiente ed inadeguato", profilandosi, inoltre, seri dubbi sulla stessa attendibilità intrinseca del testimone.

D'altra parte la composizione del collegio giudicante è risultata in tutti i casi conforme alle tabelle inviate al Csm. Regolare anche l'andamento delle discussioni in camera di consiglio, come riferito da coloro che vi hanno partecipato.

Nessuna "anomalia" è riscontrabile nel contenuto delle decisioni incriminate, e ciò a prescindere dal rilievo della insindacabilità delle sentenze di legittimità.

In definitiva, per i giudici di primo grado nessun elemento esisterebbe, a difesa del postulato della "personalizzazione della sezione", per concludere che l'odierno ricorrente orientasse illecitamente le deliberazioni del collegio.

Il giudizio conseguito all'impugnazione del Pm si è chiuso con la sentenza della Corte di appello di Palermo in data 29 giugno 2001, con la quale Corrado Carnevale è stato dichiarato colpevole del reato ascrittogli (reputandosi penalmente non rilevanti le sole condotte di cui ai punti 6-7-8 del capo di imputazione) e condannato alla pena di sei anni di reclusione, oltre che alle pene accessorie della interdizione perpetua dai pubblici uffici e dell'interdizione legale durante la esecuzione della pena.

Piena è l'adesione del giudice di appello al principio della configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione mafiosa, affermata dalle Sezioni unite nel procedimento Demitry (sentenza 28 dicembre 1994).

In questo ambito e sullo specifico tema dell'aggiustamento dei processi la Corte, attraverso il commento ad affermazioni dei primi giudici o della parte appellante, perviene a delineare la soglia di consumazione del fatto di concorso eventuale. Se l'evento consiste nella sopravvivenza o nel rafforzamento dell'associazione, può distinguersi tra contributo occasionale e ingerenza in una pluralità di procedimenti: nel primo caso l'evento è concretato solo dall'aiuto effettivamente prestato, perché è questo a salvare o rafforzare il gruppo; nel secondo caso la verifica di una effettiva alterazione dei singoli giudizi è superflua, perché l'effetto di rafforzamento è già realizzato assicurando all'associazione lo stabile apporto di un soggetto infungibile nell'apparto giudiziario. Un apporto tanto più rilevante, per inciso, quanto maggiore sia - anche per l'importanza delle funzioni esercitate - la probabilità di influenzare effettive sull'andamento dei processi. Qui la continuità dell'indebita ingerenza assume, anche nei riflessi sul piano della prova, lo stesso ed essenziale ruolo che, per il caso di apporto occasionale, riveste la effettività del contributo recato dal concorrente esterno.

La Corte affronta in astratto anche il tema della prova dei fatti di concorso esterno, con l'attenzione ovviamente rivolta alle interferenze con il corretto esercizio della giurisdizione ed alla loro efficacia.

Secondo il tribunale la ricerca di conferme sintomatiche nel contenuto delle decisioni eventualmente sviate sarebbe preclusa, almeno quando si tratti come nella specie di sentenze di legittimità, dal principio di insindacabilità delle decisioni assunte dalla Suprema Corte. Per la Corte, invece, se è vero che la prova definitiva dello sviamento non può essere mai rinvenuta nel merito contenuto della decisione, è vero anche che la singolarità o la conclamata erroneità del decisum può costituire elemento di prova logica e conferma di fonti ulteriori.

Nel passare ad affrontare le questioni di fatto, la sentenza esprime prolungate censure alle scelte di valutazione e motivazione espresse dal Tribunale, a partire dalle dichiarazioni dei cosiddetti collaboratori sui rapporti tra l'imputato e Cosa Nostra, considerate separatamente, non analizzate (e neppure esposte), e (di conseguenza) indebitamente giudicate generiche e prive di efficacia dimostrativa, tali a non superare l'esame preliminare di attendibilità. La Corte, sul presupposto più volte ribadito della necessaria valutazione sinergica (ed al tempo stesso completa ed approfondita) delle risultanze, provvede dunque ad una sorta di "presentazione" dei collaboratori, sintetizzando la storia del loro percorso criminale e poi di quello collaborativi, ed indicando estesamente le informazioni da ciascuno fornite sulla vicenda per cui è processo, giudicate nel complesso specifiche, attendibili e rilevanti ai fini della decisione.

Da queste inferisce che "l'associazione era in grado di avvicinare il dottor Carnevale, ai fini dell'aggiustamento dei processi, attraverso un canale politico costituito dall'onorevole Andreotti, dall'onorevole Salvo Lima, dai cugini Antonio e Ignazio Salvo e, per il tramite di costoro, dall'onorevole Vitalone". Inoltre si ravvisa l'esistenza di un "canale parallelo costituito da alcuni selezionati avvocati con i quali l'imputato intratteneva rapporti preferenziali", alludendo agli avvocati Bonfiglio, Angelucci, Gaito ed Aricò, oltre che di un canale personale e residuale gestito da Giuseppe "Piddu" Madonia.

Segue l'approfondimento di tale materia, con la precisazione che l'esclusivo obiettivo è quello della verifica dell'attendibilità dei collaboratori.

I fatti contestati: la gestione del processo per l'omicidio Basile (punti 1 e 2 del capo di imputazione).

La Corte individua soprattutto in questa vicenda il contributo essenziale dato dal dottor Carnevale alla sopravvivenza ed al rafforzamento della organizzazione criminale. La sentenza ricostruisce in dettaglio le indagini compiute dopo l'omicidio, e le fasi processuali conseguenti: dalla assoluzione dei tre imputati in primo grado alla loro condanna in grado di appello (24 ottobre 1984), dalla sentenza di annullamento (23 febbraio 1987) resa dalla prima sezione della Corte (per nullità conseguente ad omissione di avvisi riguardo al sorteggio dei giudici popolari) alla seconda sentenza di condanna in grado di appello (23 giugno 1988), fino alla nuova decisione di annullamento della Suprema Corte (17 marzo-14 giugno 1989).

Vengono esposte, con criterio analitico, le fonti relative al comportamento tenuto dal dottor Carnevale. In primo luogo le dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia (tra cui Vincenzo Sinacori, Giuseppe Marchese, Francesco Marino Mannoia) e, in particolare, quelle di Gasparre Mutolo (Cosa Nostra aveva avuto notizia degli sprezzanti commenti espressi dal dottor Carnevale sulla qualità delle indagini e sul dottor Falcone, e del giudizio che il processo "era degno di tornare in istruttoria"; Madonia aveva confidato al dichiarante che, per l'imminente processo in Cassazione, avrebbe potuto contare sul dottor Carnevale; dopo la sentenza (che i giudici individuano per quella del 23 febbraio 1987, deliberata dal collegio presieduto dal ricorrente), i vertici dell'organizzazione avevano commentato come il risultato fosse dovuto al dottor Carnevale ed alla sua "ricerca del pelo nell'uovo", e si erano compiaciuti di aver "messo un presidente a Roma", presidente che aveva superato il "battesimo di sicurezza"; la motivazione si diffonde qui sui riscontri raccolti per le dichiarazioni del Mutolo e sul conseguente giudizio di loro piena affidabilità. Vengono inoltre inserite notazioni critiche sul significato delle circostanze evocate dal collaboratore, in particolare dai commenti che circolavano sul "pelo nell'uovo": considerata alla questione estremamente tecnica che aveva determinato il primo annullamento, l'espressione è invece apprezzata dalla Corte quale dimostrazione che perfino Cosa Nostra considerava la nullità affermata dalla Corte alla stregua di un pretesto).

In ordine alla prima decisione Basile, (23 febbraio 1987) a parte considerazioni ulteriori a sostegno dell'attendibilità dei collaboratori, si segnale la critica dell'argomento difensivo forse principale, e cioè che le aspettative di Cosa Nostra, ammesso che esistessero, avrebbero potuto dipendere dalla prevedibilità della decisione della prima sezione sulla base della sua stessa giurisprudenza. La Corte ritiene che la sentenza di condanna fu annullata in modo del tutto imprevedibile, e cioè affermando una nullità che neppure tutte le difese avevano eccepito.

Le anomalie della sentenza 23 febbraio 1987 sono confermate secondo la Corte dalle dichiarazioni rese dal consigliere Mario Garavelli sull'andamento della camera di consiglio. Sul punto, il concorso con la deposizione Garavelli di quella del dottor Di Nacci (considerato "uomo" del dottor Carnevale) rassicura la Corte circa l'inattendibilità della opposta versione del dottor Esposito, secondo cui la discussione era stata lunga ed approfondita, e la induce a ritenere accertato che l'imputato affermò ed impose volontariamente una decisione errata in diritto.

Quanto alla seconda sentenza di annullamento (7 marzo 1989), la sentenza impugnata desume dalla deposizione del dottor Garavelli che: il dottor Carnevale aveva discusso il ricorso con il relatore designato, Toscani, tanto che questi aveva riportato in camera di consiglio la sua opinione che la condanna non fosse sorretta da prove ("non c'è niente"); il presidente Modiglioni aveva maturato una opinione preconcetta e superficiale, visto che aveva annunciato "non c'è niente" prima ancora che iniziasse la discussione; Toscani, una volta iniziata la discussione, aveva proposto l'annullamento per una carenza istruttoria giudicata irrilevante dal Garavelli; anche il consigliere La Penna si ea opposto, mentre il quinto componente, dottor Del Vecchio, appariva incerto; nel momento in cui quest'ultimo si era schierato coi contrari all'annullamento il dottor Toscani aveva "minacciato" di non redigere la sentenza; poco dopo il consigliere Del Vecchio si era schierato con lo stesso Toscani e con il presidente; il presidente Modiglioni, come in altre occasioni, era parso al teste non molto preparato sulla causa, e cionondimeno appariva molto deciso.

Dalla deposizione del teste Antonio Manfredi, ritenuta per più versi credibile e non contrastata da alcuna emergenza, la Corte desume che: la mattina dell'udienza, prima del suo inizio, il teste fu ripetutamente invitato dal presidente Modiglioni a prendere contatto con il cancelliere De Cato, il quale gli aveva riferito dell'urgente convocazione del dottor Carnevale; entrato nella stanza di questi, il teste l'aveva trovato in compagnia di un siciliano di mezza età, dall'aria modesta ("un massaro"), ed esageratamente ossequioso, il quale era stato invitato ad uscire dopo le presentazioni ("ecco il nostro La Penna"); il dottor Carnevale portandosi nei pressi della porta (dietro la quale si era fermato il "massaro"), aveva detto all'interlocutore che il consigliere Toscani aveva studiato a fondo la causa Basile e si era convinto della necessità di annullare la sentenza, e che nello stesso senso erano orientati lui stesso ed il presidente Modiglioni; ancora, il presidente l'aveva invitato espressamente e ripetutamente a sostenere Toscani nell'eventualità di contrasti in camera di consiglio, provocati da Garavelli; fornita una risposta ambigua ("vedremo") La Penna si era diretto verso l'aula di udienza, ma De Cato, scusandosi ("ambasciator non porta pena"), l'aveva pregato di mandare dal dottor Carnevale anche il consigliere Del Vecchio; in seguito, durante una pausa della camera di consiglio, il teste si era sentito dire dal collega Del Vecchio che il dottor Carnevale gli aveva fatto lo stesso discorso fatto a lui, ma che intendeva agire liberamente; in seguito, quando il consigliere Toscani aveva affermato che non avrebbe redatto una motivazione di conferma della decisione impugnata, Del Vecchio si era spostato sulla tesi del relatore e del presidente e la sentenza era stata annullata.

La conclusione cui perviene la Corte è che l'attività dell'imputato è stata complessivamente idonea ad incidere, con efficacia determinante, sul contenuto della decisione.

I fatti contestati: la cosiddetta scarcerazione dei boss (punti 3 e 4 del capo di imputazione).

L'11 febbraio 1991 la prima sezione penale della Corte, presieduta dal dottor Carnevale, ebbe ad annullare due ordinanze della Corte di Assise di appello di Palermo, che avevano negato la scarcerazione per decorrenza termini a 43 uomini di spicco dell'organizzazione Cosa Nostra. La sentenza, accolta da furiose polemiche, aveva addirittura determinato un intervento legislativo di "interpretazione autentica" delle norme rilevanti, finalizzato in sostanza ad impedire la effettiva scarcerazione dei detenuti. La Corte ritiene provato che il dottor Carnevale avesse anticipato l'esito del giudizio, utilizzando la mediazione dell'avvocato Gaito. Sul ruolo di detto avvocato, che sarebbe stato il tramite per contatti fra il dottor Carnevale e i vertici di Cosa Nostra, la Corte si avvale delle indicazioni fornite dai collaboratori nonché della voce dello stesso avvocato Gaito che aveva ammesso rapporti con Costanzo e Messina (sia pure postdatandoli), ed aveva ammesso persino di avere esternato davanti a componenti dell'organizzazione che i ricorsi sarebbero stati accolti, sia pure aggiungendo che si era trattato di un parere tecnico e che in seguito aveva addirittura cambiato idea.

È dunque ritenuto provato che il dottor Carnevale abbia agevolato l'organizzazione mafiosa in un frangente decisivo, predisponendo collegio e relatore in vista di un accoglimento dei ricorsi, anticipando tale accoglimento in guisa addirittura da indurre nuovi ricorsi, e pervenendo dolosamente ad una errata affermazione di diritto (e di fatto).

Segue: la gestione del cosiddetto maxi-processo (punto 5).

Il dottor Carnevale è in sostanza accusato d'aver tentato di favorire l'organizzazione circa l'esito del ricorso di legittimità nel cosiddetto maxi-processo: ritenendo egli inopportuna una sua personale esposizione, date le vibranti polemiche che ormai lo accompagnavano, avrebbe designato per la presidenza un uomo da lui condizionabile, il già noto dottor Molinari; il piano era fallito quando il presidente Brancaccio aveva imposto la diversa presidenza del dottor Valente.

In punto di fatto la sentenza ripercorre fonti e vicende già trattate: dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca e Emanuele Brusca, (cui il tribunale attribuisce erroneamente l'effetto di negare un interessamento dei Salvo per l'esito del maxi-processo, e che invece descriverebbero la crisi del "canale politico", passata attraverso la lezione elettorale del 1987 e più tardi attraverso le polemiche sulla figura del ricorrente, divenuto ormai "inavvicinabile" dal senatore Andreotti e dai suoi uomini), alle dichiarazioni di Sinacori, Mutolo, Marchese, Messina, Pulvirenti, Onorato, Cannella, tutte in generale pertinenti alle manovre di Cosa Nostra riguardo al maxi-processo. Qui la sentenza nel ribadire l'importanza dei rapporti politici del dottor Carnevale, sembra prospettare una loro relazione con la stessa progressione professionale dell'interessato, ricordando che egli aveva ottenuto lucrosi incarichi arbitrali chiaramente riferibili per un verso alla corrente andreottiana e per l'altro ad imprese condizionate dalla mafia (la F.lli Costanzo, contrapposta all'Anas, e la Farsura, contrapposta al Ministero del Tesoro). Tornando alla specifica vicenda, la Corte ricostruisce le progressive tensioni tra i capi mafiosi ed i "politici" attraverso la narrazione di Angelo Siino, fino allo "schiaffo" del decreto legge adottato dal governo per paralizzare gli effetti della sentenza 11 febbraio 1991 sulla decorrenza dei termini di custodia.

Dunque la Corte attribuisce a questa situazione di "intoccabilità", e non certo all'indifferenza od alla resipiscenza del dottor Carnevale, la scelta di designare il consigliere Molinari quale presidente del collegio. Scelta decisamente contrastata dal rimo presidente della Corte.

La sentenza fa riferimento alla composizione del collegio e qui valorizza una conversazione intercettata nel corso della quale il dottor Carnevale commentava con il dottor Grassi le scelte a suo tempo compiute: "feci un collegio adeguato al Molinari".

Quali fossero le aspettative la Corte argomenta da una conversazione tra l'odierno ricorrente ed il noto dottor Dell'Anno, nel corso della quale un componente del collegio, dottor Schiavetti, veniva criticato per non aver saputo "mettersi contro" il dottor Valente.

Infine il dato delle notizie anticipatamente inviate, da varie fonti, a Cosa Nostra, desumibile dalle dichiarazioni di Sinacori, Brusca, Cancemi e dello stesso avvocato Gaito. Notizie che, in sintesi, avevano prima reso euforico Riina, poi avevano rimesso le speranze sue e degli associati alla presidenza di un "magistrato calabrese", e infine (ed a ragione) creato grande preoccupazione (il commesso Costanzo non aveva esitato a segnalare il dottor Valente come persone "cattiva", a differenza del dottor Molinari, sempre a suo dire qualificabile come persona cui "si poteva parlare").

