Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

  LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

ud.11.07.2001

ha pronunziato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto dal Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Brescia nel procedimento a carico di:

1) <B. C.> nato il 30.10.1949

avverso la sentenza in data 30.11.1999 del Tribunale di Bergamo, sez. dist. di Grumello del Monte.

Visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso;

Udita in pubblica udienza la relazione fatta dal Consigliere Dott. Giovanni Canzio;

Udito il pubblico ministero, in persona dell'Avvocato Generale Dott. Antonio Leo, il quale ha concluso per l'accoglimento del ricorso del P.G. e, pertanto, per l'annullamento con rinvio dell'impugnata sentenza.

Svolgimento del processo e motivi della decisione

Osserva in fatto e in diritto.

1. - Il giudice del Tribunale di Bergamo, sezione distaccata di Grumello del Monte, con sentenza del 30.11.1999 dichiarava non doversi procedere nei confronti di <B. C.>, imputato del delitto di truffa commesso nel marzo 1994, per essere il reato estinto per prescrizione. rilevando che il primo atto interruttivo, rappresentato dal decreto di citazione, era intervenuto il 14.5.1999, dopo il compimento del termine quinquennale di prescrizione, e che non poteva considerarsi tale l'interrogatorio dell'imputato reso il 18.11.1994 innanzi alla polizia giudiziaria delegata dal pubblico ministero: tale atto non era annoverato tra quelli indicati nell'art.160 comma 2° c.p., né poteva ritenersi equipollente all'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero in considerazione dell'espresso divieto di analogia in materia penale.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso immediato per cassazione il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'appello di Brescia deducendo la violazione dell'art. 160 c.p.. perché l'interrogatorio dell'indagato "non cambia natura e funzione" laddove, anziché da parte del pubblico ministero, venga effettuato, su delega e con gli stessi poteri di questi, dalla polizia giudiziaria, dispiegando anche tale atto piena potenzialità interruttiva della prescrizione. Ad avviso del ricorrente P.G., allo "imperfetto coordinamento rispetto al sistema" può porsi rimedio per via di una "interpretazione adeguatrice" della norma sostanziale che, movendo dalla constatazione della mancanza di tratti differenziali tra l'interrogatorio espletato dallo stesso magistrato e quello espletato dalla polizia giudiziaria su delega del primo, consenta di attribuire anche all'atto delegato la funzione di interrompere il termine di prescrizione.

Il ricorso, assegnato alla seconda Sezione penale della Corte di cassazione, è stato rimesso da quest'ultima alle Sezioni Unite con ordinanza del 6.3.2001, sul rilievo dell'esistenza di un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla questione relativa all'idoneità dell'interrogatorio effettuato dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero ad interrompere il corso della prescrizione del reato, pur affermandosi esplicitamente nella medesima ordinanza di condividere la tesi dell'efficacia interruttiva dell'atto delegato.

Il Primo Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite penali fissando per la trattazione l'odierna udienza pubblica.

2. - La questione controversa sottoposta all'esame delle Sezioni Unite consiste nello stabilire se l'interrogatorio dell'indagato effettuato dalla polizia giudiziaria, delegata dal pubblico ministero ai sensi dell'art. 370.1 c.p.p., sia atto idoneo ad interrompere il corso della prescrizione.

Sul tema si contrappongono due indirizzi interpretativi nella giurisprudenza di legittimità.

Da un lato, si sostiene che l'interrogatorio dell'indagato compiuto dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero è atto idoneo ad interrompere il corso della prescrizione del reato, poiché, pur dandosi atto di un imperfetto coordinamento della norma di cui all'art. 160 comma 2° c.p. con la modifica dell'art. 370.1 c.p.p. ad opera dell'art. 5.3 d.l. n. 306/92 conv. in I. n. 356/92, che ha fatto venire meno l'iniziale divieto di delega dell'interrogatorio, si ravvisa la mancanza di tratti differenziali nella natura e nelle funzioni dell'atto: esso ha sempre origine nella determinazione del p.m. di contestare l'accusa nei confronti dell'indagato, così manifestando il persistente interesse punitivo dello Stato. Di talché, è possibile un'interpretazione non analogica ma adeguatrice della norma rispetto al sistema, conforme al dettato costituzionale che ragionevolmente impone un'uguale disciplina in situazioni identiche (Cass., Sez. VI, 12.1.1999, P.M. in proc. Dogali, rv. 212796; Sez. V, 6.2.2001, P.G. in proc. Leidi).

