Avv. Antonio  Zecca
Studio Legale
 

 

Cass. Pen. 5^ Sez. Sent. 4 febbraio - 2 marzo 2005, n. 8046

 

La Corte osserva:

 

Con sentenza 14 novembre 2003, il GdP di Seneghe (OR) ha dichiarato non doversi procedere: a) nei confronti di C R in ordine al reato di ingiuria perché estinto per tacita remissione della querela da parte della querelante M A, non comparsa all'udienza seppure avvertita dal giudice, dopo un primo rinvio per sua mancata comparizione, che la nuova assenza sarebbe stata intesa come tacita remissione; b) nei confronti di C M in ordine al reato di minaccia per difetto della querela..

Avverso tale sentenza, e limitatamente alla pronuncia nei confronti di Cuzzupoli Roberta, propone ricorso il Pg della Repubblica presso la Corte di appello di Cagliari, deducendo inosservanza o erronea applicazione della legge penale, sul rilievo che, per consolidata giurisprudenza di legittimità, il comportamento omissivo del querelante produce l'effetto di remissione della querela soltanto se univoco in tal senso.

Il ricorso è fondato, dovendosi preferire al minoritario orientamento del giudice di legittimità seguito dall'impugnata sentenza (Cassazione, Sezione quinta, 27.8.2001, Pompei), quello decisamente prevalente,  secondo cui, essendo la remissione tacita della querela ravvisabile in fatti univocamente incompatibili con la volontà di persistere nella querela (Cassazione, Sezione sesta, 22.10.1999, Giardi; Cassazione, Sezione quinta, 24.9.1997 Chiaberge; Cassazione, Sezione sesta, 15.12.1993, Tulina; Cassazione, Sezione seconda, 28.11.1985, Pellinghelli), tale assoluta incompatibilità non ricorre allorché la persona offesa ometta di comparire in giudizio, potendo tale evento essere determinato dalle più svariate ragioni del tutto indipendenti da una volizione di rinuncia a che venga meno la perseguibilità del fatto denunciato, e ciò  anche quando la mancata comparizione sia successiva all'invito a comparire, notificato alle parti, con l'avviso che l'assenza verrà intesa  come tacita remissione della istanza punitiva (Cassazione, Sezione quinta, 19.7.2000, Di Piazza;Cassazione, Sezione quinta, 13.1.2000, Zampieri).

Poiché, infatti, l'effetto della remissione è previsto presumendo una sopraggiunta volontà abdicativi, seppure inespressa, in capo alla persona offesa, del già esercitato diritto alla penale perseguibilità dell'autore di un illecito in suo danno, l'interesse particolarmente tutelato, tale da giustificare per taluni reati una deroga al principio di titolarità del potere di iniziativa penale, non può essere vanificato da una condotta del titolare che, manifestata la voluntas puniendi, non sia univocamente dimostrativo del mutamento di una tal volontà in senso diametralmente opposto.

La mancata comparizione del querelante al dibattimento è, in tal senso, un 'fatto totalmente neutro ai fini individuativi di un mutamento della di lui volontà, potendo essere il prodotto degli eventi più disparati, salvo che a tale condotta omissiva non si accompagni ad un qualche ulteriore fatto, in positivo, che renda incompatibile la volontà di mantenimento della querela, come sarebbe, a mò di esempi certamente non esaustivi dei possibili casi, nella ipotesi di comprovata tacitazione del danno sofferto dal querelante nelle more o di significative dichiarazioni extraprocessuali scambiatesi fra le parti; la condotta omissiva del querelato, quand'anche successiva all'invito con avvertimento, sotto tale profilo, non modifica minimamente il quadro di indagine circa la volontà, pur presunta, della persona offesa, perché anche in tal caso si tratta di condotta non univoca, restando inalterata la gamma di possibili ragioni determinative dell'assenza - un impedimento non potuto tempestivamente comunicare, un fatto di mera negligenza, una scelta del querelante ai fini di una possibile definizione degli interessi lesi dal reato - nel permanente difetto di un quid pluris positivamente riconducibile al querelante, che consenta di riconoscere una sopravvenuta volontà di remissione.

Giova aggiungere, del resto, che l'effetto della remissione tacita, in siffatte ipotesi, presupporrebbe che fosse consentito al giudice del dibattimento di dotare l'invito a comparire di un elemento comunicatorio con effetti inammissibilmente decisori del procedimento, in applicazione di un “potere processuale” non previsto da alcuna norma giuridica (il codice di rito conosce “avvertimenti”, ed eventuali provvedimenti coercitivi in tutt'altre ipotesi ed unicamente per finalità probatorie, v.articoli132, 133, 210, 376, 377, e del tutto eccentriche rispetto al tema di perseguibilità del reato).

Nella specie, poi, va considerato che non è neppure invocabile la previsione di cui al comma 3 dell'articolo 28 D.Lgs 34/2000, trattandosi di disposizione di carattere eccezionale ed applicabile, nella ipotesi di mancata comparizione di una pluralità di persone offese. Esclusivamente alla procedura di citazione attivata con il ricorso immediato ai sensi dell'articolo 21 stesso D.Lgs (Cassazione, Sezione quinta 15093/04, Pm in proc. Cataldo; Cassazione, Sezione quinta, 2667/04, Pm in proc. Pravato); e, nel caso in esame, la citazione venne disposta (in data 11 giugno 2003) dalla polizia giudiziaria ex articolo 20.

L'impugnata sentenza, pertanto, deve essere annullata limitatamente alla pronuncia nei confronti di C R, con rinvio al GdP di Seneghe per il giudizio.

 

PQM

 

La Corte, annulla la sentenza impugnata nei confronti di C R, con rinvio al GdP di Seneghe per il giudizio.

 

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