Segue: il procedimento cosiddetto maxi-ter (punti 9 e 10).

La sentenza esordisce delineando la figura di Salvatore Cancemi e riassumendo l'intero complesso delle sue dichiarazioni. Svolge quindi diffusi rilievi sull'attendibilità del collaboratore e sugli individuati riscontri, tra i quali le dichiarazioni dell'avvocato Taormina sullo stretto rapporto tra l'odierno ricorrente e l'avvocato Aricò (che avrebbe addirittura esercitato un forte fascino intellettuale sul magistrato), avvocato che del resto aveva assunto la difesa Carnevale in un procedimento penale celebrato a Napoli, aveva presenziato alle nozze della figlia del magistrato, era stato destinatario o spettatore di invettive dirette all'odierno ricorrente alla memoria dei dottori Falcone e Morvillo.

La Corte ritiene che la motivazione con la quale fu annullata la sentenza di condanna in danno del Cancemi esprima una marcata ingerenza della Cassazione su questioni di fatto (che descrive nei particolari), e si fondi su un presunto travisamento che neppure i motivi di ricorso avevano prospettato, e che non risultava dal testo della sentenza impugnata. Per ulteriori posizioni (come ad esempio quella di Montalto Salvatore ed altri imputati di omicidio), non interessate dal teorema Buscetta, il deliberato di condanna era stato annullato con articolate osservazioni di fatto e con osservazioni critiche sull'attendibilità del principale collaboratore di quel contesto, Sinagra; nel giudizio di rinvio gli interessati erano stati conseguentemente assolti; tuttavia, si aggiunge, nel 1995 la Suprema Corte aveva annullato la sentenza assolutoria, sottoponendo a censure logiche la valutazione "liberatoria" degli stessi elementi in precedenza considerati, tanto che, nel nuovo giudizio di rinvio, Montalto, sia pure nuovamente annullando per le ulteriori posizioni). In buona sostanza, secondo la Corte, nella pletora di sentenze che avevano valutato l'attendibilità del Sinagra, solo quella qui in esame aveva espresso un apprezzamento negativo, ricorrendo per inciso a ciò che la Corte ritiene veri e propri travisamenti di fatto (che vengono indicati in dettaglio).

La Corte ritiene di vagliare in questa sede l'argomento difensivo - determinante per l'archiviazione del procedimento romano a carico dei dottori Carnevale, Dell'Anno e Grassi per abuso di ufficio e corruzione - secondo il quale le molte notizie su rassicurazioni e anticipazioni di giudizio potrebbero riferirsi a millanterie degli avvocati fin qui menzionati. L'argomento è respinto, con l'osservazione che persone così introdotte non avrebbero rischiato le pesantissime sanzioni che Cosa Nostra amava infliggere a chi la ingannava o deludeva le sue aspettative. Tornando specificamente al maxi-ter, vengono valutate le dichiarazioni di Vittorio Mangano (poi deceduto) in rapporto a quelle dell'avvocato Giovanni Aricò. Quest'ultimo, sollecitato circa la ricezione di una somma chiaramente eccedente un pur cospicuo onorario professionale, ha raccontato che in effetti Vittorio Mangano gli aveva lasciato una valigetta con una somma di denaro, a suo giudizio per sondare l'onestà sua e del presidente Carnevale, e che lui si era limitato a trattenerla fino a quando Mangano non se l'era ripresa. Sennonché Mangano aveva parlato invece di una valigetta depositata per poche ore, contenente solo dieci milioni di lire, che aveva espressamente offerto all'avvocato Aricò a titolo di fondo spese, ricevendone un rifiuto. Lo stesso dottor Carnevale, rispondendo a contestazioni fondate su conversazione intercettate, ha dichiarato di avere appreso dall'avvocato Aricò che un emissario di Cancemi aveva temporaneamente depositato nello studio del professionista una valigetta contenente 100 milioni di lire. La Corte riporta poi una lunga conversazione tra il dottor Carnevale ed il genero, ove viene evocata anche la questione dei 100 milioni, desumendone la conferma che i rapporti tra l'avvocato ed il magistrato erano radicalmente incompatibili con ogni ipotesi di millantato credito.

Sembra di comprendere, in conclusione, che anche per la vicenda maxi-ter i giudici di merito abbiano ritenuto provato un significativo contributo dell'imputato a favore di Cosa Nostra.

II. Contro la sentenza di appello l'imputato ha proposto ricorso per cassazione, articolato in otto motivi di gravame.

Il primo motivo denuncia violazione degli articoli 110 e 416bis c.p. e investe il problema della configurabilità, nel nostro ordinamento, del concorso esterno nel delitto di associazione mafiosa.

Il ricorrente ritiene pregiudiziale a qualsiasi censura tale questione di diritto. Ove accolto, dunque, il primo motivo darebbe luogo ad una pronuncia di annullamento senza rinvio della sentenza impugnata.

La sentenza di appello (così come quella di primo grado) avrebbe condiviso tale priorità logica e - per questo - avrebbe anteposto alla valutazione dei fatti una trattazione sulla giurisprudenza della Suprema Corte, senza però dare rilievo, e comunque minimizzandolo, al contrasto giurisprudenziale, delineatosi in seguito alla pronuncia Villico, della sesta sezione della Corte (21 settembre 2000).

Il secondo motivo denuncia violazioni, sotto altro profilo, degli articoli 110 e 416bis c.p. Prescinde dalla configurabilità giuridica del concorso esterno nel reato associativo e attiene alla stessa possibilità che le condotte attribuite in concreto all'imputato, nell'accusa, potessero contribuire casualmente al rafforzamento dell'associazione.

La sentenza di appello conterrebbe tre errori fondamentali, dal cui accertamento dovrebbe conseguire l'annullamento senza rinvio della sentenza stessa:

a) l'aver escluso che, in relazione a ciascuna condotta di "aggiustamento" dei processi, dovesse procedersi alla valutazione compiuta e completa delle dichiarazioni accusatorie (articolo 192, comma 3 c.p.p.).

Al contrario, e disattendendo i principi posti a base della sentenza Musotto (Tribunale di Palermo, 4 aprile 1998, confermata in appello e passata in giudicato a seguito di declaratoria di inammissibilità del ricorso del Pg), cui si sono attenuti i giudici di primo grado, la corte palermitana avrebbe operato degradando la specificità della prova di ogni singolo contributo nel momento di crisi del sodalizio in una generica prova della "reiterata attività di ingerenza ed influenza nel corso di una serie di procedimenti giurisdizionali sintomatica della disponibilità" nei confronti dell'associazione, così disperdendosi anche la disomogeneità probatoria tra le condotte partecipative e quelle concorsuali. Queste ultime, al contrario delle prime, richiederebbero la prova "del contributo causale effettivo al rafforzamento del sodalizio in un momento di crisi".

b) l'aver omesso la valutazione analitica di ciascuna dichiarazione con riferimento progressivo ai momento della credibilità del dichiarante, della attendibilità intrinseca e del riscontro estrinseco.

Tali "momenti" logici si porrebbero in ordine progressivo sicché il mancato superamento di quello anteriore dovrebbe impedire persino il passaggio a quello successivo. Ciò che avrebbe dovuto accadere nel caso di specie.

La sentenza di appello, senza acquisire alcun elemento nuovo, avrebbe proceduto a rivalutare il materiale probatorio già in atti, attraverso una inammissibile sua considerazione complessiva ed unitaria, attraverso una critica ripetitiva (anche delle tesi accusatorie) circa l'errore del primo giudice sulla contraria considerazione del compendio probatorio (sua parcellizzazione, frazionamento, atomizzazione).

Al contrario, secondo i ricorrenti, la ricostruzione complessiva dei fatti dovrebbe solo seguire e non procedere quella dei singoli episodi delittuosi.

c) il non aver considerato la natura collegiale dell'attività giurisdizionale nella pretesa di dimostrare sia l'alterazione delle decisioni che il condizionamento dei componenti dell'organo giudicante (perlomeno della sua maggioranza).

Secondo il ricorrente, la supposta anticipazione dell'esito del giudizio non avrebbe altro significato che quello della mera previsione di un certo risultato; essa potrebbe essere rilevante sotto il profilo penale solo a condizione di dimostrare una effettiva alterazione del processo formativo della volontà dell'organo in riferimento alla sentenza la cui adozione sia stata anticipata. Analogo discorso per le condotte di composizione dei collegi giudicanti, espressione del dovere funzionale del presidente titolare della sezione e inerente i compiti organizzativi demandatigli dalla legge.

Nell'ottica dei menzionati errori gli ulteriori motivi trattano l'esame dei vizi motivazionali della sentenza impugnata relativamente ai fatti addebitati all'imputato.

Una particolare menzione meritano le censure che investono:

- il carattere confermativo della indebita anticipazione del giudizio attribuito dai giudici di secondo grado alla natura tecnica della prima decisione Basile (il "pelo nell'uovo" evocato dal Mutolo): ciò sarebbe avvenuto sulla base di un travisamento del fatto, poiché lo stesso collaboratore aveva usato l'espressione commentando la sentenza, e non quando aveva riferito di pretese anticipazioni sull'esito del ricorso;

- l'analisi della deposizione del consigliere La Penna, dal ricorrente definita insufficiente, contraddittoria, inattendibile, svilita da una ingiustificata progressione accusatoria, contrastante con quelle rese da magistrati di valenza personale almeno analoga;

- la valutazione della prova in ordine alle asserite anticipazioni dei giudizi attraverso gli avvocati Gaito e Aricò.

Pervenuti gli atti alla Corte Suprema, è stata depositata dai difensori istanza di assegnazione alle Sezioni unite penali, ai sensi dell'articolo 610, comma 2 c.p.p., "involgendo l'esame del primo motivo di impugnazione la risoluzione del contrasto insorto tra talune decisioni di singole sezioni con la più recente sentenza delle Sezioni unite 16/1994, ricorrente Demitry, in ordine alla configurabilità, alla stregua del sistema penale vigente, del concorso eventuale nel reato di associazione di tipo mafioso".

Il primo presidente della Corte, con provvedimento del 29 aprile 2002, ha accolto la richiesta e disposto l'assegnazione del ricorso alle Sezioni unite.

All'odierna udienza le parti hanno rassegnato le conclusioni riportate in epigrafe.

Il Pg ha motivato la sua richiesta osservando che se le condotte contemplate nei punti 5, 9 e 10 del capo di imputazione non raggiungono la soglia della rilevanza penale, pregnanti invece sotto questo profilo sono quelle indicate nei primi quattro punti, la cui corretta valutazione porterebbe addirittura ad ipotizzare e ritenere la "internità" dell'imputato ricorrente alla compagine associativa de qua, ciò che renderebbe persino superflua ogni dissertazione in ordine alla configurabilità del concorso esterno nel resto associativo, tuttavia da confermare.

Contrario l'avviso dei difensori, espresso attraverso ampia illustrazione dei motivi enunciati nell'atto scritto di impugnazione.

 

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

I.1. Il Collegio è chiamato a verificare se sussistono motivi idonei a giustificare una decisione diversa rispetto a quella già assunta dalle Sezioni Unite con la sentenza DEMITRY del 1994 (c.c. 5 ottobre 1994, deposito 28 dicembre 1994).

Detta pronuncia rappresentò la prima grande elaborazione della materia, sia per mole di trattazione che per completezza di argomenti, e ben si comprende perciò come debba costituire il documento di partenza per una ricognizione, sia pure di sintesi degli orientamenti dottrinali e giurisprudenziali successivi, compresi quelli più recenti.

Nell'affermare il principio della configurabilità del concorso esterno nel reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la S.C. ha sottolineato la diversità dei ruoli tra il partecipe all'associazione e il concorrente eventuale materiale, nel senso che il primo è colui senza il cui apporto quotidiano, o comunque assiduo, l'associazione non raggiunge i suoi scopi o non li raggiunge con la dovuta speditezza; è, insomma colui che agisce nella "fisiologia", della vita corrente dell'associazione, mentre il secondo è, per definizione, colui che non vuol far parte dell'associazione e che l'associazione non chiama "a far parte", ma al quale si rivolge sia per colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo sia, soprattutto, nel momento in cui la "fisiologia" dell'associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase "patologica" che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche ad un unico intervento, di un esterno; insomma è il soggetto che occupa uno spazio proprio nei momenti di emergenza della vita associativa.

È così disatteso quanto ritenuto da diverse decisioni delle sezioni semplici (si tratta delle sentenze CILLARI, sez. I, 13.06.1987; ABBATE, sez. I, 27.06.1994; CLEMENTI, sez. I, 27.06.1994; MATTINA, sez. I, 18.05.1994; DELLA CORTE, sez. I, 03.06.1994), le quali - con argomenti spesso similari - avevano sostenuto che non vi sarebbero ragioni per differenziare la condotta materiale del concorrente eventuale rispetto a quella di partecipazione.

Rilevano le Sezioni Unite che il concorrente eventuale non è identificabile con il partecipe: "La condotta e l'atteggiamento psicologico" di quest'ultimo non sono sovrapponibili alla condotta ed all'atteggiamento psicologico del concorrente eventuale. L'elemento materiale del reato associativo è costituito dalla tipica "condotta di partecipazione, che comporta la stabile permanenza del vincolo associativo tra gli autori e, quindi si realizza nell'essere e sentirsi parte dell'associazione, n essa "stabilmente incardinati". Il concorrente eventuale non è colui che pone in essere la condotta tipica della partecipazione, ma una diversa condotta atipica che, per essere rilevante "deve contribuire - tipicamente - alla realizzazione della condotta tipica posta in essere da altri". Tale condotta atipica è qualificata come concorrente dal fatto che si estrinseca ponendo "a disposizione" dei partecipi "il proprio contributo", non "stabile", ma "circoscritto nel tempo", pur essendo tale da "consentire agli altri di continuare a dar vita alla condotta tipica, alla stabile permanenza del vincolo".

Quanto all'atteggiamento psicologico, osservano le Sezioni Unite che, se quello del partecipe esprime "la volontà di far parte dell'associazione", "con la volontà di contribuire alla realizzazione degli scopi di essa", l'atteggiamento psicologico del concorrente eventuale - e cioè, di colui che "vuole dare un contributo senza far parte dell'associazione", "offre, da una condotta atipica perché mette a disposizione non il suo voler far pare, il suo incardinarsi stabilmente nell'associazione, sebbene il suo apporto staccato, avulso, indipendente dalla stabilità dell'organizzazione..." - è quello che permea la condotta atipica finalizzata a fornire l'apporto or ora descritto, senza un animus partecipativo, ma "con la volontaria consapevolezza che la... sua azione contribuisce all'ulteriore realizzazione degli scopi della societas sceleris".

Sarebbe poi errato affermare che il concorrente esterno debba possedere lo stesso dolo di colui che fa parte dell'associazione, ossia il dolo specifico, (la volontà di realizzare i fini propri dell'associazione". A parte il dato, acquisito dalla dottrina "più autorevole" (riproposto "anche da recenti contributi sul dolo specifico studiato nelle varie categorie di reati") secondo il quale "si può avere "concorso con dolo generico in un reato a dolo specifico"", essendo sufficiente che il concorrente abbia "la consapevolezza che altri fa parte e ha voglia di far parte della associazione e agisce con la volontà di perseguirne i fini", le due forme di dolo (quelle del partecipe e quella del concorrente) non sarebbero sovrapponibili. Infatti, il concorrente potrebbe, al contrario del partecipe, "disinteressarsi della strategia complessiva (dell'associazione), degli obiettivi che la stessa si propone di perseguire". Ma potrebbe anche averli presenti, senza che questo quid pluris faccia mutare il ruolo dell'esterno, che non fa parte o non vuole o non è richiesto come socio. La sua condotta si limita a "contribuire alle fortune dell'associazione".

Inoltre la motivazione della sentenza ritiene di cogliere una ragione di contraddizione all'interno della cd. tesi intermedia (quella che ammette solo il concorso eventuale morale): se i suoi sostenitori ritengono ammissibile il concorso morale a titolo di dolo specifico non possono escludere che anche il concorso materiale sia concepibile a tale titolo psicologico. Anzi, a ben vedere, il dolo specifico del concorrente (morale o materiale) si differenzierebbe da quello del partecipe perché l'oggetto del primo sarebbe carente d'una parte consistente dell'oggetto del secondo: la volontà di far parte dell'associazione. Residuerebbe così solo la possibilità di concorrere volendo fornire un contributo alla realizzazione "degli scopi dell'associazione". Alla luce di tale criterio si capirebbe anche perché il concorrente potrebbe porre in essere condotte che potrebbero integrare anche il delitto di favoreggiamento aggravato ex art. 7 d.l. n. 152 del 191 (conv. nella legge n. 203 del 1991). Si tratterà solo di accertare se, in concreto, quel delitto rilevi ex se oppure se esso contribuisca "alla stabilità del vincolo associativo e al perseguimento degli scopi dell'associazione".