Si afferma, in senso contrario, che l'elencazione degli atti del procedimento facenti capo agli organi dell'autorità giudiziaria cui é riconnesso l'effetto interruttivo della prescrizione, contenuta nell'art. 160 comma 2° c.p., deve considerarsi tassativa e che non è consentita in materia di diritto penale sostanziale l'interpretazione analogica in malam partem. L'opposta tesi dell'interpretazione adeguatrice, lungi dall'essere giustificata dalla necessità di assicurare uguale disciplina a situazioni identiche, condurrebbe ad un'illegittima forzatura della norma rispetto alla differente volontà del legislatore, espressa attraverso il mancato adeguamento del secondo comma dell'art. 160 c.p. alla modifica dell'art. 370.1 c.p.p. (Cass., Sez. II, 11.1.2001, P.M. in proc. Bertelli, rv. 217877; Sez. V, 30.5.2000, Di Simone, rv. 216538, secondo cui neppure può essere ritenuto atto interruttivo della prescrizione l'invito sottoscritto dal p.m., rivolto all'indagato, perché si presenti a rendere l'interrogatorio davanti agli ufficiali di p.g. all'uopo delegati).

3. - Osserva innanzi tutto il Collegio che il primo indirizzo muove da un'esatta considerazione di ordine storico - sistematico, in riferimento a precisi dati omologanti, normativi e giurisprudenziali.

i quali evidenziano la complessiva equiparazione processuale, quanto a regole di svolgimento dell'atto, a prescrizioni di contenuto ed a regime di utilizzazione probatoria nel dibattimento, tra l'interrogatorio reso al pubblico ministero e quello reso alla polizia giudiziaria dal primo delegata.

Il testo originario del primo comma dell'art. 370 del codice di rito, in attuazione della direttiva n. 37 della legge delega n. 81 del 1987 e in perfetta coerenza con il regime di utilizzazione processuale degli atti investigativi, escludeva espressamente dall'area degli atti di indagine specificamente delegabili dal pubblico ministero alla polizia giudiziaria "l'interrogatorio della persona sottoposta alle indagini e i confronti con la medesima": e ciò per ragioni di garanzia dettate dalla particolare delicatezza degli stessi, siccome finalizzati a raccogliere le dichiarazioni dell'indagato.

Al fine di rendere più elastica e funzionale l'attività d'indagine (cfr. la Relazione al disegno di legge di conversione del d.l. n. 306/92), il legislatore del 1992 ha sostituito tuttavia l'art. 370.1 c.p.p. mediante l'art. 5.3 del d.l. 8.6.1992 n. 306, conv. in l. 7.8.1992 n. 356, ed ha ricompreso fra gli atti specificamente delegabili alla polizia giudiziaria anche "gli interrogatori ed i confronti cui partecipi la persona sottoposta alle indagini", pur circoscrivendone l'ammissibilità, in sede di conversione, alla sola ipotesi dell'indagato "che si trovi in stato di libertà" e imponendo l'assistenza "necessaria" del difensore, a differenza di quanto avviene per l'interrogatorio svolto direttamente dal pubblico ministero.

In una prospettiva di assimilazione degli effetti, la nuova previsione di delegabilità dell'atto va letta in parallelo e coordinata con l'espresso riconoscimento dell'utilizzabilità probatoria nel dibattimento delle "dichiarazioni alle quali il difensore aveva diritto di assistere assunte ... dalla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero", in forza del meccanismo contestativo - acquisitivo disciplinato dall'art. 503.5 c.p.p., come novellato dall'art. 8.1 dello stesso d.l. n. 306/92.