La sentenza cerca di fornire una spiegazione epistemologica della difficoltà - propria della giurisprudenza - di pervenire alla piena ammissione del concorso esterno materiale. La ragione risiederebbe nell'esistenza di un maggior distacco tra la posizione dell'esterno concorrente sul piano morale rispetto al suo pari che concorre attraverso una condotta materiale: quest'ultima, per il fatto di costruire un appoggio alle attività di partecipazione, si porrebbe con queste in rapporto di immediatezza, e, pertanto, di possibile confusione. Già l'uso del criterio di temporaneità del contributo permetterebbe di ravvisarne con evidenza la diversità, ma a tale risultato si potrebbe pervenire anche attraverso una migliore messa a punto dei confini tra le due figure astratte.

La motivazione respinge poi la tesi in base alla quale nell'art. 418 c.p. (che punisce l'assistenza gli associati) l'espressione "al di fuori dei casi di concorso nel reato" debba essere inteso come sinonimo di "concorso necessario"e non anche come di concorso eventuale (ex art. 110 c.p.).

Infine, la motivazione passa a meglio delimitare quella contiguità già affermata tra le due condotte materiali in esame (partecipazione e concorso materiale).

Il distinguo consisterebbe nel ricorso ad un apporto temporaneo (anche consistente in un solo intervento) allo scopo di riportare l'associazione alla sua normalità. Ciò significa che il concorrente potrebbe intervenire - ove richiesto dall'associazione - o in una temporanea scopertura di ruolo ("temporanei vuoti in un determinato ruolo") o in un momento di patologica fibrillazione dell'organismo associativo (come nel caso dell'"aggiustamento" di un processo relativo ai componenti dell'associazione). La finalità sarebbe quella di mantenere in vita il sodalizio criminoso. In altre parole lo "spazio" proprio del concorrente eventuale materiale appare essere quello dell'emergenza nella vita dell'associazione e non lo spazio della "normalità", occupabile da uno degli associati".

L'anormalità, la patologia può esigere anche un contributo che, pur restando episodico, unico, consente "all'associazione di mantenersi in vita, anche solo in un determinato settore, onde poter perseguire i propri scopi".

2. Molteplici, in dottrina, le manifestazioni di dissenso alla opzione prescelta dalla sentenza delle Sezioni Unite.

La prima e dirompente obiezione alla configurabilità del concorso eventuale resta sempre quella ancorata alla ritenuta incompatibilità generale tra le norme sul concorso di persone (art. 110 e segg. c.p.) e le figure del reato necessariamente plurisoggettivo. La sentenza Demitry non l'avrebbe superata e, soprattutto, non avrebbe considerato "le sinergie distruttive" che deriverebbero, in punto di tassatività, dal connubio tra quelle stesse norme e le fattispecie storicamente criticate per la scarsa efficacia descrittiva, cioè appunto quelle associative: il connotato di indeterminatezza diventerebbe insopportabile quando si tratta di identificare un "concorrente eventuale" in una condotta di "partecipazione" ad associazione, in una condotta cioè la cui definizione è correntemente considerata tautologica.

Resterebbero, comunque, insuperate dalla sentenza le questioni relative alle incompatibilità strutturali tra la condotta associativa e la normativa sul concorso di persone. Il presupposto generale che l'art. 110 c.p. riguarderebbe le "condotte atipiche" sarebbe infondato, sia perché ogni condotta inserita dalla norma sarebbe tipica, sia perché sono concepibili ipotesi di concorso in cui ciascun agente riproduce per intero il comportamento delineato dalla norma di parte speciale.

Non si è tenuto conto che non è conciliabile la compartecipazione ad un delitto permanente che non sia essa stessa permanente: è la definizione medesima del reato associativo, qualificato, appunto, dalla permanenza del vincolo associativo - in vista del perseguimento di un comune, duraturo, perverso fine sociale - a rigettare l'ipotesi del concorso eventuale.

Anche un altro dato è stato ignorato, e cioè che sia la condotta concorsuale che quella tipica del reato associativo sono descritte dal legislatore secondo la "medesima tecnica di tipizzazione causale", e quindi non potrebbero essere distinte l'una dall'altra: o l'agente preso in considerazione ha fornito un contributo al fenomeno associativo, ed allora è partecipe, oppure non l'ha fornito, ed allora non si vede in che cosa potrebbe consistere la sua condotta concorsuale; in altre parole, o c'è la responsabilità diretta per il reato associativo oppure non c'è nulla.

Si osserva da altri autori che, in ogni caso, sembra ingiustificato ragionare in termini di "contributo dato all'associazione come tale". Non si può concorrere nell'associazione in quanto tale, perché essa è un fatto, o per dire meglio, un effetto delle condotte di promozione, organizzazione ecc., e di partecipazione, e perciò, solo rispetto ad una di queste condotte dovrebbe valutarsi il contributo di chi non è associato; non rispetto all'associazione, unitariamente intesa, e alla sua attività.

Sul versante dell'elemento soggettivo del reato, contraddittorio, dal punto di vista logico, ancor prima che sotto il profilo di una violazione della fisionomia tipica del fatto concorsuale, sarebbe la soluzione data dalla sentenza Demitry: solo per il concorrente esterno l'oggetto del dolo può non estendersi a tutte le circostanze comprese nella fattispecie incriminatrice, ma il dolo addirittura non può comprendere gli elementi essenziali del reato, e cioè "l'affectio" ed i conseguimento dei fini sociali, sicché è difficile contestare che, nella ricostruzione delle Sezioni Unite, manca al concorrente esterno anche una parte del dolo generico tipico del fatto associativo e cioè la volontà di associarsi, di entrare nell'organizzazione. Comunque se il discrimen tra concorso e partecipazione, viene fatto risiedere unicamente nella "parte del dolo che consiste nella volontà di far parte dell'associazione", si tratterebbe di una fondazione esclusivamente "a parte subjecti" della distinzione, come tale già criticabile e capace di evocare formidabili problemi di accertamento.

Si evidenzia, inoltre, che inadeguata deve ritenersi la risposta fornita dalla sentenza alle obiezioni fondate sugli argomenti tratti dalle norme che direttamente colgono condotte agevolatrici realizzate dei soggetti esterni all'associazione criminosa: art. 307418 c.p. e art. 7 d.l. 152/91, (ed anche art. 378, comma 2 e 416 ter c.p.).

Anche l'indicazione delle "categorie" introdotte dalla Demitry (tratte dell'antinomia "fisiologia/patologia della vita associativa) non ha trovato buona accoglienza nella dottrina. Ciò vale anzitutto, naturalmente, per gli autori di orientamento negazionista, per i quali la teoria della fibrillazione ha fallito lo scopo per cui è nata, perché si fonda su un concetto affetto da grave indeterminatezza. Ma anche tra gli autori favorevoli alla configurabilità del concorso esterno si registra l'opinione che non sia possibile una definizione sufficientemente precisa di "patologia" e di "fibrillazione", e non manca chi osserva che un contributo con le caratteristiche evocate dalle indicazioni della Corte trasformerebbe l'agente in un "intraneus", proponendo di sostituire ad esse, in funzione delimitativa, il concetto, di matrice civilistica, di "infungibilità" della prestazione effettuata.

Altre obiezioni al concorso esterno sono fondate su presunte difficoltà (o "aporie") a ragione del trattamene deteriore che verrebbe riservato al concorrente esterno sul piano sanzionatorio, in tema di applicazione dell'aggravante dell'art. 112 c.p., dell'art. 116 c.p. e in punto di desistenza e recesso attivo.

3. La giurisprudenza invece si è pressoché uniformata ai contenuti e ai principi espressi nella pronuncia delle Sezioni Unite del 1994, senza compiere (se si eccettua la sentenza VILLECCO) alcuna rielaborazione dei medesimi.

Possono citarsi le sentenze ALFANO (sez. VI, 27.03.1995), SIBILLA (sez. V, 10.11.1995), MANNINO (SS.UU., 27.09.1995), DOMINANTE (sez. VI, 13.06.1997), MONTALTO (sez. V, 23.04.1997), NECCI (sez. VI, 07.03.1997), CABIB (sez. I, 05.01.1999), CUSUMANO (sez. VI, 25.06.1999), TRIGILI (sez. VI, 25.06.1999), TRIGILI (sez. VI, 25.06.1999), FRASCA (sez. V, 06.02.2000), PANGALLO (sez. VI, 15.05.2000), CANGIALOSI (sez. V, 22.12.2000), FRASCA (sez. I, 17.04.2002).

A "riaprire le ostilità", sul fronte del concorso esterno, secondo l'efficace espressione d'un commentatore, è intervenuta - come detto - la sentenza VILLECCO (sez. VI, c.c. del 21.09.2000, deposito del 23.01.2001), mossa dal dichiarato intento di verificare la "tenuta" della DEMITRY, avvertita come problematica già nella decisione del 25.06.1999 (ric. Erigili), cit. - richiamata dalla difesa del ricorrente.

La sentenza è così massimata (218330):

"In tema di associazione per delinquere di tipo mafioso (art. 416 "bis" c.p.), il contributo disposto degli artt. 110 e 115 c.p. Preclude la configurabilità di un concorso esterno o eventuale, atteso che l'aiuto portato all'associazione nei momenti di crisi o fibrillazione integra, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, la condotta del "far parte" del sodalizio criminoso". (Va detto che la Corte, rilevando, nel provvedimento impugnato, la mancanza della motivazione in ordine alla sussistenza dello stato di crisi o fibrillazione dell'associazione per delinquere, ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare, ritenendo che la natura del vizio riscontrato non imponesse l'applicazione dell'art. 618 c.p.p. e la rimessione alle Sezioni Unite per la risoluzione del contrasto interpretativo con la decisione Demitry).

Essa parte, innanzitutto, da un riepilogo degli indirizzi giurisprudenziali: a) quello cd. intermedio, che nega il concorso eventuale materiale; b) quello che, al contrario, ammette tale ipotesi, a cominciare dalle prime pronunce in materia di banda armata. E, proprio a partire da tali pronunce, sembra che la motivazione ponga - sia pure in via problematica, senza fornire risposta certa - il quesito se l'art. 416-bis integri una fattispecie a concorso necessario "o non piuttosto... una fattispecie monosoggettiva caratterizzata da un momento "statico" che acquista un proiezione dinamica solo in relazione ai fini": ""far parte" sembra alludere, infatti, ad una situazione "statica", "partecipare" ad una situazione "dinamica"". L'interrogativo sembrerebbe trovare una risposta - nel secondo senso indicato - in quanto il "far parte" postulerebbe "un'adesione, quindi, una partecipazione", e questi due aspetti ("adesione" e "partecipazione") sarebbero "momenti distinguibili concettualmente anche se non sotto il profilo "diacronico"".

La sentenza poi prosegue illustrando la struttura del concorso eventuale, sotto i due profili dell'elemento oggettivo e soggettivo, così come evidenziati nella pronuncia Demitry. E, da questa ricostruzione, fa emergere una pluralità di interrogativi:

innanzitutto, la nozione di tipicità ed atipicità, come connotati il distinguo tra le due figure delittuose in considerazione, sarebbe equivoca ed erronea: "mentre l'espressione "condotta tipica", pare, quantomeno, impropria perché ogni condotta, anche "esterna", è tipica sia perché risultante dal contributo apprestato dall'art. 110 c.p., il contenuto del "far parte" si rileva alquanto approssimativo, profilandosi l'associazione mafiosa come realtà bene più complessa: pure se non vi è dubbio che l'espressione "far parte" postuli, in primo luogo, un'adesione, quindi, una partecipazione, si tratta di momenti distinguibili concettualmente anche se non sotto il profilo "diacronico";

ritengono le SS.UU. che se il concorrente non entra a far parte dell'associazione ciò sta a significare che non è parte, cioè non è coautore della stabile permanenza del vincolo associativo, ma si limita a porre a disposizione degli altri - di coloro per i quali la condotta e la stabile permanenza nell'associazione, è il far parte di quest'ultima - il proprio contributo che, proprio perché per definizione non è caratterizzato dalla stabilità, non può non essere circoscritto nel tempo e che, comunque, deve consentire agli atri di continuare a dar vita alla condotta tipica, alla stabile permanenza del vincolo. Ma in un siffatto ragionamento la sentenza VILLECCO coglie "una vera e propria antinomia" - non solo linguistica ma pure concettuale - perché "se la nozione di autore è normalmente contrapposta a quella di partecipe, stando al lessico utilizzato dall'art. 416 bis, autore è solo il partecipe (salvo l'organizzatore, etc.). "Nonostante ciò - si aggiunge - le Sezioni Unite insistono sulla ipotizzabilità di un contributo atipico non sovrapponibile alla condotta tipica del partecipe, tanto da inferirne che, per concludere che in questo reato non v'è spazio per il concorso eventuale, si dovrebbe dimostrare che non è possibile una condotta atipica, ma un contributo alla realizzazione della condotta tipica: il che sembrerebbe da intendere nel senso che si contribuisce solo a far parte";

sul versante dell'elemento soggettivo, la conclusione cui perviene la sentenza DEMITRY (e cioè che il concorrente eventuale, pur consapevole di agevolare, con il suo contributo, l'associazione, può disinteressarsi della strategia complessiva di quest'ultima e degli obiettivi che la stessa si propone) sarebbe "davvero inquietante, perché mentre, da un lato, ci si trova in presenza di un dolo di "agevolazione", che non può non incentrarsi sulla posizione del partecipe, dall'altro lato, tutto si esaurisce nell'accertamento dell'esistenza del dolo di "agevolazione". Con la conseguenza che se il fenomeno si restringe all'agevolazione, poiché la legge tipicizza le ipotesi di agevolazione, se ne dovrebbe trarre a corollario che le altre ipotesi di agevolazione non siano penalmente rilevanti;

si darebbe per scontrato, senza che sia intervenuta una dimostrazione plausibile:

che il concorrente morale possa agire con dolo specifico e continuare ad essere solo un concorrente morale;

che sia ammissibile il concorso materiale eventuale sulla base dell'ammissibilità del concorso eventuale morale, che richiederebbe il dolo specifico, senza tener conto che quest'ultimo potrebbe avere una spiegazione positiva nell'art. 115 c.p.;

che, nell'ipotesi che non venga attuata - neppure nella forma del tentativo - la realizzazione del rato, risulterebbe atipica la posizione del concorrente morale rispetto a quegli autori (art. 115 c.p.).

E' dunque posta in discussione, più in generale, la configurabilità sia della partecipazione con dolo generico in un delitto a dolo specifico che del concorso morale eventuale.

La sentenza poi passa a illustrare le pretese incongruenze della sentenza Demitry, con riferimento alle due ipotesi: a) quella del reato aggravato ai sensi dell'art. 7 del d.l. 13 maggio 1991, n. 152 (conv. nella legge 12 luglio 1991, n. 203), per chi commette delitti al fine di agevolare le attività delle associazioni per delinquere; b) e quella dell'assistenza degli associati.

Infine, affrontando il nodo del confine tra partecipazione e concorso ("il vero "tassello" posto dalla sentenza Demitry alla indiscriminata operatività del concorso esterno"), rappresentato dall'opera "salvifica" del concorrente eventuale materiale nel momento dell'"emergenza della vita dell'associazione", la sentenza osserva che "tutto sembrerebbe condurre alla non configurabilità del concorso esterno, sia morale sia materiale", così pervenendo alla tesi negazionista totale, negando che sia ammissibile finanche il concorso eventuale morale nel reato associativo. Ciò perché la sentenza Demitry non configura il concorso eventuale morale ancorandolo alla medesima situazione di emergenza ("fibrillazione") con cui caratterizza il concorso eventuale materiale. E ciò non potrebbe che portare a una di queste due conclusioni: o le due ipotesi sono omogenee (e ciò la sentenza non ammette); o le due ipotesi, divergendo, dimostrano l'infondatezza della tesi esposta nell'arresto delle Sezioni unite penali.

In conclusione, la sentenza giunge a delineare una soluzione negatoria del concorso esterno attraverso un'ipotesi (o postulato a contrario, o argomento per assurdo) basata sulla necessità di risolvere le aporie contenute nella sentenza delle Sezioni unite, di cui - ovviamente - prospetta un ripensamento.