Anche l'ulteriore preclusione originariamente prevista dall'art. 513.1 c.p.p., in ordine al regime di utilizzazione mediante lettura dei verbali delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari dall'imputato alla polizia giudiziaria su delega del pubblico ministero a norma dell'art. 370.1 c.p.p., è stata dichiarata irragionevole e costituzionalmente illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 60 del 1995 (per l'immediato riflesso di tale pronuncia sulla disciplina dettata dal secondo comma del medesimo art. 513, quanto alle dichiarazioni rese dalle persone imputate in procedimento connesso, cfr. C. costit., sent. n. 381 del 1995).

E alla portata precettiva della sentenza costituzionale n. 60 del 1995 si è infine allineato il legislatore del 1997 che, nel sostituire il testo dell'art. 513.1 c.p.p. ad opera dell'art. 11.

7.8.1997 n. 267, ha formalmente ricompreso fra le dichiarazioni rese dall'imputato nelle indagini preliminari, di cui è possibile la lettura e l'utilizzazione a fini decisori, anche quelle raccolte dalla polizia giudiziaria in sede di attività specificamente delegata.

Mette conto di sottolineare, inoltre, che, sotto l'aspetto delle garanzie difensive dell'indagato, da un lato l'art. 370.2 c.p.p. richiama per l'interrogatorio delegato le forme procedurali (artt. 364 e 375) e di documentazione (art. 373) previste per il medesimo atto svolto direttamente dal pubblico ministero e, dall'altro, anche il primo è soggetto alle regole formali e contenutistiche dettate dagli artt. 64 e 65 c.p.p., essendo anzi circoscritto alla figura dell'indagato "che si trovi in stato di libertà" ed assistito dalla presenza obbligatoria del difensore, secondo una più accentuata disciplina garantistica dell'atto rispetto a quello che si svolge davanti al pubblico ministero.

Orbene, a fronte di tale convergenza di disciplina, corrispondente all'unitarietà di ratio che sorregge le norme relative alle attività d'indagine e alla loro valenza probatoria nel dibattimento, quale che sia l'autorità che procede ad assumere l'atto, può dunque convenirsi con la tesi secondo cui l'assunzione personale dell'interrogatorio da parte del pubblico ministero e l'assunzione del medesimo atto avvalendosi invece della polizia giudiziaria specificamente delegata, secondo le rispettive previsioni dell'art. 370.1, primo e secondo periodo, c.p.p. " ... costituiscono esclusivamente forme diverse della medesima attività, facente sostanzialmente capo comunque al pubblico ministero nell'esercizio dei poteri che a esso spettano quale organo che dirige le indagini preliminari all'esercizio dell'azione penale ..."(in termini, C. costit., sent. n. 101 del 1999, dichiarativa dell'illegittimità costituzionale dell'art. 376 comma 1° c.p. nella parte in cui non prevede la ritrattazione come causa di non punibilità per chi, richiesto dalla p.g. delegata dal p.m., di fornire informazioni ai fini delle indagini, abbia reso dichiarazioni false o reticenti; sent. n. 424 del 2000).

4. - Rispetto alla descritta dinamica omologante, quanto alla valenza probatoria dell'atto d'indagine ai fini della decisione dibattimentale, il primo indirizzo giurisprudenziale (Cass., Sez. VI, 12.1.1999, P.M. in proc. Dogali, rv. 212796; Sez. V, 6.2.2001, P.G. in proc. Leidi) rileva, per contro, come sia rimasta immutata la previsione normativa di cui al secondo comma dell'art. 160 c.p. in tema di interruzione del corso della prescrizione.

Il testo originario del secondo comma dell'art. 160 c.p., secondo cui "Interrompono pure la prescrizione il mandato o l'ordine di cattura o di arresto, di comparizione o di accompagnamento, l'interrogatorio reso dinanzi l'Autorità giudiziaria ..." è stato integralmente sostituito ad opera dell'art. 239 disp. coord. del nuovo codice di rito nel senso che "Interrompono pure la prescrizione ... l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero o al giudice, l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio...".