4. Devesi, a giudizio della Corte, confermare il principio secondo il quale in tema di associazione di tipo mafioso è configurabile il concorso "esterno", con la precisazione che assume la qualità di concorrente "esterno" nel reato di associazione di tipo mafioso la persona che, priva dell'affectio societatis e non essendo inserita nella struttura organizzativa dell'associazione, fornisce un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, purché questo abbia un'effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell'associazione e sia comunque diretto alla realizzazione, anche parziale del programma criminoso della medesima.

4.1. Per affrontare correttamente il problema in esame, occorre risolvere preliminarmente la questione della natura del delitto di partecipazione ad associazione per delinquere e in particolare ad associazione mafiosa.

Va ricordato che uno spazio per la configurabilità dell'ipotesi concorsuale era stato ritagliato dalla giurisprudenza di questa Corte proprio a partire dall'assunto della connotazione individuale dell'adesione al sodalizio, o comunque in termini di esclusiva compatibilità con tale connotazione (v., tra le altre, sentenza Aglieri, Sez. I, 13 febbraio 1990), e ciò, in precedenza, anche con riferimento alle ipotesi di reato di cospirazione politica mediante associazione, di cui all'articolo 305 c.p. (sentenza Muther, Sez. I, 27 novembre 1968) e di reato di banda armata, articolo 306 c.p. (sentenze Livraghi, Sez. I, 5 marzo 1980; Arancio, Sez. I, 25 ottobre 1983).

E non era mancata, in dottrina, l'obiezione che la teorica del concorso esterno si innesta su un errore concettuale, vale a dire proprio la considerazione della partecipazione come condotta monosoggettiva, riferibile ad adesioni che seguano la costituzione del gruppo.

In realtà, la tesi della natura monosoggettiva del delitto di partecipazione è inaccettabile perché l'inclusione di taluno in un'associazione non può dipendere solo dalla volontà di colui che all'associazione intende aderire, ma richiede anche quella di tutti gli altri associati o di coloro che li rappresentano.

Si è giustamente osservato che è davvero difficile vedere nella partecipazione una fattispecie monosoggttiva, come se la condotta sia costituita da un atto unilaterale di adesione all'associazione, da una "iscrizione", e non sia invece, tanto nel momento iniziale quanto in tutto il suo svolgimento, destinata a combinarsi con le condotte degli altri associati, in un'unione di forze per imprese che generalmente trascendono le capacità individuali.

In effetti, tanto la costituzione dell'associazione quanto l'inserimento di un soggetto in una organizzazione già formata postulano sempre e necessariamente la volontà e l'agire di una pluralità di persone.

Si deve perciò ritenere che tutti i reati associativi sono sempre reati a concorso necessario, vale a dire, fattispecie plurisoggettive proprie.

4.2. Ciò posto, ne consegue che l'appartenenza di taluno ad una associazione criminale dipende anche dalla volontà di coloro che già partecipano all'organizzazione esistente. E a tal fine possono rilevare certamente le regole del sodalizio, anche se l'esistenza dell'Accordo può risultare pure solo di fatto: purché da fatti indicativi di una volontà di inclusione del soggetto partecipe. Non si tratta di valorizzare esclusivamente le regole "statutarie" dell'associazione, ma di valutare in concreto l'effettiva volontà degli associati, come avviene in ogni reato doloso, anche quando questa volontà possa desumersi dal rispetto di regole o prassi criminali.

4.3. La necessità di ricorrere alle norme sul concorso eventuale deriva appunto dall'esigenza di assegnare rilevanza penale anche a contributi significativi resi all'organizzazione criminale da parte di chi non sia in essa considerato incluso dagli associati.

Se il reato associativo, infatti, è un reato a concorso necessario, la volontà collettiva di inclusione è determinante; ma non può farsene derivare l'irrilevanza penale di comportamenti significativi sul piano causale e perfettamente consapevoli.

L'articolo 110 c.p. consente di assegnare rilevanza penale appunto a condotte diverse da quella tipica e ciò nondimeno necessarie o almeno utili, strumentali alla consumazione del reato.

D'altra parte le norme sul concorso di persone nel reato sono di carattere generale e come tali possono essere applicate a qualsiasi ipotesi di reato, e questo rilievo è valido anche per le ipotesi di reato "associativo", dove il modello legale già prevede la partecipazione di più soggetti.

Ne discende quindi che la difficoltà di applicare le norme sul concorso a quest'ultima tipologia di reati non deriva dal fatto che essi siano plurisoggettivi.

Certo, il concorso in fattispecie strutturato con modelli monosoggettivi (come il furto, o l'omicidio) non presentano quegli aspetti particolarmente problematici che si rinvengono invece quando il reato è già strutturato come plurisoggettivo, ma queste intuibili difficoltà non rendono perciò solo "indistinguibile" la condotta del concorrente da quella del partecipe, né possono ingenerare il sospetto che attraverso il meccanismo degli articoli 110 e 416bis c.p. resti violato il principio di tassatività o determinatezza della fattispecie penale, che costituisce uno dei fondamenti dell'ordinamento. Si sa che tale principio è rispettato, quando la fattispecie raggiunga il grado di determinatezza necessario e sufficiente a consentire di individuare, ad interpretazione compiuta, il tipo di fatto dalla norma disciplinato. E il grado di determinatezza, nel caso dell'art. 416 bis, è tutto sommato raggiunto, perché il legislatore, lungi dal limitarsi a rimandare ad un generico concetto di consorteria mafiosa, individua condotte sufficientemente tipizzate (quelle di cui al primo e al secondo comma della disposizione), onde la vocazione estensiva propria della norma di cui all'art. 110 c.p. appare pur sempre ancorata a precisi riferimenti normativi.

4.4. Tuttavia è indiscusso che, nella prospettiva dell'art. 110 c.p., l'apporto causale o strumentale del concorrente è per definizione atipico. E non è possibile pretendere di tipizzare solo per il concorso esterno in associazione già che per definizione non è tipizzabile in nessun altro caso di concordo.

Questa limitazione non ha alcuna giustificazione, a meno di escluderla per tutti i reati plurisoggettivi, ciò che è invece negato dalla dottrina e dalla giurisprudenza minoritaria.

Esatta appare pertanto la tanto criticata impostazione data al problema dalla sentenza DEMITRY, come la ricerca della tipicità della condotta del partecipe a fronte della ritenuta atipicità della condotta concorsuale (metodo peraltro già anticipato nella sentenza GRACI, Sez. I, 01.09.1994).

La tipologia della condotta di partecipazione è delineata dal legislatore sotto l'espressione "chiunque fa parte di un'associazione di tipo mafioso" (art. 416 bis, comma 1). Tenuti presenti i connotati assegnati all'associazione mafiosa dal terzo comma dell'art. 416 bis, deve intendersi che "fa parte" di questa chi si impegna a prestare un contributo alla vita del sodalizio, avvalendosi (o sapendo di potersi avvalere) della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano per realizzare i fini previsti.

Al contempo, l'individuazione di una espressione come "fa parte" non può che alludere ad una condotta che può assumere forme e contenuti diversi e variabili così da delineare una tipica figura di reato "a forma libera", consistendo in un contributo apprezzabile e concreto, sul piano causale, all'esistenza o al rafforzamento dell'associazione e, quindi, alla realizzazione dell'offesa tipica agli interessi tutelati dalla norma incriminatrice.

Sicché a quel "far parte" dell'associazione, che qualifica la condotta del partecipe, non può attribuirsi il solo significato di condivisione meramente psicologica del programma criminoso e delle relative metodiche, bensì anche quello, più pregnante, di una concreta assunzione di un ruolo materiale all'interno della struttura criminosa, manifestato da un impegno reciproco e costante, funzionalmente orientato alla struttura e alla attività dell'organizzazione criminosa: il che è espressione di un inserimento strutturale a tutti gli effetti in tale organizzazione nella quale si finisce con l'essere stabilmente incardinati.

Ne deriva che, se a quel "far parte" dell'associazione si attribuisce il significato testé detto, non può non affermarsi che da un punto di vista logico la situazione di chi "entra a far parte di una organizzazione" condividendone vita e obiettivi, e quella di chi pur non entrando a farne parte apporta dall'esterno un contributo rilevante alla sua conservazione e al suo rafforzamento, sono chiaramente distinguibili.

Non vi è pertanto nessuna difficoltà a dare corpo giuridico a questa differenza rilevabile nella realtà utilizzando le rispettive categorie normative della partecipazione e del concorso eventuale di persone nel reato, conclusione alla quale è approdata la sentenza DEMITRY.

Con la conseguenza che non coglie nel segno l'obiezione secondo cui la condotta di partecipazione, così come delineata da detta pronuncia (condotta tipica consistente nel "far parte", quindi - si dice - "in un essere"), si trasformerebbe in una sorte di reato di posizione, in guisa che non sarebbe immaginabile un concorrente esterno che materialmente "contribuisce solo a far parte". Vero è invece che la sentenza DEMITRY ha ben delineato la figura del partecipe, individuandone la condotta tipica, non certamente nell'assunzione di uno "status", ma nel contributo arrecato al sodalizio criminale da chi "è stabilmente incardinato nella struttura associativa con determinati, continui compiti anche per settori di competenza". Facendone correttamente conseguire che ben si può concorrere dall'esterno (cioè non facendo parte dell'associazione) con chi sta all'interno nella consultazione del reato associativo, il quale perciò resta "il medesimo reato", come esige appunto l'art. 110 c.p., e non si trasforma, come taluno paventa, in un reato "diverso" da quello previsto dall'art. 416 bis c.p.

Come pure privo di consistenza è il rilievo critico che richiama l'antinomia linguistica e concettuale "autore-partecipe", che si ritiene di cogliere nella sentenza DEMITRY. L'equivoco logico-giuridico che l'affligge è palese, dovendosi considerare che nella fattispecie tipica di parte speciale (come l'at. 416 bis) autore e partecipe coincidono: il "partecipe" è l'autore della condotta di "partecipazione". In altre parole, come si è acutamente osservato, il termine "partecipe" ha un duplice senso: in un primo senso: in un primo senso (concorso eventuale) è contrapposto all'autore; in un secondo senso (fattispecie tipica di parte speciale) si identifica con l'autore.

È da escludere poi che possano ravvisarsi incompatibilità strutturali tra le due condotte in esame, come pure si è sostenuto sotto diversi angoli visuali.

- la diversità esistente, tra la struttura permanente del reato di associazione e quella del concorso eventuale, non determina affatto incompatibilità tra le due fattispecie.

L'art. 110 c.p. si affianca, nel caso di specie, ad un reato, la cui consumazione è legata non solo all'esistenza dell'associazione, ma anche al sorgere e al permanere dell'offesa all'ordine pubblico, e nulla impedisce di considerare che il permanere di tale offesa possa essere determinata anche dall'aiuto portato da un soggetto estraneo al sodalizio, in determinati momenti della vita dell'organizzazione. Né è necessario che l'apporto stesso perduri per l'intera permanenza dell'associazione, non dovendosi, infatti, confondere l'aspetto del potenziale riconoscimento del contributo esterno in un qualunque momento della vita dell'associazione, con quello della sua durata.

Non contrasta pertanto con la struttura permanente del reato associativo il fatto che la manifestazione di volontà criminosa del concorrente esterno si esaurisce nel momento della sua espressione.

Del resto neanche per il partecipe è necessario che il vincolo associativo si instauri in prospettiva di una sua futura permanenza a tempo indeterminato. Questa Corte ha già avuto modo di chiarire (Sez. I, 31.05.1995, MASTRANTUONO) che ben possono, al contrario, ipotizzarsi forme di partecipazione destinate, ab origine, ad una durata limitata nel tempo.

Quanto all'obiezione, fondata sulla "dinamica di tipizzazione causale" (che sarebbe la medesima rispetto ad entrambe le figure del concorrente e del partecipante, con le conseguenze che ne sono state tratte, dianzi riportate), può replicarsi che nel ragionamento ad essa sottesa ad essere inesatta è proprio la premessa e cioè che condotte descritte mediante il loro orientamento causale non sarebbero distinguibili: se così fosse, il concorso eventuale sarebbe impossibile in tutte le fattispecie casualmente orientate, a cominciare dall'omicidio. Il vero è che l'impostazione che muove dall'unicità del processo causale per negare in tali casi operatività al concorso di persone porta all'insostenibile esito secondo cui in tutti i reati causali a forma libera non avrebbe possibilità di esprimersi la funzione incriminatrice dell'art. 110 c.p., poiché sarebbe sufficiente ripercorrere il processo causale per ricomprendere entro la fattispecie incriminatrice tutte le condotte rilevanti sul piano eziologico e meritevoli di pena. Illuminante è l'esempio che se ne a, e cioè il caso di colui che fornisce la pistola all'assassino: si è correttamente rilevato che "qui il processo causale che presiede alla tipizzazione della condotta di chi spara e di chi fornisce la pistola è il medesimo, nondimeno il complice che ha dato l'arma all'esecutore materiale dell'omicidio verrà incriminato naturaliter a titolo di concorso e, soprattutto, realizza una condotta che già sul piano causale è pienamente distinguibile dall'altro".

La prospettazione di un concorso nel reato di partecipazione anziché nel reato associativo è evocata spesso come formula dommatica capace di evitare il sorgere di tutti quei problemi che invece si ritiene scaturiscano dalla configurazione del concorso esterno nell'associazione illecita.

Sennonché, a prescindere dal fatto che tale prospettazione probabilmente discende anch'essa dalla pretesa della natura monosoggettiva della partecipazione, in premessa respinta da questa Corte, rilevasi che la configurazione del concorso esterno alla stregua di un contributo al singolo partecipante e non al complesso dell'organizzazione dell'associazione rischia di condurre ad una surrettizia assimilazione fra associazione e mero "accordo" criminoso a far venir meno il discrimine (che invece sussiste, come si avrà modo di ribadire) rispetto alla condotta di favoreggiamento o di assistenza agli associati (come pure ai casi di concorso nei singoli reati-scopo), finendo così per dare ragione a coloro che escludono l'ammissibilità di un concorso ex art. 110 c.p. nell'associazione proprio in virtù della capacità "assorbente" che svolgerebbero le anzidette fattispecie di assistenza agli associati e favoreggiamento personale.

Senza dire che, come pure si è osservato, con la tesi propugnata si produrrebbero, in realtà, effetti peggiori di quelli che si vorrebbero evitare: da un lato, l'accollamento all'extraneus del peso di un fatto delittuoso collettivo per avere tenuto alla condotta diretta esclusivamente ad agevolare un singolo partecipante e non l'intera associazione, con il conseguente effetto di reale violazione del principio personalistico della responsabilità penale; dall'altro, l'estensione delle aree delle condotte potenzialmente incriminabili, dal momento che il riferimento alla singola condotta partecipativa come "evento" su cui misurare il contributo causale del concorrente è certamente qualcosa di meno pregnante rispetto all'organizzazione associativa complessivamente considerata.

4.5. Passando ad esaminare la problematica sotto l'aspetto dell'elemento soggettivo, e precisato che questo, nel reato associativo, è caratterizzato dalla consapevolezza e dalla volontà di associarsi, con uno scopo di contribuire alla realizzazione del programma dell'associazione, deve ribadirsi che le due forme di dolo (quella del partecipe e quella del concorrente) non appaiono sovrapponibili, o almeno non lo sono perfettamente, ciò che consente anche per l'aspetto in esame la piena configurabilità del concorso esterno.

La conclusione cui è pervenuta la sentenza DEMITRY va infatti condivisa, anche se - secondo il Collegio - necessitano di essere rivisitate e precisate le ragioni che la giustificano.

Certamente esatta, e in alcun modo aggredibile, è la premessa di ordine logico-giuridico con la quale le Sezioni Unite hanno avviato l'indagine sul tema.

Si spiega che il concorrente eventuale è l'artefice di una condotta atipica e, dunque, non potrà volere che la sua condotta e non la condotta tipica del partecipe. Egli intende dare un consapevole volontario contributo, senza tuttavia voler far parte dell'associazione, e quindi in modo staccato, avulso indipendente dalla stabilità dell'organizzazione, e, sotto questo preciso angolo visuale, il suo atteggiamento psicologico, è completamente diverso da quello del partecipe, che invece si muove con la volontà di far stabilmente parte de sodalizio.

Non può essere posta in discussione la validità di un siffatto argomentare: vi è, nelle due condotte qui a raffronto, coincidenza volitiva quanto all'apporto contributivo, ciò che però non ha la capacità di annullare la diversità dei due atteggiamenti psicologici, dal momento che quello del partecipe è arricchito proprio dall'elemento dell'affectio societatis, che, invece, per definizione è estraneo all'apporto del concorrente esterno.

Le Sezioni Unite hanno inoltre specificato che nella ipotesi di associazione per delinquere di stampo mafioso non è affatto richiesto che il concorrente abbia anche la volontà "di realizzare i fini propri dell'associazione, essendo sufficiente che abbia la consapevolezza che altri fa parte e ha voglia di far parte dell'associazione e agisce con la volontà di perseguirne i fini". Il che - si precisa - non vuol dire che il concorrente esterno non voglia il suo contributo e non si renda conto che questo contributo gli viene richiesto per agevolare la associazione; ma, semplicemente, che il concorrente esterno pur consapevole di ciò, pur consapevole di agevolare, con quel suo contributo, l'associazione, può disinteressarsi della strategia complessiva di quest'ultima, degli obiettivi che la stessa si propone di conseguire. Aggiungendosi che il concorrente esterno può anche avere la volontà di contribuire alla realizzazione dei fini dell'associazione, senza che questo faccia mutare il suo ruolo di esterno.

È questo il passaggio motivazionale della sentenza maggiormente sottoposto a critica. E - ad avviso di questa Corte - non senza ragione.

La necessità del dolo caratterizza il concorso in ogni tipo di reato doloso, salvo l'ipotesi - quand'è previsto il corrispondente reato colposo - di concorso colposo in reato doloso.

Ora, tenuto conto della concezione monastica del concorso di persone accolta dal nostro legislatore penale, perché si possa affermare che i concorrenti hanno commesso "il medesimo reato", come recita la disposizione dell'art. 110 c.p., è necessario che le loro condotte risultino tutte finalisticamente orientate verso l'evento tipico di ciascuna figura criminosa.

Nel reato di associazione per delinquere l'evento è la sussistenza ed operatività del sodalizio, siccome idoneo a violare l'ordine pubblico ovvero gli altri beni giuridici tutelati dalle particolari previsioni legislative, la cui attuazione avviene attraverso la realizzazione del programma criminoso.

Ne consegue - di necessità - che non può postularsi la figura di un concorrente esterno, nel cui agire sia presente soltanto la consapevolezza che altri agisca con la volontà di realizzare il programma di cui sopra.

Deve, al contrario, ritenersi che il concorrente esterno è tale quando, pur estraneo all'associazione, della quale non intende far parte, apporti un contributo che "sa" e "vuole" sia diretto alla realizzazione, magari anche parziale, del programma criminoso del sodalizio.

Il risultato così raggiunto, che - come detto - esige nell'atteggiamento psicologico del concorrente esterno sempre la ricorrenza di un dolo diretto, assorbe inevitabilmente le critiche, recepite anche dal ricorrente, che, in dottrina come pure nella sentenza VILLECCO, sono rivolte a quell'elemento, definito eterogeneo, comunque incerto ed equivoco, che sarebbe stato inserito dalle Sezioni unite nella componente soggettiva della condotta del concorrente esterno, e polemicamente indicato con le espressioni "dolo di contribuzione" o "dolo di agevolazione".

E, al contempo, travolge il fulcro delle obiezioni (e, quindi, dei corollari che ne sono stati tratti) sottese agli interrogativi che la sentenza Villecco fa derivare dall'argomentazione (da un autore considerata retorico-persuasiva ma non logico-dimostrativa) utilizzata dalla sentenza Demitry attraverso l'assimilazione tra contributo morale e contributo materiale; fermo restando - in ogni caso - che, diversamente da quanto sembra volersi opinare - anche la partecipazione morale è per definizione sempre atipica.

- La conclusione cui qui si perviene, quanto al profilo soggettivo della fattispecie concorsuale, è che, in definitiva, il discrimine tra concorso e partecipazione risiede essenzialmente nel segmento dell'atteggiamento psicologico che riguarda la volontà di far parte dell'associazione.

Non si tratta, come si è obiettato, di una "fondazione esclusivamente a parte subjecti della distinzione, ricavata in termini solo negativi": la configurabilità del concorso esterno emerge anche in positivo, poiché il ricorso alle norme del concorso fa emergere comportamenti atipici rispetto a quelli delineati nella fattispecie di parte speciale, ma che si pongono in relazione causale con quest'ultima.

4.6. Restano in tal modo svalutati gli "argomenti sistematici" che si vorrebbero trarre da una serie di norme che obiettivamente colgono condotte agevolate realizzate da soggetti esterni all'associazione criminosa: dall'articolo 307 c.p. all'articolo 418 c.p., dall'articolo 416ter c.p. al secondo comma dell'articolo 378 c.p., fino all'aggravante generale di "mafiosità" prevista all'articolo 7 del decreto legge 152/91, convertito nella legge 203/91.

Queste norme dimostrerebbero come il legislatore, quando ha inteso punire condotte di "fiancheggiamento", ha dovuto farlo introducendo specifiche norme incriminatrici, delle quali non vi sarebbe stato bisogno se davvero i comportamenti in questione fossero stati punibili a titolo di concordo esterno nel reato associativo.

L'assunto non può essere condiviso.

Quanto alle disposizioni degli articoli 307/418 c.p. e 378 comma 2, c.p., decisivo è il rilievo, più volte e anche di recente sottolineato dalla giurisprudenza di questa Corte (v., da ultimo, sezione quinta, 20 febbraio 2001, Cangialosi), che tali norme sono tutte pertinenti al rapporto tra l'agente e i singoli associati, senza alcuna interferenza, dunque, con la tematica del concorso eventuale, che configura un1a relazione tra esterno e gruppo nel suo complesso.

In particolare va osservato:

a) senza necessariamente dover avvalorare la tesi di quanti (anche la sentenza Demitry) fanno leva sull'inciso "fuori dei casi di concorso nel reato" con cui si aprono gli articoli 307 e 418 c.p. (e pure l'articolo 270ter c.p.), per ammettere addirittura un riconoscimento esplicito del concorso esterno nel reato associativo già da parte del legislatore, è da considerare che le fattispecie in esame incriminano l'aiuto a singoli associati che non può essere confuso, né sul piano del disvalore, né sul piano del fatto, con l'aiuto prestato all'intera organizzazione: peraltro il loro ambito di applicazione è limitato ad alcuni contributi di modesto spessore, che tale connotazione conservano anche dopo le modifiche apportate dall'articolo 5bis decreto legge 374/01, convertito, con modifiche, dalla legge 438/01;

b) analogo discorso va fatto per il favoreggiatore, il cui ausilio peraltro si sostanzia in una condotta di disturbo al retto funzionamento dell'amministrazione della giustizia, rivolta a favore di taluno e tale da mutare il rapporto di fatto tra gli investigatori e l'inquisito, mentre l'apporto del concorrente esterno nel reato associativo è il contributo prestato all'organizzazione criminale e funzionale alla realizzazione dei suoi scopi.

Per quanto attiene all'articolo 416ter c.p. (scambio elettorale politico-mafioso), valorizzato anch'esso come prova della necessità di incriminare specificamente soggetti spesso attinti da imputazioni di concorso esterno, la relativa introduzione deve leggersi come strumento di estensione della punibilità oltre il concorso esterno, e cioè anche ai casi in cui il patto preso in considerazione, non risolvendosi in contributo al mantenimento o rafforzamento dell'organizzazione, resterebbe irrilevante quanto al combinato disposto degli articoli 416bis e 110 c.p.

Infine, a negare che la previsione dell'aggravante di cui all'articolo 7 citato, possa essere incompatibile con la configurabilità del concorso esterno, stanno ragioni che colgono la particolarità della fattispecie. La circostanza è incentrata infatti su di un dato esclusivamente soggettivo. Per la sua integrazione non è quindi richiesto che lo scopo si sia concretizzato in un esito di effettivo rafforzamento del sodalizio (Cassazione sezione sesta, 13 novembre 1996, Pm e Mango). Quando ciò avvenga il delitto così aggravato potrà affiancarsi al concorso eventuale, come già affermato dalla sentenza Demitry.

4.7. Nel tentativo di fissare il limite esterno della condotta concorsuale, la sentenza Demitry ha qualificato il contributo del concorrente esterno come pertinente alla patologia della vita associativa, siccome interviene in un momento di fibrillazione dell'ente (eventualmente in quanto non dispone delle "professionalità" richieste dal frangente).

Per la verità la pronuncia ha riservato solo pochi accenni alla problematica della patologia dell'agire associativo, avendo ancorato la ritenuta compatibilità con il nostro ordinamento della figura del concorso esterno con il reato associativo a ben più solide basi. Così che l'argomento della fibrillazione viene ad assumere, in definitiva, più che altro carattere esemplificativo, derivandone che, in effetti, come dai più rilevato, ha finito per attirare l'attenzione oltre la sua reale importanza nell'economia del ragionamento seguito dalle Sezioni unite.

Comunque, la successiva elaborazione giurisprudenziale ha ulteriormente precisato il concetto di stato di difficoltà del sodalizio delinquenziale, meglio e definitivamente chiarendo il significato da attribuire al termine - efficace, ma metaforico e, dunque, bisognevole di interpretazione - di "fibrillazione" a suo tempo adoperato dalle Sezioni unite.

Si è così affermato che il concorrente esterno, consapevole di tale situazione, interviene per soccorrere l'associazione in quanto tale (sezione seconda, 13 giugno 1997, Dominante) di talché è stato, ad esempio, ritenuto un associato esterno (sezione prima, 8 febbraio 1999, Crnojevic) colui che abbia svolto, in alcune occasioni a favore della organizzazione delinquenziale, la attività di interprete, ovvero di consapevole procacciatore di risorse finanziarie (sezione sesta, 2 marzo 1999, Tronci), utili per la vita ed il funzionamento dell'associazione. Insomma, occorre una "concreta attività collaborativa idonea a contribuire al potenziamento, consolidamento, mantenimento in vita del sodalizio mafioso, in correlazione a congiunturali esigenze del medesimo" (sezione sesta, 4 settembre 2000, Pangallo).

Pervenendosi così a dire, da un lato, che non appare affatto necessario che lo stato di difficoltà (o, se vuole, di fibrillazione) sia tale che, senza il soccorso dall'esterno, l'associazione andrebbe inevitabilmente incontro alla sua estinzione, e, dall'altro, che non è affatto richiesto che il contributo possa venire solo da quel soggetto e da nessun altro (sezione quinta, 23 aprile 2002, Apicella).

Conclusivamente deve affermarsi che la fattispecie concorsuale sussiste anche prescindendo dal verificarsi di una situazione di anormalità nella vita dell'associazione.

E con questo perde ogni efficace incidenza anche l'ultima annotazione di cui si avvale la sentenza Villecco, e relativa alla contraddizione fatta deflagrare nell'argomento "persuasivo" delle Sezioni unite, del quale - sia pure sotto diverso aspetto - si è già avuto modo di parlare.

Il vero problema è invece nella individuazione del livello di intensità o di qualità idoneo a considerare il concorso dell'agente come concorso nel reato di associazione per delinquere.

Si è osservato a riguardo che il contributo, in quanto diretto all'associazione, non può che giovare sempre anche quando sia minimo o impercettibile alla conservazione o al rafforzamento del sodalizio criminale: ma in questo caso si estende parossisticamente l'area del concorso eventuale. Se invece il contributo deve essere veramente notevole, allora andrebbe apprezzato in proporzione alle dimensioni dell'associazione criminale, al grado di funzionalità operativa, all'intensità del suo radicamento nel territorio sociale e ad altri analoghi parametri: con la conseguenza anche qui paradossale che più è vasta, efficiente, vincente un'organizzazione criminale, più diventa ristretta l'area del contributo giuridicamente apprezzabile del concorrente eventuale.

Tali rilievi non appaiono però concludenti, a ragione dell'evidente empirismo cui si ispirano.

Certo, non ogni contributo portato all'associazione può rientrare tout court nello schema del concorso eventuale. Anche qui dovranno esaminarsi i dati fattuali della condotta "alla luce dei principi generali letti ed interpretati dal particolare angolo visuale imposto dalla interazione tra l'articolo 110 e l'articolo 416bis c.p.".

Ed allora dovrà dirsi che, se nel reato associativo il risultato della condotta tipica è la conservazione o il rafforzamento del sodalizio illecito (comunque voglia chiamarsi tale risultato: rafforzamento "dell'entità associativa nel suo complesso" o "mega-evento associativo" o ancora "dinamica organizzativo-funzionale dell'ente criminale"), qualora l'eventuale concorrente, nello specifico caso, possa ritenersi con sicurezza estraneo all'organizzazione sulla base di quei rilievi che su questo specifico argomento si è avuto cura di esporre, lo stesso risultato deve esigersi dalla sua condotta: con ciò si vuol dire che il contributo richiesto al concorrente esterno deve poter essere apprezzato come idoneo, in termini di concretezza, specificità e rilevanza, a determinare, sotto il profilo causale, la conservazione o il rafforzamento dell'associazione.

Ne deriva che non ha peso decisivo la circostanza che sia stata posta in essere un'attività continuativa o comunque ripetuta, ovvero un intervento occasionale e non istituzionalizzato.

Si tratti di attività continuativa o ripetuta, si tratti invece di una singola prestazione, dovrà valutarsi esclusivamente se la pluralità o l'unica attività posta in essere, per il grado di concretezza e specificità che la distingue e per la rilevanza causale che esprime, possa ritenersi idonea a conseguire il risultato sopra menzionato.

Non può concordarsi, a tale riguardo, con quanti, anche tra coloro che non frappongono obiezioni sul piano dogmatico alla configurabilità in linea di principio del concorso esterno, giudicano una probatio diabolica quella tesa a dimostrare la reale incidenza di una singola condotta o anche di più condotte sulle sorti di una associazione criminale, soprattutto quando questa è di vaste dimensioni.

Invero, l'accertamento del nesso causale nel concorso esterno non comporta di per sé difficoltà maggiori di quanto può comportare la individuazione di un caso di condotta interna o, più in generale, la individuazione di una condotta idonea ed univoca agli effetti del tentativo o la ricostruzione dei presupposti delle singole responsabilità colpose individuali nel quadro dell'esercizio di attività complesse, e via dicendo.

Anche sotto il profilo in esame, quella della configurabilità della concorrenza esterna in un reato associativo, è pertanto una operazione interpretativa sicuramente compatibile con gli standard attuali, riconosciuti legittimi de jure condito, dei margini di determinatezza ed elasticità degli istituti giuridico-penali previsti dal nostro ordinamento.

Una volta delineati i connotati del contributo richiesto all'estraneo, appare altresì evidente che non è riconducibile, all'interno dello spettro delle condotte punibili di concorso eventuale, la sola "contiguità compiacente" o "vicinanza" o "disponibilità" nei riguardi del sodalizio o di suoi esponenti, anche di spicco, quando a siffatti atteggiamenti non si accompagnino positive attività che abbiano fornito uno o più contributi suscettibili, secondo i parametri prima accennati, di produrre un oggettivo apporto di rafforzamento o di consolidamento sull'associazione o anche su un suo particolare settore.

Occorre, in altre parole, il compimento di specifici interventi indirizzati a questo fine. Ciò che conta, infatti, non è la mera disponibilità dell'esterno a conferire il contributo richiestogli dall'associazione, bensì l'effettività di tale contributo, e cioè che a seguito di un impulso proveniente dall'ente criminale il soggetto si è di fatto attivato nel senso indicatogli.

Quanto sino ad ora detto si riflette altresì sul tema che forma specifico oggetto del presente giudizio, relativo al comportamento del magistrato volto a favorire non già un singolo associato bensì il sodalizio mafioso nel suo complesso: vale a dire il caso del cosiddetto "aggiustamento" di un processo penale che rischia di disarticolare l'ente associativo, e la cui neutralizzazione, di conseguenza, viene a costituire un obiettivo privilegiato delle strategie del sodalizio, che dell'impunità fa una delle sue principali prerogative.

E va subito dato atto della esemplare chiarezza dei concetti che a riguardo hanno espresso i giudici di merito, con ineccepibile rispetto dei canoni interpretativi prima illustrati.

Deve convenirsi, infatti, che la soluzione rigorosa - del concorso eventuale in reato associativo - si impone anche nel caso in cui la condotta del magistrato sia una condotta episodica e isolata, posto che il conseguito "aggiustamento" anche di un solo processo penale a favore di un'associazione mafiosa costituisce pur sempre un contributo di estrema rilevanza alle strategie del sodalizio volte a salvaguardare la sua sopravvivenza.