L'aggiornamento del catalogo degli atti interruttivi della prescrizione dei reati, mediante il riferimento a quelli identici o funzionalmente omologhi indicati nel testo abrogato (così per l'interrogatorio e per l'invito a presentarsi al pubblico ministero per rendere l'interrogatorio, corrispondente al vecchio ordine di comparizione), risulta ispirato alla medesima ratio di individuare gli atti di natura processuale che manifestano, con la volontà dell'autorità giudiziaria di procedere nei confronti dell'accusato, il persistente interesse punitivo dello Stato, contraddicendo quella situazione di inerzia che giustifica la prescrizione del reato, e mira ad assicurare - come leggesi nelle Osservazioni del Governo all'art. 29 del Progetto definitivo delle norme di coordinamento - "il necessario coordinamento, rispettando lo spirito della precedente disciplina, tra gli istituti cui il codice abrogato attribuisce efficacia interruttiva della prescrizione e i corrispondenti istituti del nuovo codice".

Non risultano inclusi nell'elenco degli atti interruttivi della prescrizione l'interrogatorio dell'indagato da parte della polizia giudiziaria all'uopo delegata dal pubblico ministero, né l'invito a presentarsi alla polizia giudiziaria per rendere il medesimo interrogatorio, in perfetto parallelismo, d'altra parte, con il divieto esplicitamente stabilito dalla direttiva n. 37 della legge delega e dalla formulazione originaria dell'art. 370.1 del codice di rito. E, nonostante le interpolazioni legislative e gli interventi della Corte costituzionale sopra menzionati, che hanno segnato nel sistema processuale la progressiva equiparazione della valenza probatoria dell'interrogatorio delegato di polizia giudiziaria rispetto a quello del pubblico ministero, siffatta esclusione è rimasta immutata.

Il primo indirizzo giurisprudenziale, facendo leva su quello che viene definito un mero "difetto di coordinamento" della norma di cui all'art. 160 comma 2° c.p. con la sopravvenuta modifica dell'art. 370.1 c.p.p. ad opera dell'art. 5.3 del d.l. n. 306/92 conv. in I. n. 356/92, che ha fatto venir meno l'iniziale divieto di delega dell'interrogatorio, al fine di supplire alla pretermissione legislativa, nel testo della norma sostanziale, dell'atto delegato fra quelli interruttivi della prescrizione, postula pertanto da parte del giudice di legittimità un'operazione ermeneutica "adeguatrice", secundum Constitutionem, sottolineandone la comune finalità contestativa dell'accusa e richiamando la citata sentenza della Corte costituzionale n. 101 del 1999 per l'affermata omologazione della struttura e degli effetti dell'atto delegato ai fini della ritrattazione.

5. - Le Sezioni Unite, premesso che la prima tesi interpretativa collide sia con la formulazione letterale che con la ratio della disciplina positiva di diritto sostanziale, condividono per le seguenti considerazioni di ordine logico - sistematico l'opposto, più rigoroso, indirizzo giurisprudenziale (Cass., Sez. II, 11.1.2001, P.M. in proc. Bertelli, rv. 217877; Sez. V, 30.5.2000, Di Simone, rv. 216538), che fonda la base giustificativa del ragionamento, da un lato, sul tradizionale e indiscusso principio di tassatività dell'elenco degli atti interruttivi del corso della prescrizione e, dall'altro, sul divieto di interpretazione analogica in malam partem in materia di diritto penale sostanziale, stabilito dall'art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale.

5.1. - Rileva preliminarmente il Collegio che sia tutto da dimostrare, in assenza di alcun indizio ermeneutico, l'assunto per il quale l'omesso aggiornamento del catalogo di cui al secondo comma dell'art. 160 c.p., nonostante la sopravvenuta modifica dell'art. 370.1 c.p.p., sia frutto di "imperfetto coordinamento" ovvero di consapevole scelta da parte del legislatore, atteso che il d.l. n. 306 del 1992 conv. in I. n. 356 del 1992, oltre a rilevanti modifiche al nuovo codice di procedura penale, ha apportato anche sul terreno del diritto penale sostanziale (nel Titolo II, artt. 11 - 12 sexies) incisive modifiche al codice penale e in materia di armi, stupefacenti e riciclaggio.

Non sembrano, d'altra parte, privi di significato, sotto il profilo dell'intentio legis, il persistente silenzio del legislatore sullo specifico punto, nonostante il reiterato rifiuto da parte della Corte costituzionale di una pronuncia additiva in malam partem, volta ad integrare la serie degli atti interruttivi della prescrizione con riferimento sia all'invito a presentarsi alla polizia giudiziaria per rendere l'interrogatorio su delega del pubblico ministero (ord. n. 178 del 1997) che all'interrogatorio davanti alla polizia giudiziaria a ciò delegata dal pubblico ministero (ordd. n. 412 del 1998 e n. 245 del 1999) e, per altro verso, il sopravvenuto ampliamento ab externo della portata dell'art. 160 c.p., richiamato per relationem in diversi ed autonomi contesti normativi.

Il corso della prescrizione risulta infatti interrotto, "oltre che dagli atti indicati nell'art. 160 del codice penale", anche dalla citazione a giudizio disposta dalla polizia giudiziaria e dal decreto di convocazione delle parti emesso dal giudice di pace per i reati attribuiti alla cognizione penale di quest'ultimo (art. 61 d.lgs.

28.8.2000 n. 274), nonché dal verbale di constatazione o dall'atto di accertamento delle violazioni relative ai delitti in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto (art. 17 d.lgs. 10.3.2000 n. 74).

5.2. - Ma, perché possa pervenirsi a una corretta soluzione del problema sottoposto all'odierno vaglio, ritiene il Collegio che debbano essere ribaditi i principi già enunciati con convincente logica argomentativa dalla giurisprudenza di queste Sezioni Unite (Sez. Un., 16.3.1994, P.M. in proc. Munaro; Sez. Un., 28.10.1998, P.M. in proc. Boschetti) ed affermati altresì dalla quasi unanime dottrina, secondo i quali:

a) alla stregua del vigente ordinamento penale positivo, la prescrizione, che trova fondamento razionale nell'interesse generale di non più perseguire i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno o notevolmente attenuare l'allarme della coscienza comune e con esso ogni istanza di prevenzione generale e speciale, è costruita non come "un istituto di diritto processuale, ma di diritto sostanziale" (Relazione del Guardasigilli sul codice penale 1930, ~ 81); e comunque pure gli Autori e i Progetti riformatori del codice penale, che non condividono il "dogma" della natura sostanziale della prescrizione, attribuiscono rilievo sostanzialistico al suo effetto estintivo (già Francesco Carrara, nel Programma del corso di diritto criminale, Parte generale, 1859, ~ 777 - 778, nonostante la natura allora processuale della "prescrizione dell'azione", concludeva che "... cotesto sistema guarda la prescrizione come legge di sostanza..." e "... in tale argomento prevale sempre ciò che più torna in favore dell'accusato...");

b) gli atti espressamente nominati nell'art. 160 c.p., quelli "veramente fondamentali del procedimento penale" (Relazione cit., ~ 80), formati prima dello spirare del termine previsto e dotati di efficacia interruttiva della prescrizione, ai quali soltanto il legislatore attribuisce il significato di dimostrare che lo Stato non ha inteso restare inerte e anzi persiste l'interesse pubblico alla repressione dell'illecito, costituiscono un numerus clausus, attesa la valenza sostanziale dell'opzione legislativa (nel senso infatti dell'applicabilità dell'art. 2 comma 3° c.p., cfr. Cass., Sez. II, 26.11.1992, Barbagallo, rv. 193159).

Di talché, considerata la natura sostanziale della prescrizione, il suo effetto estintivo rispetto alla potestà punitiva e la tassatività dell'elencazione normativa degli atti interruttivi del suo corso, può fondatamente sostenersi che il principio di legalità e la garanzia di determinatezza della fattispecie di cui all'art. 25 cpv. Cost., da un lato, e il divieto di analogia nell'applicazione delle leggi penali ex art. 14 delle disposizioni sulla legge in generale, dall'altro, precludono qualsiasi operazione interpretativa di tipo additivo o manipolativo.