Quando invece si tratti non di un comportamento isolato, tendente cioè ad ottenere l'esito irregolare di un singolo procedimento o di una singola decisione, ma di un'attività reiterata e costante di intervento nell'ambito di una serie di procedimenti, specie se tutti dotati di caratteristiche di particolare rilevanza per il sodalizio criminale, può risultare non essenziale, ai fini della configurabilità del reato di concorso, l'esito favorevole delle condotte, vale a dire l'effettivo "aggiustamento" di ogni procedimento o di ogni singola decisione, dal momento che è proprio nella reiterata e costante attività di ingerenza sopra prospettata che va ravvisata l'idoneità del contributo apportato dall'extraneus: non potendosi dubitare che la condotta posta in essere da quest'ultimo determina negli esponenti del sodalizio la consapevolezza di poter contare sul sicuro apporto di un soggetto, qualificato, operante in istituzioni giudiziarie e un tale effetto costituisce, di per sé solo, un indiscutibile rafforzamento della struttura associativa.

4.8. Sono agevolmente superabili anche le obiezioni al concorso esterno fondate su presunte difficoltà (o "aporie") che deriverebbero dall'applicazione dell'articolo 110 e segg. c.p.

Si nota che sarebbe irrazionale l'analogo trattamento sanzionatorio per soggetti interni ed esterni alle organizzazioni criminali, ed anzi si correrebbe addirittura il rischio di una maggiore punizione dell'extraneus, visto che solo per lui sarebbe applicabile l'aggravante dell'articolo 112 c.p.

Può replicarsi che la conseguenza non sarebbe necessariamente irrazionale e che l'obiezione sconta la concezione del concorso esterno come "partecipazione nana": in realtà la pericolosità espressa da chi in ipotesi garantisce con un comportamento illegale una intera organizzazione criminale è ben maggiore di quella di un aderente di poco conto al sodalizio.

La scelta di astratta equiparazione sanzionatoria per contributi eventualmente diversi caratterizza tutta la materia di concorso di persone nel reato, e dunque non serve a discriminare singole fattispecie.

4.9. Dalle considerazioni che precedono deriva che sono due i limiti di configurabilità di concorso eventuale nei reati associativi:

- per un verso l'accertamento dell'inesistenza dell'affectio societatis e di uno stabile inserimento nella struttura associativa;

- per altro verso, la significativa rilevanza strumentale dell'apporto reso dal concorrente esterno, nei termini oggettivi e soggettivi sopra illustrati.

Sicché la prova del concorso esterno nel reato di associazione (in particolare, i riscontri individualizzati delle distinte chiamate in correità o in reità dei collaboratori, attraverso la cosiddetta "convergenza del molteplice") non può che riguardare gli elementi costitutivi della fattispecie come individuata, e deve pertanto avere per oggetto lo specifico contributo, consapevole, effettivo e casualmente idoneo recato dal concorrente alla conservazione o al rafforzamento dell'associazione ed alla realizzazione della medesima.

Per le esposte ragioni, il primo motivo di gravame deve essere respinto.

II.1. Non si ravvisano i due errori "metodologici" di natura processuale segnalati dal ricorrente.

Quanto al primo, occorre premettere che la tesi di fondo sostenuta dai difensori, i quali peraltro non dubitano che anche la condotta del magistrato colluso possa essere idonea ad integrare l'ipotesi concorsuale de qua, è che, in questo caso, soltanto l'illecito vantaggio del processo - e cioè la decisione, la sentenza aggiustata - può determinare il rafforzamento del sodalizio mafioso, secondo lo schema enunciato dalla Demitry. E da ciò ricavano l'inaccettabilità di un metodo di indagine, quello utilizzato dal giudice palermitano, che pone come fatto da dimostrare la "reiterata attività di ingerenza ed influenza in provvedimenti giurisdizionali", posto che "l'ingerenza in quanto tale" non è nulla, se non ha avuto una efficienza causale nel determinare una sentenza non dovuta, una decisione illecita, ed è quindi insuscettibile di essere posta a fondamento di una declaratoria di responsabilità per concorso esterno.

L'assunto non può essere condiviso.

È vero - come puntualizza la difesa - che è proprio la decisione favorevole il risultato cui mira l'associazione, lo scopo cui tendono i singoli associati o i vertici del sodalizio e che giustifica il ricorso ad un estraneo.

Ma non è men vero, alla stregua di quanto si è precisato sul tema che concerne l'aggiustamento dei processi, che anche un'attività reiterata e costante di intervento nei procedimenti giudiziari, a prescindere dall'esito favorevole o meno delle decisioni ivi assunte, può integrare gli estremi di un concreto contributo al rafforzamento del sodalizio criminale.

Ne discende che, ponendosi nel caso in esame come tema di prova proprio quello di una "reiterata attività di ingerenza ed influenza in provvedimenti giurisdizionali", sfociata spesso in decisioni favorevoli al sodalizio, appare "metodologicamente" corretto il modo di procedere del giudice di appello, l'avere cioè ritenuto consentito, perché conforme alle regole processuali, una valutazione delle dichiarazioni accusatorie dei collaboratori di giustizia, sotto il profilo dell'attendibilità intrinseca ed estrinseca che investisse globalmente tutte le vicende contestate, anteponendola - per il momento - a quella della puntuale verifica - che non è poi in effetti mancata - della ricorrenza di sicuri riscontri esterni in relazione a ciascuno dei detti episodi.

Del resto, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità (v. Sezione V, 16 marzo 2000, Frasca), risponde ad un preciso obbligo motivazionale l'esame globale e unitario di tutti gli elementi emergenti nel corso del procedimento, che non possono essere valutati in modo parcellizzato e avulso dal generale contesto probatorio.

Di qui il non concludente richiamo al diverso tenore di taluni principi che si assumono enunciati in un distinto procedimento penale (Musotto).

Quanto al secondo aspetto, la doglianza è per una parte del tutto carente del necessario requisito di specificità: l'errore commesso dalla Corte territoriale avrebbe riguardato i momenti valutativi della prova dichiarativa ma l'addebito si risolve nella pedissequa ripetizione delle ragioni espresse dal primo giudice in ordine alla ritenuta "assoluta" genericità di ciascuna delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, senza l'apporto di precisi spunti critici al ragionamento esibito dal giudice di appello a sostegno del suo diverso avviso.

2. Peraltro, per stessa ammissione dei giudici palermitani di appello (pp. 226 e segg.), pur tenendo conto della importanza dei significativi e molteplici elementi acquisiti soprattutto attraverso le propalazioni degli anzidetti collaboratori di giustizia (l'attesa dei vertici dell'organizzazione criminale nell'operato del Carnevale; i canali politici di avvicinamento; i rapporti preferenziali con alcuni selezionati avvocati; le anticipazioni a questi fatte, etc...), la prova certa, il riscontro individualizzante di una costante e reiterata ingerenza ed influenza esercitata dall'imputato nel corso di una serie di procedimenti giurisdizionali, non poteva pervenire solo dal pur concordante racconto di più collaboratori di giustizia ancorché riscontrato da anomalie dei provvedimenti giurisdizionali e da altri elementi denotanti la disponibilità del dottor Carnevale verso il sodalizio, ma abbisognava di un quid pluris.

E tale quid pluris di natura "individualizzante" la Corte di merito dice di aver rinvenuto:

a) nel caso della vicenda Basile, nelle dichiarazioni accusatorie di alcuni magistrati che hanno partecipato alle adozioni delle decisioni;

b) nelle vicende maxi-processo e maxi-ter e negli episodi per così dire minori, nelle dichiarazioni di più testi, dell'imputato di reato connesso avvocato Gaito, e nelle significative risultanze di intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Più avanti, e con riguardo alla seconda sentenza di legittimità nel processo Basile, la Corte suddetta si esprime nel senso "che senza il determinante contributo fornito in sede dibattimentale da testi assai qualificati che hanno specificamente riferito su quanto avvenuto in camera di consiglio in relazione alla vicenda in esame ed, uno di essi, anche su quanto verificatosi, nella stanza del presidente Carnevale pochi minuti prima dell'inizio della udienza, sarebbe stato pressoché impossibile pervenire all'accertamento della responsabilità dell'imputato in relazione a questo secondo episodio, se non altro per l'ovvia considerazione che egli non aveva fatto parte del collegio giudicante".

3. Una prima questione si profila e va posta di ufficio.

I giudici del merito, sia di primo che di secondo grado, hanno utilizzato ai fini del decidere le disposizioni testimoniali di magistrati penali traendone peraltro valutazioni difformi anche nella parte in cui questi avevano riferito in merito al dibattito interno alla camera di consiglio, vale a dire alle opinioni e ai voti espressi dai singoli componenti in sede di discussione.

A riguardo si impongono le seguenti considerazioni.

a) l'articolo 125 del nuovo c.p.p., sotto la rubrica concernente "le forme del provvedimento del giudice", dispone, per quanto qui rileva, che "il giudice delibera in camera di consiglio senza la presenza dell'ausiliario designato ad assisterlo" ed aggiunge, poi, che "la deliberazione è segreta". La disposizione riproduce, sostanzialmente, quella già contenuta nel codice di rito civile, secondo il quale "la decisione è deliberata in segreto nella camera di consiglio" (articolo 276, 1 comma) e nel c.p.p. anteriormente vigente, secondo cui "la decisione è sempre segreta" (articolo 473, 5 comma).

La legge processuale penale dichiara dunque "segreto" il procedimento formativo, in camera di consiglio, delle deliberazioni adottate nelle forme della sentenza, dell'ordinanza, del decreto.

E ciò si giustifica - unanimemente - in funzione della salvaguardia della libertà, della serenità, dell'autonomia e dell'indipendenza dei singoli giudici chiamati a comporre l'organo collegiale, che si sentirebbero altrimenti meno liberi e garantiti nell'esercizio della loro delicata funzione, per la preoccupazione di essere imposti individualmente a condizionamenti e censure da parte dell'opinione pubblica e degli interessati, se non addirittura alle ritorsioni di questi ultimi.

Sebbene non indicato direttamente nel dettato costituzionale quale garanzia del principio di indipendenza dei giudici, sancito dagli articoli 101 e 104 Costituzione (Corte costituzionale, 1/1989), il segreto della camera di consiglio corrisponde tuttavia ad una ben precisa scelta legislativa, mantenuta costante - come si è visto - nel tempo. Ne è sintomatica riprova l'ampia tutela che l'assiste, tanto che è ritenuta condotta rilevante penalmente, ex articolo 685 c.p., la divulgazione dell'unanimità della decisione penale, pur senza l'indicazione nominativa dei partecipanti (Cassazione sezione prima, 10 gennaio 2001, Lignola), e costituente illecito disciplinare quella del magistrato che esterni non essere stata unanime la decisione (Cassazione Sezioni unite civili, 23/1999). E la tutela è ritenuta così prevalente dal legislatore d'aver suggerito che anche nell'ipotesi nelle quali si vuol far risultare il dissenso espresso in ordine alla decisione che potrebbe essere causa di responsabilità, la legge (articolo 195 comma 5 c.p.p.) impone l'osservanza di particolari accorgimenti atti a mantenere il segreto.

b) È certo che il segreto della camera di consiglio è una particolare specie di segreto di ufficio.

Anche ad esso deve pertanto ritenersi applicabile la regola contenuta nell'articolo 201 c.p.p., in tema di testimonianza, secondo cui "salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferire all'autorità giudiziaria, i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio hanno l'obbligo di astenersi dal deporre su fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere segreti".

Diversamente, nel codice di rito previgente, i soggetti tenuti al segreto di ufficio (come quelli tenuti al segreto professionale) erano titolari di una semplice facoltà di astensione, mentre veniva statuito in capo al giudice il divieto di obbligare il teste a deporre (articolo 351 c.p.p. 1930). Ne conseguiva che i fatti coperti dal segreto di ufficio potevano anche costituire oggetto di testimonianza, purché i soggetti legittimati ad astenersi non fossero costretti dal giudice a deporre. Questa disciplina è stata mantenuta, nel nuovo codice per il segreto professionale (articolo 200 c.p.p.), ma non - come si è visto - per il segreto di ufficio.

Pertanto, e sempre che non si tratti di casi in cui la denuncia sia obbligatoria (articoli 361, 362 c.p.), permane il precetto che il soggetto tenuto al segreto di ufficio non ha facoltà di deporre e non può esservi obbligato dal giudice; salvo - ovviamente - l'ordine di deporre da questo impartito in ipotesi di accertata infondatezza della dichiarazione di opposizione del segreto (articolo 200, comma 2, richiamato espressamente dal secondo comma dell'articolo 201).

c) Novità registrabile rispetto alla disciplina del vecchio codice è la scomparsa, dal testo della norma, della previsione di una sanzione di nullità della testimonianza, quale conseguenza della violazione dell'obbligo di astensione.

La Corte ritiene che la testimonianza che il soggetto obbligato ad astenersi in ragione dell'esistenza di un segreto di ufficio renda spontaneamente o a seguito di rimozione del segreto senza il rispetto delle cadenze procedurali previste dall'articolo 201 comma 1 citato, nasce sicuramente invalida, ex articolo 191 c.p.p., con rilevabilità anche di ufficio in ogni stato e grado del processo.

Ma è inutilizzabile, ai sensi della stessa norma indicata, anche quella resa da chi parla e depone senza esservi coatto.

Su questa ultima ipotesi, si rileva il contrario avviso da parte di un settore della dottrina, che però non può essere condiviso. Si afferma che chi parla essendo obbligato a tacere commette un reato ma la testimonianza vale: lo stesso atto cadrebbe sotto due valutazioni normative, penalistica e processuale, sicché, essendo indipendenti le relative norme, l'atto costituirebbe prova valida, sebbene delittuosa.

Va invece ritenuto che il precetto normativo di cui all'articolo 201 è modellato nella forma di uno specifico divieto e, dunque, attesa la genericità e omnicomprensività della formulazione del comma 1 dell'articolo 191 c.p.p. (che fa riferimento ai "divieti stabiliti dalla legge", anche, quindi, sostanziale), la prova - anche nell'ipotesi considerata - oltre che illecita è anche invalida.

d) Conclusivamente, la Corte ritiene di dover affermare il seguente principio di diritto: "Il giudice penale non può essere richiesto ed ha l'obbligo di astenersi dal deporre come testimone in merito al procedimento formativo della deliberazione collegiale, segreta, in camera di consiglio, limitatamente alle opinioni ed ai voti espressi dai singoli componenti del collegio, fermo restando il sindacato giurisdizionale sulla fondatezza della dichiarazione di astensione. La violazione del suddetto obbligo comporta l'inutilizzabilità della relativa testimonianza".

e) Ne sortisce che le deposizioni testimoniali dei giudizi penali della Cassazione, assunte nel presente procedimento, nelle parti afferenti le opinioni e i voti espressi nel segreto della camera di consiglio, non dovevano entrare nello specchio della decisione.

E l'effetto non è di poco momento, se si consideri la particolare valenza decisiva loro attribuita dalla Corte palermitana nella vicenda Basile (definita "elemento cardine dell'impianto accusatorio proposto dal Pm" e nella quale essa individua - soprattutto - il contributo essenziale dato dall'extraneus alla sopravvivenza ed al rafforzamento di Cosa nostra).

Al di là di un fugace cenno ad "un segreto" dal quale il consigliere La Penna sarebbe stato "sciolto" in sede dibattimentale, la problematica qui esaminata è del tutto sfuggita ai giudici del merito.

4. Altra questione da esaminare preliminarmente è quella che proviene dall'affermazione della Corte territoriale, secondo cui non è precluso al giudice penale prendere in esame le "anomalie" di un determinato procedimento giurisdizionale e il contenuto stesso del provvedimento finale al fine di rinvenirne elementi a conferma della fondatezza di una prospettazione accusatoria, ove si assuma che l'esito della decisione sia stato alterato o si sia tentato di alterare per scopi illeciti.

L'asserto va condiviso, ma necessita di talune riflessioni, che introducono un'indagine il cui esito - va subito detto - depone, per più aspetti, a favore dei profili di doglianza inseriti dal ricorrente nel secondo motivo di impugnazione e che investono il terzo errore "metodologico" ascritto alla Corte di merito, con ineluttabile riverbero sul vaglio di tutte le successive censure.

In effetti, come rileva il ricorrente, è mancato nella sentenza impugnata l'esame di un aspetto specifico, strettamente collegato alle particolari funzioni di cui egli era investito e nel cui ambito - attraverso cioè la strumentalizzazione delle stesse - si sarebbero poste in essere le pretese illiceità attribuitegli: quello della natura collegiale delle sentenze pronunciate.

Giova ricordare in proposito che mentre nei giudizi monocratici è necessariamente inevitabile riferire la deliberazione esclusivamente al giudizio dell'unico magistrato deliberante, in quelli collegiali, invece, la decisione è un atto unitario, alla formazione del quale concorrono i singoli componenti del collegio, in base allo stesso titolo e agli stessi doveri: sia essa sentenza, ordinanza o decreto, non rappresenta la somma di distinte volontà e convincimenti, ma la loro sintesi - operata secondo la regola maggioritaria - la quale rende la decisione impersonale e perciò imputabile al collegio nel suo insieme.