Non solo al giudice delle leggi (com'é dimostrato dalle reiterate e anche recenti pronunce di manifesta inammissibilità in tema di interpretazione dell'art. 160 c.p., fra le quali - oltre quelle, già citate, nn. 178/97, 412/98 e 245/99 inerenti al caso in esame - rilevano le ordd. nn. 188/93, 193/93), 391/93, 489/93, 144/94 e 315/96, sulla richiesta del p.m. di emissione del decreto penale di condanna, e l'ord. n. 114/83 sulla richiesta del p.m. del decreto di citazione a giudizio; cui adde la sent. n. 155/73 e l'ord. 159/74 sulla comunicazione giudiziaria), ma anche, ed anzi a maggior ragione, al giudice di legittimità deve intendersi pertanto preclusa ogni operazione diretta comunque ad integrare in malam partem la serie di quegli atti, strutturalmente collegati con le scansioni del divenire procedimentale e però in grado di incidere direttamente in modo sfavorevole nei confronti dell'imputato, siccome inerenti ai tempi e ai limiti, per ciò all'effettività dell'esercizio dello ius puniendi.

5.3. - Osserva inoltre il Collegio che, a ben vedere, la dinamica assimilatoria sul terreno processuale, frutto di volta in volta di contingenti e reversibili scelte politico - legislative ovvero di successivi adeguamenti da parte del giudice costituzionale in materia di utilizzabilità probatoria dell'attività d'indagine, denunzia obiettivamente l'ontologica diversità dei due atti: "l'interrogatorio reso davanti al pubblico ministero" e quello reso davanti alla polizia giudiziaria all'uopo delegata. così come il prodromico "invito a presentarsi al pubblico ministero" ovvero alla polizia giudiziaria delegata per l'interrogatorio.

A tal punto che l'interrogatorio delegato della polizia giudiziaria - a differenza di quello da assumere nella circoscrizione di altro tribunale, pure delegato dal titolare delle indagini al pubblico ministero presso il tribunale del luogo (art. 370.3 c.p.p.) -, proprio perché non espletato davanti all'autorità giudiziaria, resta circoscritto alla persona dell'indagato "che si trovi in stato di libertà" e pretende l'assistenza "necessaria" del difensore ai sensi dell'art. 370.1 c.p.p., secondo una più accentuata disciplina garantistica rispetto al medesimo atto che si svolge davanti al pubblico ministero.

Le interpolazioni legislative e gli interventi della Corte costituzionale che hanno segnato nel sistema processuale la progressiva omologazione della valenza probatoria, ai fini della decisione dibattimentale, dell'interrogatorio delegato di polizia giudiziaria rispetto a quello del pubblico ministero, rinviano pertanto necessariamente alla nozione di atto "equipollente" o "equiparato", che, assolvendo la medesima finalità contestativa dell'accusa, sta ad indicare la rottura dell'inerzia e la persistente volontà di punizione dello Stato nei confronti dell'imputato.

Ma la lunga, assolutamente dominante, elaborazione giurisprudenziale di legittimità (Cass., Sez. VI, 12.4.1969, Ragonese, rv. 112214, per l'interrogatorio a chiarimenti davanti al g.i.; Sez. III, 20.11.1978, Missiano, rv. 140834, per la richiesta del p.m. di emissione di decreto di citazione a giudizio; Sez. IV, 12.3.1980, Bertaldo, rv. 146855, per taluni atti istruttori come la perizia medica, la comunicazione giudiziaria e la nomina del difensore d'ufficio; Sez. IV, 14.10.1980, Coppolino, rv. 148872, per l'interrogatorio assunto dalla polizia giudiziaria; Sez. I, 28.11.1994, Gallo, rv. 200237 e 14.11.1994, P.M. in proc. Trimarchi, rv. 199891, per la richiesta del p.m. di decreto penale di condanna; Sez. V, 22.4.1997, Greco, rv. 208089, per le dichiarazioni spontanee rese dall'imputato all'a.g.), in perfetta coerenza con l'atteggiamento di rigoroso self - restraint della giurisprudenza costituzionale e con gli itinerari interpretativi della quasi unanime dottrina, ha costantemente ripudiato il ricorso al concetto di atto "equipollente", riconducibile cioé alla eadem ratio di quelli analiticamente enumerati nell'art. 160 c.p.

E ciò per l'evidente incompatibilità sistematica di operazioni ermeneutiche che, facendo leva sull'omologo trattamento processuale dell'atto e forzando il pur riduttivo assetto del diritto positivo sostanziale - frutto di discrezionali e insindacabili scelte del legislatore -, fossero comunque dirette alla surrettizia estensione analogica in malam partem delle tipiche e tassative fattispecie interruttive della prescrizione.

5.4. - Ritiene pertanto il Collegio che la soluzione soddisfacente del problema di individuare una serie di atti del procedimento dotati di efficacia interruttiva della prescrizione, che risponda a criteri di completezza e logicità per essere inequivoco, mediante il compimento di ciascuno di essi, il concreto e attuale interesse dello Stato di perseguire l'illecito ed esercitare il diritto punitivo nei confronti del colpevole, resta affidata all'insindacabile discrezionalità del legislatore, al quale soltanto è riservato il potere di disegnare, con scelte consapevoli e ispirate al principio di ragionevolezza, i confini del fenomeno - di natura sostanziale - dell'interruzione della prescrizione.

Appare senz'altro significativo che i rilievi critici in ordine alla riduttività e all'anelasticità dell'elenco delle fattispecie interruttive, enumerate analiticamente dal secondo comma dell'art. 160 c.p., abbiano trovato puntuale riscontro nell'innovativa formulazione dell'art. 90.6 del Progetto preliminare di riforma del codice penale elaborato nel settembre 2000 dalla Commissione ministeriale Grosso (art. 88.6 del testo definitivo approvato nel maggio 2001), secondo cui "interrompono il corso della prescrizione gli atti del procedimento contenenti l'enunciazione del fatto contestato e le sentenze di condanna".

L'allegata Relazione, dopo avere sottolineato che si è privilegiata, come nell'art. 53.1 dello Schema di delega Pagliaro del 1992, la costruzione dogmatica della prescrizione in termini di causa d'improcedibilità o d'improseguibilità dell'azione penale, anziché di estinzione del reato, e che tuttavia "... malgrado il loro carattere anfibio, fra il processuale e il sostanziale, gli istituti in esame fanno parte, per funzione e per nessi sistematici, del complesso degli istituti relativi alla risposta 'sostanziale al reato, da ciò a loro naturale collocazione nel codice penale, e segnatamente nel titolo relativo alla pena ...", avverte che "... per quanto concerne le cause di interruzione si è preferita una formula sintetica, invece che un rinvio pedissequo ad atti processuali 'nominati ...".

La contestazione del fatto per cui si procede diventa infine, ma solo nella prospettiva de iure condendo, elemento contenutistico, indefettibile, di selezione per il catalogo degli atti del procedimento dotati di efficacia interruttiva del corso della prescrizione.

6. - Le considerazioni fin qui svolte avvalorano dunque la linearità logica e sistematica della base giustificativa e della trama argomentativa da cui scaturisce la più rigorosa soluzione ermeneutica, secondo la quale, giusta il vigente assetto dell'ordinamento penale positivo, l'interrogatorio effettuato dalla polizia giudiziaria, a ciò delegata dal pubblico ministero, non costituisce atto idoneo ad interrompere il corso della prescrizione.

Deve essere conseguentemente respinto il ricorso per cassazione proposto dal pubblico ministero.

P. Q. M.

La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso.

Così deliberato in camera di consiglio l'11 luglio 2001.

DEPOSITATA IN CANCELLERIA IN DATA 11 SET. 2001.

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