Tanto comporta che, allorché, in punto di contestazione accusatoria, si sostenga che una determinata decisione collegiale, anziché il prodotto di una autonoma scelta collettiva, imputabile quindi all'organo collegiale nel suo complesso, rappresenti invece il risultato raggiunto attraverso la alterazione del regolare procedimento formativo della volontà collegiale, addebitabile ad un singolo soggetto, occorre fornire prova rigorosa di una condotta, da parte di quest'ultimo, se non di vera e propria coartazione e prevaricazione, almeno di concreto condizionamento esercitato sulla volontà dei componenti del collegio o di qualcuno di essi, che si siano perciò orientati ad operare proprio in funzione di quell'illecito intervento.

Ora appare evidente, in questa ottica, che sul piano probatorio nessuna rilevanza possa attribuirsi, di per sé sola, alla eventuale "autorevolezza" che caratterizzi la personalità del soggetto agente.

E una annotazione del genere va qui fatta, poiché nella sentenza impugnata frequente, conformemente del resto al tenore del capo di imputazione, è il riferimento alla "posizione di egemonia" assunta dall'imputato nella sezione presieduta o nel singolo collegio, attuata peraltro con atteggiamenti "autoritativi", spesso "arroganti".

Ma la "posizione di egemonia" rimanda ad un concetto astratto e nulla di significativo è idoneo ad esprimere, se non si dimostri che sia stata strumentale ad una effettiva attività di condizionamento illecito dell'operato altrui.

Sempre sul tema è pure richiamato in sentenza "il grande ascendente" esercitato dall'imputato su quasi tutti i colleghi, siccome dovuto al fatto "che in ogni camera di consiglio egli era sempre preparatissimo e molto persuasivo nelle sue argomentazioni".

A questo riguardo il giudice di primo grado aveva efficacemente osservato che l'elevato grado di preparazione giuridica e di approfondita conoscenza degli atti, talora maggiore di quella degli stessi relatori, costituiva un dato che non può certamente in alcun modo refluire negativamente sulla posizione dell'imputato, non potendosi ragionevolmente ipotizzare che fosse strumentale all'assunzione, in sede di discussione, di posizioni non contestabili da parte degli altri componenti e, comunque, finalizzata all'agevolazione delle organizzazioni criminali.

Questo discorso non ha trovato, nella sentenza impugnata, una specifica confutazione, tale di certo non potendosi ritenere quella che esalta la capacità, attribuita all'imputato, "di far leva sulla buona fede, superficialità e condiscendenza dell'uno o dell'altro collega"; e che ha consentito al ricorrente di efficacemente replicare come, ragionando in tal modo, si approda al solo risultato di vedere annullata la volontà degli altri magistrati, degradandoli ad "amentes" e strumenti inconsapevoli dell'altrui disegno criminoso.

Analoghe considerazioni vanno svolte quanto alle condotte realizzate attraverso la "composizione" dei collegi giudicanti, anch'esse evocate nel capo d'accusa e valorizzate dal giudice di appello.

Si è osservato dal ricorrente che la scelta di un magistrato piuttosto che di un altro non rende affatto scontata la decisione adottata dal collegio, se non si dia prova che il prescelto si sia, a sua volta, reso portatore di un atteggiamento predeterminato, che nessuna modifica possa subire per effetto del libero confronto delle idee.

Il rilievo è giusto, poiché la composizione del collegio o la sostituzione di un suo membro, se strumentale al perseguimento dell'alterazione della decisione, esige se non una "intesa" col designato, per lo meno un'opera di condizionamento nei suoi confronti.

Peraltro va sottolineato - quale dato fattuale pacificamente emerso in processo e positivamente valutato dal primo giudice - che l'esito delle indagini compiute a riguardo dall'Ispettorato generale del ministero era stato nel senso che "non sono emersi elementi che possono far ritenere che le sostituzioni (quelle operate dal Carnevale) siano state determinate da fini diversi da quelli di una corretta amministrazione della giustizia".

Replica il giudice di appello che "non può essere di certo un accertamento ispettivo a stabilire se la scelta di un determinato relativo piuttosto che un altro rispondesse o meno, nell'interesse del Carnevale, a determinate finalità né competeva peraltro ad esso individuarla". E aggiunge che comunque è significativo che l'imputato - dopo aver assolto alla mera formalità di trasmettere le cosiddette "tabelle" al Consiglio superiore della magistratura - in pratica non teneva più conto di quelle indicazioni e rideterminava, "a suo piacimento" la composizione dei collegi.

Ma si avrà modo di chiarire, in relazione a quest'ultima espressione virgolettata, come la motivazione dell'impugnata sentenza abbia mancato, per ciascuno degli episodi contestati all'imputato, di addurre validi argomenti giustificativi del significato, negativo e deteriore, attribuitole.

Va detto, infine, della possibilità di sindacare, in chiave di accertamento di eventuali responsabilità penali il contenuto dei provvedimenti giurisdizionali tra i quali la Corte di merito include, giustamente, anche quelli di legittimità.

Non si dubita che elementi rilevatori di un condizionamento esercitato sulla formazione della volontà del giudice e, quindi, significativi di comportamenti rientranti nell'ambito di fattispecie penali, possono essere desunti anche dallo stesso tenore della decisione.

Ma deve trattarsi, ben intenso, di un decisum apertamente arbitrario, in alcun modo giustificabile, affetto da un grado di abnormità tale da superare ogni limite di ragionevolezza: non già solo opinabile o semplicemente errato.

Poiché è evidente, come osserva il ricorrente, che eventuali errori per la dubbiezza giuridica o complessità delle questioni esaminate sono sempre possibili, attesa la opinabilità della materia su cui talvolta il magistrato è chiamato a pronunciare, senza dovere automaticamente implicare la illiceità della pronuncia e la mala fede che la sottende, che devono sempre essere oggetto di puntuale dimostrazione.

E anche su questo fronte la sentenza impugnata, in punto di ritenuta "singolarità", "conclamata erroneità" o "imprevedibilità" delle decisioni incriminate, non si sottrae - come sarà verificato - alle serrate censure esposte in ricorso.

5. La prima decisione Basile (23 febbraio 1987).

I riscontri individualizzanti sono stati rinvenuti dalla corte di merito nelle "anomalie" che caratterizzarono dapprima la formazione del collegio e poi lo stesso svolgimento della camera di consiglio, e nell'esito processuale assolutamente imprevedibili. Elementi ritenuti come dimostrativi di artificiosi comportamenti dell'imputato, il quale, avvalendosi del necessario contributo del giudice relatore, finì per indurre in errore gli altri componenti del collegio (o peggio per impedire ad uno di essi di esprimere in modo convincente le proprie opinioni), in modo tale da strumentalizzare la buona fede dei primi e di emarginare il secondo. E confermativi delle dichiarazioni del collaborante Mutolo, secondo il quale l'esito del ricorso fu il risultato, a seguito dell'intervento di Cosa Nostra di una condotta volta alla deliberata "ricerca del pelo nell'uovo", ed a quelle del collaboratore Siino che aveva messo in risalto nella vicenda il compimento da parte di Ignazio Salvo di "cose da pazzi", pur di addomesticare l'esito dei giudizi di legittimità Basile.

Sulla composizione del collegio, rilevasi che, com'è pacifico in atti l'unica variazione alle indicazioni tabellari fu la sostituzione del consigliere Buogo con il consigliere Garavelli. Il giudice di appello vi ravvisa una "evidente violazione delle tabelle", osservando che, "per i fini perseguiti" dal Carnevale, era preferibile la presenza di un "novellino" come il dottor Garavelli piuttosto che di un consigliere esperto, professionalmente preparato e perfettamente a conoscenza della giurisprudenza della prima sezione, come il dottor Buogo, il quale avrebbe immediatamente colto l'anomalo cambiamento giurisprudenziale propugnato dall'imputato così rendendo meno emarginato il dottor Colonna.

L'argomento esibito dal giudice di merito è meramente congetturale, ma - soprattutto - in insanabile contraddizione logica con il fatto che il dottor Buogo figurava tra i componenti del cd. "collegio del lunedì", quelli cioè che - secondo quanto si evidenzia più volte in sentenza - erano sempre pronti ad "assecondare" il presidente Carnevale. E non appare corretto, comunque, un metodo di valutazione che valorizza sistematicamente contro l'imputato il dato costituito dalla inclusione nel collegio di componenti ritenuti a lui "vicini", e poi trae, dalla sostituzione di uno di essi con altro non appartenente al novero dei "vicini", conseguenze egualmente sfavorevoli alla sua posizione.

Quanto allo svolgimento della camera di consiglio, il tribunale aveva ricondotto il mutamento giurisprudenziale recato dalla decisione 23 febbraio 1987 alla "legittima evoluzione o revisione dei liberi convincimenti dei singoli magistrati sulle varie questioni interpretative, che si pongono all'attenzione di un organo collegiale, che non può, di per sé, ingenerare alcun sospetto, dipendendo ciò, sovente, dal maggiore approfondimento, dottrinario e giurisprudenziale, delle singole questioni e dal proficuo confronto con le argomentazioni offerte da altri colleghi".

Rileva il giudice di appello che, se effettivamente le cose si fossero sviluppate nei suddetti termini, il ragionamento dei primi giudici sarebbe stato davvero ineccepibile, a ben poco rilevando la pure anomala circostanza che per un "pelo nell'uovo" fosse stata annullata la sentenza di condanna degli assassini del capitano Basile. E ovviamente - aggiunge - in mancanza di altri elementi, le anticipazioni fatte dal Madonia del Mutolo ben avrebbero potuto essere relegate nell'ambito della spavalderia, dell'arroganza e prosopopea mafiosa, nella convinzione frutto di una inveterata abitudine alla impunità che, a gioco lungo, le cose si sarebbero sistemate. Ma la realtà fu ben diversa, dal momento che la soluzione adottata il 23 febbraio 1987 dalla prima sezione non fu affatto frutto di un "approfondimento dottrinario e giurisprudenziale", ma di una già preconfezionata decisione, subito e sbrigativamente avallata dal collegio senza particolari discussioni.

Senonché a tale conclusione la sentenza impugnata perviene attraverso l'analisi dettagliata delle indicazioni fornite dai magistrati che composero la camera di consiglio de qua e che hanno riferito delle opinioni e dei voti da ciascuno di essi espressi, vale a dire valorizzando elementi ricavati da testimonianze le quali, per quanto già si è detto, non potevano essere utilizzate.

Trattasi pertanto di conclusione che rimane sfornita di qualsiasi apporto motivazionale.

Infine, la sentenza di secondo grado ravvisa nell'accoglimento della tesi della nullità una anomalia tanto grave da avvalorare la tesi che si trattò di una mero pretesto che consentisse una pronuncia favorevole a Cosa Nostra.

Non ha però adeguatamente considerato che la questione giuridica al vaglio della prima sezione presieduta dal Carnevale benché vedesse una giurisprudenza dominante, del resto ampiamente riportata nella sentenza 23 febbraio 1987, nel senso della irregolarità e non della nullità del vizio denunciato, annoverava però un precedente contrario, tanto che fu successivamente necessario il suo inoltro alle Sezioni unite, la cui decisione, confermativa della ipotesi di irregolarità, non registrò - come rilevato pure dal giudice di primo grado - condivisioni unanimi, specie in dottrina: a dimostrazione della opinabilità e problematicità della questione stessa.

E tanto è sufficiente per escludere che la menzionata sentenza 23 febbraio 1987 possa farsi rientrare nel novero di quelle che, per la loro "conclamata erroneità", siano idonee a formulare sospetti di illeciti interventi, confermativi della fondatezza di una prospettazione accusatoria del tipo in esame.

La seconda decisione Basile (7 marzo 1989).

Secondo il giudice di appello l'imputato ha tentato di condizionare l'esito del giudizio mediante la designazione di due componenti del collegio (il dottor Modiglioni, quale presidente, e il dottor Toscani, quale relatore), fedeli alle sue direttive, e il compimento - dopo l'incontro avuto la mattina stessa dell'udienza con un "emissario" di Cosa Nostra - di una serie di atti diretti a condizionare il libero convincimento di altri due giudici (il dottor La Penna e il dottor Del Vecchio) che avrebbero dovuto di lì a poco partecipare alla camera di consiglio, con l'esortazione ad aderire alla precostituita tesi del presidente e del relatore, in particolare a votare, unitamente a questi ultimi, per l'annullamento della sentenza impugnata, al fine di contrastare il voto contrario che, con ogni probabilità, sarebbe stato espresso dal consigliere Garavelli.

Ritiene la Corte che l'apparato razionale sotteso a tale dictum non sfugge alle censure che gli sono mosse.

Certo non compete a questa Corte la valutazione dei fatti che deve far luogo all'applicazione della legge, ma non può esserle sottratta la doverosa critica delle argomentazioni adottate dal giudice di merito per giustificare il proprio convincimento, in quanto la critica può condurre al rilievo della contraddittorietà o della mancanza di motivazione.

Ora, rimanendo entro i limiti rigorosi di questa competenza, non si può fare a meno di osservare quanto segue.

La corte palermitana dice di non aver mai preso in considerazione, neppure in via di mera ipotesi, la possibilità, peraltro non emergente da nessun atto del processo, che il presidente Modiglioni e il consigliere Toscani possono avere illecitamente concordato l'aggiustamento del processo Basile con l'odierno imputato e/o con altri soggetti.

I due magistrati sarebbero però stati fedeli esecutori delle sue direttive.

Quali siano state tali direttive (e, si badi la "direttiva" richiama il concetto di un ordine o anche di un solo input impartito da taluno sulla condotta o linea di azione da seguire) e come siano state date, la corte di merito non spiega in alcun modo. Nessun elemento è offerto a riguardo. Né potrebbero esse ricavarsi dal fatto che il Carnevale, a conoscenza del contenuto dei ricorsi (cosa del tutto compatibile con le sue funzioni di presidente titolare, specie in considerazione dell'alta risonanza del processo in questione), avesse espresso ed esternato al relatore un giudizio prima facie di fondatezza dei ricorsi medesimi (comportamento del tutto normale e fisiologico all'interno di una sezione); ovvero dalle supposizioni che altro magistrato (il consigliere Garavelli) ha reputato di poter formulare sol perché contrario all'orientamento "ipergarantista" della sezione di appartenenza. Sarebbero, codesti, dati di assoluta inconsistenza.

E anche qui la corte di merito è costretta ad avvalersi del solito argomento di ripiego, già perentoriamente ripudiato da questa Corte, il quale esalta la capacità dell'imputato di sapere sapientemente far leva sulla buona fede o sulla superficialità dell'uno o dell'altro magistrato.

Devesi, peraltro, pure per questa vicenda espungere dal materiale probatorio legittimamente utilizzabile tutto ciò che attiene alle modalità di svolgimento della camera di consiglio, nei termini in cui si sono espressi quei magistrati che non avrebbero dovuto assumere la veste di testimoni.

E dunque ne deriva la mancata dimostrazione proprio di quello che - stante la precisa formulazione accusatoria - si proponeva nel processo, a riscontro individualizzante delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, essere il fulcro fondante la responsabilità del giudicabile: una condotta volta all'illecito condizionamento della volontà del presidente e del relatore chiamati a comporre il collegio giudicante.

Dimostrazione che, d'altra parte, veniva a costituire l'indefettibile premessa da cui partire nell'indagine diretta a verificare la veridicità dell'episodio del "massaro", non potendosi seriamente revocare in dubbio che un racconto come quello offerto dal consigliere La Penna può reggersi dal punto di vista logico solo e in quanto si dia per ammesso che una precostituzione della decisione v'era stata (appunto tramite l'intervento sul presidente e sul relatore) e vi era dunque la necessità di sorreggerla con l'apporto di altri magistrati, fatti così anch'essi oggetto di pressione. Così che ne resta viziato ab origine l'intero iter argomentativi che sorregge la motivazione profusa in sentenza in merito alla testimonianza del nominato La Penna.

E, traendo proprio spunto dall'episodio del "massaro", il collegio non può esimersi dal sottolineare la sintomatica significatività di un dato: che tutto il materiale probatorio vagliato con capillare analisi dalla corte di merito sul tema dei molteplici canali che avrebbero "collegato" Cosa Nostra al presidente titolare della prima sezione penale della Cassazione sarebbe approdato - in definitiva - ad individuare, quale unico caso di un "accertato contatto diretto", quello avuto dall'imputato con uno sconosciuto quanto modesto esponente del sodalizio.

La scarcerazione dei boss (maxi-uno).

Secondo la corte di merito la verifica della sussistenza a carico del dr. Carnevale di elementi di responsabilità anche in ordine ai fatti oggetto di questo segmento dell'imputazione, non poteva prescindere, in primo luogo, dall'esame della vicenda procedimentale sottoposta all'esame dei giudici che ebbero ad emettere la sentenza dell'11 febbraio 1991. Ciò al fine... di verificare, in relazione ad uno dei punti fondamentali dell'imputazione, quello della anticipazione dell'esito del giudizio prima ancora della trattazione dell'udienza, la prevedibilità del procedimento in questione.

E' da ricordare che la questione di diritto delibata dalla sentenza 11 febbraio 1991 riguardava l'applicabilità o meno al termine di fase della custodia cautelare, alla luce della sopravvenuta normativa del nuovo codice in materia di libertà personale, dell'istituto della sospensione automatica durante i giorni di udienza, vigente nel vecchio codice ed introdotto dalla cd. Legge Mancino-Violante.

Come esattamente osserva il ricorrente, la valutazione di erroneità o meno della soluzione adottata dalla Cassazione andava affrontata non alla luce delle conoscenze che oggi, a posteriori, si hanno sull'argomento - dopo, cioè, l'approfondimento determinato proprio dalla pronuncia de qua, e l'adozione di un procedimento di interpretazione autentica nella materia da parte del Governo - ma con riguardo allo stato del dibattito preesistente alla pronuncia stessa ed alle soluzioni concrete che del problema aveva dato, all'epoca, la giurisprudenza.

Sul punto, la sentenza impugnata, dopo aver riportato il parere dell'allora capo dell'ufficio legislativo del Ministero della Giustizia, ha ritenuto che nessuno, prima della decisione dell'11 febbraio 1991, dubitava, né in dottrina né in giurisprudenza, del fatto che la norma in questione altro non fosse che una vera e propria causa di sospensione dei termini di durata massima di custodia cautelare, ancorché limitata a quelli relativi alle singole fasi processuali, giustificandosi, sul piano sistematico, l'inserimento di essa nell'articolo 297, anziché nell'articolo 304, in considerazione del fatto che l'ipotesi contemplata differisce da quelle previste dall'articolo 304 commi 1 e 2 per l'assoluto automatismo con cui opera e per il fatto che il cd. Congelamento non rileva ai fini dei limiti massimi complessivi di custodia cautelare ex articolo 303 comma 4, la cui applicazione invece è esclusa ove si verifichi un caso di sospensione di cui al citato articolo 304.

La sua conclusione è perciò nel senso che l'interpretazione della norma di cui all'articolo 297 comma 4, c.p.p., nel senso sopra citato, non appariva in alcun modo nebulosa essendone pacificamente chiara la finalità desumibile dal dato normativo.

E' stato, tuttavia, sin troppo agevole ai difensori del ricorrente replicare, sull'abbrivio per la verità di quanto già rilevato dalla sentenza di primo grado, che la soluzione in diritto adottata dalla Corte di Cassazione era stata condivisa da altri collegi della stessa Corte e da giudici di merito (in un caso prima della decisione in esame: Corte di Assise di Appello di Torino, ordinanza emessa il 29 ottobre 1990 nel procedimento Bastone Giovanni ed altri numerosi coimputati, richiamato nel punto 6 del capo di imputazione), a dimostrazione del fatto che, all'epoca, la questione dell'applicabilità del cd. Congelamento del mutato quadro normativo per la sopravvenienza del nuovo codice fosse invece dibattuta e la sua soluzione tutt'altro che scontata.

Queste indicazioni sono state del tutto ignorate dalla corte palermitana, la quale, invece, ha ritenuto di dover rispondere all'ulteriore argomento difensivo, anche questo tenuto presente dal giudice precedente, che faceva leva sulla circostanza che lo stesso Sostituto Pg presso la Corte di Cassazione all'udienza camerale dell'11 febbraio 1001 aveva concluso per l'accoglimento dei ricorsi e ritenuto di dover intervenire nell'aspro dibattito dottrinario che ne seguì, commentando favorevolmente la sentenza in una nota apparsa su una diffusa rivista giuridica.

La confutazione della corte di merito è affidata a queste parole: "non appare davvero possibile che l'imputato, della cui esperienza e preparazione non appare lecito dubitare, e gli altri giudici possano essere stati influenzati, nell'adozione del provvedimento, e prima ancora nella interpretazione della norma da applicare, dalle richieste delle parti"; le quali meritano il commento del ricorrente, che vi ravvisa un "mero paralogismo basato su una petizione di principio, ovvero su una inesistente massima di esperienza".

Così respinta la tesi della "imprevedibilità" della decisione, viene a cadere anche quella - di cui avrebbe dovuto costituire, secondo l'assunto della corte di merito, l'indefettibile presupposto - della anticipazione dell'esito del giudizio prima ancora della trattazione del ricorso, che sarebbe stata attuata per il tramite dell'avvocato Gaito.

Non potendosi comunque rilevare, a tale ultimo riguardo, che il giudice di appello trasforma le previsioni favorevoli sull'accoglimento dei ricorsi esternati dall'avvocato Gaito ai membri della consorteria da lui difesi (prognosi ancorata, tra l'altro, come rilevato dal primo giudice, al fatto di aver già ottenuto in altro processo - quello Bastone di Torino, sopra richiamato - l'accoglimento della identica questione) in una vera e propria anticipazione del giudizio che l'imputato avrebbe indirizzato agli esponenti di Cosa Nostra, attraverso un argomentare incerto e confuso, come quello ad es. che commenta il tenore di alcune intercettazioni telefoniche, tendente in ultima analisi a ricondurre anche l'anticipazione in esame nell'ambito di quel complesso, particolare, rapporto intrattenuto dall'imputato con taluni avvocati, "sempre gli stessi", il cui ruolo sarebbe stato quello di "intermediari".

La gestione del cosiddetto Maxi-processo.

Dopo la sentenza dell'11 febbraio 1991, con la quale venne disposta la cessazione della custodia cautelare dei 43 boss mafiosi, e le iniziative che in sede ministeriale e davanti al Csm a tale decisione seguirono, l'imputato decise di rinunziare alla presidenza del maxi-processo, ma non anche alla gestione di esso "dietro le quinte".

In questi termini si esprime la sentenza di secondo grado: ritiene accertato che l'imputato adottò una soluzione, già sperimentata nella vicenda Basile, che sembrava poter contemperare l'esigenza di evitare insostenibili sovraesposizioni personali con quella di orientare comunque la decisione del maxi-uno in modo conforme alla sua linea: vale a dire la formazione di un collegio ad hoc, con la designazione, quale presidente, di una persona facilmente condizionabile (il consigliere Molinari) e di altri magistrati, tutti ritenuti a lui vicini, compreso il dottor Schiavetti, chiamato a svolgere le funzioni di relatore. Il piano era però fallito, posto che il collegio, su intervento del Primo Presidente della Suprema Corte, era stato presieduto da altro magistrato e i ricorsi erano stati respinti. Tale esito non giustificava tuttavia il giudizio di "irrilevanza causale" della condotta incriminata, come ritenuto dal primo giudice, dal momento che questa condotta, inserendosi nel più ampio contesto emerso dal processo, veniva comunque a rafforzare la consorteria mafiosa sul fronte essenziale dei processi e delle scarcerazioni.

Il Collegio rileva solo l'esattezza di tale ultima affermazione, richiamando i concetti già espressi sul tema.

Ravvisa però - conformemente alle argomentazioni svolte sul punto dallo stesso Pg in sede - evidenti stridori logici nell'apparato motivazionale esibito dai giudizi di merito a giustificazione del proprio convincimento, secondo cui l'imputato si sarebbe reso effettivamente autore della condotta contestatagli, vale a dire del deliberato tentativo di preordinazione del collegio giudicante.

Sono sufficienti pochi ma decisivi rilievi, desumibili dagli stessi elementi fattuali esposti nel testo dell'impugnato provvedimento.

Quali che fossero state le ragioni che indussero l'attuale ricorrente a non presiedere il collegio che doveva decidere il maxi-processo (le manifestate "esigenze di rotazione", i motivi di mera opportunità, oppure il fiducioso convincimento di essere nominato Presidente della Corte di appello di Roma), sta di fatto che la designazione del dottor Molinari, pur prossimo al collocamento a riposo, costituiva l'unica scelta possibile nel momento in cui venne operata. Ciò è riconosciuto dallo stesso giudice di appello: "la scelta del Molinari era obbligata, in quanto l'altro presidente facente parte dell'organico della sezione di cui l'imputato era presidente titolare, era inidoneo, come dallo stesso Primo Presidente della Corte riconosciuto (non aveva specifiche attitudini per la gestione di un processo della complessità del maxi)".

Non si giustifica perciò la conclusione cui è pervenuto il giudice di merito, secondo cui la scelta del Molinari sarebbe stata operata "per pilotare dietro le quinte l'esito del processo o, comunque, per consentire la scadenza dei termini di custodia cautelare".

Tale assunto del resto postula una considerazione del nominato Molinari quale "longa manus" dell'attuale ricorrente, correttamente definita dai difensori gratuita ed apodittica, oltre che ingenerosa.

La corte palermitana non dubita della probità di questo magistrato, ma dice che "non può nemmeno escludersi che egli era facilmente condizionabile". Viene formulata quindi una mera supposizione, ancorata peraltro ad un dato privo di qualsiasi consistenza, a voler tutto concedere neutro, quale il ravvisato "rapporto di deferenza", desunto dall'interessamento del Molinari alle sorti processuali dell'imputato (l'aver riferito, per interposta persona, l'andamento della escussione cui era stato sottoposto dal Pm palermitano).

Anche il valore attribuito a talune espressioni dell'imputato, usate in conversazioni intercettate ("feci un collegio adeguato a Molinari"; lo Schiavetti non aveva saputo mettersi contro il presidente chiamato a sostituire quest'ultimo) è ricavato congetturalmente, ed inoltre appare avulso da un contesto che - come opportunamente segnala il ricorrente - registra la decisione finale (di reiezione dei ricorsi) adottata da un collegio rimasto inalterato (salvo che nella persona del presidente) e composto, quindi, proprio dai medesimi consiglieri ritenuti vicini all'imputato: così che ipotizzare che costoro si sarebbero espressi diversamente, se a presiedere fosse stato il Molinari, si configura come conclusione davvero irrazionale.

La vicenda maxi-ter.

Il convincimento di un preciso impegno del presidente Carnevale inerente "la sistemazione", nell'ambito del processo maxi-ter, delle posizioni del Cancemi e del Montalto, ambedue esponenti di vertice dell'organizzazione mafiosa Cosa Nostra, la motivazione dell'impugnato provvedimento trae dai seguenti elementi, che fungerebbero da decisivo riscontro alle accuse provenienti dallo stesso Cancemi (al quale l'avvocato Aricò, suo difensore di fiducia, avrebbe riferito di "aver parlato con il dottor Carnevale e con i consiglieri Dell'Anno e Grassi" e che la situazione era "sistemata"):

- la composizione del collegio giudicante, che annoverava appunto i consiglieri Aldo Grassi e Paolino Dell'Anno, quest'ultimo in veste di relatore, ambedue rientranti nel gruppo dei cd. "fedelissimi" del presidente. Gruppo di fidati magistrati - spiega la sentenza - che volontariamente aderivano in modo compatto alla linea giurisprudenziale del presidente, improntata a grande rigore critico nella valutazione dell'operato dei giudici di merito, atteggiamento ipercritico tanto più accentuato nei processi indiziari, come quelli concernenti la criminalità organizzata;

- il particolare tenore della motivazione con la quale furono annullate le sentenze di condanna in danno dei nominati Cancemi e Montalto, siccome esprimente una marcata ingerenza su questioni di fatto e fondata su travisamenti delle risultanze processuali;

- l'esistenza fra l'imputato e l'avvocato Aricò di un rapporto preferenziale finalizzato, tra l'altro, proprio all'aggiustamento dei processi pendenti presso la prima sezione penale della Cassazione nei confronti di esponenti dell'associazione criminosa in parola.

- Anche in parte qua la sentenza impugnata va incontro alle fondate censure del ricorrente, egualmente condivise dal Pg.

a) l'adesione ad un orientamento giurisprudenziale di un certo tipo rappresenta una scelta personale e professionale, che non può indurre sospetti di sorta. Comunque la condivisione del metodo rigorista e ipercritico dianzi richiamato, specie se praticata in ogni procedimento, come la stessa sentenza ammette, nulla dice in ordine a quanto andava invece provato, cioè a dire il recepimento da parte dei due nominati componenti del collegio, nello specifico episodio in esame, di pressioni o ingerenze effettivamente poste in essere dall'imputato e tendenti ad alterarne il processo di formazione della volontà decisionale: sul che, come fa rilevare il ricorrente, si sono raccolte le sole indicazioni negative degli interessati.

Di nessun valore esplicativo, poi, il riferimento ai rapporti di natura personali, desunti dalla partecipazione a cerimonie familiari o da frequentazioni dell'abitazione dell'imputato.

b) Il giudizio della corte palermitana sulla motivazione della sentenza 24 giugno 1992 della Cassazione veicola valutazioni, su questioni di mero fatto, opinabili almeno quanto quelle adottate dalla decisione incriminata, e dunque non può fondatamente ritenersi che questa presenti "anomalie" di tale spessore da corroborare una prospettazione accusatoria di illecita alterazione del provvedimento giurisdizionale.

c) Il connotato negativo attribuito al rapporto tra l'imputato e l'avvocato Aricò non risulta ancorato ad alcun valido elemento di prova.

Il Tribunale aveva ritenuto che, nonostante l'evidente imprudenza di alcuni comportamenti (mancata astensione da parte dell'alto magistrato nei processi in cui l'avvocato Aricò, suo legale di fiducia in un procedimento penale che lo riguardava, figurava come difensore di qualche ricorrente), l'esame delle obiettive risultanze dibattimentali e in particolare il dato testuale ricavabile dalle conversazioni intercorse tra i due ed intercettate dagli organi investigativi, sembra escludere che quel rapporto abbia influenzato il regolare esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte dell'imputato e si sia manifestato in scambio di favori reciproci, collegati, in qualche modo, alle attività della prima sezione penale. E a tale conclusione il giudice di primo grado era pervenuto attraverso un articolato ragionamento.

Nessun dubbio pertanto che era preciso onere del giudice di appello motivare a fondo il manifestato suo diverso avviso.

E non può dirsi che tale obbligo sia rimasto adempiuto.

La corte di merito richiama le conversazioni telefoniche innanzi dette, trascrivendone il testo ed attribuendo ad esse grande rilievo per l'accertamento del rapporto intercorso tra l'Aricò e il Carnevale, ma non fornisce alcuna motivata valutazione sul loro contenuto, il che, secondo l'esatto rilievo formulato dai difensori, rende impossibile qualunque censura, proprio a causa dell'assenza di un apparato logico dimostrativo che avrebbe dovuto giustificare la conclusione assunta dai giudici di secondo grado.

Sterile appare infine il richiamo alle esternazioni di altro avvocato sul rapporto "preferenziale" in questione e al verbale di confronto che ha interessato il medesimo, perché semplicemente richiamati in sentenza, senza alcun commento chiarificatore della loro valenza ai fini del decidere.

6. In definitiva, la decisione del giudice di secondo grado è assolutamente carente nella individuazione di elementi che possano ritenersi davvero idonei a dimostrare che le deliberazioni della Cassazione, oggetto di contestazione, non furono espressione della volontà collegiale formatasi liberamente attraverso l'apporto di volontà individuali determinatesi autonomamente, indipendentemente da influenze e condizionamenti altrui, bensì il risultato del comportamento dell'imputato, illecito in quanto volto a favorire l'associazione criminale Cosa Nostra.

La sentenza impugnata deve perciò essere annullata.

E l'annullamento è senza rinvio, poiché le lacune non possono essere colmate in un eventuale giudizio di rinvio. Tanto si ricava dalla completa e minuziosa disamina degli atti compiuta in sede di merito, in cui si è indagato su ogni circostanza che a tal fine sembra rilevante. Indagine che tuttavia ha proposto o elementi inutilizzabili, o elementi già disattesi, o elementi non dotati di alcuna, rilevante significazione.

Così che non si delinea in alcun modo, sulla base di un nuovo esame dei fatti, da parte del giudice di rinvio, la possibilità di nuove emergenze processuali.

Conclusivamente, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché il fatto ascritto al ricorrente non sussiste.

 

P.Q.M.

 

La Corte annulla senza rinvio la impugnata sentenza perché il fatto non sussiste.

 

 

 

 

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